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Lug 29 2008

Avventura in treno (Parte 1 di 3)

Tag: Esperienze, ViaggiErzulia @ 12:59 pm


Scompartimento del treno per Roma.
Stava leggendo il giornale, come tutte le settimane quando tornava in treno.
Amava viaggiare in treno, in prima classe.
Poteva rilassarsi e a volte si conosceva anche qualche persona simpatica con cui fare il viaggio.
Ora però dubitava di incontrare qualcuno.
Era periodo di vacanza e nessuno faceva quel viaggio in quel periodo caldo dell’anno.
E non sicuramente in prima classe.
Cosi era assorto dal giornale quando senti aprirsi la porta dello scompartimento.
Getto un’occhiata alla figura contro luce.
Poi la guardò meglio.
Era una donna.
Bionda, dalla figura snella, gli occhi verdi incontrarono i suoi mentre lei chiedeva
“Mi scusi, sono occupati? ”
Lui aveva iniziato a scrutarla, dai bei capelli biondi sulle spalle, agli occhi verdi, alle gambe snelle bene in mostra sotto la gonna corta e ampia.
Si fermò a guardarle le tette, gonfie, che spingevano sotto la
canottiera di seta, mostrando i capezzoli.
Sicuramente non ha il reggiseno, pensò.
“Mi scusi, posso sedermi? ” ripeté lei.
“Oh, certo, prego, sono liberi” disse lui.
E si alzò per aiutarla con la valigia.
“Lasci, faccio io ” disse lui.
Lei gli regalò un ampio sorriso.
Lui mise la valigia nel comparto e si sedette.
Lei armeggiò con la valigetta a mano e poi si alzò per riporla sopra i sedili.
Mentre era in punta di piedi e stava posando la valigetta, il treno partì con uno scossone.
Lei perse l’equilibrio, cadendo verso di lui.
Lui, che non la lasciava con lo sguardo neppure un attimo la prese mentre rovinava a terra.
Le sue mani finirono una su una tetta e l’altra sulla pancia di lei.
Lei invece senti sul sedere il corpo di lui con un familiare indurimento.
“Mi.. mi scusi” fece lei, senza però muoversi, anzi guardandolo da dietro e assaporando il calore della sua mano sul seno nudo sotto la seta.
Si senti un fremito nella fica, mentre lui toglieva la mano, facendola scivolare sulla pelle.
Lei si sedette, di fronte a lui.
Lui si immerse di nuovo nel giornale, più per spiarla che altro.
Lei stava guardando l’agenda.
Dopo un po’ si chinò per prendere qualcosa dalla valigetta rimasta in terra.
Nel fare questo lasciò che la scollatura si abbassasse, rivelando a lui le belle tette sode con i capezzoli turgidi che aveva già tastato rapidamente prima.
Lui guardando quello spettacolo che gli veniva offerto si senti eccitato e pensò ‘certo che è una gran fica.
Ma ha anche voglia di farsi scoparè.
Il viaggio continuò tra i loro sguardi intriganti e qualche frase che si scambiarono.
Lei poi fu presa dal sonno e si addormentò.
Lui leggeva un libro, alternando ogni tanto la visione delle gambe abbronzate e delle tette sussultanti alle parole scritte.
Ad un certo punto lei iniziò a sognare.
Mosse dapprima le mani, passandole sulle gambe.
Poi le posò sul sedile.
Socchiuse la bocca, muovendo la lingua.
Poi aprì le gambe, lasciando che la gonna ampia si sollevasse, rivelando le piccole mutandine bianche, quasi trasparenti.
Il respiro si fece ansimante, profondo.
Le gambe si aprivano e chiudevano.
Lui poteva vedere ora le mutandine quasi trasparenti, ora.
Vedeva le labbra della fica mostrarsi attraverso il tessuto bagnato.
Le tette, più gonfie di prima, erano segnate dai capezzoli lunghi e grossi.
Sta sognando qualcosa di eccitante, pensò, sta quasi per venire.
Lo spettacolo era travolgente.
Non poteva staccare lo sguardo.
Poi, quasi improvvisamente, fini.
Lei si fermò, ritornò ad un sonno calmo.
Infine si svegliò lentamente, ancora partecipe a quell’evento che l’aveva presa.
I loro occhi si incontrarono.
“Ho dormito tanto? ” chiese lei sfregandosi gli occhi e tirandosi su la gonna.
“No, .. non molto credo ” rispose lui.
“Sono affamata. Non c’è un vagone ristorante o qualcosa del genere? ”
“Si, c’è, più avanti. Volevo andarci anch’io prima. Ma lei dormiva.
Non volevo svegliarla. ” disse lui.
“Non dovevi disturbarti. ” risponde lei con un sorriso.
Uscirono insieme dallo scompartimento, dirigendosi al vagone ristorante.
Si sedettero vicini allo stesso tavolo e ordinarono.
“Sai ” dice lei “il treno mi fa sempre un certo effetto. ”
“Co.. cosa intendi ” balbetta lui pensando al sonno di prima di lei. “No, voglio dire, questo movimento del treno, mi rilassa, mi sento più a mio agio quando sono sul treno. Sono lontana da tutti. Mi sento bene. ”
“Si, ho visto prima, ehm, dico quando dormivi sembravi proprio in un altro posto. ” dice lui
“Perché dici questo? Mi guardavi mentre dormivo? E cosa facevo? ” chiede lei con quegli occhi verdi inebrianti.
“Beh, mentre dormivi eri, come dire, rilassata. Poi devi aver fatto un sogno perché ti muovevi” dice lui, eccitato dal ricordo.
“Ah si, e cosa avrei fatto? ” insiste lei
“Non so come dirtelo, non vorrei essere… ”
“Beh, se sei proprio così timido, dimmelo in un orecchio, anche se non c’è quasi nessuno” dice lei.
In effetti davanti a loro c’erano solo un uomo d’affari che pranzava e una donna sui trent’anni, in faccia a loro due. … (segue)

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Apr 13 2008

Il Menhir (Parte 3 di 3)

Tag: Gay e Lesbo, ViaggiErzulia @ 8:02 am


Puntuale come sempre arrivai all’una, ma prima di me era arrivata la bionda che s’era autoinvitata e, con fare da padrona, stava agghindando la tavola. Il pranzo e, poi, tutto il pomeriggio furono una noia mortale con quella che non ci lasciava soli un minuto: anzi, in un momento in cui lui fu chiamato al telefono, mi chiese cosa ne pensavo, aggiungendo che lei ne era tanto invaghita, anzi, innamorata. Non sapevo che dire, avrei voluto farle cadere il cielo in testa, ma invece sottolineai che, secondo me, lui era ancora innamorato della moglie e che avrebbe dovuto portare tanta pazienza. “Ah, ma bisogna bene che se ne faccia una ragione! Non vorrà mica star solo per sempre! ” scattò, impaziente, lei non sapendo che, con me, lui non era certo stato solo! Alla fine della giornata, nell’accomiatarci, lui si rivolse a me dicendomi se potevamo vederci ancora, ma soli, perché aveva bisogno di un consiglio. Soli, che meravigliosa parola! La bionda finse di aver capito solo allora che poteva aver disturbato. Se ne andò un po’ tesa, mentre noi stringendoci la mano ci accordavamo per il prossimo incontro, all’indomani. Era vuota la casa: i figli li aveva mandati al mare con l’autista, la governante aveva inaspettatamente avuto un pomeriggio di libertà per andare a trovare la figlia. Mettemmo la mia auto in garage perché nessuno notasse la presenza estranea e ricominciò a parlarmi dei suoi problemi famigliari, della sua solitudine, dell’onere della carica di sindaco . ma di noi nulla! Proprio come se, fra noi, non ci fosse stato niente. Dopo mangiato, come sempre in modo eccellente, sorseggiando un “fil è ferru”‘, mi chiese se avevo voglia di riposare un po’. Non aspettavo che quello: sdraiandosi sul gran lettone, mi invitò accanto restando immobile cogli occhi fissi sul motivo floreale del soffitto. Dopo qualche eterno minuto non ce la feci più, azzardai a toccargli, lieve, la mano: non la ritrasse, gliela strinsi. Girandomi sul fianco cominciai a slacciargli la camicia, la cintura, i pantaloni, mentre lui, immobile, lasciava fare. Solo il suo membro, con maestose ondate, aveva ripreso il turgore e la dimensione della sua voglia. Aveva la forma e la possanza di un antico menhir e io volevo essere il terreno in cui questo avrebbe dovuto essere infisso! Quando mi ci tuffai, mugolò a lungo prima di far partire come un’orda di cani affamati, le sue mani. Andavano ovunque, mi spogliavano, mi accarezzavano, si introducevano curiose in ogni piega della mia carne. La sensualità non si può insegnare: è qualcosa di innato nell’essere e lui sprigionava voglia da tutti i pori. Pensai che, sebbene fossi giunto alla mia età vergine (ho sempre preferito il ruolo attivo), questo è l’uomo cui avrei voluto donare tutto me stesso.

Quando le dita vogliose ripassarono nel solco delle natiche, feci in modo che sentisse come tutto fremeva in me. E comprese. Immergendosi coi suoi baci, m’inumidì, ma, sentendo che ero nuovo alla cosa, mi infilò in bocca il robusto indice affinché lo bagnassi bene prima di incominciare, di nuovo, a titillare, a schiudere, a introdursi in me. Un male bestia! Come potrei mai ricevere il suo fallo così grande, continuavo a ripetermi, maledicendo il fatto di aver aspettato tanto per scegliere d’esser posseduto. Ma desideravo che lui avesse tutto da me e lo incoraggiavo, anche quando, sentendo che mi faceva male, interrompeva i movimenti del dito. Ma la sua voglia era più forte del rispetto per me: ad un certo momento, non ce la fece più. Tremando mi si appoggiò contro e in uno scoppio di dolore e di fiammeggianti lampi, mi prese. Pensai a quando l’avevo visto cavalcare, sognai il trotto del suo cavallo, mentre, invece, lui si scatenava nel galoppo del destriero. Mi mancò tutto e una cappa nera scese e tutto fu pace. Quando ripresi i sensi, la sua mano fresca mi accarezzava la fronte, tra le natiche un panno umido tentava di spegnere un fuoco che ancora divampava. Lui, completamente nudo, si prodigava su di me. Era bello come lo sono soltanto le statue greche.

Il bronzo ambrato della sua pelle riceveva il riflesso di un raggio di sole che s’intrufolava tra le cortine della finestra. Il velluto antico dei suoi occhi mi chiedeva perdono per il male che m’aveva fatto. Allora la mia bocca si aperse per bere il suo bacio e i corpi di nuovo si avvinghiarono spasmodicamente, mentre entrambi i sessi tornavano a pretendere il piacere: così di nuovo tutti i baci, tutti gli abbracci, tutte le carezze ci portarono alla voglia e, coscientemente, chiesi di averlo, ancora, in me. Con dolcezza, attenzione, cura mi prese e il piacere fu il nostro compagno, i baci fusero il nettare delle nostre bocche, gli sguardi furono farfalle posate sulla pelle dell’altro, le carezze furono sorgenti che dissetavano i nostri desideri . Tutto, ma proprio tutto, sussurrava all’altro che quello era amore. E, per amore, lui volle donarsi a me, ricevere, come io poco prima, l’ambrosia dei miei lombi, colmarsi del mio nettare come io avevo fa FINE

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Apr 12 2008

Il Menhir (Parte 2 di 3)

Tag: Gay e Lesbo, ViaggiErzulia @ 8:55 am


Anche il non rivelare agli altri la nostra fuga, mi sembrava una cosa molto romantica! In auto, mentre seguivo i fari che mi precedevano, feci un esame di ciò che mi stava accadendo: dovevo smetterla di sognare, era un incontro con una persona interessante e nulla più! I miei sessantanni mi pesavano sulle spalle e avrei voluto essere un efebico diciottenne per poterlo adescare! Gentilmente mi introdusse nella sala da pranzo dove, su una tovaglia di lino bianco apparecchiata per due, rischiarate da alcuni candelieri, attendevano delle portate sapientemente disposte. Ma allora? Aveva già deciso che avrei accettato? Per noi aveva fatto preparare quei cibi altamente afrodisiaci? Tocchetti di bottarga con olio e pepe, insalata d’aragosta, sedano e ravanelli facevano bella mostra sui piatti “buoni”, quelli per le grandi occasioni. Un calice di S’eleme, fresco al punto giusto, fece, evidentemente, comprendere al mio ospite la mia meraviglia

“Ho telefonato dall’auto e ho chiesto di lasciarci soli perché avevo voglia di parlare con lei”, disse, stringendomi rassicurante il braccio. Alla fine, seduti comodamente nella veranda davanti a casa, cominciammo a parlare della meravigliosa terra che gli aveva dato i natali e delle vestigia di un passato tanto magico di cui era colma. Provai, anche, a sottolineare che non solo era bella, la Sardegna, ma anche la sua gente era bella, forte, orgogliosa e altera. Mi guardò di sottecchi interrogandomi con occhi curiosi. Mi feci forza e presi ad esaltare la bellezza delle “persone” sarde: ma per persone io parlavo al plurale di lui e dei pregi che erano i suoi. Forse riuscii a turbarlo, forse non comprese che gli stavo facendo una corte spietata. Dopo una pausa di silenzio, passando repentinamente al tu, mi parlò della sua fresca vedovanza, della fatica che faceva nel crescere da solo i figli, della solitudine e dell’amarezza che provava: “Vedi, ho accettato la carica di sindaco proprio per non aver tempo di pensare. ” concluse con tono sofferente. “Un bell’uomo come te ha sicuramente un nugolo di donne che gli stanno dietro! ” dissi, quasi maledicendomi nel pronunciare quelle parole. “Sì! Ma per me era lei la cosa più importante e la sua morte mi ha distrutto! Non trovo più nessuna come lei e le donne che conosco mi sembran tutte sceme: con loro non si riesce a fare dei veri discorsi, come, ad esempio, abbiamo fatto noi due. ” Poi, ripensando alla moglie, improvvisa qualche lacrima fece capolino tra le folte ciglia, cadendo poi e allargandosi in una macchia più scura sul lino della camicia. Gli presi la mano e ci si attaccò, mentre il pianto si fece convulso. Non sapevo che fare; mi alzai, gli andai vicino e lui mi cinse la vita scuotendosi nei singhiozzi. Mi sentivo morire! Più piangeva, stringendomi, e più sentivo la mia voglia far vibrare la mia virilità.

Ero imbarazzatissimo: non volevo allontanarmi da lui e, nello stesso tempo, non volevo che se ne accorgesse. Ma se ne accorse. Si alzò e questa volta mi abbracciò ponendomi le mani sulle spalle, ma così facendo i nostri bacini si posero molto vicini, tanto vicini che sentivo il suo membro eccitato contro il mio. Per cosa piangeva: per la defunta o per la propria solitudine? Lo guardai negli occhi: ora non piangeva più e mi fissava come un naufrago che finalmente ha scorto la terra. Forte di questo, appoggiai le mie labbra sulle strisce argentee che gli solcavano le gote, con la lingua gliele cancellai e, poi, raggiunte le sue labbra, mi tuffai in lui. Stava fermo, lasciava che la mia voglia superasse la bianca scogliera dei denti, che raggiungesse la sua lingua avviluppandola, che raggiungesse la profondità della la sua bocca e, finalmente, rispose respirando in me, mentre le sue mani mi stringevano con forza le spalle e le sue dita, impazzite, mi violavano i muscoli. Era fatta: ormai potevo averlo. Allora lo feci di nuovo sdraiare sul divano, senza mai che le due bocche si staccassero. Le mie dita sbottonarono la camicia, cominciarono a giocare coi peli, a percorrerne i muscoli, a titillarne i capezzoli: era meraviglioso, ma aspettavo facesse qualcosa anche lui. Quando iniziò a spogliarmi, scoppiarono i fuochi d’artificio: tutto divenne frenetico, ci toccavamo, ci baciavamo, ci succhiavamo come se mai avessimo fatto sesso! Ci bevemmo l’un l’altro e, mentre tossiva nello sputar via il mio seme, mi guardava meravigliandosi che io avessi inghiottito tutto il suo. Timido, con un dito, raccolse una goccia dal mio labbro e, incuriosito, ma titubante, la portò alle sue. Stampai sulla sua bocca il mio bacio che suggellava anche l’unione dei due piaceri. Ma s’era fatto molto tardi e bisognava ch’io andassi: al mattino la servitù non avrebbe dovuto vedermi. “Possiamo rivederci? Mi piacerebbe poter parlare ancora con te. ” aggiunse quasi vergognoso. Figurarsi io! Non speravo tanto! Così decidemmo di rivederci, la settimana dopo, a pranzo, a casa sua, per andar, poi, per scavi. Puntuale come sempre arrivai all’una, ma prima di me era arrivata la bionda che s’era autoinvitata e, con fare da padrona, stava agghindando la tavola. Il pranzo e, poi, tutto il pomeriggio furono una noia mortale con quella che non ci lasciava soli un minuto: anzi, in un momento in cui lui fu chiamato al telefono, mi chiese cosa ne pensavo, aggiungendo che lei ne era tanto invaghita, anzi, innamorata. Non sapevo che dire, avrei voluto farle cadere il cielo in testa, ma invece sottolineai che, secondo me, lui era ancora innamorato della moglie e che avrebbe dovuto portare tanta pazienza. “Ah, ma bisogna bene che se ne faccia una ragione! Non vorrà mica star solo per sempre! ” scattò, impaziente, lei non sapendo che, con me, lui non era certo stato solo! Alla fine della giornata, nell’accomiatarci, lui si rivolse a me dicendomi se potevamo vederci ancora, ma soli, perché aveva bisogno di un consiglio. Soli, che meravigliosa parola! La bionda finse di aver capito solo allora che poteva aver disturbato. … (segue)

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