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Set 28

Un uomo fortunato (1 di 4)

Tag: Esperienze, Prostitute, Ricordi, TradimentiErzulia @ 11:42 pm


La macchina correva sicura, fendendo con i fari il buio di una tangenziale quasi completamente deserta. A bordo, un uomo e una donna, chiusi nel loro silenzio, vedevano il panorama intorno a loro farsi sempre più indefinito e scuro, man mano che si allontanavano dalla città. Ma nessuno di loro due vi prestava veramente attenzione. L’uomo al volante, lo sguardo fisso sulla strada, si concentrava prima di tutto sulla guida, facile scusa per non lasciarsi distrarre da ciò che lo angustiava. La donna invece cercava di smarrire, tra gli squallidi palazzoni oltre il guard-rail, i suoi tesi pensieri; ma quei casermoni grigi, senza luci ne vita, le concedevano poco spazio alla fuga dalle sue angosce.
Quando fu il momento, la macchina imboccò lo svincolo di uscita.
Giunsero in un largo viale che si snodava in mezzo a sempre più squallidi palazzi di periferia, alti e opprimenti come rocce di montagne lì lì per franare da un momento all’altro.
La macchina proseguì ancora, al suo interno regnava un pesante silenzio, reso meno insopportabile solo dal brusio di fondo del motore.
I palazzi si diradarono. Una scarna campagna di piante sparse, bruciate e ingiallite dallo smog, disseminata di capannoni industriali, si sostituì gradualmente ai quartieri dormitorio della città.
Un semaforo, poi un altro ancora, e finalmente l’uomo al volante rallentò, accostò, si fermò. Il motore ancora acceso, l’uomo si voltò verso la donna. La guardò. Mai i suoi occhi l’avevano vista come quella sera.
I suoi vestiti erano corti e le fasciavano il corpo a tal punto che ogni curva sinuosa era rivelata a chi la guardava. I suoi seni, già abbondanti di per sé, debordavano vistosamente dal bustino in finta pelle nera, troppo stretto per contenere tutta quella copiosità di carne. La minigonna poi terminava esattamente dove cominciavano le sue calze, nere e velate, tanto che ad ogni movimento delle gambe, l’orlo si sollevava quel poco sufficiente a intravedere deliziosi angoli di pelle nuda; uno spacco laterale scopriva furbescamente la coscia. Le sue gambe lunghe, non più giovanissime ma curate e sode, terminavano su due splendide scarpe di vernice a punta, con un tacco alto da averne le vertigini. I suoi capelli erano raccolti frettolosamente in uno chignon, il trucco era pesante e vistoso, accompagnato da un pessimo profumo di sottomarca.
“Sei ancora convinta Serena?” si decise a chiedere l’uomo, guardandola dritto nei suoi splendidi e fanciulleschi occhi. “Sei sicura di volerlo fare?”, ribadì ancora, temendo la risposta.
Serena attese un lungo istante prima di rispondere. Esitò. “Non lo so… oddìo, Carlo, non lo so più…” rispose lei, evidentemente tesa.
Carlo le sfiorò il viso col dorso della mano. C’era in quel piccolo gesto tutta la tenerezza di cui era capace. “Tesoro, non devi sentirti obbligata” la rassicurò. “Sei stata tu a chiedermi questa… questa cosa. Se non vuoi più farlo, sei hai cambiato idea, per me va anche bene. Giro la macchina e torniamo a casa. Fine della storia.” Serena singhiozzò, e tirò sul col naso. L’emozione del momento l’aveva portata sull’orlo del pianto. Prese un fazzoletto dalla sua borsa e si soffiò il naso.
“No. Vado” esclamò lei repentinamente senza guardare più Carlo, che rimase un po’ spiazzato dal cambiamento improvviso di decisione. Serena raccolse tutta la sua determinazione, aprì la portiera, scese, e si allontanò con passo veloce. Carlo non fece nemmeno in tempo a salutarla per bene, come avrebbe voluto, che già udiva il ticchettìo dei tacchi di Serena farsi sempre più lontani. Ormai Serena aveva fatto la sua scelta.
Carlo chiuse la portiera. Manovrò con la macchina, parcheggiandola in una piazzola poco distante. Spense il motore, spense le luci. L’uomo si ritrovò immerso nel buio e nel silenzio più totali, rotti solo dalle sporadiche auto che passavano sul viale.
Da lì, attraverso il lunotto dell’automobile, oltre un semaforo, sotto ad un lampione distante un paio di centinaia di metri, Carlo distingueva ancora con una certa facilità la silhouette di sua moglie, in piedi sul ciglio della strada. La vide accendersi una sigaretta.
Il nervosismo salì. Quel silenzio era insopportabile. O forse, pensò lui, insopportabile era la visione di sua moglie, vestita e truccata a quel modo, per strada alla due di notte, in attesa di… in attesa di….
Carlo scacciò veentemente quel pensiero dalla sua mente. Accese la radio, sperando di distrarsi un po’. La spense quasi subito, infastidito anche dalla musica.
Fu a quel punto che vide una macchina rallentare, e poi fermarsi, proprio là, sotto al lampione, accanto a Serena. Carlo pensò che il suo cuore stesse per smettere di battere. Il momento era giunto, pensò l’uomo trattenendo il respiro. Vide sua moglie avvicinarsi alla macchina. Lei si chinò, con la testa vicino al finestrino. Seguì un lungo interminabile momento in cui nella mente di Carlo si affastellavano mille pensieri martellanti, tutti ragionevoli, eppure tutti in contrasto l’uno con gli altri.
Quando finalmente Carlo vide l’auto ripartire con una sgommata, e sua moglie ancora lì, illuminata dalla fioca luce del lampione, tirò il più grande sospiro di sollievo della sua vita. Sperò intensamente che la scena si ripetesse ancora. “Certo”, riflesse, “che si fermino pure, che la abbordino tranquillamente… Tanto a me interessa solo che non salga… che si stufi… Oh, certo, verrà il momento in cui si stuferà….” Carlo interruppe bruscamente i suoi pensieri. Ben intenzionato a impedire che sua moglie perseverasse in quella sceneggiata assurda, accese la macchina, levò il freno mano, e….
Rispense il motore, tirò nuovamente il freno il mano. Per quanto l’orgoglio di marito gli bruciasse in petto, sapeva che ora non gli era più possibile intervenire.
Serena aveva voluto questo “gioco”, come lei amava chiamarlo. Lei aveva insistito per due anni col marito, lei aveva studiato tutto fin nei minimi dettagli, e lei era laggiù, moglie insoddisfatta e lucciola nella notte, decisa a portare a termine il suo folle progetto. Oltrettutto, Serena sapeva anche che il gioco poteva terminare quando lei lo desiderava: doveva solo camminare lungo quei duecento metri che la separavano da suo marito, e tutto sarebbe finito.
Carlo comprese con raggelante lucidità di non avere più il diritto di fermare Serena. Solo lei conduceva il gioco, e solo lei lo avrebbe concluso. Comunque questo si fosse concluso.
Le mani dell’uomo si strinsero compulsivamente sulle razze del volante, quasi a volerlo staccar via dal piantone dello sterzo; un’altra macchina si era fermata. Per un altra volta, Carlo fu afferrato da un sentimento di dolorosa impotenza, mentre vide sua moglie affacciarsi al finestrino dell’automobile.

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