ago 26 2007
I cappelli
Mi reco dal giornalaio, pregustando esternando l’effetto dell’acquisto proibito. “Le piccole ore”, prego. Giornalaio mi guarda stranito, sorpreso. E’ sicura, signorina? Si’ si’. A malincuore mi porge la rivista, volentieri raccoglie pero’ gli spiccioli. Gli inutili occhiali da sole ancora abbassati, sfoglio incuriosita a casaccio la rivista. Una storia, la storia di una donna inseguita da un uomo. Mi guardo indietro. Solo un passante fermo davanti a una vetrina, qualche negozio piu’ giu’. Richiudo la rivista e proseguo per la mia strada. Sento che qualcuno mi sta dietro. Mi fermo a guardare una vetrina e con la coda dell’occhio inquadro il mio presunto inseguitore. L’uomo e’ fermo a guardare una vetrina anche lui. Finge eh? Eh gia’, pare che le vetrine siano molto interessanti oggi, soprattutto in questa stradina squallida e disabitata… mah. Non sembra male, difficile a dirsi. Per lo meno non mi ha assalito subito. O forse sono solo coincidenze. Forse aspetta il momento buono per farlo non visto. Chissa’, mi avra’ visto comprare la rivista e avra’ pensato che sono il tipo facile, che potra’ fare tutto quello che vuole, sottomettermi magari alla sua volonta’, ridurmi a obbedienza cieca… Riprendo lentamente il cammino, innervosita, badando di vedere dove metto i piedi, cercando di non sembrare troppo scossa, che me ne sono accorta. Non so bene come vorrei reagire, come dovrei reagire. Sto cercando di prepararmi all’eventualita’. Potrebbe cercare di violentarmi e sarebbe penoso. Giro in una trasversa, sperando di deviare dal suo percorso, o forse per mettere alla prova le sue intenzioni. Anche lui gira e mantiene la stessa distanza. Beh, se continuo cosi’ fino a casa, non puo’ succedermi niente. Ma no continua cosi’, la distanza si raccorcia. Una merciaia, esito, entro, mi butto dentro. Desidera, signora? Oh… cercavo un nastrino di raso rosa, per una camicetta… E spio attraverso la vetrina. Il tizio cappelluto passa impassibile, ma proprio davanti alla porta si arresta e guarda insistentemente dentro il negozio. Mi volto di scatto verso il banco cercando di celare la mia ansia crescente. Non se ne avvede la buona signora che mi sciorina nastrini su nastrini sotto il naso. Faccio la difficile per protrarre la mia uscita, ma non me ne potrebbe fregare di meno dei nastrini suoi. Questo e’ un po’ troppo largo, non ne avrebbe di piu’ stretti? Lei si china per tirare fuori un’altra scatola e io ne approfitto per spiare fulmineamente di scorcio. Non guarda dentro, ha le spalle voltate come se aspettasse. No, cosi’ non va bene, troppo stretti… Altra spiata, scomparso. Possibile? Si’, mi dia quello… Mi accosto alla vetrina titubante, spio, pare scomparso. Ritiro il sacchettino pago e filo via. Furtiva, cercando di non dare nell’occhio sbircio di qua e di la’. Bon, sembra proprio sparito. M’incammino piu’ distesa verso il ponte. Poi prendo la scorciatoia e in pochi minuti sono a casa. Entrando sul ponte, istintivamente mi giro. E’ li’, a pochi passi da me, cammina sicuro. E da dove cacchio…? E ora sono incastrata, non posso tornare indietro con sicurezza. Potrei provare, forse non segue me… si’, e io sono Barbablu. Ma se segue me, tornare indietro non servirebbe a niente, anzi… accelero il passo. Anche lui, mantenendo la stessa distanza. Sono fuori dal ponte, ma davanti a me solo una strada deserta, case molto sparse e sigillate. Un freddo boia, una terra gia’ desolata, e sono sola. Mi pareva che da queste parti, se non sbaglio… Allungo di piu’ il passo, ma la distanza resta uguale. Mi infilo dietro una casa che mi offre una protuberanza abbastanza sicura. Da dietro l’angolo spio il mio inseguitore. Lo vedo passare oltre, guardarsi attorno, e io mi ritiro man mano dietro ancora. Per nascondermi lo perdo di vista. Mi affaccio sull’angolo della strada. E’ ancora la’ che si guarda attorno. Meglio filare subito. M’incammino per ripercorrere i miei passi, ma non procedo per molto che sento i suoi affrettarsi dietro. Vado sempre piu’ veloce, l’ansia e l’angoscia mi tagliano le gambe e mi mettono le ali ai piedi. Ripercorro il ponte quasi correndo, e lui si sta avvicinando minacciosamente. Ancora due passi e posso infilarmi in quel bar. Sulla porta mi raggiunge ma cavallerescamente mi cede il passo. Il cuore salta un attimo in gola. E ora che faccio? davanti agli altri non osera’… Tre tavolini vuoti e un paio occupati da attempati giocatori di carte. La televisione accesa sulla partita di calcio, ma nessuno se la caga. Una partitina di dilettanti, forse. Il grasso barista mi occhieggia sospettoso. A disagio. Prendo posto al tavolino piu’ vicino alla porta. Il cappelluto si siede di fronte a me. La sfrontatezza. Mi fissa zitto in faccia. Una grossa cicatrice sul collo mezza nascosta dall’ombra ma pur sempre molto visibile. Una brutta piega degli occhi chiarissimi, spessi capelli grigiastri spuntano dal cappello e un paio di baffoni scuri scuri pendono dal naso sottile. Non ne provo che paura. Giochero’ sulla resistenza. Finche’ siamo in pubblico non potra’ farmi del male, penso. Il barista si trascina verso di noi. Dicano… Esito, e intanto il cappelluto ordina due martini dry, molto forte per la signora. E con questo accenna un vago sorriso. Non mi viene di protestare e l’ordine passa per buono. Tira fuori delle sigarette, se ne prende una e poi me le offre. Condiscendente, complice accetto e lui accende. Perche’ mi segue? L’ho interrotta, mi pare, stava leggendo, vero? Oh? ma io, non… La prego di continuare a leggere, come se io non ci fossi. Di nuovo quel mezzo sorriso. No, non credo. No no, insisto, continui. E per convincermi mi sfila la rivista dalla borsa e la apre spudoratamente sul tavolino, proprio mentre il barista ci porta gli aperitivi. Quello non ci fa caso e ritorna al bancone. Legga, la prego. Prendo un sorso di Martini, e’ veramente forte e mi brucia la gola. Mi metto a sfogliare, ma lui mi ferma. No, legga questa storia. E’ quella del tipo che segue la donna. Fisso la pagina vuota. A voce alta, la prego. Ma io… A voce alta, le dico. Un uomo col cappello la stava seguendo a distanza costante. Piu’ forte, non la sento. Un uomo… cosi’? Piu’ forte, grazie. Un uomo la stava seguendo… No, un uomo col cappello la stava seguendo. Stia attenta, per favore. Un uomo col cappello la stava seguendo a distanza costante, lungo la strada dritta che portava in periferia. Quando se ne accorse, lei entro’ in un negozio di merceria, sperando di scoraggiare l’uomo col cappello, ma questi pure si fermo’ e l’attese inosservato finche’ lei di nuovo usci’. La raggiunse fin oltre il ponte che portava verso la campagna. Lei si mette paura e accelera il passo, ma a nulla serve. Pensa poi, nascondendosi dietro una cascina abbandonata, di sviare il suo inseguitore, ma sulla via del ritorno viene raggiunta fin dentro al bar, dove lui ha la sfacciataggine di sedersi allo stesso tavolino e ordinare un aperitivo per due. Alzo lo sguardo smarrita, stupita. Fin qui ci siamo, mi pare, non crede? Perche’ mi ha seguita? Prosegua, la prego. Lei cerco’ di farsi dire il motivo dell’inseguimento, ma per tutta risposta l’uomo col cappello la costrinse a leggere la rivista pornografica che lei aveva acquistato all’edicola all’inizio di questa avventura. Le immagini erotiche di schiave selvaggiamente torturate sotto gli occhi di feroci sultani, graziosi glutei segnati da ripetute sevizie, membri maschili di dimensioni poderose infilzati in ogni buco femminile ormai martoriato fino all’insensibilita’. Tutte queste visioni, oltre alla lettura forzata del racconto la misero in uno stato di soggezione e di smarrimento tale da renderla docile preda dello sconosciuto. Ora lui puo’ alzarsi dal tavolino, prenderla per mano e portarla dove vuole lui. Ora l’indirizza con tono piu’ familiare e deciso. Vedi, bella, che avevi avuto la giusta intuizione? quel casolare fa proprio al caso nostro. E prendendola sottobraccio, esegue per filo e per segno il canovaccio dettato dalla storia pornografica. Sospinta fin oltre la soglia del casolare che le aveva fornito temporaneo rifugio dall’inseguitore, lei ora si accorge che era tutt’altro che disabitato. Dietro le imposte barrate splende una lucina da comodino a illuminare tre volti di… No, la prego, non mi faccia proseguire! Insisto, signorina, lei deve proseguire. Ma e’ disgustoso, qui, in pubblico… Benissimo, preferisce farlo in privato? E senza distogliere gli occhi da me alza una mano, che ora mi accorgo essere guantata di pelle nera, e con un cenno del dito richiama l’attenzione del barrista. E sempre senza smettere di fissarmi, appena lo sente vicino, lo apostrofa. La solita camera, solite cose, intendi? Si’, signore. Eh? Mi guardo attorno allibita. Ma come si permette? Faccio l’atto di alzarmi, mi ferma con la mano. Non cosi’ presto, signorina, prima deve finire il suo aperitivo. Poi saliremo. Ingoio panico e martini, un forte ronzio mi passa da un’orecchia all’altra e tutto si confonde. La sua mano resta sulla mia per un tempo infinito finche’ non mi induce ad alzarmi e a seguirlo al piano di sopra, preceduti dal barista. Un miserando corridoietto grigio e sporco, una porticina con un numero di latta, 29. E’ tutto in ordine, signore, come al solito. Il cappelluto lo scansa e rispedisce al suo mestiere con una mancia nascosta. Mi sospinge all’interno. Un lettone, una sedia di legno, un comodino e una poltrona. In un angolo un palo di metallo con delle manette appese e delle catene. In una cesta vicino al letto spuntano frustini e fruste di ogni tipo. E poi un minaccioso trabiccolo che non oso immaginare per quale impiego… Dietro di noi si richiude la porta, a chiave. Non so piu’ cosa pensare, per lo piu’ tendo ad abbandonarmi rassegnata. Il tizio si gira, apre il cappotto, un gilet molto fine, la lucentezza della fodera del cappotto, brilla la catena di un orologio da tasca. Va bene, ora spogliati. Come? Ho detto: spogliati, e sbrigati. Mi levo il cappello e lo poso su una sedia. Mi sfilo il cappotto sotto il suo scrutinio attento e severo. Mi sbottono la giacchetta e lascio cadere per terra. Mi apro la lampo per far scivolare la gonna e resto un attimo in sottoveste davanti a lui. Sbrigati. Partono i collant e la sottoveste e, con un poco di riluttanza, anche le mutande. Portami la cesta. Ho freddo, l’oggetto pesa, lo trascino sul pavimento e glielo avvicino. Di stratto mi molla un ceffone. In ginocchio, schiava! Dalla cesta tira fuori un frustino da cavallerizzo. Mi metto in ginocchio, stringendomi nelle braccia. Swish! un colpo sulla schiena. Mi fa tendere i polsi che lega con due manette. Mi applica un collare e mi obbliga a leccargli le scarpe. Quando e’ soddisfatto, mi fa sedere sui polpacci e riprendere la lettura della rivista. Intanto lui mi gira intorno, ogni tanto mi sferza un colpo di frustino, facendomi traballare. Troia maledetta, le urlo’ l’uomo col cappello, piegati, tu ti piegherai al mio volere. Non uscirai di qui finche’ non avrai imparato a servire il piacere di un uomo, finche’ non ti avro’ completamente domata. Devi imparare che tu non sei nulla, sei solo un oggetto, e come tale infinitamente rimpiazzabile. E quando t’avro’ ben bene addestrata, ti vendero’ al migliore offerente. Ora tu riceverai questo cazzo e lo servirai nonostante il dolore che intendo procurarti. Anzi, devi imparare ad amare questo dolore perche’ serve il mio piacere. Vieni qua, succhialo. E mentre, a fatica, quel membro poderoso spariva dentro quelle morbide labbra, la frusta mordeva quelle candide carni e piu’ la frusta colpiva, piu’ lei si sentiva portata ad avanzarla, ad andarle incontro con volutta’. Volutamente lui si trattenne per una buona mezz’ora, e quando finalmente se ne venne, lei era brutalmente conciata su tutta la schiena, tra le cosce, sui seni… Quindi le venne ordinato di masturbarsi e di venire a comando. Conciata com’era non le sarebbe stato facile farsi venire pensieri erotici, ma sapere che cio’ eccitava il suo signore la rendeva pronta ed arrapata come se l’aspettava lui. Lui la guardava fregarsi, le pizzicava e torceva i capezzoli, oppure la frustava, o la punzecchiava con la lama di un coltello. Adesso posa la rivista e continua da sola, le ordino’ l’uomo cappelluto. Ma… Avanti, obbedisci, troia, non ti sara’ difficile, visto che e’ la tua passione. Lui la mise… no, lei si chino’… volevo, cioe’, e lui… Basta con le ciance! E puni’ questa mancanza di fantasia con una scudisciata fortissima nella schiena. Fammi arrapare, troia. Guarda questo cazzo, lo devi sedurre, lo devi indurire, con le parole, capito, solo con le parole. Io poi ti premiero’ con una sonora frustata che te la ricordi finche’ campi. Da capo! E… dopo essersi masturbata, dopo che finalmente era venuta tra tanto dolore e la consapevolezza di aver servito il suo padrone, lui la premio’ con una frustata proprio sulla fica che a lungo prolungo’ e brucio’ il suo piacere. Lui intanto era diventato di nuovo duro, e aveva una gran voglia di farla soffrire, di farle tanto ma tanto male. Si accese una sigaretta, le allargo’ le cosce e lentamente avvicino’ il tizzone alla pelle senza mai toccarla. Lei fremeva di terrore nell’aspettativa del dolore bruciante che le si prospettava. Lui si divertiva a trattenerla a lungo in questo stato, finche’ all’improvviso calo’ la sigaretta sulla pelle e ce la tenne quel tanto che basto’ a far durare l’urlo straziante per un buon minuto. Lei si sentiva mancare il fiato, scossa da un terremoto dei nervi. Le erano venute le lacrime agli occhi per il dolore acuto e lui se li godeva e le offriva il suo cazzo da leccare e baciare. Poi, visto che la sigaretta era ancora accesa, di nuovo gioco’ con la pelle, e due altre volte ne perforo’ la superficie finche’ non si spense. Per qualche minuto gioco’ sulla pelle offesa con la punta del coltello, e poi si masturbo’ fregando il cazzo contro le ferite. I mugolii di dolore di lei aumentavano tremendamente e il suo desiderio e il suo piacere fino a coprire le piaghe del suo caldo sperma… Brava… brava, quando vuoi ci sai fare, eh troia? guarda qua che erezione… e ora cosa conti di fare in proposito? Il mio signore sapra’ sicuramente cosa richiedere dalla sua fedelissima schiava. Smettila con le risposte untuose, arrogante rifiuto! apri la bocca piuttosto, e fammi passare la voglia. No, ripensandoci, non sei degna di ricevere il mio cazzo. E cosi’ dicendo il signore dal cappello prese a frustarla selvaggiamente davanti e di dietro, senza cognizione di tempo e di limite. Si fece passare la voglia da solo finche’ la vista del sangue non lo condusse alle vette piu’ elevate del piacere. Avanti, rivestiti troia. Lei raccolse le sue poche cose, a disagio si rivesti’ umiliata, accattona, sottomessa e ridotta all’osso. Il dolore le pungeva meno dell’umiliazione subita. Ma non bastava ancora. Apprese, mentre si stava infilando le calze, che una telecamera nascosta aveva ripreso ogni cosa e la pellicola sarebbe stata rivenduta al marito ignaro. Lei penso’ subito a un ricatto e si angoscio’. Cosa mai poteva offrire all’uomo col cappello in cambio della cassetta? Soldi non ne aveva sicuramente abbastanza, di ben poco poteva disporre indipendentemente dal marito. E chi era mai quest’uomo per farle un torto tale? Avrebbe forse dovuto intercedere presso il marito per qualche favore speciale? Ma certamente il marito non poteva contare poi cosi’ tanto. Forse una vendetta…? L’uomo non diede spiegazioni e non specifico’ l’oggetto del suo ricatto. Si sarebbe fatto vivo lui a tempo debito. E sigillo’ la minaccia con un sorriso ghignoso che prometteva assai male. Dall’edicola sono ore che aspetto. Va bene, esagero. Sono solo venti minuti, ma ogni minuto e’ un’era glaciale che passa sul mio essere infranto. Venti minuti sono lunghi per fingere di cercare una rivista e comprarla e restare li’, con gli occhi dell’edicolante che sicuramente si ricorda il mio volto di una settimana fa. Mi avra’ fotografata cosi’ bene, ha fatto un’espressione quando ho preso fra le mani quella maledetta rivista… La signora che si gongola con le riviste proibite, vero? Che nuvolo, che grigio, se tarda ancora cinque minuti me ne vado. Me ne vado? e poi, la cassetta? Che deve pensare Franco? Maledizione, avrei dovuto dirglielo subito, cose che possono succedere, no? “Ti vai sempre a cacciare nei guai, dovro’ finire per chiuderti a chiave, no?” E magari ci avrebbe riso su, ma figurarsi, una signorina per benino come te, fare di queste cose, ma non ci dormi la notte, amore mio? lo sai che si rischia… Si rischia la galera, se poi quello la rivende, la spaccia in giro… non e’ contro la legge fare queste cose? per soldi, poi… Sono tre giri che faccio ormai intorno all’edicola. No, in quell’albergo del cazzo io non ci vado. C’e’ un limite a tutto. Ma insomma, quello che vuole, ma la’ non ci torno. Se lo scordi. Cosa fa, mi costringe? per strada, ovvia! Spero che la lettura sia di suo gradimento, signora. Eccola la voce, maledetta! Intimorita mi volto, e’ lui, stesso cappello, stesso cappotto nero, stessi baffi e stessi occhiali neri. E ora? Se la prenda, io non so che farmene. No? strano, l’altro giorno sembrava cosi’ interessata… vediamo, ah che bello, “Le piccole ore”, sempre acculturata la signora, vero? Faccia meno lo spiritoso, per piacere, e mi restituisca cio’ che e’ mio. Mi riguarda sorpreso. Signora, veramente non capisco. Ci dev’essere un malinteso. Non faccia il finto tonto, ha inteso benissimo: la cassetta. Quale cassetta, scusi? Quella che aveva promesso di portarmi. Ah giusto, che scemo… ha ragione, sa? e’ che non ci pensavo gia’ piu’, eh chissa’, credevo sarebbe stata piu’ contenta di vedermi. Be’, visto che ci tiene tanto… eccola. Mi porge una videocassetta, la copertina promette un film di Pasolini. E adesso, se vuole, l’accompagno. No, grazie, preferisco andare sola. Ha paura di essere vista in mia compagnia? Non e’ cortese, ma l’accontento piu’ che volentieri. Mi stia bene, signora, e i miei omaggi a suo marito. Oh l’impudente!



