nov 08
Era davvero una bella ragazza (Parte 1 di 2)
Era davvero una bella ragazza, sui venticinque anni, il volto ovale dai lineamenti dolci e un po’ alteri, alta e slanciata, le lunghe gambe inguainate in provocanti calze a rete, scure… il resto era celato da un soprabito informe che non lasciava vedere nulla ma lasciava spazio all’immaginazione e tanto bastava; al banco del bar facevo colazione col solito cappuccino e fantasticavo sulla donna che, oltre la vetrata, sembrava sui carboni ardenti in attesa di qualcuno. Dovevo andare al lavoro, così lasciai i pensieri erotici e, pagata la consumazione, m’avviai alla vettura parcheggiata negligentemente in doppia fila, adesso la tipa parlava al cellulare e, dopo averlo riposto con scatto nervoso, scoppiò a piangere… erano le otto di un lunedì mattina e non avevo l’animo del paladino né del consolatore ma, tant’è, era veramente troppo bella e…
- Ehi, su con la vita… – le dissi, banalmente, porgendole un fazzoletto.
- Non è niente, non è niente… – si schernì, afferrandolo e cercando di riprendersi, nascondendosi dietro il rettangolo di carta, aveva occhi favolosi, grandi e teneri, illanguiditi dalle lacrime, proprio una cerbiatta.
- Su, posso offrirle qualcosa, … un caffè? – proposi, sempre più banale.
- Non voglio farmi vedere in giro così. – protestò, pulendo il rimmel che colava sul viso.
- Ha ragione, l’aiuto a ricomporsi… venga, ho delle salviette umidificate. – dissi cogliendo la palla al balzo, le misi il braccio sulle spalle guidandola verso l’auto, e lei riprese a piangere affondando il viso nella mia spalla, restai immobile per un istante, conscio delle occhiate interrogative della gente che passava, poi riuscii ad aprire la porta e farla salire, infine mi sedetti al suo fianco e tornai ad abbracciarla per… consolarla.
- Andiamo via di qua, non voglio più vedere questa piazza! – disse, con rabbia.
- Va bene, ma calmati… dove vuoi andare? -
- Fuori città, dove preferisci. – misi in moto scuotendo la testa, se andava bene sarei arrivato in ritardo al lavoro ma, a questo punto, non potevo lasciarla in quello stato.
- Mi chiamo Alberto. – dissi qualche tempo dopo, porgendole la scatola delle salviette.
- Io Olivia, piacere e… grazie. -
- Vuoi davvero andare fuori città? – le domandai.
- Si, e non vorrei più tornare indietro. -
- Cominciamo ad andare, poi vedremo. – in pochi minuti si era ricomposta e aveva anche trovato il modo di rifarsi il trucco col necessario che aveva in borsetta.
- Dove mi porti? – domandò incuriosita ma per nulla preoccupata.
- Ho pensato di andare verso Derovoli, io sono nato lì… per lo meno conosco il posto. -
- Ci sono passata qualche volta, sembra una cittadina come le altre… -
- Per molti versi lo è, ma io la conosco bene e… ti piacerà. -
Poco dopo c’inerpicavamo sulla stretta strada che portava al piazzale panoramico del castello, un tempo era un posto tranquillo ma da quando l’hanno restaurato e aperto al pubblico è sempre pieno di pullman e comitive di visitatori; aggirai l’antica costruzione e, dopo neppure un chilometro, eravamo in mezzo al bosco, ancora qualche curva sterrata che affrontai con la perizia di un pilota di rally e mi fermai in un prato che dominava le due valli ai lati della collina, appena fermo lei scese dalla vettura respirando a pieni polmoni e stiracchiandosi… era ottobre inoltrato ma c’era il sole e faceva caldo, così tolse l’ingombrante soprabito restando con la minigonna e d un maglioncino aderente che metteva in risalto un seno ben fatto anche se non troppo grande…
Ero rimasto vicino alla vettura ad ammirarla mentre faceva qualche passo per ammirare il panorama ma, evidentemente, non era proprio la sua giornata… una zolla le si sgretolò sotto i tacchi alti e scivolò per due o tre metri prima di fermarsi grazie ad un cespo di rovi, accorsi a soccorrerla… la scarpata non era molto alta, ma bastava per farsi male; la raggiunsi e mi si aggrappò piagnucolando, era sporca di terra ma la strinsi e l’aiutai a risalire, per farlo “dovetti” far forza sulle sue natiche generose e spingerla su, ma non protestò, s’aggrappò a me risalendo sul piano, dove la raggiunsi col fiatone.
- Grazie, mi hai salvato di nuovo. – disse con voce accorata.
- Non esagerare, era solo un saltino… – mi schernii, avvicinandomi a lei.
- Sarà solo un saltino ma è bastato per farmi male al ginocchio e a… rompere le calze. -
- Spero non sia fuori posto… – dissi, toccandole la gamba e sollevandola per provare l’articolazione, mi godevo il calore della sua pelle e la vista di cosce e mutandine, di pizzo nere, sotto i collant strappati; mi chinai a cercare la sua bocca e, trovatala, rispose al mio bacio passandomi un braccio attorno al collo avvinghiandoci in un complicato intreccio di lingue, avendo premura di non gravarle sul ginocchio malandato mi distesi su di lei continuando a baciarla, la mia virilità le premeva sulla pancia in modo inequivocabile e lei, altrettanto inequivocabilmente, muoveva i fianchi per sentirlo meglio. … (segue)
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