set 02

Storia di un’estate

Categoria RaccontiErzulia @ 13:21

Era una giornata come tante altre. Milano si era di nuovo riempita di gente più o meno abbronzata appena tornata dalle vacanze. Il caldo insopportabile della settimana prima si era un po’ attenuato a causa di un forte temporale. In ufficio, come tutti gli anni dopo le ferie si era parlato solo di quello. “La Sardegna era stupenda, abbiamo avuto tempo splendido. Siamo stati invitati a un sacco di feste, una addirittura in barca. Avessi visto, tutti i marinai in divisa e lo champagne poi…”. Mara Chialli, responsabile delle pubbliche relazioni era considerata da tutti la troia della ditta. Si diceva che fosse arrivata dove era arrivata facendo pompini al Direttore, comunque era una di quelle che te la danno solo se le puoi essere utile per la carriera o se guadagni più di cento milioni all’anno. Se ne stava seduta sulla scrivania con il caffè in una mano mentre con l’altra gesticolava per far capire quant’era grande lo yacht o come erano buone le aragoste come le preparano in quel ristorantino a picco sul mare. Il suo attuale compagno era il classico stronzo o per lo meno aveva tutta l’aria di esserlo. Era un notaio sui quarant’anni perennemente abbronzato, di quelli che cercano di rimediare alla stempiatura facendosi crescere i capelli dietro come per dire “Visto che qui non li perdo?”. L’avevo conosciuto all’inaugurazione dell’ennesimo bar messicano. Mi aveva invitato una mia ex-compagna del liceo, la classica brutta ma simpatica con la quale avevo mantenuto i contatti. Ci stavamo facendo largo tra la gente alla ricerca di un tavolo quando avevo sentito l’inequivocabile squittire della voce di Mara: “Ehi, siamo qui”. L’avevo vista, manco a dirlo seduta al tavolo migliore, che si agitava come una matta per farsi notare e poi si avvicinava all’orecchio di lui per raccontare chi ero, cosa facevo e via dicendo. Era stata una serata orribile. Mara aveva parlato per tutto il tempo tempestandoci di domande, se stavamo insieme, perchè continuavamo a negare quando si vedeva benissimo che eravamo una bella coppia, o se andavamo solo a letto insieme, e giù a ridere e a sgomitare al notaio. Finito lei, aveva attaccato lui dicendo che il locale faceva schifo e che non assomigliava affatto ai locali che frequentava in Messico, che l’atmosfera non era la stessa, che i camerieri erano diversi e che persino la ‘Corona’ non era quella. Era finita con loro che volevano a tutti i costi andare a ballare ‘in quel nuovo localino’ ed io che inventavo mille scuse per potermene andare a casa. Da quella sera Mara aveva continuato ad invitarmi ad inaugurazioni di gallerie d’arte ed altri eventi più o meno mondani. “Mi raccomando, porta anche la tua ragazza, oh scusa, la tua amica”, inviti che io avevo sempre gentilmente declinato. Ora stava declamando le virtù di un abbronzante ‘che si trova solo in Svizzera’ e i colleghi come al solito fingevano di ascoltare mentre i loro occhi scivolavano sulla gonna che si era alzata fino alle mutandine. Conoscevo la storia. Lei avrebbe usato le sue coscie abbronzate con loro come si usano il bastone e la carota con gli asini per tenerli lì ad ascoltare le sue stronzate fino a quando qualcuno non sarebbe entrato bisbigliando “Sta arrivando Coretti” e tutti sarebbero tornati alle loro scrivanie commentando gambe, mutandine e gli immancabili peli che il Simonazzi giurava di aver visto fuoriuscire. Andai nel mio ufficio e guardai l’orologio. Mancava poco più di mezz’ora alla pausa pranzo così telefonai a tre elettrauti per farmi fare un preventivo circa una nuova autoradio che avevo visto su un catalogo, poi mi srotolai le maniche della camicia e mi infilai la giacca. Non avevo molta fame quindi decisi di andare prima a prendere un aperitivo. Sorseggiavo il mio Campari cercando di trattenermi dallo svuotare il piattino delle olive quando mi sentii toccare una spalla. Mi voltai per vedere una donna ben vestita in un tailleur blu che scandiva il mio nome e cognome. Il Campari mi andò quasi di traverso: “Gioia Brandini” – dissi – “cosa ci fai qui?” “Quello che ci fai tu” – rispose lei ridendo, – “ci lavoro” “Quanto tempo è passato” – dissi cercando di ricordare – “sono…” “Quindici anni” – interruppe lei – “precisamente l’estate del 1983″ “Gioia, dobbiamo andare” chiamò un uomo in doppiopetto dalla porta del bar “Sì arrivo” rispose lei. Frugò nella borsetta e ne estrasse una matita ed un foglietto dove scarabocchiò un numero di telefono. “Promettimi di chiamarmi” – mi disse – “abbiamo tante cose da raccontarci” “Contaci” le risposi prendendo il foglietto. Mi baciò sulla guancia e si avviò all’uscita di fretta. Gioia Brandini era stata la mia prima ragazza. Io avevo quindici anni e passavo le mie estati in un paesino sul mare in provincia di Ancona. Già da tre anni prendevamo in affitto un appartamentino in una palazzina a due piani dove al piano di sopra stavano i proprietari, i signori Ghinai. Il figlio si era arruolato in Marina e prestava servizio in Puglia. Con mia somma felicità i Ghinai avevano un motorino e d’estate, anche se i miei genitori storcevano il naso, era a mia completa disposizione. Conobbi Gioia una sera in sala giochi e dopo tre sere ero già riuscito a darle un bacio. I suoi genitori erano divorziati e lei viveva con la madre in un paesino nell’interno a circa cinque chilometri dal mare. Da quando ci eravamo conosciuti passavamo quasi tutto il tempo insieme. Lei veniva al mare la mattina e stavamo tutto il giorno in spiaggia tranne il martedì e il giovedì perchè doveva andare tre ore a ripetizione. La sera ci vedevamo dopo cena fino alle undici e le tappe consuete erano: gelato, sala giochi e spiaggia dove passavamo gli ultimi momenti a baciarci. Fu proprio un martedì che successe. Gioia mi chiese se potevo ‘scortarla’ con il mio motorino fino a casa perchè il suo faceva uno strano rumore ed aveva paura che la lasciasse a piedi. La casa era poco fuori dal paese. Aveva una grossa veranda con un dondolo ed un enorme giardino. Gioia mi aveva detto che suo padre era ricco e che possedeva un sacco di terreni nella provincia. Entrammo mentre sua madre scendeva dalle scale che portavano al piano superiore. “Tu devi essere il famoso ragazzino di cui mi parla Gioia” – disse venendoci incontro – “da un po’ di tempo in questa casa non si parla d’altro” “Piacere” – dissi io con un po’ di imbarazzo stringendole la mano “Gioia” – mi interruppe lei – “se non sbaglio hai le tue ripetizioni che ti aspettano” “Ma mamma” – protestò lei – “manca ancora mezz’ora, e poi non potrei per una volta…” “Signorina” – la riprese la madre – “dovevi pensarci prima di farti rimandare, bisogna sempre pensarci prima alle cose” “Sì ho capito” – disse Gioia sbuffando – “la solita storia”. Mi salutò e se ne andò sbattendo la porta lasciandomi solo con sua madre che continuava a fissarmi. “Vuoi qualcosa da bere?” mi chiese e prima che potessi aprire bocca si voltò incamminandosi verso la cucina. Era una donna alta, sui quarant’anni, vestita elegantemente con una camicetta e una gonna pur essendo in casa. Il viso abbronzato non aveva bisogno di trucco, infatti portava solo un rossetto abbastanza vivo sulle labbra carnose. I capelli neri erano raccolti in uno chignon e se non fosse stato per i grossi orecchini e per l’accento dialettale si sarebbe potuto scambiarla per una di quelle severe insegnanti di un qualche istituto privato. Ricomparve tenendo in mano un vassoio sul quale erano posti una lattina di coca-cola, un bicchiere ed una tazza di tè. Mi fece accomodare in un salotto arredato con molto gusto, con un soffice divano in pelle posto davanti ad un camino che occupava quasi l’intera parete. Stavo pensando che era strano trovarsi in pantaloncini e maglietta davanti ad un camino quando la madre di Gioia, che era seduta in una poltrona singola alla mia sinistra, interruppe i miei pensieri. “Allora” – mi disse – “ti piace la mia bambina?”, e prima che io potessi dire qualcosa continuò “Ma certo, che domande faccio, voi uomini non guardate certo la bellezza in una donna, non guardate la sensibilità, a voi interessa solo una cosa. Lo dico sempre io a Gioia, di pensarci prima di fare le cose, prima di trovarsi fregata, ma lei no, è un’impulsiva, fa le cose in fretta e poi si pente. Sarai contento tu vero? Eh certo, chi non sarebbe contento di avere tra le mani un burattino completamente succube della propria volontà? Anche tu sei come loro, come tutti gli altri, hai in mente solo quello, di soddisfare la tua libidine”. La madre di Gioia sembrava come impazzita. Si era alzata in piedi e continuava a parlare e a gesticolare tanto che alcuni ciuffi di capelli si erano liberati dallo chignon e le ricadevano sul viso sudato per la concitazione. Io ero terrorizzato. E’ vero, una sera in spiaggia avevo infilato una mano sotto la maglietta di Gioia e ne avevo tastato il seno piccolo e turgido, ma poi lei me l’aveva tolta ed io non ci avevo più riprovato. A casa poi mi ero masturbato ripensando a quel caldo contatto però nessuno mi aveva visto ed io non l’avevo detto a nessuno. “Ma signora guardi che io…” tentai di balbettare “Zitto!” – mi interruppe lei bruscamente avvicinando il suo viso al mio – “con me non serve mentire. Posso benissiomo immaginare cosa fate voialtri tutto il giorno. Si si, li conosco i ragazzini di città come te, vengono qui due mesi d’estate per sfogarsi con la prima che trovano, per poi passare il resto dell’anno chiusi nel bagno a fare le porcherie”. Arrossii violentemente ritraendomi sul divano e scuotendo violentemente la testa per sopperire alle parole che non mi uscivano dalla bocca. “Ah, allora vedi che ho indovinato?” – continuò lei – “sei un piccolo porcellino come tutti quelli della tua razza. Cosa gli fai alla mia Gioia? Le hai baciato i capezzoli? Ma che dico, è ovvio, quella è la prima cosa che fate. E allora che cosa? L’hai toccata in mezzo alle gambe? Le hai messo un ditino dentro? O magari te lo sei fatto succhiare? Le hai goduto in bocca?”. La madre di Gioia mi era sempre più vicina. Avevo gli occhi chiusi e mi sembrava quasi di sentire il suo respiro affannoso sulla faccia. Parlava sempre più velocemente ed ogni tanto mi arrivavano delle goccioline di saliva sul viso. Riaprii gli occhi di scatto e con un colpo di reni cercai di alzarmi dal divano per scappare ma mi sentii afferrare saldamente per un polso. “Eh no, troppo facile signorino” – mi disse – “non credere di cavartela tanto facilmente. E’ troppo semplice tirare il sasso e nascondere la mano. Non vorrai mica far soffrire la mia bambina? Oh no, no di certo. Devi continuare a vederla altrimenti ne soffrirà poverina, però per far questo bisogna per forza dare una calmatina ai tuoi ormoni non è vero? Eh sì, è proprio quello che bisogna fare, altrimenti finirà che prima o poi succederà un guaio. Ecco, è sempre così, alla fine sono sempre le madri che si devono sacrificare per i figli. Adesso, da bravo bambino, ti togli i calzoncini e gli slippini e ti siedi lì”. “Ma signora, cosa sta dicendo?” protestai io debolmente “Non hai ancora capito?” – urlò seccata lei – “tu devi continuare a vedere Gioia, ma non puoi farlo conciato così, con tutta quella libidine che ti porti dentro, così, i due pomeriggi in cui lei va a ripetizione tu verrai qui ed io provvederò a scaricarti così te ne starai più calmo ed eviterete di combinare pasticci. Non credere che a me piaccia questa storia ma bisogna fare così per la tranquillità di tutti”. “Ma io e Gioia non abbiamo mai…” piagnucolai io “Basta” – tuonò lei – “fai come ti dico o mi vedrò costretta ad andare a raccontare tutto ai tuoi genitori”. Immaginavo quella signora ben vestita in casa mia che raccontava a mia madre chissà quali sconcerie su me e Gioia e mi vedevo già nell’affannoso tentativo di spiegare che erano tutte bugie prima che mio padre mi mandasse in camera mia con la solita frase “Con te facciamo i conti dopo”. Quindi, nel più profondo imbarazzo, mi sfilai i pantaloncini ed il costume che portavo sotto, rimanendo seduto sul divano con addosso solo la maglietta. “Bene, vedo che sei un ragazzino ubbediente” mi disse la madre di Gioia. Mi fece sdraiare sul divano e si sedette sul bordo appoggiandosi con il braccio sinistro contro lo schienale. Rimase per un attimo a guardare il mio pene floscio poi si portò la mano alla bocca bagnandosi le dita. Avvicinò la mano e me lo mise in posizione verticale, appoggiato sulla pancia, poi iniziò ad accarezzarlo lentamente con l’indice umido, dalle palle alla punta. Iniziai a sentire un forte formicolio al ventre, segno che l’imbarazzo e la paura stavano pian piano lasciando posto all’eccitazione. Non appena il mio pene ebbe raggiunto una dimensione sufficiente, la madre di Gioia lo strinse in una mano ed iniziò a muoverla lentamente su e giù. “Ti piace non è vero, porco?” – disse – “E’ questo che pensi mentre te lo fai da solo? O magari pensi di godere nella bocca di una donna?”. Così dicendo si passò la lingua sulle labbra e avvicinò il viso al mio ventre. Mi parve un attimo interminabile, poi sentii il caldo della sua bocca che si avvolgeva sul mio membro. Mi sentii inghiottire fino alla radice, poi risalì lentamente l’asta lasciandola bagnata di saliva. Ripetè il movimento tre o quattro volte, poi sempre più velocemente fino a quando sentii l’orgasmo che saliva impetuoso. Mi resi conto di urlare dal piacere mentre sborravo violentemente nella bocca della madre di Gioia che rallentò per deglutire i fiotti di seme caldo. Poi me lo tenne in bocca ciucciandolo delicatamente mentre si afflosciava ritornando alle dimensioni di riposo.

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