ago 23 2007
La casa di campagna (parte 2)
La seconda delle sconvolgenti avventure erotiche che la magica casa degli zii mi ha regalato vede per protagonisti Alessio e Giacomo, i miei due cugini di primo grado che all’epoca avevano rispettivamente 23 e 19 anni. Vi ho già sommariamente descritto Alessio e Giacomo, ora lo faccio un po’ più accuratamente: innanzitutto si somigliavano parecchio, la loro struttura fisica era imponente, superavano entrambi il metro e 85, portavano sempre i capelli molto corti ed erano eternamente abbronzati. Non esisteva sport che non praticassero e oltre tutto sgobbavano come muli in campagna. Come se non bastasse avevano anche pieno successo negli studi universitari. Due ragazzoni veramente d’oro, l’orgoglio di loro padre, con un solo difetto: il carattere. Infatti erano fin troppo sicuri di sé, si ritenevano i migliori in tutto e non perdevano occasione di farlo pesare ad esempio a me, che ero bersagliata dai loro scherzi pesantucci e allusivi. I due giravano per casa sempre col vestiario minimo indispensabile, di solito pantaloncini corti e torso nudo o al massimo T-shirt, pavoneggiandosi dei loro corpi perfettamente scolpiti e trovando ogni scusa per esibirsi, ad esempio lasciando la porta del bagno aperta durante la doccia. In casa inoltre era un turbinio di telefonate di ragazze, ragazze che venivano a cercarli di persona, ragazze da tutte le parti che li assediavano rimediando per lo più trattamenti antipaticissimi da parte dei due piccoli tiranni, che sapevano di avere successo con l’altro sesso e ne approfittavano senza ritegno. Cambiavano partner quando gli pareva e non si può certo biasimarli per questo, chi non farebbe altrettanto nella loro situazione? Ma scusatemi per il lungo preambolo, ora passo al racconto. Era ormai da quattro anni che i miei cugini mi bersagliavano di battutine, palpatine e varie amenità, cioè da quando le caratteristiche femminili del mio corpo avevano cominciato a prendere il sopravvento. Mi ero quasi abituata a tutto ciò, non credevo che realmente mai mi avrebbero fatto qualcosa di serio. Quando mi salutavano mi dicevano “Ciaaaooo, cuginettaaaa!” con fare effeminato e mimando con un grottesco ancheggiamento e una vocina flautata. Bisogna dire che non si sono mai permessi di sfottermi davanti agli altri. Altra loro bravata consisteva nel darmi regolarmente una pacca sul sedere quando passavo accanto a uno dei due. Non se ne dimenticavano neppure una volta, era un tormentone. Alle volte per stare allo scherzo io stessa sporgevo il sedere all’infuori molto platealmente e, ricevuta la pacca, scappavo. Allora loro mi minacciavano come sapete: “Attenta cuginetta, stanotte fai molta attenzione alle sorprese che potresti avere…”; ma in realtà in 4 anni non era mai accaduto nulla. Almeno non accadde fino alla notte del mio diciannovesimo compleanno… Avevamo festeggiato, la sera prima. C’erano tutti: i miei genitori, mia sorella, i miei zii e cugini, la zia Pamela, e Laura l’ex baby-sitter. Avevo avuto dei bei regali, avevamo brindato con champagne autentico a volontà tanto che la zia Pamela nel farmi gli auguri mi aveva anche baciato sulle labbra (era un po’ sbronza), erano ormai quasi le 2 del mattino ed ero da circa 1 ora in camera mia in paziente attesa che in casa non si sentisse volare una mosca, segno che tutti si erano addormentati, per dare il via a uno dei miei giochi preferiti, che penso immaginerete. Ecco: erano ormai 10 minuti che non si sentiva più alcun rumore. Potevo agire. Nuda lo ero già, non avevo nemmeno il problema di spogliarmi. Accesi il lume, mi alzai e tirai fuori un nuovo coordinato intimo che mi ero regalata il giorno prima, andandolo a comprare per la prima volta in negozio tra gli sguardi interrogativi delle commesse (dissi che era per un regalo, infatti era vero no?). Questo completino mi faceva letteralmente impazzire, vedendolo in vetrina non avevo saputo desistere dall’acquistarlo: era tutto bianco, di pizzo lavorato semi trasparente, comprendeva un reggicalze, un reggiseno a balconcino, un tanga e vi avevo aggiunto delle fantastiche calze color perla con la fatidica riga dietro. Una favola! Quando ebbi finito di indossare il tutto, credo che anche il maschio più contrario ai rapporti coi travestiti non avrebbe potuto resistere alla voglia di darmi due colpi… Ma non era ancora finita. Era il mio compleanno e volevo essere proprio perfetta. Mi truccai delicatamente con del lucida labbra e un po’ di mascara. Indossai un paio di scarpe rosse, lucide, col tacco di 8 cm che avevo “preso in prestito” da un mobile di mia zia e non mi sarebbe stato difficile rimettere a posto il giorno dopo. Feci qualche passo nella stanza, rendendomi conto che camminavo con una naturalezza come se non avessi portato altro che tacchi alti in vita mia. Allo specchio ero di un seducente pazzesco, un misto tra lussuria e ingenuità, tenerezza e perversione. Il reggiseno a balconcino sosteneva le mie belle tettine che nella penombra apparivano assolutamente femminili, anche per via dei miei capezzoli appuntiti. Le scarpe alte, che indossavo per la prima volta, mi davano un’aria da troiona, assieme al rossetto vermiglio eppure tenue che avevo applicato con la maestria di una cocotte. Ero eccitata da morire, per poco non ebbi un orgasmo solo toccandomi le punte dei seni davanti allo specchio. Ma seppi dominarmi, il meglio doveva ancora venire. Mi adagiai languida sul letto, senza coprirmi naturalmente. Avevo intenzione di legarmi in modo così intricato che avrei dovuto passare la notte a tentare di sciogliermi, per prolungare il mio stato di eccitazione. Feci vari giri di corda attorno a ogni polso e caviglia, poi per prima cosa attaccai le caviglie alla sponda inferiore del letto, una a destra e una a sinistra. Fu facilissimo fare altrettanto con la mano sinistra alla spalliera. Prima di completare l’opera, con la mano ancora libera applicai due mollette ai capezzoli già durissimi che spuntavano dal balconcino, e mi imbavagliai prendendo un paio di mutandine in bocca e sigillandola con del cerotto. Infine l’ultima operazione, la più complicata: attorcigliare il polso destro al groviglio di corde che avevo preparato sulla spalliera, in modo che non mi fosse poi troppo semplice liberarmi. La cosa riuscì circa in un quarto d’ora, ma alla perfezione tanto che appena finito quasi mi pentii perché ebbi la sensazione che stavolta non sarei stata capace di sfuggire alle mie stesse legature. Questa stessa sensazione però scatenò in me un’eccitazione se possibile ancora maggiore appena provai a fare dei movimenti per scoprire che ero legata proprio bene, stavolta se volevo liberarmi erano cavoli miei. Ma ci avrei pensato all’alba, ora volevo godermi le indicibili sensazioni che stavo provando. Avevo i capezzoli in fiamme, le mollette erano un dolce tormento quando mi sbattevo un po’ proprio per farle oscillare. Muovendo il bacino all’indietro potevo avvertire come il mio pisellino, costretto nel tanga, avesse già bagnato dei suoi umori l’interno del minuscolo indumento. Cercai di calmarmi per non sborrare, cosa che sarebbe stata un disastro sia per le lenzuola che per il proseguimento del giochino. Ma mi rilassai talmente bene che mi addormentai. Ricordo che stavo sognando di essere prigioniera di due vecchiacci bavosi in una squallida stamberga e che uno dei due mi succhiava i seni mentre l’altro si masturbava strofinando il suo cazzo bagnaticcio su tutto il mio corpo mentre il bavaglio soffocava le mie urla di piacere. A un tratto un rumore che non faceva parte del sogno mi destò di soprassalto: maledizione, mi ero chiusa a chiave, eppure qualcuno stava aprendo la porta! Quello che udivo era un inequivocabile rumore di chiave nella serratura! Ero inerme e mi assalì la disperazione; già mi preparavo a subire chissà quale umiliazione davanti ai miei genitori o zii, e questa volta sarebbe stata irreparabile. Chiusi gli occhi per non guardare, volevo morire. Li tenni chiusi per 30 secondi che parvero un’eternità, era impossibile che chi era entrato non si fosse ancora manifestato. Se poi era mio padre già doveva essere scoppiato un casino. Riaprii gli occhi anche perché chi era entrato non aveva fatto neppure il minimo rumore né detto alcunché. Già avete capito che chi apparve alla mia vista terrorizzata erano Alessio e Giacomo, i miei due cugini. Da quando erano entrati mi stavano osservando in silenzio. Avevano indosso solo i boxer, che non nascondevano l’erezione di due manganelli da togliere il fiato, e con il loro ghigno sarcastico mi salutarono: “Ciao cuginetta. Piaciuta la sorpresa?”. Evidentemente essi possedevano dei doppioni di tutte le chiavi della casa, non c’era altra spiegazione. Fortuna che ero già imbavagliata se no avrei urlato. Invece non trovai di meglio che mettermi a piangere. Alessio si sedette sul letto dicendo: “Ma guarda tu che fighetta nostra cugina!”; e intanto mi palpava pesantemente le cosce e i seni, cui tolse subito le mollette facendomi un male boia. Il fratello rincarò la dose: “Hai ragione, è proprio una bella fighetta, chi se l’aspettava… io quasi quasi me la scoperei tu che dici?”. E l’altro: “E’ solo una troietta, non se li merita due cazzi come i nostri”. “Fai come ti pare, io me la scopo, questa zoccola mi ha fatto arrapare”. “E va bene diamole un po’ di cazzo, così finalmente ne assaggia di quelli veri”. Intanto io continuavo a piangere, ma sempre meno convinta. Alessio fece per togliermi il bavaglio ma Giacomo lo fermò: “Sei scemo? E se si mette a urlare?”. Il fratello con freddezza gli rispose che logicamente non avrei urlato perché mica volevo farmi vedere così da tutto il parentado! Naturalmente il ragionamento non faceva una grinza: non avrei mai urlato, dovevo solo stare attenta a non farlo per il piacere. Quindi mi tolsero il bavaglio, era chiaro che il programmino prevedeva qualche prestazione orale… Ebbi un attimo di delusione quando i due mi slegarono polsi e caviglie dalle sponde del letto, ma era chiaro che se restavo sdraiata non avrebbero potuto divertirsi a piacimento. Fui io che, persa ogni vergogna, chiesi “per favore, legatemi ancora…”. Alessio guardò Giacomo in faccia e gli disse: “Hai capito la maiala…”, ma non furono affatto sorpresi (del resto era così che mi avevano trovata), e stavolta mi legarono i polsi dietro la schiena uniti tra loro, e le caviglie idem. Le caviglie legate mi impedivano di aprire bene le gambe, ma tanto a loro del mio piccolo cazzo non interessava proprio niente. Mi fecero mettere inginocchiata sul letto, in posizione trasversale cosicché uno poteva prendermi dal retro, e uno sul davanti aveva il cazzo proprio davanti alla mia bocca. Quando Giacomo, che era dietro di me, iniziò a salirmi sopra strofinandomi la cappella sulle chiappe, cominciai a mugolare come una cagna e a dimenare il bacino. Ormai volevo godermela tutta, e mi piaceva come i due mi trattassero da troia. Alessio intanto davanti aveva sfoderato la sua notevole mazza e me l’avvicinava sempre di più alle labbra. Io non potevo afferrarla, avendo le mani legate, e lui giocava al Stanotte ti copriamo di sborra e poi da domani ti passiamo a tutti gli amici nostri; dovresti ringraziarci che ti facciamo divertire”. Il bello è che avevano ragione! Erano abilissimi per la loro età, infatti mi portarono al punto che fui io a doverli implorare di fottermi. Giacomo strofinava il suo uccello su tutto il mio culo, mi faceva sentire bene ora la cappella, ora le palle, mentre io continuavo a roteare il sedere. Intanto Alessio avvicinava e allontanava il cazzo dalla mia bocca, facendo in modo che solo allungando la lingua fino a farmi male potessi lambirlo. Andammo avanti così per un quarto d’ora, io non ce la facevo più e crollai supplicando “vi prego non fatemi soffrire, chiavatemi!!!”. Prima di accontentarmi mi fecero ripetere dieci volte “Sono una troiona e voglio i cazzi dei miei cugini”. Lo ripetei con ENORME piacere… Infine si decisero: Alessio mi piantò il suo palo dritto in bocca, tanto che stavo per soffocare. Cominciai a succhiarlo con voracità. Suo fratello minore intanto mi scostava lentamente l’elastico del tanga. Non pensai minimamente al fatto che stavo per perdere la verginità anale, non desideravo altro che sentirmi puttana nelle loro mani e riempita dei loro cazzi. Giacomo non si fece attendere oltre: con un colpo secco e violento mi impalò strappandomi un gridolino che riuscii miracolosamente a soffocare. Finalmente mi ritrovavo con un cazzo in bocca e uno in culo, come la peggiore delle prostitute, e la cosa andava molto al di là dei miei stessi sogni. Giacomo era sopra di me e i suoi colpi aiutavano anche il movimento che dovevo fare per spompinare Alessio. Poi mi slacciò il reggiseno, e cominciò anche a impastarmi le tette mentre mi inculava. Io intanto con l’affare di Alessio in bocca emettevo un mugolio di piacere continuo, ed era molto eccitante nonché abbastanza sommesso da non poter essere udito in altre zone della casa. La scenetta dunque era alquanto piccante: io ero in scarpe coi tacchi, calze, reggicalze e tanga semi scostato, truccata, caviglie legate insieme e polsi legati dietro la schiena, inginocchiata sul letto, con un maschione dietro che mi inculava e mi strizzava i capezzoli, e uno davanti che me lo dava in bocca. I due spingevano come matti e il silenzio era rotto dal loro ansare animalesco. Inutile dire che io godevo senza pudore e mi davo da fare per non deluderli, mettendo a frutto la mia fantasia più che l’esperienza (che non avevo). Si vedeva che i miei cugini avevano una certa intesa e dovevano già aver vissuto situazioni simili, perché pompavano a ritmo crescente di pari passo, e solo dopo una eternità sborrarono assieme, venendo a caldi fiotti uno sul mio fondo schiena e uno impiastrandomi la faccia e i capelli con delle quantità incredibili di sperma. Mi presi un attimo di tregua adagiandomi sui cuscini che avevo sotto la pancia, ma naturalmente non era finita: i due stavano solo scambiandosi i posti. Infatti mi ritrovai faccia a faccia con Giacomo che mi disse: “ora fai una pompa a me e lo prendi nel culo da mio fratello. Non ti preoccupare non siamo stanchi, abbiamo appena cominciato!”. Non chiedevo di meglio!!! I due ricominciarono a ruoli invertiti. Pero’ il cazzo di Alessio era più grosso di quello di Giacomo, inoltre Alessio scopava più violentemente. Mi stava facendo male, o almeno così credevo. In realtà ben presto cominciai a provare un piacere ancor più sublime, grazie ai colpi spietati che Alessio mi infliggeva. Era solo difficilissimo resistere all’impulso di urlare, anzi veramente un urlo non seppi trattenerlo, ma fortunatamente proprio mentre avevo il cazzo di Giacomo spinto fino alla gola, cosicché l’urlo divenne uno dei tanti mugolii di piacere, solo un po’ prolungato. Nel frattempo avevo scoperto che, strofinandomi contro i cuscini, potevo masturbare anche il mio piccolo cazzo costretto nei pochi centimetri quadrati del mio ridottissimo tanga, e così tentare di avere anch’io un orgasmo contemporaneo a quello dei miei due “violentatori”. Non mi preoccupavo più delle lenzuola e delle federe, ormai erano già ridotte un disastro. Me ne sarei occupata domani. Così ripresi a dimenare il bacino ancor di più per ottenere quanto speravo, cosa che fece arrapare maggiormente Alessio che mi stava inculando, e lo fece diventare una vera furia. Oltre tutto era quello dei due che più continuava ad insultarmi: “mignotta… ti spacco… zoccola… godi schiava! Senti che bei cazzoni ti danno i tuoi cugini, vacca…”, e così via. A un certo punto sentii che stavano per sborrare ancora, e accelerai il ritmo dei movimenti del mio culo per venire insieme a loro. Cosa che riuscì perfettamente, con la differenza rispetto a prima che Giacomo volle che io ingoiassi tutto il suo sperma. Accidenti non finiva mai! E anche Alessio mi stava inondando, sentivo gli schizzi arrivarmi fino alle spalle. Io stessa venni copiosamente, e Alessio generosamente mi infilò due dita nel tanga e le offrì alle mie labbra per farmi leccare la mia stessa sborra. Lo feci praticando una specie di pompino a quelle due dita nodose. Anche Giacomo ficcò un dito nel mio tanga pieno di sborra e me ne spalmo’ un po’ sui capezzoli. Dopo un breve attimo di rilassamento, durante il quale i due si scambiavano pareri tipo “niente male la troia”, “si, insomma, credevo peggio…”, mi slegarono solo i polsi, si infilarono i boxer e scapparono salutandomi con quel loro modo odioso di dire “Ciaoooo bellaaa” in atteggiamento da pederasti. Devo dire che furono comprensivi e si portarono dietro le lenzuola per farle sparire. Io ne avevo di ricambio, la zia si sarebbe accorta della mancanza solo dopo delle settimane ma comunque non avrebbe saputo spiegarsela. Ero distrutta, letteralmente sfondata, ancora con le caviglie legate, piena di sborra dappertutto.



