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Sembrava che un destino accompagnasse quell’angelo vendicatore. Anche questa volta, mentre lei iniziava a librarsi nell’aria sotto la spinta dei motori del potente Douglas, Y emise il suo ultimo rantolo e piombò nel buio che prelude alla morte.
Il cielo di Milano era plumbeo, come un presagio di morte, quando il jet vi atterrò.
Mentre le due stupende femmine davano mostra delle loro cosce favolose ad un tavolo del bar dell’aeroporto, in compagnia dell’investigatore, un diluvio d’acqua prese a scendere dal cielo, intercalato da squarci di luce e dal fragore roboante dei tuoni.
L’uomo aveva consegnato una busta a Irene: “Qui ci sono tutti gli indirizzi che le servono e foto per riconoscere le persone. L’ultimo nome che mi ha chiesto di rintracciare fa il tassista e non si è mai sposato. Vive in uno squallido monolocale e passa il tempo andando a pescare.
Secondo gli accordi ora agirà da sola. Ci siamo già coinvolti oltre i limiti del lecito. Ha la fortuna di essere piaciuta alla mia segretaria e lei si approfitta di me.
Le lascio sempre fare ciò che vuole. Ora, però, Simona alloggerà all’Hotel Duomo e lei gli telefonerà ogni sera tra le 20 e le 22. Se non avrà sue notizie, telefonerà a me a Bruxelles, dove devo tornare per completare un incarico assegnatomi dal governo del posto. Questa è tutta la copertura che forniremo d’ora in avanti. Comunque, anch’io sono andato oltre il mio incarico: nella busta troverà una cassetta. L’ho ottenuta riversandovi un vecchio filmato in super8.”
Irene sorrise: “Avete fatto un ottimo lavoro. Siete sicuri che le persone siano quelle giuste? Non vorrei coinvolgere degli innocenti.”
Fu Simona che rispose: “Stai tranquilla, l’agenzia D’Arc non comunica mai informazioni se non è sicura al 100%. Aspetto tue notizie e… ti ringrazio. È stato molto eccitante lavorare con te!”
L’uomo e la donna si allontanarono e lei li vide fermarsi un momento per abbracciarsi e baciarsi, prima che lui imboccasse il corridoio verso i voli internazionali. Poi anche Simona scomparve e, per la prima volta dall’inizio di quell’avventura, fu sola.
Gianni aveva 34 anni e una vita triste dietro le spalle, quella di chi ha preso solo calci in faccia dalla vita. Ora era lì, nell’ufficio della compagnia di taxi, stupito per quella convocazione urgente.
Aldo, col suo pancione e l’eterno sigaro spento in bocca, lo squadrava da dietro la sua scrivania ingombra di foglietti: “In trent’anni di lavoro è la prima volta che mi capita una faccenda del genere. Questa signora, che fra parentesi è uno schianto di femmina, è terribilmente ricca ed insiste ad avere un tassista come autista durante la sua permanenza a Milano. Le ho ricordato che esistono agenzie specializzate, ma non sente storie e mi ha offerto, per la compagnia e per te, una cifra da capogiro. È sicuramente un capriccio da ricchi, ma te guadagni in una settimana quanto in un anno! Solo che ti vuole a disposizione giorno e notte. Mi ha chiesto l’elenco degli scapoli e, quando sono arrivato a descrivere te, si è fissata che sei la persona adatta. Vuole te o niente. So che tieni alla tua privacy, ma pensa anche alla compagnia! Accontentala per una settimana e sarai pieno di soldi e con la nostra riconoscenza. Puoi chiedermi, per un anno, i turni e i permessi che vuoi! Te lo metto per scritto.”
In genere Gianni non amava i soldi, non sapendo come spenderli. Però sognava da anni di andare a pescare i salmoni in Canada. Poteva essere l’occasione di avere soldi e permessi sul lavoro per realizzare quel sogno. Doveva solo sacrificare la sua amata solitudine per qualche giorno: “Mi hai convinto, ma a primavera voglio un mese di ferie.”
“Affare fatto! Le telefono e la raggiungi all’agenzia Hertz, dove ti attende per
scegliere l’auto da noleggiare.”
Arrivato di fronte alla Hertz, la riconobbe immediatamente, prima di sapere che era lei. Non furono soltanto il suo corpo e le sue gambe slanciate a colpirlo. Fu il suo sguardo e il suo volto. Una morsa gli serrò lo stomaco ed avrebbe voluto fuggire nella sua tranquillità. Anche Irene lo vide e lo riconobbe dalla foto che teneva in mano. Già in quella carta lustra era un bel ragazzo, ma quello sguardo triste e profondo davanti a se…. Si sentì sconvolta fin nelle viscere.
Non sapevano che 18 anni prima, in quella stessa città, un uomo ed una donna si erano guardati nello stesso modo.
Si presentarono incerti, presi dai turbamenti delle loro menti. Scelsero una Volvo blu e partirono.
Ogni volta che Gianni trovava i suoi occhi nello specchietto retrovisore, ne restava turbato. Avrebbe voluto andare via, Non gli piaceva essere irretito da quella donna ricca e viziata, ma allo stesso tempo l’attrazione era troppo forte per permettergli di fuggire.
Arrivarono all’albergo dove Irene alloggiava. Lui avrebbe dormito lì le prossime notti, in una camera attigua, per rimanere a disposizione. Seduti al tavolo del ristorante dell’albergo, finalmente scambiarono alcune parole tra loro: “Posso chiederle perché ha voluto un tassista anziché un autista professionista?”
Irene sorrise in modo affascinante: “Amo la notte e i tassisti sono l’anima dell’oscurità, coloro che tutto vedono ed osservano.”
“Che cosa cerca? Emozioni?”
“Vuoi rovinare il mistero ad una donna? Non si ruba il fascino di una signora!”
I suoi occhi brillavano di malizia, si era accorta che l’uomo provava una forte attrazione per lei e la cosa le piaceva molto.
“Ha qualche programma per stasera?”
“Si. Voglio che tu mi accompagni in via xxxxxx, e che mi attenda fino a che non torno.”
Irene lasciò Gianni ad attenderla in un bar, poi si recò a piedi un paio di isolati più avanti. Entrò in un bar e ordinò un caffè, quindi si sedette ad un tavolo, accanto all’ampia vetrata che dava sulla strada. Era sabato e, se le informazioni erano giuste, tra poco l’uomo sarebbe arrivato.
Ebbe appena il tempo di terminare la sua sigaretta, che un anziano signore passò a fianco della vetrina. Lo riconobbe subito. Aveva già pagato e, immediatamente, uscì.
Come già sapeva, l’uomo stava per entrare in un cinema a luci rosse poco più avanti.
Velocemente lo raggiunse e lo fermò: “Mi scusi” Era abile nel fingersi imbarazzata, del resto non fissarlo dritto negli occhi faceva parte della recita e la rendeva più semplice “io… sono curiosa di vedere questo film… ma ho paura ad entrare da sola. Lei… mi sembra così distinto! Mi farebbe entrare e sedere con lei?”
Forse la sua natura sospettosa di ex poliziotto gli fece intuire qualcosa di troppo insolito, ma uno sguardo alle gambe fasciate dalle calze, così belle ed abbondantemente scoperte, al maglione che le rendeva sottile la vita, all’esplosione dei seni e al volto giovane e seducente, gli aprirono un sorriso sul volto e fecero passare nei suoi occhi un lampo di lussuria: “Certamente, ha ragione a cercare compagnia. Una donna bella e sola può fare brutti incontri.”
“Le spiace se metto gli occhiali scuri fino a che siamo dentro? Mi vergogno un poco.”
“Si figuri! Faccia pure.”
Una volta sorpassati gli occhi curiosi della cassiera e della maschera, entrarono nella sala scura e lei si sedette in cima ad una fila, col vecchio accanto, come a farsi proteggere da altri, ma in realtà solo da testimoni. Sullo schermo iniziarono a scorrere le immagini di un donna e di un uomo che, presto, si ritrovarono nudi, con lei impegnata a succhiare con passione il suo pene.
L’ex poliziotto si avvicinò al suo orecchio: “Se lasci che ti carezzi la coscia riuscirai ad immedesimarti meglio.” E in contemporanea, senza attendere risposta, la sua mano si posò subito sopra al suo ginocchio.
Lei allargò leggermente le gambe e, a quel segnale, la mano risalì lentamente palpandola con vigore, come se dovesse impastare del pane. Quando giunse a ridosso delle sue mutandine, la dove terminavano le calze e la pelle era nuda, l’uomo si agitò e lei capì che era fortemente eccitato. Un attimo dopo la sua bocca le si avvicinava all’orecchio: “Potresti ricambiare la cortesia!”
“Scusami.” Ed allungò la mano. Trovò tra le dita della carne turgida e calda, viscida di eccitazione in punta. Non si agitava solo in preda ai sensi! Si era già estratto il pene dai pantaloni. Per un poco lo masturbò lentamente, mentre le dita tozze, scostatele le mutandine, frugavano dentro di lei. Poi si chinò su di lui e prese in bocca il suo pene, ben tosto per un uomo di oltre sessant’anni. Era mezzo di umori viscidi, come una lumaca. Mentre lo succhiava pensò che, se non fosse stata eccitata da ciò che stava per compiere, lo avrebbe trovato ripugnante.
Non vista estrasse una siringa dalla borsetta. Attese che l’uomo le eiaculasse in bocca, poi alzò la testa e, dopo aver inghiottito il suo sperma, gli sussurrò: “Ricordi Carli, l’agente che hai lasciato uccidere?” Lo baciò, affinché l’uomo non parlasse mentre l’ago penetrava nelle sue carni e la micidiale tossina fece rapidamente il suo effetto.
Seguì le mosse del vecchio poliziotto, che, sussultando e portandosi la mano al petto, spalancò la bocca a cercare quell’ossigeno che più non arrivava al suo corpo e si accasciò contro lo schienale, reclinando la testa come se si fosse addormentato. Un collasso cardiaco: questo l’effetto del veleno che difficilmente sarebbe stato rintracciato, specialmente coi pochi dubbi dati da una piccola puntura invisibile contro la grossa emozione intuibile dall’uccello esposto e che aveva appena esploso il suo orgasmo.
Calma si alzò ed escì, avviandosi al bar dove l’attendeva Gianni. La sua ombra, creata dai lampioni, si stagliava sinistra lungo le mura percorse. La eccitava far godere quegli uomini prima di dargli la morte, a ricordare loro le gioie cui l’ultimo sonno li strappava.
Arrivata davanti a Gianni sorrise. Aveva voglia di sedurre quell’uomo, di gioire in un letto tra le sue braccia a calmare gli umori che pervadevano il suo sesso dalle nervature accese, vogliose di essere soddisfatte.
Mai era stata così sfacciata e non credeva di esserne capace, invece ostentava le sue gambe mentre saliva in auto e le spalancò nello scendervi, guardandolo con occhi invitanti. Il suo sforzo di restare impassibile la eccitava ancora di più, facendola giungere a limiti estremi. Lo invitò a farle compagnia in camera, “per parlare un po’ e conoscersi meglio.” E la sua voce indugiò sugli ultimi due vocaboli.
Mentre Gianni parlava di se, lei si spogliava, dandogli le spalle di fronte all’anta aperta dell’armadio. Quando iniziò a calarsi le mutandine, indossando ancora le calze, la voce di lui si fermò. Lei si chinò in avanti per farle scivolare via dalla gamba sinistra e poi dalla destra, sapendo per certo di mostrare, nella posizione e nel movimento, il suo sesso all’uomo, la dove finiscono le natiche e si aprono le cosce.
Quando tornò eretta, due mani le afferrarono i seni e una bocca le cercò il lobo dell’orecchio, mentre la stoffa rude, contro i glutei, le fece sentire l’eccitazione a cui l’aveva portato.
Ruotò e si avvinghiarono in un bacio. Con foga lui la trascinò al letto e, aiutato da lei, si spogliò. Poi fu la fusione dei loro corpi, pelle contro pelle, col sesso dell’uomo che sprofondava lentamente nel suo ad unirli internamente.
La sua eccitazione era parossistica e godette tre volte, vibrando e contorcendosi, prima che lui la riempisse del suo sperma. Si addormentò felice come una bambina, serrata nuda tra le sue braccia e col pene di lui che teneva serrato, dandogli le spalle, nel solco dei suoi glutei, confortevole e calda presenza che le dava un senso di sicurezza, come se quella virilità la proteggesse.
La mattina successiva, Gianni rimase interdetto. Lei si alzò, dopo avergli dato un bacio dolcissimo ed una carezza affettuosa al pene, e riprese a parlare ed agire come la padrona che si rivolge al domestico, tanto ché lui riprese a dargli del lei, nonostante che lei lo chiamasse per nome.
Tutta la giornata trascorse così, con poche e formali parole, mentre lui ammirava di nascosto il suo corpo e la portava a visitare la città. Tutto cambiò al termine della cena.
“Cosa desidera fare stasera?”
“Vorrei andare a passare la serata ad un locale di cui mi hanno parlato. Il Yyyyy.”
Gianni la squadrò, inarcando le sopracciglia: “Lo sa che si tratta di un locale equivoco?”
Lei lo guardò sorridendo, tenendo il mento poggiato sulle dita incrociate delle mani, le braccia puntellate coi gomiti sul tavolo: “Certo. Voglio passare una sera diversa e… poi ho te come guardia del corpo.”
Irene era splendida. Il suo corpo, esaltato dai vestiti che indossava, era impreziosito da splendenti orecchini e da una collana d’oro bianco e piccoli diamanti che risaltavano sulla pelle abbronzata contornata dai capelli scuri.
Arrivati al locale entrarono e, con una forte mancia, lei si assicurò un tavolo in prima fila, proprio a ridosso del piccolo palcoscenico tondo. Per quanto equivoco, il locale cercava di presentarsi in modo raffinato, adatto ad una clientela di lusso.
Un buon sistema di ventilazione manteneva l’aria respirabile, nonostante la presenza di molti fumatori. Le luci soffuse avevano un discreto fascino.
In quel momento, sul palco, si svolgeva uno strip-tease illuminato da due riflettori di colore diverso. La donna, che si sosteneva ad una pertica, era spogliata da un maschio atletico e muscoloso, con solo uno slip indosso a risaltarne la virilità nascosta.
Irene non fece bando alle spese ed ordinò un’intera bottiglia di Champagne. Furono serviti da una cameriera il cui abbigliamento era costituito da un grembiule bianco e trinato, simile alla cuffia che portava in capo, e da calze auto reggenti bianche, come le scarpe a spillo che aveva ai piedi. Dietro era coperta solo dal laccio del grembiule e dal sottile filo di un tanga.
Gianni non poté evitare di guardare quel seno sodo, appena vibrante e perfetto, dalle aureole chiare e grandissime, quasi sproporzionate anche per quelle colline così abbondanti.
Lo spettacolo successivo fu quasi allucinante. Sul palco fu portato un letto che, per mezzo di tiranti, oscillava nelle varie direzioni. Sopra era distesa una donna bionda, dal corpo pieno e fortemente erotico. Si teneva a pancia in su, le gambe aperte come sul lettino di un ginecologo e il bacino rialzato grazie ad uno spesso cuscino. Un altro la aiutava a tenere il capo sollevato. Teneva sospese sul suo sesso tre enormi palline nere, unite da un filo e distanziate tra loro, grandi forse come palle da biliardo.
Mentre le reggeva, con l’altra mano vi versava dell’olio da un’ampolla. Quindi le strusciò tra le mani, rendendole lucide, prima di rincorrere con una mano l’olio caduto su di se per ungersi, con mosse lascive, il sesso e il solco, insistendo particolarmente con l’ano.
Pose una palla sullo sfintere e, premendo con forza e con entrambe le mani, fece entrare quella palla nell’ano, mentre una smorfia le contraeva il volto. Gianni si chiese quanto allenamento ci volesse per arrivare a quel risultato. La donna continuò fino alla terza sfera che, trovando ingombro il suo intestino, faticò ad essere accolta interamente. Rimase un occhio nero, tra le sue chiappe, da cui sporgeva un filo bianco.
La donna ruotò e, postasi a pecorina, iniziò a spingere come per defecare. Affascinati vedevano la sfera cercare di farsi largo, disegnando la perfetta rotondità dello sfintere su quella boccia nera.
Più volte spinse e smise, ripetendo quella visione. Poi giunse un uomo, abbigliato come il precedente, che prese il filo in mano. Tirò lentamente e, tra le chiappe che lei teneva divaricate, la carne si rialzò a formare un vulcano, che infine erutto quella palla lucida. Il gioco si ripeté con le tre sfere successive tra gli sguardi assorti dei presenti.
Anche gli spettacoli successivi furono all’altezza, e si conclusero con una ragazza che giocava con un pitone.
Al ritorno Irene era eccitata e stuzzicava Gianni, che guidava con aria scocciata.
Stanco, svoltò in un vialetto deserto ed inchiodò l’auto. Scese ed aprì la sua portiera.
Lei lo stuzzicò leccandosi sensualmente le labbra e lui la trasse fuori con violenza, per un polso, le sollevò la corta gonna e le strappò via le mutandine; quindi la girò e la spinse dentro a pancia in giù. Un attimo dopo le era sopra, con i pantaloni abbassati, che cercava il suo sfintere. Non appena lo trovò, con due spinte ben assestate, le penetrò il culo. Avrebbe voluto sentirla strillare, ma lei gemeva più di piacere che di dolore e lui iniziò ad insultarla, mentre la squassava con i colpi più violenti che riusciva ad infliggere dentro il suo intestino: “Sei una puttana! Una zozza viziosa! Te meriti di essere trattata solo così, come un oggetto!”
Sentì che i suoi insulti, diversamente dai suoi gesti, iniziarono a far presa. Quando venne in lei con rabbia e si estrasse dallo sfintere slargato, Irene stava piangendo.
Fu preso da un momento di tenerezza ed estrasse un fazzoletto. Lo pose tra le sue natiche, per non farla sporcare e l’aiutò a tirarsi giù la gonna prima di sedersi. Poi, sempre in silenzio, si pose alla guida e ripartì.
Irene vide una macchinetta per foto automatiche e disse a Gianni di fermarsi. Era una di quelle macchinette che a scelta fanno quattro foto da tessera o una grande come le quattro messe assieme. Scelse quest’ultima e si fece una foto. Fumò impaziente, passeggiando avanti e indietro davanti al piccolo abitacolo, mentre Gianni attendeva silenzioso nell’auto. Quando la foto uscì, rientrò in auto e la porse all’autista: “Ora vedi solo un volto che conosci. Forse la strapperesti in questo momento, ma conservala. Può darsi che un giorno non ti ricordi un volto o una depravata piena di vizi, ma una donna coi suoi drammi e i suoi sentimenti.”
Gianni aprì il portafogli e ve la ripose, quasi distrattamente: “Scusami per prima.
Neanche te conosci i miei drammi e i miei ricordi. Te vedi dei corpi in preda agli orgasmi, mentre io, talvolta, vi scorgo delle tragedie dipinte su volti che fingono di godere. Comunque, se mi vuoi licenziare, non hai che da dirlo.”
“Tu non puoi immaginare quanto mi sei indispensabile.”
Detto questo tacque ed arrivarono silenziosi all’albergo.
Gianni non riuscì a comprendere come mai volle che lui dormisse nel suo letto, tenendola abbracciata, né perché lui accettò. Gli ci volle molto per addormentarsi, guardando quel volto ora angelico nel sonno, mentre qualche ora prima l’aveva visto demoniaco. Comunque, da quel momento, tornarono a darsi entrambi del tu.
Un’altra cosa non riuscì a capire: perché volle tornare immediatamente, la sera successiva, in quel locale.
Lei ostentò le sue voglie con lascivia, carezzandogli spudoratamente la patta dei pantaloni e senza curarsi di nasconderlo, così come ostentò il suo denaro con ordinazioni e mance.
Presto arrivò il proprietario in persona, un cinquantenne viscido e impomatato, tipico criminale arricchito: “Vedo che la signora gradisce il nostro locale ed è tornata a trovarci.”
Irene lo guardò, le gambe accavallate ed esibite in modo osceno, il volto provocante:
“Si, dato che nn c’è di meglio. Mi ha parlato di voi un amico, il signor LLLL. Però me lo aveva descritto meglio di come l’ho trovato.”
Il proprietario esibì tutta la sua falsa dentatura in un sorriso: “Ah! Il carissimo sig. LLLL! La prego di porgergli i miei omaggi quando lo vede, sono due anni che non ho il piacere di riceverlo. Comunque, basta che lei mi dica se preferisce vedere o partecipare e le mostro un altro aspetto del nostro locale!”
Sotto lo sguardo allibito di Gianni, Irene sorrise a quell’uomo disgustoso e rispose:
“Partecipare è molto più eccitante.”
L’uomo le fece un inchino e proseguì: “Se mi vogliono seguire.. può addirittura dare inizio ad un gioco che dovrebbe cominciare a momenti.”
Seguirono l’uomo fino ad una porta. Un breve corridoio dava su una stanza ampia. Per terra, di fronte ad una fila di poltroncine, un’ampia vasca gonfiabile. Alcuni uomini sedevano comodamente sulle poltroncine, in attesa che lo spettacolo iniziasse.
Due inservienti stavano versando il contenuto di una damigiana nella piscina: il liquido era chiarissimo, simile ad acqua, ma scorreva più densamente.
L’uomo che li accompagnava spiegò: “Si tratta di olio purissimo, adatto alla pelle. Un orologio scandisce 120 secondi di combattimento tra uomini e donne. Se entro questo tempo gli uomini riescono ad iniziare un rapporto sessuale, continuano per quanto tempo gli pare. Se falliscano, le donne hanno il diritto di frustarli. I colpi sono tutti proibiti. Se il gioco le piace, può scegliere se lottare contro uno o due uomini e se vuole avversari normali o superdotati.”
Gianni, pur sentendo una certa eccitazione dentro di se, sentì con orrore Irene chiedere due avversari e superdotati. Il padrone si avvicinò ad un presentatore in frac e mormorò qualcosa, poi invitò Irene a seguirlo.
Gianni sedette su di una poltroncina e osservò gli spettatori. Il loro aspetto era quasi identico: ricchi o benestanti annoiati e, generalmente, ciccioni. Pensò che a Dante sarebbe piaciuto descriverli per il girone dei lussuriosi.
L’uomo in frac avvisò che il primo gioco avrebbe visto una cliente impegnata contro due lottatori. Si udirono due mugolii di delusione, ma subito trasformati in parole di volgare approvazione all’ingresso di Irene nuda e lucente d’olio. La sua abbronzatura era esaltata dal lucido e le sue forme splendevano come la luce su di lei. Si avanzarono anche due giganti dai muscoli risaltanti, simili a culturisti, che si massaggiavano il pene, disponendosi a tratti di profilo per mostrarne la possanza.
Gianni vide con trepidazione l’ingresso dei tre nel quadrato di plastica azzurra.
Simona e i due si fronteggiarono studiandosi e al gong iniziarono una serie di tentativi di allungo da parte dei due maschi, cui lei si sottraeva con movenze feline, guizzando la sua lucida muscolatura nelle lisce gambe ed esaltando, con la lentezza degli ondeggiamenti la plastica solidità del suo seno e dei suoi glutei.
Ma i due dovevano essere esperti e sembravano giocare come il gatto col topo, illudendola di controllarli, ma limitandosi a dilungare il gioco per il piacere del pubblico.
Infatti, trascorso un minuto, durante il quale gli spettatori poterono ammirare quei corpi brillanti, i due chiusero Irene nell’angolo e, mentre uno fingeva un attacco, l’altro la prese alle spalle. Irene si trovò cinta per la vita sottile e, pur riuscendo a ruotare per portarsi a fronte dell’aggressore, non riuscì a liberarsi. L’uomo si lasciò scivolare a terra di schiena, con lei sopra di lui. Il secondo uomo si portò rapidamente su quei corpi unti e luminosi e, reggendosi il membro con una mano, iniziò a frugarvi tra le natiche si Irene, che cercò ancora per un po’ di divincolarsi. Poi, mentre Gianni osservava eccitato e geloso nel contempo e uno spettatore vicino iniziava a masturbarsi, Irene si immobilizzò per potersi rilassare prima che la grande mazza vincitrice la penetrasse nell’ano. Infatti, nemmeno un istante dopo, sollevò la testa e lanciò un trillo, mentre il cazzo lucido che premeva tra le sue natiche scomparve di colpo come per magia. A questo punto il suo compare lasciò la presa e si levò dal gruppo, adoperandosi a far assumere ai due le posizioni che meglio permettevano al pubblico di osservare quella penetrazione anale. I due uomini si alternarono per far durare a lungo lo spettacolo, esibendo spesso i grossi membri al pubblico e prediligendo la sodomia. Alla fine, quando Gianni si era alzato per non cedere alla voglia di masturbarsi, uno dei due si sdraiò, si fece cavalcare da lei e le tenne larghe le natiche, al centro delle quali lo sfintere appariva dilatato dalle ripetute penetrazioni, permettendo all’altro di infilzarle il retto per dar luogo alla doppia cavalcata finale, dove il corpo liscio di Irene spiccava tra i due corpi muscolosi. Digrignando i denti, Gianni udì gli ultimi gemiti bestiali di quell’amplesso e odiò lei e le reazioni eccitate del suo pene.
Era lontano e arrabbiato mentre lei parlava con il proprietario, che le chiedeva se fosse soddisfatta:
“Non c’è male, ma sono giochi da adolescenti. Il mio amico mi aveva parlato di cose difficili da trovare; molto care, ma uniche.”
Lui fece un ghigno: “Intende qualcosa che può valere anche qualche decina di milioni?”
Irene gli sorrise con sguardo cupido: “Proprio così, uno di quegli spettacoli cui ha assistito chi sapete.” L’uomo si avvicinò al suo orecchio: “Fra tre giorni. Sempre che siate disposta a pagare 50 milioni.” Anche lei bisbigliò “Cento, e scelgo io chi altri invitare.”
La guardò perplesso: “Non è costume del locale allargare troppo la clientela per certi spettacoli!”
Irene sorrise: “Nessun problema, sono vostri clienti: l’On. JJJJ e il Dott. KKKK.”
Subito il volto dell’uomo si illuminò nuovamente: “Allora non c’è alcun problema. A Lunedì sera, alle due di notte. Questi spettacoli li facciamo sul tardi.”
Irene gli porse la mano, che lui baciò, mentre lei disse: “Voglio anche un’apparecchiatura per la registrazione e la visione, per rivedere gli attimi salienti.
Inoltre voglio che gli uomini che vi assisteranno siano quarantenni. I bambocci sono carini, ma durano di meno.”
Gianni sedeva silenzioso alla guida. Irene, seduta sul retro, vedeva parte del suo volto teso illuminato a tratti dai fasci di luce proiettati dai fari delle auto che incrociavano. Aveva preso a darle del lei, nelle brevi frasi di pragmatica che un autista è costretto a rivolgere alla padrona.
Irene sentiva una morsa addentarle lo stomaco e stringerle il cuore, mentre una lacrima, luccicando, scorreva lungo la sua guancia.
Arrivati all’albergo, salirono silenziosamente fino al loro piano. Davanti alle porte, cui giunsero con passi lenti e faticosi, lei disse soltanto: “Gianni…” e la sua voce tremava.
Lui la guardò, vide quel volto, rigato da piccole silenziose lacrime, dolce sofferente come quello di un’innocente bambina, e non resistette. Si allacciarono in un bacio profondo, dove le lingue non sapevano dove andare e si sfidavano in mille posizioni, ora profonde nella bocca di lei ed ora prossime a quel confine che non avvertivano più. I loro corpi aderivano ed anche i sessi si univano, era l’annullamento dell’uno nell’altra, dove le mani scorrevano ad esplorare e saldare.
Quando si sciolsero, lui le mormorò: “Perché ti comporti così? Perché ora sei dolce come il miele e un momento dopo sei perversa e mi fai soffrire?”
“Presto saprai di me. Lunedì, in particolare, succederà qualcosa. Attendi. Tutto si rivelerà diverso da ciò che, in un primo momento, ti sembrerà. Dopo capirai e potrai condannarmi od amarmi. Non riesco a dirti di più per ora.”
In camera i loro vestiti si sciolsero e i loro corpi si unirono. Lui a tratti era brutale nelle sue movenze e la penetrava con colpi lenti e possenti che si infrangevano con forza sul suo pube, facendola vibrare. Sfogava l’eccitazione che il suo corpo gli aveva colpevolmente dato durante lo spettacolo. Lei leccava il suo volto, lasciando che sfogasse i suoi istinti. Poi, come per incanto, spuntava la sua tenerezza e le sue mani scorrevano delicate, dandole lunghi brividi, mentre il suo pene si muoveva alla ricerca del suo piacere. Si addormentarono ancora infissi e abbracciati, sciogliendosi solo nel sonno.
Sabato mattina, l’On. JJJJ e il Dott. KKKK ricevettero un biglietto riservato:
<Carissimo amico, da tempo non posso recarmi a trovarti e ne sono veramente spiacente.
Una mia intima amica è venuta nella tua città e ne approfitto per offrirti, in ricordo dei vecchi tempi, uno di quegli spettacoli che amiamo tanto. La mia amica è tanto bella quanto spregiudicata e saprà offrirti uno spettacolo degno dei tuoi gusti. Lo spettacolo si terrà nel nostro abituale locale, data ed ora li segnerà qui sotto la mia amica, dopo averlo concordato col padrone del locale. A presto. LLLL. >
Sotto, tracciato con calligrafia femminile: <Lunedì sera, ore 02. A presto.>
Domenica mattina qualcuno bussò alla porta di Irene. Avvolta in un accappatoio aprì e, di fronte, le comparve Simona: “Ciao. Ti stavo aspettando. Sei splendida come sempre.”
Simona la investì con un sorriso: “Anche te, sei sbocciata come prevedevo. Ora sei una donna irresistibile.” Poi, facendo cenno alla valigia che teneva in mano, aggiunse “Ho portato ciò che ti occorreva, ma sarà meglio che tu mi faccia entrare.”
Una volta dentro, le due donne si trovarono a fronte a fronte, la valigia posata a terra lì vicino e Simona proseguì: “Sia il proprietario del locale che uno dei due obiettivi hanno contattato LLLL per telefono. Lui ha confermato tutto. I nostri uomini, adesso, potranno consegnarlo alle autorità, assieme alle prove dei suoi misfatti. Però aspetteranno martedì, in modo che niente possa trapelare della tua trappola.”
Irene fissava affascinata le mani di Simona che, sciolta la cinta del suo accappatoio, scorrevano sui suoi seni, dandogli brividi di piacere. Vide le sue labbra morbide ed umide e vi precipitò sopra, come cadendo in un burrone. Il bacio era intenso, difficilmente distinguibile, con i sensi privi dell’ausilio degli occhi, ormai chiusi dal piacere, distinguerlo da quello di un uomo. Solo le mani, che le scorrevano addosso lungo tutto il corpo nudo, erano particolarmente lisce e delicate. Anche le sue mani iniziarono a spogliare e intrufolarsi sul corpo di Simona e la forma di quel corpo, dalla pelle serica, le disse che stava carezzando una donna. Alla fine furono nude e sdraiate, carezzandosi e baciandosi, fino a che Simona scese lentamente al suo sesso e , divaricatone il vello e le grandi labbra con le mani, prese a vellicarle il clitoride e la vulva con la lingua leggera. Presto si rovesciarono e, trovatasi con la testa tra le piene e carnose cosce di lei, ricambiò ciò che riceveva. Fu un’orgia di sensi, delicata ed intensa. Aveva già goduto due volte sotto la pressione di quelle sensazioni ed una volta Simona aveva esploso il suo orgasmo sotto la sua lingua, quando udì la voce di lei, la cui bocca aveva smesso di baciarla e leccarla:
“Ciao. Ti piace lo spettacolo?”
Irene sollevò la testa dall’intenso odore e sapore di donna e volse il capo.
Gianni era lì in piedi, eccitato, che guardava ad occhi spalancati quel groviglio di tenere curve e carni lisce e trepidanti, distese su quel vassoio di lenzuola rosa. Lei gli sorrise, mentre Simona lo invitava ad unirsi a loro. Lui si strappò ile vesti di dosso e, il pene gonfio di desiderio, si gettò su quelle stupende membra femminili. Esse giocarono tra loro e con lui. Fu un turbinare di posizioni e di sensazioni. Ora lui era vellicato dalle bocce di loro, che quasi si baciavano tra loro, con la sua cappella interposta alle lingue, ora le donne si abbracciavano, mentre lui penetrava prima l’una e poi l’altra. Ora era Irene a gioire della bocca di Simona che, lanciato un gemito di piacere per l’asta di lui che, lasciatale la vagina, sprofondava attraverso il suo sfintere, si dedicava con foga a leccarla. Un attimo dopo era Gianni che la penetrava, mentre Simona, sopra di lui, strusciava i suoi seni sulla sua schiena e gli scaldava le natiche col caldo umido del suo sesso, strusciandosi come una cagna in calore contro la gamba del padrone.
Furono ore di sesso intenso, fino a che Gianni fu allo stremo, dopo aver esploso il suo seme, dopo varie penetrazioni, nel ventre di Irene, nell’ano di Simona e nelle bocche di entrambe, che si contesero, bocca contro bocca, ogni sua goccia bianca. Allora lui stette spossato e disteso ad assistere all’ultimo sessantanove delle due amiche, che si lanciarono grida di piacere, quasi in contemporanea, l’una contro il sesso spalancato dell’altra.
La sera del lunedì, Irene e Gianni uscirono avvinghiati dalla doccia, dove i loro corpi era giunti allo spasimo dei sensi, sotto le reciproche carezze colme di lieve schiuma.
Giusto il tempo di gettarsi, ancora umidi, sul letto. Irene vibrava d’eccitazione,
rendendo Gianni teso dal desiderio. Fu una penetrazione intensa, potente, dove più che i colpi di lui era l’inarcarsi del corpo di lei a dettare il ritmo, simile ad una cavalla che cerchi di disarcionare il cavaliere. Era così eccitata, per ciò che di lì a poco sarebbe avvenuto, che venne con largo anticipo su di lui e, goduto mordendosi le labbra per non urlare, si sciolse e si getto sul pene teso del suo uomo, inghiottendolo avida.
Mai aveva fatto una fellatio più carica di voglia e avida del nettare di un maschio.
Gianni godette al parossismo e fu ricolmato di delizia anche al termine dell’orgasmo, con lei che golosamente succhiava ogni stilla di lui. Mai avrebbe pensato che una donna si potesse dedicare a tale pratica con tale voglia e orgasmo.
Poi, non appena si furono nuovamente ripuliti ed asciugati, Irene aprì la famosa valigia.
Gli occhi di Gianni si sgranarono.
Due morbide sagome di lattice color carne contenevano una pistola ciascuna e due cilindri che si intuiva essere dei silenziatori. Erano automatiche. Piatte, ma minacciose. Irene iniziò a parlare:
“Stasera i tuoi fianchi ingrasseranno un poco, ma nemmeno una perquisizione, almeno da sopra i vestiti, potrà trovarti addosso queste armi. Per quanto sottili, sono due micidiali 38. La commedia sta per finire. Tra poco capirai e vedrai che dovremo salvare noi stessi e un’altra persona. Fidati e non te ne pentirai.”
“Mi fai paura, Irene. Sei sempre colma di misteri. A tratti sembri brutale e perversa e a tratti dolce come una bambina innocente. Sempre, però, piacevolmente viziosa. Mi hai stregato i sensi. Aspetterò a vedere il tuo piano, spero di non dovermene pentire.”
Irene lo aiutò a fissare le strutture in lattice su di se. Ora era un uomo con delle maniglie dell’amore un poco pronunciate e rifinite da una pancetta da sedentario, ma nessuno, tastandolo, avrebbe sospettato la presenza di quel metallo che sentiva contro la sua carne.
Quindi si vestirono. Lui con camicia, papillon e giacca. Lei con calze fruscianti appena coperte da una minuscola minigonna, e camicetta pressoché trasparente, nonostante l’assenza di reggiseno. Le scarpe coi tacchi rendevano regali le sue gambe dalle cosce stupende.
Giunsero al locale verso la mezzanotte. Così assistettero agli ultimi spettacoli della serata, sorseggiando aperitivi leggeri, che non offuscassero le loro menti, ma fornissero loro la carica necessaria. Le menti di entrambi erano assorte in pensieri diversi e non prestarono quasi alcuna attenzione alle due donne che, sul palco, giocavano con un grosso biscione di gomma che le univa vagina contro vagina, mentre ognuna sodomizzava l’altra con un vibratore.
Poco prima delle due, mentre il locale sfollava, giunsero l’On. JJJJ e il Dott. KKKK, ex capo delle forze di pubblica sicurezza della città. Dopo una breve presentazione, passarono l’ultimo quarto d’ora chiacchierando del presunto comune amico, LLLL, mentre i due uomini divoravano letteralmente Irene con gli occhi.
Giunta l’ora, il direttore si unì a loro e, dopo qualche convenevole, li guidò al retro. Questa volta percorsero il corridoio per tutta la sua lunghezza, fino a giungere ad una pesante porta metallica. L’uomo bussò ritmicamente, come per un segnale convenuto, e la porta si schiuse. Un gorilla si fece di lato ed entrarono in una stanza abbondantemente ricoperta di materiale insonorizzante. Qui attendeva un altro omaccione e, legata a tue tavole poste a X sulla parete, una giovane ragazza seminuda, coperta solo da mutandine e reggiseno. La sua pelle appariva sudata. Un sudore dettato da quella paura che sprizzava dai suoi occhi scuri e sgranati. Era una bella ragazza, dal carnato abbronzato e le curve sode e piene. Tutto intorno fruste, pinze, coltelli e una miriade di strani strumenti, molti dei quali di forma fallica. La stanza aveva la penombra tipica di una segreta medievale. C’era un camino, dove ardeva il fuoco su cui erano posti ad arroventare vari ferri.
C’era un oggetto che stonava: un grande televisore dotato di videoregistratore incorporato.
Il padrone si diresse verso la ragazza e, con un gesto deciso, le strappò via il
reggiseno. Rimasero in vista due seni colmi, leggermente più chiari della pelle circostante e con due grandi aureole scure. L’uomo ne afferrò uno e lo torse con ferocia, facendo mugolare la ragazza nonostante il bavaglio, mentre diceva: “Questa troietta mi ha procurato molte grane, ma ora mi ricompenserà fornendo piacere ai miei amici! Non abbiate timore. Qualsiasi sia la sua sorte finale, se la sarà meritata e voluta.”
Gianni si sentì rivoltare lo stomaco, ma la voce di Irene lo salvò dal rivelare il suo disgusto: “Prima vediamo il filmato che ho portato, così la ragazza si farà un’idea di ciò che l’attende e i suoi occhi schizzeranno ancora più in fuori per il terrore.”
Lo disse con voce fredda, cattiva, ma, chissà perché, Gianni si sentì rassicurato.
Intanto lei estrasse una cassetta dalla borsetta e la porse ad uno dei gorilla. La luce fu oscurata maggiormente e lo schermo si accese. Mentre tutti gli occhi era puntati sulle mille mosche che vorticavano sul video, preludio delle future immagini, Irene, che si era posta dietro a tutti ed aveva tratto a se Gianni, gli bisbigliò: “Tira fuori le pistole e passamene una, le danze cominciano.”
Lo schermo si animò, inquadrando una donna che urlava, mentre una lama le incideva di punta la carne del ventre, aprendola senza ledere l’intestino, in una autentica vivisezione. Un mormorio si diffuse nella stanza, mentre la cinepresa allungava il campo ed appariva un uomo, accanto alla donna seviziata, coperto di ustioni e con la bocca spalancata, sanguinante e priva di alcuni denti.
La luce si accese, improvvisa e violenta. La mano del padrone del locale era ancora sull’interruttore mentre, pallido in volto, quasi urlava: “Come cazzo fate ad avere questa… ”
Le parole gli morirono in bocca, vedendo Irene e Gianni con le pistole protese contro il gruppo, il silenziatore innestato a rivelare l’intenzione di non limitarsi a semplici minacce.
Tutti i volti si volsero e sgranarono gli occhi in preda al timore. Solo quelli della ragazza imbavagliata rivelarono, al contrario, un lampo di speranza.
Un gorilla si portò rapidamente la mano al petto, sotto la giacca. Si udì un colpo di tosse ed una macchia rossa si allargò sulla camicia dell’uomo, che prese a vacillare per schiantarsi a terra dopo un eterno secondo. Un filo di fumo usciva dalla pistola di Gianni, il cui volto era pallido come un lenzuolo appena tolto dalla varechina. Il suo sguardo era equamente diviso tra i presenti e il primo piano sullo schermo, che metteva in rilievo i tratti dell’uomo torturato. Tratti noti e familiari. Una realtà andava pian piano formandosi nella sua mente.
Gli ordini di Irene risuonarono secchi nella stanza ed ognuno obbedì. Bastava guardare il volto di Gianni per non avere il coraggio di opporre resistenza. I suoi muscoli facciali erano contratti, simili a quelli di un mostro sanguinario che attende il minimo pretesto per avventarsi sulla sua vittima designata. Le labbra erano aperte e mostravano i denti digrignanti. I suoi occhi erano iniettati di sangue. Irene stessa ne provò spavento, pentendosi di non averlo preparato abbastanza.
Quando tutti gli astanti furono legati, nonostante le loro promesse di immense fortune e le caute minacce, si volse ad Irene e chiese, con voce dura e lontana: “Sono stati loro?”
“Si. Onorevoli, poliziotti corrotti e capitani d’industria. Chi non è presente ha già pagato con la vita.”
Gianni andò dalla ragazza liberata e gli porse un coltello acuminato: “Fa ciò che vuoi.”
Lei rimase incerta solo un istante, poi si avventò sul proprietario del locale e gli tagliò via di netto il naso. Mentre l’uomo urlava e gli altri gemevano di paura, andò da uno dei gorilla ed iniziò a calargli i pantaloni. Il gigante urlava in preda al terrore, ma urlò maggiormente quando la donna, dopo avergli afferrato il membro ed averlo masturbato a lungo, glielo recise con un colpo netto, urlandogli in faccia: “Ora non violenterai più nessuno!”
Quindi tornò al padrone del locale, che ancora gemeva, mentre il sangue scendeva fino a gocciolare sul pavimento, e fu presa da una furia isterica. Fu impossibile tenere il conto delle coltellate che inflisse a quell’uomo, fino a che le mancarono le forze a si accucciò singhiozzante per terra. Ormai, di fronte a lei, non restava che un cadavere.
Allora si avvicinò Gianni e parlò con voce calma: “Vorrei torturarvi lentamente, come voi avete fatto ai due del filmato e volevate fare con questa ragazza. Però scenderei al vostro livello. Vedo che alcuni di voi si sono pisciati addosso. Mi accontento della vostra paura e di quella che avrete da ora al momento che vi ucciderò, perché siete persone potenti e potreste riuscire a cavarvela. Vero signor ex capo della polizia? Ve la caverete, probabilmente, ma da morti. Tutto insabbiato per difendere la famiglia. Me ne intendo. Ma per voi sarà vero. Siete colpevoli e se si insabbierà, sarà per lasciare in pace le vostre famiglie. Che le colpe dei padri non ricadano sui figli.”
Prese la mira ed esplose il primo colpo alla testa del gorilla evirato. Tra le urla e le suppliche degli astanti, ripeté il rito fino a che, esploso l’ultimo colpo di tosse, nella stanza si udì solo il pianto della giovane nuda.
Fu Irene che si avanzò, porse una giacca alla giovane e disse a Giacomo, mentre mostrava una lettera: “Penso proprio che sarà tutto insabbiato. Specie dopo che avranno letto questa lettera battuta a macchina. Qui rivelo tutto quello che so e dichiaro di avere un’altra copia del filmato, depositata presso un investigatore privato. Se daranno la caccia ai colpevoli della strage, al processo verrà tutto a galla. Così come se dovessero ucciderci anziché arrestarci. Un altro delitto da catalogare come <ad opera d’ignoti>. Qui,… ” ed estrasse un’altra lettera, dopo aver posato la prima ben in vista.
“…un’altra lettera, questa volta per te. Leggila quando sarai al sicuro ed avrai un po’ di calma. Ora usciamo. Porto con me la ragazza. Spero che ci rivedremo.”
Gianni rimase incerto, avrebbe voluto trattenerla, ma era ancora frastornato dagli eventi e sentiva il bisogno di capire.
Irene si diresse con sicurezza ad un angolo di quella stanza. Una porta si spalancò e i tre uscirono. Un piccolo corridoio, diverso dal precedente, e si trovarono in un piccolo cortile che dava sulla strada. Come saluto, Irene gli disse: “Questa uscita mi ha già salvato una volta.” Quindi si diresse ad una macchina ferma in attesa. Fece salire la ragazza sul retro e lei aprì la portiera a fianco del guidatore. Il cielo annunciava l’approssimarsi dell’alba, ma fu la luce che si accese allo spalancarsi della portiera che fece riconoscere a Gianni la donna con cui aveva fatto l’amore, assieme ad Irene, la sera prima. Poi l’auto partì rombando e lui si riscosse.
Andò a riprendere l’auto. Aveva fretta di raggiungere un posto tranquillo, dove leggere la lettera che serrava in mano.
Simona guidò fino alla periferia, in un luogo indicato dalla ragazza sconosciuta, cui nel frattempo Irene aveva ceduto i vestiti, mentre, contorcendosi un poco, era riuscita a sostituire i propri con quelli portati dall’amica. Scesa la ragazza, si diressero velocemente verso l’aeroporto.
Prima di lasciare l’auto si scambiarono un bacio profondo. Quindi, consegnati i bagagli all’imbarco, si recarono assieme al bar ad attendere l’ora dell’imbarco.
Chiunque, passando, poteva solo notare due splendide ragazze sprizzanti felicità ed osservare, con un poco di rammarico, l’eccessiva familiarità tra di loro.
Alla fine giunse l’ora e le due si separarono definitivamente.
Seduta nell’aereo che rollava sulle piste di raccordo, indirizzandosi alla pista di decollo, Irene pensava a Gianni. Sicuramente aveva ormai letto la sua lettera. Dentro di se ne rilesse il contenuto.
<Diciotto anni fa una donna viveva schiava di quella organizzazione. Si prostituiva sognando solo un mondo migliore per sua figlia. Ma i clienti ricchi erano sempre più esigenti e carichi di nuovi desideri. La sua bambina aveva allora 14 anni e cominciava ad avere forme mature, da ragazza. Uno di quegli uomini la vide nel bar del locale e ne fu preso. Insistette col proprietario per averla come vittima dei suoi giochi. La donna pianse e supplicò, ma il denaro promesso era tanto e tutto era ormai aveva deciso.
Attendeva solo il momento per esibire la piccola ad un gruppo intero di ricchi clienti, moltiplicando il lauto guadagno. Allora, quella donna rassegnata, divenne una tigre.
Contattò un poliziotto e denunciò la turpe vicenda. Un crimine non è tale se non si tenta di attuarlo: occorreva prenderli mentre stavano per commettere il fatto. Ma qualcosa andò storto. Quegli uomini erano troppo potenti. Stupito, il poliziotto si trovò solo. Forse si era innamorato di quella donna, o forse pensava di non potersi guardare allo specchio il giorno dopo se non avesse tentato ugualmente, fatto sta che corse da solo e da solo lottò e perse. La ragazzina si salvò. Il vecchio barista, che parlava ogni sera con lei, non se la sentì di portare quel peso sulla coscienza. Caricò la bambina in auto e la portò ad un treno, dandole un indirizzo: quello di una vecchia signora sua lontana parente cui aveva telefonato e che da allora la crebbe. Il vecchio barista fu la terza vittima di quella sera. Il suo corpo carbonizzato fu trovato in un fosso, accanto ad altri due cadaveri: quello di una prostituta dal ventre squarciato e di un poliziotto nudo, seviziato, ma con un coltello nel pugno. Sparsero la voce che avevano messo le cose a tacere, per il bene della famiglia del poliziotto degenere, ma c’era chi sapeva. Ora sai come sono morti tuo padre e mia madre e il perché.
Quando leggerai queste righe starò prendendo nuovamente il volo. Non so se sono l’angelo della vendetta o il demonio che porta il terrore. So che mi sono innamorata di te. Questo non era previsto. Ho vissuto il piacere assieme al gusto del sangue, anche se non era di innocenti. Volo verso lidi lontani, per togliermi quel sapore di bocca e godere libera dall’odio. Amo il piacere, sono fatta così. Però sognerei di trovare due braccia da cui correre e con cui condividere le mie gioie. Ma anch’io, per certi versi, sono stata causa del tuo dolore. Non ti cercherò e, se vorrai dimenticarmi, non ti ostacolerò. Se per un miracolo avrai voglia di vedermi, ti scrivo qui il mio indirizzo.
Tra due settimane sarò lì. Un bacio. Irene.>
Il Jumbo 747 dell’Alitalia staccò le ruote dalla pista in perfetto orario, brillando al sole come un gigantesco arcangelo vendicatore che torna al cielo al termine della sua missione di sterminio. Irene, dal suo strapuntino, guardava affascinata il mondo esterno rimpicciolire a velocità vertiginosa. Il mondo all’esterno si allontanava, assumendo contorni indistinti e sbiaditi in quella giornata luminosa. Da anni il cielo di Milano non appariva così lindo e pulito. Ormai distingueva solo le guglie dell’immenso duomo.
Pensò: “Chissà dov’è Gianni in questo momento?”
SEDUTO SUGLI SCALINI DI FRONTE AL DUOMO DI MILANO, GIANNI ESTRASSE DAL SUO PORTAFOGLIO UNA FOTO DI IRENE. LA GUARDÒ E SCOSSE IL CAPO, COME INCREDULO. POI, NEL VEDERE UN AEREO
VOLARE NEL CIELO, SORRISE.