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Oramai mi stringeva il manico, duro e teso sotto la stoffa, con tutto il palmo della mano e solleticava tutta la superficie muovendo le dita come su un pianoforte. A quel punto l’avevo vista e sentita sospirare mentre si passava la lingua sulle labbra e le dita risalivano, seguendo i contorni del pene. Le aveva fatte scorrere dalla base fino alla punta, dove si era fermata per serrarla con l’aiuto del pollice, serrandola con decisione.
Avevo paura a cercare di capire sin dove si sarebbe spinta e quel suo sguardo smaliziato non mi aiutava di certo. Era stata disturbata da qualcuno che doveva passare, doveva scendere e cercava di raggiungere la bussola, e, per un attimo, aveva allentato la presa ma, subito dopo, la situazione era peggiorata. Adesso era voltata verso di me, schiacciati l’uno contro l’altro, e, mentre mi sorrideva, aveva iniziato ad abbassarmi la cerniera lampo, per far scivolare la mano dentro. Quando avevo sentito la sua mano calda sotto i boxer e il contatto della sue pelle sulla mia asta avevo avuto la sensazione di cadere e lei aveva mosso le dita in modo da costringermi ad allargare le gambe e potere infilare meglio la mano dentro. Subito dopo mi aveva in pugno ed aveva iniziato una lenta risalita seguita dall’immediata ridiscesa. Erano movimenti continui, lenti, mi guardava dentro gli occhi col suo sorriso delizioso e la sua mano continuava a regalarmi carezze e smanettamenti da incubo. Che non si sarebbe più fermata sino alla fine non avevo dubbi, ma ero confuso, ancora impaurito che gli altri potessero capire, vederci. Lei stava tentando di massaggiarmi l’uccello in tutta la sua lunghezza ma lo spazio all’interno delle brache non era sufficiente, ed, allora, aveva lasciato scivolare due dita lungo l’asta tesa, per fermarsi alla base del glande. Mi aveva guardato fissa negli occhi ed aveva iniziato a muovere i polpastrelli in senso rotatorio, premendo e massaggiando il punto più sensibile, conscia di quello che mi stava facendo provare. Via via, il massaggio era diventato più frenetico, le dita si dimenavano ora su e giù aumentando il mio piacere, nulla intorno a me aveva più importanza, non mi interessava sapere dov’ero, né che ci potessero sorprendere, ero pronto a scoppiare in un orgasmo, ma Cinzia non la pensava come me. Mi aveva tenuto il pollice fermo sulla fessura e le altre dita a strozzare il manico e, facendomi cacciare un urlo, aveva spinto tutto fuori dalla patta. Si erano girati tutti verso di me, incuriositi dal mio grido, avevo balbettato qualcosa, che mi era sembrato che mi stessero rubando il portafoglio, ero rosso in viso, balbettavo ma, per fortuna, avevano creduto che fossi così per l’imbarazzo. Intanto, quella mano non si era mai fermata, aveva continuato a muoversi delicatamente dalla punta alla base, proseguendo il suo andirivieni anche dopo l’arrivo del primo fiotto di sperma, poi un altro e ancora un altro. Lei aveva portato anche l’altra mano in basso, tenendola a mò di coppa in modo da raccogliere il mio seme, ma sapevo che stavo imbrattando qualunque cosa avessi a portata di tiro. Gli spasmi si erano susseguiti violenti sino a che non mi ero sentito completamente svuotato, sia in basso che nel cervello. Sorridendomi, aveva riposto il membro ancora turgido all’interno dei pantaloni, facendo risalire la cerniera e, indicandomi con gli occhi la bussola, aveva iniziato a spostarsi per raggiungerla prima della prossima fermata. Due minuti dopo eravamo in strada, io ancora turbato e lei, di nuovo al mio braccio, a sghignazzare ed a succhiarsi un dito dopo l’altro, elogiando il buon sapore. FINE