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ago 23 2007

La casa di campagna (parte 2)

Tag: EsperienzeErzulia @ 01:33


La seconda delle sconvolgenti avventure erotiche che la magica casa degli zii mi ha regalato vede per protagonisti Alessio e Giacomo, i miei due cugini di primo grado che all’epoca avevano rispettivamente 23 e 19 anni. Vi ho già sommariamente descritto Alessio e Giacomo, ora lo faccio un po’ più accuratamente: innanzitutto si somigliavano parecchio, la loro struttura fisica era imponente, superavano entrambi il metro e 85, portavano sempre i capelli molto corti ed erano eternamente abbronzati. Non esisteva sport che non praticassero e oltre tutto sgobbavano come muli in campagna. Come se non bastasse avevano anche pieno successo negli studi universitari. Due ragazzoni veramente d’oro, l’orgoglio di loro padre, con un solo difetto: il carattere. Infatti erano fin troppo sicuri di sé, si ritenevano i migliori in tutto e non perdevano occasione di farlo pesare ad esempio a me, che ero bersagliata dai loro scherzi pesantucci e allusivi. I due giravano per casa sempre col vestiario minimo indispensabile, di solito pantaloncini corti e torso nudo o al massimo T-shirt, pavoneggiandosi dei loro corpi perfettamente scolpiti e trovando ogni scusa per esibirsi, ad esempio lasciando la porta del bagno aperta durante la doccia. In casa inoltre era un turbinio di telefonate di ragazze, ragazze che venivano a cercarli di persona, ragazze da tutte le parti che li assediavano rimediando per lo più trattamenti antipaticissimi da parte dei due piccoli tiranni, che sapevano di avere successo con l’altro sesso e ne approfittavano senza ritegno. Cambiavano partner quando gli pareva e non si può certo biasimarli per questo, chi non farebbe altrettanto nella loro situazione? Ma scusatemi per il lungo preambolo, ora passo al racconto. Era ormai da quattro anni che i miei cugini mi bersagliavano di battutine, palpatine e varie amenità, cioè da quando le caratteristiche femminili del mio corpo avevano cominciato a prendere il sopravvento. Mi ero quasi abituata a tutto ciò, non credevo che realmente mai mi avrebbero fatto qualcosa di serio. Quando mi salutavano mi dicevano “Ciaaaooo, cuginettaaaa!” con fare effeminato e mimando con un grottesco ancheggiamento e una vocina flautata. Bisogna dire che non si sono mai permessi di sfottermi davanti agli altri. Altra loro bravata consisteva nel darmi regolarmente una pacca sul sedere quando passavo accanto a uno dei due. Non se ne dimenticavano neppure una volta, era un tormentone. Alle volte per stare allo scherzo io stessa sporgevo il sedere all’infuori molto platealmente e, ricevuta la pacca, scappavo. Allora loro mi minacciavano come sapete: “Attenta cuginetta, stanotte fai molta attenzione alle sorprese che potresti avere…”; ma in realtà in 4 anni non era mai accaduto nulla. Almeno non accadde fino alla notte del mio diciannovesimo compleanno… Avevamo festeggiato, la sera prima. C’erano tutti: i miei genitori, mia sorella, i miei zii e cugini, la zia Pamela, e Laura l’ex baby-sitter. Avevo avuto dei bei regali, avevamo brindato con champagne autentico a volontà tanto che la zia Pamela nel farmi gli auguri mi aveva anche baciato sulle labbra (era un po’ sbronza), erano ormai quasi le 2 del mattino ed ero da circa 1 ora in camera mia in paziente attesa che in casa non si sentisse volare una mosca, segno che tutti si erano addormentati, per dare il via a uno dei miei giochi preferiti, che penso immaginerete. Ecco: erano ormai 10 minuti che non si sentiva più alcun rumore. Potevo agire. Nuda lo ero già, non avevo nemmeno il problema di spogliarmi. Accesi il lume, mi alzai e tirai fuori un nuovo coordinato intimo che mi ero regalata il giorno prima, andandolo a comprare per la prima volta in negozio tra gli sguardi interrogativi delle commesse (dissi che era per un regalo, infatti era vero no?). Questo completino mi faceva letteralmente impazzire, vedendolo in vetrina non avevo saputo desistere dall’acquistarlo: era tutto bianco, di pizzo lavorato semi trasparente, comprendeva un reggicalze, un reggiseno a balconcino, un tanga e vi avevo aggiunto delle fantastiche calze color perla con la fatidica riga dietro. Una favola! Quando ebbi finito di indossare il tutto, credo che anche il maschio più contrario ai rapporti coi travestiti non avrebbe potuto resistere alla voglia di darmi due colpi… Ma non era ancora finita. Era il mio compleanno e volevo essere proprio perfetta. Mi truccai delicatamente con del lucida labbra e un po’ di mascara. Indossai un paio di scarpe rosse, lucide, col tacco di 8 cm che avevo “preso in prestito” da un mobile di mia zia e non mi sarebbe stato difficile rimettere a posto il giorno dopo. Feci qualche passo nella stanza, rendendomi conto che camminavo con una naturalezza come se non avessi portato altro che tacchi alti in vita mia. Allo specchio ero di un seducente pazzesco, un misto tra lussuria e ingenuità, tenerezza e perversione. Il reggiseno a balconcino sosteneva le mie belle tettine che nella penombra apparivano assolutamente femminili, anche per via dei miei capezzoli appuntiti. Le scarpe alte, che indossavo per la prima volta, mi davano un’aria da troiona, assieme al rossetto vermiglio eppure tenue che avevo applicato con la maestria di una cocotte. Ero eccitata da morire, per poco non ebbi un orgasmo solo toccandomi le punte dei seni davanti allo specchio. Ma seppi dominarmi, il meglio doveva ancora venire. Mi adagiai languida sul letto, senza coprirmi naturalmente. Avevo intenzione di legarmi in modo così intricato che avrei dovuto passare la notte a tentare di sciogliermi, per prolungare il mio stato di eccitazione. Feci vari giri di corda attorno a ogni polso e caviglia, poi per prima cosa attaccai le caviglie alla sponda inferiore del letto, una a destra e una a sinistra. Fu facilissimo fare altrettanto con la mano sinistra alla spalliera. Prima di completare l’opera, con la mano ancora libera applicai due mollette ai capezzoli già durissimi che spuntavano dal balconcino, e mi imbavagliai prendendo un paio di mutandine in bocca e sigillandola con del cerotto. Infine l’ultima operazione, la più complicata: attorcigliare il polso destro al groviglio di corde che avevo preparato sulla spalliera, in modo che non mi fosse poi troppo semplice liberarmi. La cosa riuscì circa in un quarto d’ora, ma alla perfezione tanto che appena finito quasi mi pentii perché ebbi la sensazione che stavolta non sarei stata capace di sfuggire alle mie stesse legature. Questa stessa sensazione però scatenò in me un’eccitazione se possibile ancora maggiore appena provai a fare dei movimenti per scoprire che ero legata proprio bene, stavolta se volevo liberarmi erano cavoli miei. Ma ci avrei pensato all’alba, ora volevo godermi le indicibili sensazioni che stavo provando. Avevo i capezzoli in fiamme, le mollette erano un dolce tormento quando mi sbattevo un po’ proprio per farle oscillare. Muovendo il bacino all’indietro potevo avvertire come il mio pisellino, costretto nel tanga, avesse già bagnato dei suoi umori l’interno del minuscolo indumento. Cercai di calmarmi per non sborrare, cosa che sarebbe stata un disastro sia per le lenzuola che per il proseguimento del giochino. Ma mi rilassai talmente bene che mi addormentai. Ricordo che stavo sognando di essere prigioniera di due vecchiacci bavosi in una squallida stamberga e che uno dei due mi succhiava i seni mentre l’altro si masturbava strofinando il suo cazzo bagnaticcio su tutto il mio corpo mentre il bavaglio soffocava le mie urla di piacere. A un tratto un rumore che non faceva parte del sogno mi destò di soprassalto: maledizione, mi ero chiusa a chiave, eppure qualcuno stava aprendo la porta! Quello che udivo era un inequivocabile rumore di chiave nella serratura! Ero inerme e mi assalì la disperazione; già mi preparavo a subire chissà quale umiliazione davanti ai miei genitori o zii, e questa volta sarebbe stata irreparabile. Chiusi gli occhi per non guardare, volevo morire. Li tenni chiusi per 30 secondi che parvero un’eternità, era impossibile che chi era entrato non si fosse ancora manifestato. Se poi era mio padre già doveva essere scoppiato un casino. Riaprii gli occhi anche perché chi era entrato non aveva fatto neppure il minimo rumore né detto alcunché. Già avete capito che chi apparve alla mia vista terrorizzata erano Alessio e Giacomo, i miei due cugini. Da quando erano entrati mi stavano osservando in silenzio. Avevano indosso solo i boxer, che non nascondevano l’erezione di due manganelli da togliere il fiato, e con il loro ghigno sarcastico mi salutarono: “Ciao cuginetta. Piaciuta la sorpresa?”. Evidentemente essi possedevano dei doppioni di tutte le chiavi della casa, non c’era altra spiegazione. Fortuna che ero già imbavagliata se no avrei urlato. Invece non trovai di meglio che mettermi a piangere. Alessio si sedette sul letto dicendo: “Ma guarda tu che fighetta nostra cugina!”; e intanto mi palpava pesantemente le cosce e i seni, cui tolse subito le mollette facendomi un male boia. Il fratello rincarò la dose: “Hai ragione, è proprio una bella fighetta, chi se l’aspettava… io quasi quasi me la scoperei tu che dici?”. E l’altro: “E’ solo una troietta, non se li merita due cazzi come i nostri”. “Fai come ti pare, io me la scopo, questa zoccola mi ha fatto arrapare”. “E va bene diamole un po’ di cazzo, così finalmente ne assaggia di quelli veri”. Intanto io continuavo a piangere, ma sempre meno convinta. Alessio fece per togliermi il bavaglio ma Giacomo lo fermò: “Sei scemo? E se si mette a urlare?”. Il fratello con freddezza gli rispose che logicamente non avrei urlato perché mica volevo farmi vedere così da tutto il parentado! Naturalmente il ragionamento non faceva una grinza: non avrei mai urlato, dovevo solo stare attenta a non farlo per il piacere. Quindi mi tolsero il bavaglio, era chiaro che il programmino prevedeva qualche prestazione orale… Ebbi un attimo di delusione quando i due mi slegarono polsi e caviglie dalle sponde del letto, ma era chiaro che se restavo sdraiata non avrebbero potuto divertirsi a piacimento. Fui io che, persa ogni vergogna, chiesi “per favore, legatemi ancora…”. Alessio guardò Giacomo in faccia e gli disse: “Hai capito la maiala…”, ma non furono affatto sorpresi (del resto era così che mi avevano trovata), e stavolta mi legarono i polsi dietro la schiena uniti tra loro, e le caviglie idem. Le caviglie legate mi impedivano di aprire bene le gambe, ma tanto a loro del mio piccolo cazzo non interessava proprio niente. Mi fecero mettere inginocchiata sul letto, in posizione trasversale cosicché uno poteva prendermi dal retro, e uno sul davanti aveva il cazzo proprio davanti alla mia bocca. Quando Giacomo, che era dietro di me, iniziò a salirmi sopra strofinandomi la cappella sulle chiappe, cominciai a mugolare come una cagna e a dimenare il bacino. Ormai volevo godermela tutta, e mi piaceva come i due mi trattassero da troia. Alessio intanto davanti aveva sfoderato la sua notevole mazza e me l’avvicinava sempre di più alle labbra. Io non potevo afferrarla, avendo le mani legate, e lui giocava al Stanotte ti copriamo di sborra e poi da domani ti passiamo a tutti gli amici nostri; dovresti ringraziarci che ti facciamo divertire”. Il bello è che avevano ragione! Erano abilissimi per la loro età, infatti mi portarono al punto che fui io a doverli implorare di fottermi. Giacomo strofinava il suo uccello su tutto il mio culo, mi faceva sentire bene ora la cappella, ora le palle, mentre io continuavo a roteare il sedere. Intanto Alessio avvicinava e allontanava il cazzo dalla mia bocca, facendo in modo che solo allungando la lingua fino a farmi male potessi lambirlo. Andammo avanti così per un quarto d’ora, io non ce la facevo più e crollai supplicando “vi prego non fatemi soffrire, chiavatemi!!!”. Prima di accontentarmi mi fecero ripetere dieci volte “Sono una troiona e voglio i cazzi dei miei cugini”. Lo ripetei con ENORME piacere… Infine si decisero: Alessio mi piantò il suo palo dritto in bocca, tanto che stavo per soffocare. Cominciai a succhiarlo con voracità. Suo fratello minore intanto mi scostava lentamente l’elastico del tanga. Non pensai minimamente al fatto che stavo per perdere la verginità anale, non desideravo altro che sentirmi puttana nelle loro mani e riempita dei loro cazzi. Giacomo non si fece attendere oltre: con un colpo secco e violento mi impalò strappandomi un gridolino che riuscii miracolosamente a soffocare. Finalmente mi ritrovavo con un cazzo in bocca e uno in culo, come la peggiore delle prostitute, e la cosa andava molto al di là dei miei stessi sogni. Giacomo era sopra di me e i suoi colpi aiutavano anche il movimento che dovevo fare per spompinare Alessio. Poi mi slacciò il reggiseno, e cominciò anche a impastarmi le tette mentre mi inculava. Io intanto con l’affare di Alessio in bocca emettevo un mugolio di piacere continuo, ed era molto eccitante nonché abbastanza sommesso da non poter essere udito in altre zone della casa. La scenetta dunque era alquanto piccante: io ero in scarpe coi tacchi, calze, reggicalze e tanga semi scostato, truccata, caviglie legate insieme e polsi legati dietro la schiena, inginocchiata sul letto, con un maschione dietro che mi inculava e mi strizzava i capezzoli, e uno davanti che me lo dava in bocca. I due spingevano come matti e il silenzio era rotto dal loro ansare animalesco. Inutile dire che io godevo senza pudore e mi davo da fare per non deluderli, mettendo a frutto la mia fantasia più che l’esperienza (che non avevo). Si vedeva che i miei cugini avevano una certa intesa e dovevano già aver vissuto situazioni simili, perché pompavano a ritmo crescente di pari passo, e solo dopo una eternità sborrarono assieme, venendo a caldi fiotti uno sul mio fondo schiena e uno impiastrandomi la faccia e i capelli con delle quantità incredibili di sperma. Mi presi un attimo di tregua adagiandomi sui cuscini che avevo sotto la pancia, ma naturalmente non era finita: i due stavano solo scambiandosi i posti. Infatti mi ritrovai faccia a faccia con Giacomo che mi disse: “ora fai una pompa a me e lo prendi nel culo da mio fratello. Non ti preoccupare non siamo stanchi, abbiamo appena cominciato!”. Non chiedevo di meglio!!! I due ricominciarono a ruoli invertiti. Pero’ il cazzo di Alessio era più grosso di quello di Giacomo, inoltre Alessio scopava più violentemente. Mi stava facendo male, o almeno così credevo. In realtà ben presto cominciai a provare un piacere ancor più sublime, grazie ai colpi spietati che Alessio mi infliggeva. Era solo difficilissimo resistere all’impulso di urlare, anzi veramente un urlo non seppi trattenerlo, ma fortunatamente proprio mentre avevo il cazzo di Giacomo spinto fino alla gola, cosicché l’urlo divenne uno dei tanti mugolii di piacere, solo un po’ prolungato. Nel frattempo avevo scoperto che, strofinandomi contro i cuscini, potevo masturbare anche il mio piccolo cazzo costretto nei pochi centimetri quadrati del mio ridottissimo tanga, e così tentare di avere anch’io un orgasmo contemporaneo a quello dei miei due “violentatori”. Non mi preoccupavo più delle lenzuola e delle federe, ormai erano già ridotte un disastro. Me ne sarei occupata domani. Così ripresi a dimenare il bacino ancor di più per ottenere quanto speravo, cosa che fece arrapare maggiormente Alessio che mi stava inculando, e lo fece diventare una vera furia. Oltre tutto era quello dei due che più continuava ad insultarmi: “mignotta… ti spacco… zoccola… godi schiava! Senti che bei cazzoni ti danno i tuoi cugini, vacca…”, e così via. A un certo punto sentii che stavano per sborrare ancora, e accelerai il ritmo dei movimenti del mio culo per venire insieme a loro. Cosa che riuscì perfettamente, con la differenza rispetto a prima che Giacomo volle che io ingoiassi tutto il suo sperma. Accidenti non finiva mai! E anche Alessio mi stava inondando, sentivo gli schizzi arrivarmi fino alle spalle. Io stessa venni copiosamente, e Alessio generosamente mi infilò due dita nel tanga e le offrì alle mie labbra per farmi leccare la mia stessa sborra. Lo feci praticando una specie di pompino a quelle due dita nodose. Anche Giacomo ficcò un dito nel mio tanga pieno di sborra e me ne spalmo’ un po’ sui capezzoli. Dopo un breve attimo di rilassamento, durante il quale i due si scambiavano pareri tipo “niente male la troia”, “si, insomma, credevo peggio…”, mi slegarono solo i polsi, si infilarono i boxer e scapparono salutandomi con quel loro modo odioso di dire “Ciaoooo bellaaa” in atteggiamento da pederasti. Devo dire che furono comprensivi e si portarono dietro le lenzuola per farle sparire. Io ne avevo di ricambio, la zia si sarebbe accorta della mancanza solo dopo delle settimane ma comunque non avrebbe saputo spiegarsela. Ero distrutta, letteralmente sfondata, ancora con le caviglie legate, piena di sborra dappertutto.

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ago 20 2007

La casa di campagna (parte 1)

Tag: EsperienzeErzulia @ 00:21


L’unica cosa che si notava era quella mia aria un po’ sottomessa e allo stesso tempo effeminata, ma non lo notavano tanto i miei genitori o mia sorella che mi vedevano tutti i giorni. Ci facevano più caso ad esempio i miei due cugini, Alessio e Giacomo, due ragazzoni smaliziati, fisico atletico, eternamente abbronzati, facce da schiaffi, pieni di fighette che li cercavano continuamente, due veri figli di buona donna, anche piuttosto rudi e sfrontati. Mi chiamavano “la loro cuginetta preferita”, per fortuna evitando di farlo quando c’erano i nostri rispettivi parenti. Ormai avevano anche cominciato a minacciarmi che prima o poi mi avrebbero fatto la festa; io rispondevo ingenuamente “In che senso???”, ma sapevo benissimo a cosa si riferivano. Temevo e contemporaneamente aspettavo con ansia quel momento, ma questa e’ una delle prossime storie. Tra l’altro io da qualche anno, cioè da quando ero circa quattordicenne, avevo un problemino: il mio sesso era rimasto di dimensioni minuscole (lo e’ tuttora), ma in compenso mi erano venute due belle tettine proprio da ragazzetta che faticavo sempre piu’ a nascondere, ad esempio al mare tentavo di non togliere mai la maglietta. I miei cugini avevano notato qualcosa, e non perdevano occasione per rifilarmi una palpatina o una pacca sul sedere, col risultato di farmi avvampare regolarmente di vergogna ed eccitazione al tempo stesso, per poi scappare impaurita mentre sghignazzavano. Ma torneremo sull’argomento cugini nella prossima storia. Ora devo raccontarvi quest’altra: allora, già ho detto che avevo ormai 18 anni, e che la casa di campagna dei miei zii ispirava particolarmente le mie fantasie e perversioni. Una notte mi stavo appunto dedicando al mio giochino preferito, ed ero sola in cameretta, così agghindata: calze a rete, reggicalze di pizzo nero, coulottes di seta e pizzo nero, reggiseno a balconcino. Mi rimiravo allo specchio in preda alla libidine più assoluta, mi titillavo i capezzoli attraverso il reggiseno… mi piaceva quando si indurivano come quelli delle attrici che vedevo di nascosto nei film vietati… stavo per andare a dormire, per cui presi le corde con cui avrei voluto legarmi al letto quando mi venne un’idea migliore, molto più audace, certamente dettata dalla straordinaria eccitazione di quella notte. Aprii furtivamente la porta della cameretta e, con passo felpato, scesi dalla scala interna che portava al garage-capanno-rustico. Nessuno mi scoprì. Appena arrivata giù, non mi pareva vero: quell’ambiente pareva fatto apposta per scatenare le fantasie più perverse. Peccato essere da sola e non avere uno spietato aguzzino che prendesse le redini del gioco senza darmi possibilità’ di fuga, ma andava bene anche così. C’erano molte travi di legno a puntellare il soffitto, ne scelsi una e cominciai a legarmi accuratamente. Prima le caviglie, la cosa più semplice a mani libere: ci feci attorno molti giri di corda e molti altri giri attorno alla trave, non volevo avere la possibilità di liberarmi tanto presto. Stesso trattamento pure all’altezza delle ginocchia e del seno. Per rendere la cosa più’ realistica abbassai pure un pochino le spalline del reggiseno e mi applicai una molletta da bucato a un capezzolo. Infine l’ultimo tocco: feci un cerchio legando le estremità di un pezzo di corda di circa due metri, e portandolo con le mani dietro la schiena cominciai a attorcigliarmelo ai polsi finché divenne un groviglio inestricabile, di cui non sarei riuscita a venire a capo tanto facilmente. Per il momento ero legata come forse neanche un esperto padrone sarebbe riuscito a fare. Ero estasiata. Inoltre la cosa stava riuscendo alla perfezione perche’ dai piani superiori non giungeva alcun rumore, segno che tutti dormivano della grossa, e infatti vi tranquillizzerò subito dicendo che comunque in quell’occasione riuscii a portare a termine il mio giochino senza sorprese. Almeno da parte dei parenti, perché una gradita sorpresa invece la ebbi da Billy, il grosso cane lupo! Me ne ero totalmente dimenticata. Billy infatti dormiva proprio in garage, e comparve dal buio facendomi trasalire proprio appena ebbi finito completamente di legarmi. Evidentemente lo avevo svegliato. Non avevo assolutamente paura, Billy mi conosceva da sempre e poi era un cucciolone mansueto e affettuoso. Speravo soltanto che non si mettesse ad abbaiare! Mi venne vicino scodinzolando e subito capii che stavo per vivere qualcosa di veramente speciale. Per un attimo chiusi gli occhi rapita, come per lasciarmi andare a piacere… Per prima cosa inizio’ ad annusarmi, partendo dai piedi velati dalle calze. Mi faceva il solletico. Lo incoraggiavo con tante paroline dolci sottovoce, sperando vivamente che si decidesse a salire un po più in su. Aveva un delizioso alito umido e la punta del naso bagnata. Finalmente alzò un po’ la mira e si mise a annusarmi l’interno delle cosce. Evidentemente cominciava a fiutare l’afrore del mio sesso. Infatti avevo la punta del mio piccolo cazzo bagnata di alcune goccioline di umori. I capezzoli mi erano diventati di marmo, come avrei voluto sentirli lambire dalla lingua rasposa di Billy! Ma il mio seno era decisamente fuori portata dalla bocca del cane, cosa che non faceva altro che ingigantire la mia eccitazione. Ed ecco che Billy si decise finalmente a tirar fuori la lingua: alla prima leccata, sulla coscia destra, per poco non ebbi già un orgasmo. Riuscii a controllarmi, fortunatamente perché il cane cominciò a slinguazzarmi furiosamente sulle gambe facendomi morire di piacere. Lappava a un ritmo indiavolato, respirando affannosamente; lo so che non é possibile, ma io credo che si stesse eccitando anche lui. A un certo punto Billy individuò perfettamente la fonte di quell’afrore che aveva fiutato, così, ergendosi sulle zampe posteriori, e piantandomi quelle anteriori poco sopra le ginocchia, finalmente iniziò a leccarmi sulle mutandine, lì dove la punta bagnata del mio cazzo aveva lasciato una piccola macchiolina umida. Mi sentivo la sua preda, la sua cagna in calore e questa sensazione mi era data anche dalle sue zampe sulle mie gambe, come se volesse tenermi ferma. La lingua del cane era sensazionale, ruvida, calda, bagnata, guizzante… per alcuni momenti riusciva anche a infilarsi all’interno delle ampie coulottes ma purtroppo la scarsa coordinazione e la foga dei movimenti gli facevano perdere la strada. Cercai di resistere il piu’ possibile ma non ci riuscii a lungo: un orgasmo incredibile ben presto mi squassò il cervello, inondando l’interno delle coulottes con un fiume di sborra. Il cane non aspettava che questo: felicissimo, si mise a leccare piu’ furiosamente di prima, attraverso il tessuto, succhiando ogni goccia del prezioso liquido con la voracità di un aspiratore, deciso a non sprecarne neanche un milligrammo. Col risultato di farmi godere una seconda volta in maniera ancora più intensa della precedente. Ora il problema era che Billy non si stancava più, ma io si! Se io avessi goduto ancora, lui non avrebbe smesso di leccare e io sarei nuovamente venuta, praticamente non c’era via d’uscita da questo circolo vizioso. Dovevo tentare di liberarmi mentre lui continuava a leccarmi, senza pensarci se no avrei trascorso lì tutta la notte. Vi assicuro che non fu facile concentrarsi sull’intricato percorso delle corde che stringevano i miei polsi dietro la schiena mentre quella furia assatanata di Billy praticamente mi ciucciava il cazzo. Poiché i nodi erano alquanto complessi, per venirne a capo ci misi più di un’ora, durante la quale le attenzioni di Billy mi procurarono altri due orgasmi violentissimi (e procurarono al cane altro liquido di cui saziarsi e quindi nuovi assalti). Finalmente riuscii a slegarmi, esausta, sudata e con la testa che mi girava, col cane che continuava ad assediarmi. Fosse stato per me non lo avrei lasciato più, ma ormai albeggiava e DOVEVO correre in camera, anche per non abusare troppo della fortuna. Billy dovette accontentarsi di seguirmi fino alla scala, col muso incollato al mio culo, e vedermi sparire definitivamente nel buio. Sono riuscita a ripetere altre volte questo stupendo gioco col cane lupo dei miei zii, ma nessuna delle altre occasioni che mi sono procurata fu sconvolgente come la prima (com’è naturale che sia). Questo è rimasto il grande segreto tra me e Billy, e la mia gratitudine per lui non sarà mai pari allo straordinario piacere che mi ha procurato.

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ago 19 2007

Acqua

Tag: Racconti, Sogni, SurrealiErzulia @ 00:14


Il giorno era appena morto, e Kryn non aveva mai sentito tanto caldo. L’umidita’ si poteva respirare, assaggiare. Muoversi era come camminare nel fango, e anche rimanere fermi non era piu’ piacevole dell’affondare, lentamente, in un mare di sabbia. Si passo’ una mano sulla fronte, ma la ritrasse con fastidio, sfregandola per asciugarla contro la leggera tunica color senape. Cerco’ di concentrarsi sull’incantesimo che giaceva sul tavolo: decifrare la pergamena le avrebbe richiesto buona parte del mese successivo. E non sarebbe stato un lavoro piacevole. Decise che ne aveva avuto abbastanza, per oggi. La maga non aveva fame, ne’ sonno, ma si sentiva stanca e intontita. Odiava quel lavoro. Lo odiava! Avrebbe preferito di certo rischiare la pelle attaccando un wyvern da sola, confrontarsi con gli artigli affilati, sentire il bruciore delle ferite, raccogliere il mana nei chakra e convogliare l’energia verso le dita, fino ad esploderla contro il nemico. Rischiare e vincere. Fu in quell’esatto momento che l’idea la colpi’. Non ebbe il minimo dubbio, e scese con furia nelle sue stanze. Si tolse, si strappo’ la tunica umidiccia di dosso, e contemplo’ per un momento il suo corpo completamente nudo nello specchio. Nonostante le numerose cicatrici, la sua pelle tesa era come la buccia di una mela verde. Liscia, perfetta. Aspra. I muscoli sulle braccia sottili, il ventre piatto, tutto ricordava un arco pronto a scattare. La stanchezza lascio’ presto il posto ad una nuova euforia; sentiva la sua forza, e conosceva bene il suo potere. Le rune di protezione, tatuate ovunque, incominciarono a luccicare. Un bagliore azzurrognolo l’avvolse; i circoli magici pulsavano, avvertendo la tensione. Penso’ di lavarsi, ma era troppo impaziente e decise che non ce ne sarebbe stato bisogno. Con un caldo del genere, poi, sarebbe tornata appiccicosa e umidiccia immediatamente. Indosso’ un abito da cerimonia. Rosso, striato di argento, le aderiva al corpo come un guanto, delineandone il seno e i fianchi. Scendeva fino alle cosce, fermandosi un attimo prima del ginocchio. Raccolse il pugnale, infilandolo nei lacci sotto il petto, dall’interno. Apri’ un cofanetto vicino al letto, ne trasse un ciondolo di ametista incastonata del platino. Lo mise al collo, anch’esso nascosto sotto il vestito. Non le occorreva altro per quella notte. Usci’, e la luna illuminava il vialetto che l’avrebbe portata dalla sua torre al vicino stagno. I rumori notturni, una civetta, grilli tutt’attorno, riempivano l’aria. Un profumo inebriante si alzava dai mughetti che contornavano lo stradello, fino al limitare del bosco. Una ventata d’aria calda la colpi’ e Kryn si scopri’ completamente madida di sudore. Stava quasi correndo, senza accorgersene. Raggiunse il piccolo stagno dopo pochi minuti, ansimando leggermente. Si sedette sulla riva, bagnandosi i piedi con cautela; l’acqua sorgiva era gelata, e le procuro’ un poco di sollievo. Attese, finche’ non recupero’ il normale ritmo di respirazione. Poi si alzo’ in piedi, di scatto. E incomincio’ l’incantesimo. “Kwart Aderach!” Comincio’ la litania, scandita con voce roca, che apriva il Portale. Avvertiva, di fronte a lei nel centro dello stagno, l’aria addensarsi. Man mano che procedeva nella magia, sembrava che gli oggetti al di la’ dello stagno fossero dietro ad una nuvola di vapore o di fumo, sfocati, danzanti. D’un tratto, senti’ che l’incantesimo richiedeva forza, piu’ energia. Gliela forni’ con rabbia, sfogandosi finalmente. Perse di poco l’equilibrio, ma si affretto’ a riprendere il flusso che emanava dai palmi delle sue mani, per raddrizzarlo. Era come tenere le redini di un cavallo per niente addestrato. Finalmente, l’acqua comincio’ a ribollire, a gonfiarsi. Dalla protuberanza, che si innalzava violentemente dalla superficie, si delinearono due braccia, il doppio piu’ grosse di quelle di qualsiasi guerrriero. Il resto del corpo si stampo’ di colpo sulla massa d’acqua, un viso spigoloso, come scolpito nel ghiaccio. Lineamenti duri. I pettorali erano piu’ ampi di una mano di Kryn, e il collo di toro era segnato da fasci di muscoli. Il corpo dell’elementale d’acqua compariva dallo stagno solo a partire dal torso. “Come hai osato?”, urlo’ con una voce bassa, potente che echeggio’ nel bosco. Kryn aveva di fronte a se’ uno degli esseri piu’ pericolosi per un’incantatrice evocativa, anche se ben addestrata ed esperta: pochi fra i suoi colleghi, anche se in pericolo, avrebbero osato strapparne uno dal suo piano esistenziale e portarlo sulla terra. Nessuno di loro lo avrebbe fatto per sfida. L’elementale, fin dal primo istante, obbediva al suo evocatore. E fin dal primo istante lottava per sottrarsi al suo controllo. Per un essere del suo potere, un padrone assoluto nel suo universo di nascita, essere sotto il controllo di altri era inconcepibile. Kryn poteva avvertirne la furia fin dai cinque metri che li separavano. Si scaglio’ contro di lei in un istante. Un getto d’acqua, centinaia di litri, si diresse verso di lei, per ucciderla. Ebbe appena il tempo di proteggersi recitando l’ultima parola di un incantesimo che manteneva in sospeso. Urlo’ mentre vedeva la morte correre verso di lei: “Rach!” Un immenso blocco di granito piombo’ tra lei e l’elementale. Il boato fu assordante. La pietra, pesante molte tonnellate, si disintegro’ in tanti piccoli pezzi appuntiti, scagliati tutto attorno. Alcuni la raggiunsero, ma bastarono le rune sul suo corpo a respingerli. Anche l’acqua si disperse in milioni di schizzi, che la spruzzarono come piccoli aghi. Recupero’ la concentrazione subito dopo, e gli ordino’ di fermarsi. L’elementale si blocco’ immediatamente. Se mai avesse avuto modo di coglierla impreparata, si sarebbe scrollato l’incantesimo di controllo di dosso come uno straccio, e l’avrebbe uccisa. All’istante, squartandola. Aveva visto un mago morire cosi’, una volta, e non era stata una bella esperienza. Per ora, l’aveva solo messa alla prova. Kryn sorrise, mantenendo la concentrazione. Lui, sebbene un essere fatto d’acqua proveniente da un mondo liquido, ne capi’ lo spirito e l’apprezzo’, come si apprezza solo un buon nemico. L’elementale incrocio’ le braccia, in attesa. Kryn lo guardo’ per un attimo, facendo una cosa che nessun evocatore aveva mai fatto alla creatura chiamata. Lentamente, comincio’ a spogliarsi. Tenne addosso solo l’amuleto e strinse nella mano destra il pugnale, sguainato. Lascio’ cadere l’abito e si diresse, completamente nuda, verso il laghetto. L’elementale ebbe un fremito, vedendo il suo nemico avvicinarsi. Ma Kryn manteneva il controllo. Quando mise un piede nell’acqua gelata, l’elementale si scosse come se fosse stato colpito. Un corpo nudo, per quanto fantastico e felino come quello di Kryn, non aveva alcun effetto su di lui. Il contatto: questa era una sensazione completamente nuova. L’elementale era tutta l’acqua dello stagno e fece l’atto di sottrarsi. L’acqua si gonfiava, ritraendosi dalle sue caviglie, dalle sue gambe. Non era a suo agio. Kryn avverti’ la tensione, ma procedette, fino a trovarsi di fronte all’ essere, altro piu’ di due metri. Era immersa nell’acqua fino alla cintola e guardava verso l’alto, verso i suoi occhi di ghiaccio verde, furiosi. Lo fisso’, lo trattenne. Gli intimo’ di nuovo di obbedirle. L’acqua, attorno, comincio’ a ribollire, pur rimanendo freddissima. Kryn non sentiva il freddo, sotto allo sforzo della concentrazione, ben sapendo i rischi che correva. Ma la sua pelle era intirizzita. Sollevo’ il pugnale, e lo mostro’ all’essere. Lo avvicino’ al polso sinistro, e vi striscio’ la lama d’acciaio, affilata piu’ di un rasoio. Avverti’ il bruciore e il sangue comparve come dal nulla. La ferita si copri’ presto di rosso vivo. Riporto’ lo sguardo sull’elementale, che aveva intanto allentato la tensione: non lottava quasi piu’. Guardava il braccio, fissandolo come fosse di fuoco. Quando il sangue flui’ a sufficienza, e scorrendo attorno al polso gocciolo’ in acqua, l’elementale sussulto’. Chiuse gli occhi, come assorto; quando li riapri’, il suo sguardo era cambiato. Kryn rilascio’ il legame. Forse, ora, lui l’avrebbe uccisa, ma non c’era altro modo di ottenere quello che voleva: il suo istinto l’aveva portata fin li’ e l’aveva messa nelle mani di quel padrone di mondi, vecchio e potente. Avverti’ che qualcosa le stava risalendo lungo il fianco sinistro, lentamente. Serpeggio’, provocandole un sussulto, sulla pelle sensibile della vita, dirigendosi verso la spalla. L’acqua percorse il braccio, la senti’, fino alla ferita. Apri’ gli occhi, e vide che era il braccio destro di lui, come disciolto, ad accarezzarla. Poi l’acqua si diresse sul collo, come un bacio, indugiando sotto il mento, fino alla bocca. D’un tratto spari’, e la maga avverti’ solo qualche goccia, sulle labbra. Capi’ che non doveva muoversi, non ancora. L’acqua la risali’ cosi’ come prima le era rimasta lontana: in principio le caviglie, poi sempre piu’ veloce sulle gambe, a spirali strettissime attorno alle cosce, fino ai fianchi, la vita, e su ancora, sollevandole il seno, fino a sommergerla completamente. In pochi secondi, Kryn si era trovata separata da quel mondo fatto d’aria, di vento, di terra, di odori, di suoni. Ora c’era solo l’acqua. Il suo amuleto le permetteva di respirare, di sopravvivere in quell’abbraccio avvolgente e totale. Si rese conto che stava toccando solo lui, respirando lui, che lui era tutto il suo mondo, adesso. Questo pensiero, piu’ delle carezze, le permise di abbandonarsi. Si senti’ galleggiare, trasportata in quel blu cupo e denso, tinto a macchie della luce della luna. Sentiva il retrogusto del sapore del suo stesso sangue, che ancora fluiva debolmente. Si senti’ riscaldare, lasciando indietro la tensione e l’insoddisfazione accumulata in mesi di lavoro. Kryn avverti’ come un piccolo brivido percorrerle il corpo, una corrente alla quale il suo corpo reagi’ volentieri. Ormai la sua mente era annebbiata, le cose che accadevano erano lentissime, impastate. I suoi sensi erano saturi di sensazioni, e ignoravano di proposito il mondo reale. Il silenzio totale dell’acqua favoriva questa chiaroveggenza. Non reagiva alle onde leggere che la sfioravano su tutto il corpo, inaspettate; le sembro’ un sogno di piena notte. L’elementale senti’ il liquido che nasceva dentro alla ragazza. Lo assaporo’, sentendone il profumo nuovissimo. Lui, che aveva partecipato di infiniti fluidi, ne aveva appena scoperto uno sconosciuto, intenso, agrodolce. La sensazione lo fece impazzire. L’acqua la strinse, sollevandola. Kryn avverti’ un piccolo impatto che le schiaccio’ un poco il seno. Come un’onda, risaliva partendo dalle ginocchia fino al bacino, dove invece di infrangersi si disperdeva in mille rivoli, strisciando all’interno delle coscie, sulle natiche, attorno all’ombelico, separando e richiudendo le grandi labbra. Ancora e ancora, a tratti aritmica e intensa, altrimenti lieve e regolare l’onda arrivava sempre piu’ in alto, lambendole il ventre, vorticando attorno ai capezzoli, insinuandosi dietro alle orecchie. Vedeva solo l’acqua che ribolliva, e i suoi capelli che la circondavano danzando. Kryn prese a muoversi, accogliendo quelle carezze con tutto il corpo. Apriva e chiudeva le gambe, spostando appena il bacino verso l’alto o verso il basso, per prolungarne il piacere. La sua eccitazione aumentava, e l’elementale ne partecipava sentendo nella sua mente cio’ di cui aveva bisogno, ricambiato dal nettare che scorreva sempre piu’ copioso. La ragazza sentiva la sua forza nella tensione dell’acqua tutto attorno, il suo controllo completo di ogni particella. Apri’ la bocca e lui vi entro’, giocando con la lingua, solleticandole il palato. Le carezze intanto si erano fatte piu’ audaci, piu’ profonde. Migliaia di calde bolle di vapore nacquero da una sorgente termale sotto di lei rompendosi contro la sua pelle, come un respiro. Il massaggio creo’ una spirale che le circondo’ la gamba destra, e la vide infittirsi di bolle sempre piu’ piccole e numerose fino al pube. La pressione delle bolle aumento’. La sensazione era intensissima, quasi bruciante. Il vortice che tormentava il clitoride era insopportabile, il suo desiderio aveva raggiunto il limite, una molla carica fino a spezzarsi. L’onda entro’ in lei, di colpo. Kryn spalanco’ gli occhi, e la senti’ infrangersi sul fondo. La risacca, fortissima, risucchiava via l’acqua dall’interno, come facendo il vuoto. Non sentiva quasi piu’ il seno compresso, sollevato, la nuca accarezzata dolcemente, la lingua che rispondeva ai mille mulinelli. Come una musica fortissima che copriva tutti gli altri strumenti, adesso sentiva solo quei colpi tra le sue gambe, sempre piu’ veloci. Avverti’ una contrazione partire dal ventre. Violentemente strinse, aspettandosi di non trovare resistenza. Kryn senti’ improvvisamente qualcosa di solido dentro di lei. Non era piu’ la pressione intensa ma cedevole dell’acqua. Adesso era un corpo rigido, fermo, che contrastava la sua stretta riempiendola di piacere. Vide una forma di ghiaccio allungata, enorme, nodosa uscire e entrare lentamente. Kryn si senti’ impazzire. Ormai non vedeva piu’ niente, riusciva solo a scuotersi per attirarlo o respingerlo, per partecipare del ritmo. L’acqua intorno era un turbine velocissimo e violento. Lui prese a vibrare, impercettibilmente, quindi piu’ forte, sempre continuando a penetrarla. Si fece piu’ veloce, si ritrasse, lasciandola sola per un istante e poi tornando inatteso. La frequenza dei colpi aumento’ ancora. La ragazza sentiva il clitoride rigido ed eretto, accarezzato dalla corrente. Alla fine lei esplose, il suo corpo completamente percorso da onde di piacere, infinite, che lo percorrevano rincorrendosi. L’orgasmo duro’ moltissimo, aiutato dai colpi che continuavano ad arrivare, adesso ben scanditi, energici. Continuo’ per molto tempo, assaporando ancora quello stillicidio di piacere, la marea che la risaliva. Stava ormai godendo con tutto il corpo, pienamente. Lui rallento’ e si fermo’ con delicatezza. La cullo’ ancora accarezzandola con una pioggia finissima, scivolando gocce nella bocca semiaperta. La tenne cosi’, facendola galleggiare dentro di lui. Alla fine la sollevo’ dallo stagno e l’appoggio’ sulla riva. Kryn lo vide affondare di nuovo, senza dire nulla. La magia, lo sentiva, aveva esaurito il suo effetto e il suo amante torno’ per sempre nel proprio mondo. Lo stagno era ormai semplice acqua, dimentico della vita che l’aveva animata. Giocherellando col ricordo di quella notte pazza, la maga si mise in cammino.

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