Nov 16 2008
Il Capodanno galeotto (Parte 4 di 7)
Fu anche l’istinto che mi spinse a sguainare la spada ed accostarla al suo piacere. Il solo contatto con quelle parte calde ed umide fu sufficiente ad inondarle. Lo sperma, imbottigliato da una serata all’insegna delle provocazioni erotiche sgorgò copioso e la innaffiò di bianco sapore.
Ancora incredulo la sentii mormorare, con un tono di voce che non ammetteva dubbi:
“Che spreco, ora ti pulisco io”
La porca, non saprei come definirla altrimenti, si girò e si infilò nel gargarozzo il mio arnese, ancora in buono stato di irrigidimento, succhiandolo e strabuzzando gli occhi. L’aspirazione era veramente efficace e pompò nuova linfa nel mio attrezzo, ringalluzzito anche da uno sconvolgente gioco di lingua.
Ma il massimo fu quando quella porca intinse le sue mani nelle sue parti intime e le ritrasse grondanti dei reciproci umori. Con aria di sfida si sfilò l’arnese dalla bocca e si ripulì per bene l’altra mano, nettandosi in veloci riprese la sua cosina. Si stava praticamente facendo una “scarpetta di sborra”.
Era troppo, la mia inesperienza svanì di colpo e mi ritrovai a pompare velocemente la sua gola, tenendole la testa con energia ed eiaculandole direttamente nell’esofago tutto il mio giovanile ardore.
Restai come folgorato, mentre la buongustaia dava un’ultima strizzata alla mia moscità, succhiando voluttuosamente le ultime stille d’amore.
Senza una parola si ricompose e, come se nulla fosse richiuse la macchina e si avviò verso l’uscita del garage. Guardando l’orologio mi accorsi che erano passati ben 15 minuti: un tempo enorme da giustificare con il resto della comitiva. Questa consapevolezza non lasciò tracce nella baldanza di avere “posseduto” una donna stupenda e voluttuosa. Niente male come prima volta!!!
Uscimmo dal garage ed arrivammo al bar. Fu Antonio il primo a chiedere conto, anche se con una smorfia tra il divertito ed il malizioso, del tempo che noi avevamo trascorso in garage:
“E allora, noi abbiamo sentito anche un grido in questo quarto d’ora: non sono un po’ troppi per un paio di occhiali? ”
La mia mente andava al grido di lussuria di Olympia, che ebbe una sorprendente prontezza di spirito:
“Sai caro, il garage era buio ed io ha preso una storta alla caviglia. ”
“Ed io scommetto che questo gentile e bel ragazzo ti ha fatto un massaggetto sulla bua, eh? ” disse strizzandomi l’occhio.
Assentii ma continuavo a non capire lo strano atteggiamento di Antonio: che avesse capito mi pareva evidente, ma poteva anche esserne contento?
“Cara, vuoi un cappuccino ed un cornetto? ”
“Prenderò solo un cornetto, non ho più sete” rispose lei.
Fu la mia immaginazione che mi spinse a vedere la sua lingua che lascivamente lucidava le labbra che tanto piacere mi avevano dato poco prima? O fu realtà?
Antonio continuò con i discorsi strani:
“Sei un bel ragazzo, chissà quante ragazze hai avuto e quante ti stanno dietro”
Olympia assentiva divertita, mentre il mio imbarazzo aveva nuovamente ceduto il posto ad una sana spavalderia. Millantai tante conquiste.
“Ci servirebbe proprio un giovane prestante come te nella nostra squadra di calcio, perché non vieni a giocare con noi? ”
Assentii.
“Potresti restare nostro ospite la sera… ”
Assentii ancora e ci scambiammo il numero di telefono, salutandoci.
“Ci servirebbe proprio un giovane prestante come te nella nostra squadra di calcio, perché non vieni a giocare con noi? ”
Erano state queste le ultime parole che Antonio mi aveva detto la mattina di quel Capodanno in cui ci eravamo conosciuti. Ci eravamo lasciati con una blanda intesa ed ero convinto, in cuor mio, che non ci saremmo più sentiti.
Erano passati infatti oltre quattro mesi: quattro mesi che io intercalavo, poco e spesso, con lunghe “sedute” in bagno, intento ancora nelle mie pratiche giovanili.
Avrei dovuto dire ancora di più, il solo tocco del mio arnese con la “cosina” calda di Olympia, mi aveva dato nuovi “stimoli”…
Evidentemente non mi era passata di mente, come i miei ormoni testimoniavano; tuttavia non riuscivo a trovare il coraggio di telefonare, anche se le parole di Antonio, così strane, continuavano a ronzare nella mia testa.
Fu una sorpresa a metà quando Antonio mi telefonò:
“Ciao Pier, come stai? ”
“Tutto bene, e tu? ”
“Non c’è bene, grazie” mi disse scherzando “Mi chiedevo di recente se ti andrebbe ancora di giocare per la nostra squadra… ”
Mi spiegò che il campionato era agli sgoccioli e che la sua squadra mancava di quel qualcosa in più che poteva farla balzare in vetta. Poiché era consentito inserire altri giocatori, purché non professionisti, a campionato iniziato Antonio si era ricordato di quell’accenno di Capodanno ed aveva deciso di telefonarmi, benché a distanza di tempo.
Il resto del discorso mi scivolo addosso, finché non percepii la parola Olympia.
“A me e ad Olympia farebbe piacere se tu accettassi di parlarne insieme, domani sera a cena”
“Non mancherò” dissi non avendo ancora ben compreso.
A telefono riattaccato feci mente locale ed elaborai un piano. Ricordai la promessa per la cena e pensai alla scusa che avrei inventato con i miei: sarei rimasto a dormire da Enzo, per studiare assieme il più possibile. Affogai la mia agitazione nella solita “seduta” al bagno che tanto anemico mi faceva diventare, ma, stavolta, una seduta non bastò e se non fosse stato per mia sorella che veniva a reclamare il bagno, credo che avrei tranquillamente battuto il record rionale di Giuseppe (ben 10 in un giorno).
L’indomani arrivò: la scuola non era che un impedimento temporale che punteggiai di sedute al bagno comune: pur non avendo la stessa poesia del bagno di casa mia, suppliva efficacemente a tempeste ormonali come quelle che si stavano succedendo.
Arrivarono, dopo una giornata che mi era sembrata eterna (potenza del desiderio), le 19 e quindi il momento di andare a casa di Antonio e rivedere lei… Bussai col cuore che andava a mille e lei stessa mi aprì. … (segue)



