gen 08

Una storia molto particolare (parte 1 di 2)

Categoria Ricordi,SurrealiErzulia @ 03:02

Forse qualcuno ricorda quel gioco della Settimana Enigmistica intitolato “questo l’ho disegnato io”. Un paio di tratti, racchiusi in un quadratino bianco, costituivano le tracce su cui montare, con la fantasia, un’immagine. Un esercizio simile a quello che ognuno compie guardando una nube e cercando, in essa, una somiglianza. Un vezzo antico: pensate ai nostri antenati che, nelle stelle, hanno visto carri, arieti e tante altre creature parto delle loro menti. Fargo46 ha lanciato a me ed altri due autori una proposta interessante: da un prologo e un epilogo comuni, montare una storia. Non c’è
intenzione di effettuare una gara: è un piacevole esperimento sulla potenza della fantasia… ed ecco il mio sogno:

IL JUMBO 747 DELL’ALITALIA STACCÒ LE RUOTE DALLA PISTA 34 LEFT DI FIUMICINO IN PERFETTO ORARIO. IRENE DAL SUO STRAPUNTINO GUARDAVA AFFASCINATA IL MONDO ESTERNO RIMPICCIOLIRE A VELOCITÀ VERTIGINOSA. PIÙ IL MONDO ALL’ESTERNO SI ALLONTANAVA, ASSUMENDO CONTORNI INDISTINTI E SBIADITI, PIÙ LEI ASSAPORAVA IL GUSTO PIENO DELLA LIBERTÀ. IL SUO EGO DIVENTAVA ALLORA DI PROPORZIONI GIGANTESCHE E LEI, FATTASI ORMAI PADRONA DEL MONDO, AVEVA VOGLIA DI RINCORRERE OGNI SORTA DI ESPERIENZA.

Era certa che sarebbero state uniche, di quelle che pochissimi hanno la possibilità di vivere: sesso e morte, in un connubio perfetto.
Per anni aveva vissuto nell’attesa di quel momento, annullando se stessa e le sue aspirazioni. Tutto il tempo lo aveva dedicato al lavoro, in modo duro e massacrante. Mai un attimo di riposo, una vacanza, una storia d’amore.
Si era fatta largo tra la folla. Da un piccolo banco di verdura in piazza, alzandosi ogni giorno all’alba, ad un negozio ricercato di verdure biologiche. Da questo ad un Discount ed infine una piccola catena di supermercati. Aveva saputo sfruttare, con intuito e determinazione, le mode della gente. Ora aveva concluso l’ultimo affare. La vendita della sua catena ad un gran gruppo di distribuzione, divenendone azionista ed assicurandosi una grossa liquidità.
Adesso aveva i mezzi economici necessari per suoi piani ed era libera da vincoli che la trattenessero dall’agire.
C’è chi afferma che la vendetta annulla una persona, lasciandola priva di ogni sentimento che non sia l’odio. Tali persone sostengono che, raggiunto lo scopo, ci si senta vuoti e senza motivazioni per continuare a vivere al di là del momento lungamente atteso. Irene era sicura che non fosse così. Aveva vinto la prima parte della sua guerra personale rapidamente e, appena oltre i trent’anni, aveva voglia di vivere e di provare tutto ciò che non aveva fatto fino allora. Sentiva che il suo correre verso la rivalsa era anche volare verso la libertà.
Il suo corpo di trentaduenne, che la natura aveva reso generoso nelle curve e slanciato, era ben curato ed elegante. Era bene che fosse così, perché grazie ad esso avrebbe avuto gioia e rivalsa.
Al segnale, slacciò la cintura di sicurezza e reclinò il sedile per distendersi quanto poteva ed accettò lo spuntino offertole dall’hostess. Ispirò con voluttà l’aria e volse lo sguardo alla sua accompagnatrice: “Simona, ti sono veramente grata per aver accettato di accompagnarmi e per esserti prestata a farmi da maestra.”
La stupenda bionda, dalle vertiginose gambe calzate di scuro ed appena coperte da una minigonna, le sorrise: “Per quanto riguarda il viaggio, non ti scordare che sono pagata da te. Non ero tenuta a farlo, è vero, soprattutto non a farti da istruttrice. La tua storia mi ha affascinato, ma ricorda che, in cambio, tu mi dovrai raccontare ogni particolare.”
Irene sorrise a sua volta: “Ho assunto un detective ed ho trovato un’amica.”
Simona le pose una mano sopra la sua: “Soprattutto un’amica! Non ti scordare che l’investigatore è il mio capo. Io sono la segretaria e mi occupo, più che altro, della raccolta di informazioni, come quelle di cui avevi bisogno tu.”
“Sai, sono molto emozionata. Sento che riuscirò nella mia impresa, ma ho bisogno del tuo incoraggiamento. Voglio imitarti, anche se non sono bella come te… Guarda i due uomini seduti nei sedili dall’altro lato del corridoio: non riescono a staccare gli occhi dalle tue gambe.”
“Me ne sono accorta, ma non ti sottovalutare. È l’effetto della minigonna. Lascia con la voglia di sbirciare. Le tue gambe sono belle e hai una figura molto femminile… Facciamo un esperimento. Spostati come per sbirciare bene dal finestrino e fai risalire la gonna.”
Irene obbedì e Simona, fingendo di voler guardare da fianco a lei, fece risalire la sua veste maggiormente, spingendola con la sua mano. Ora il bordo delle sue calze era ben visibile: “Io vado in bagno. Osserva i due uomini senza farti troppo notare.”
Irene stette un poco con lo sguardo fissato attraverso l’oblò, reggendo alla voglia di voltarsi. Quando decise di sbirciare i due uomini, con la coda dell’occhio, vide che la guardavano con sguardo ammirato, commentando eccitati tra loro.
Simona tornò ad occupare il suo posto, stando attenta che la gonna fosse il più composta possibile. Irene ebbe un fremito al basso ventre vedendo i due uomini spostarsi leggermente in avanti, cercando di superare lo scudo che Simona opponeva al loro sguardo. Simona le sorrise: “Vedi? Ora ignorano me. Tra noi scelgono quella che più stuzzica, sul momento, la fantasia. Sei bella almeno quanto me, siine certa! …Ti va di agganciarli, come esperimento?”
Irene decise di essere sfrontata e si voltò verso i due uomini che, sentendosi in colpa per come le frugavano il corpo con la vista, distolsero rapidamente lo sguardo.
Erano due begli uomini, asciutti e dai visi interessanti. Rimase a studiarli a lungo, fino a che, il più audace, raccolse la sfida del suo sguardo e fu premiato da un suo sorriso.
Subito dopo bisbigliò a Simona: “Ci sto ed ho scelto.”
Simona sorrise. Intanto l’uomo bisbigliò al suo amico: “Marco, la mora mi ha sorriso ed ho l’impressione che stiano parlando di noi: prova a sorridere alla bionda!”
Marco provò e ricevette un sorriso luminoso.
Non ci volle molto ad agganciare un discorso tra loro e, dopo poco, Simona scambiò il suo posto con quello dell’amico di Marco. L’uomo, che si chiamava Andrea, sedette eccitato a fianco di Irene, che nulla aveva fatto per coprirsi le gambe. Fu un fiume di parole, ma in tutti loro dominava l’eccitazione.
Solo dopo l’atterraggio a Milano e il successivo nuovo decollo, consumata la breve cena, le luci calarono. Fu allora che l’eccitazione repressa, declinati gli strapuntini, poté avere le prime soddisfazioni. Irene vide Simona bruciare le tappe e porsi sul fianco, come per dormire, ma le sue natiche erano enormemente protese indietro. L’uomo che era con lei pose una coperta, di quelle fornite dalla compagnia, sui loro fianchi.
Irene fissava affascinata i movimenti di quella coperta che, senza nulla mostrare, lasciavano capire che l’uomo era intento a sollevarle la gonna e sfilarle le mutandine.
Sentì una mano poggiarsi sulla sua coscia e lei, distogliendo un attimo lo sguardo, vide che anche Andrea fissava quella scena. Abbassò lo sguardo e vide che, in parte per l’erotismo di quella visione e in parte per il contatto con la sua coscia, l’uomo si era fortemente eccitato. Riprese a guardare i due, gustandosi il caldo di quella mano che si faceva sempre più impertinente, giungendo a sfiorarle le mutandine.
Lei guardava l’altra coppia e capiva che Marco lavorava su se stesso per liberarsi dei calzoni. Infatti, un attimo dopo, i rilievi dei suoi fianchi e quelli di Simona si giunsero, come le espressioni dipinte sui loro volti confermarono.
Irene si pose nella stessa posizione di Simona, guardandola dritta in faccia, vicina, oltre lo stretto corridoio tra i sedili. Si sorrisero, mentre Andrea copriva le copriva i fianchi con una coperta.
Trovò eccitante vedere le espressioni di Simona, leggermente scossa dai movimenti del maschio, mentre mani calde sollevavano la sua gonna e, carezzandola, le facevano scorrere le mutandine lungo le gambe. La sua gioia fu grande quando la punta del pene la frugò dietro e, fattosi varco, entrò trionfante nella sua vagina. Ora vedeva gli occhi di Simona guardare le espressioni del suo volto con la stessa eccitazione negli occhi che, sicuramente, si leggeva nei suoi un istante prima.
Le piaceva essere posseduta così. Traeva piacere del membro che scorreva in lei e da quel gioco di guardare ed essere guardata, col rischio eccitante del luogo affollato.
Improvvisamente comparve una mano a serrare la bocca di Simona e, un attimo dopo, i suoi occhi si sgranarono per la sorpresa. Gli occhi dell’amica si chiusero, a sostenere un momentaneo dolore. Capì immediatamente cosa stava accadendo e lo capì anche il suo compagno, che teneva il capo sollevato per guardare.
Subito si trovò una sua mano sulla bocca e sentì il pene che la fotteva estrarsi e puntare al suo sfintere. Si sarebbe sottratta, in situazioni diverse, ma l’eccitazione era tale che decise di provare quella che, per lei, era una novità. Inesperta, si contrasse istintivamente. L’uomo, dietro di lei, senti la forte resistenza e le chiese:
“È la prima volta?”
Irene agitò affermativamente la testa e Andrea si eccitò terribilmente. Non le dette alcun consiglio, ma, gustando il contatto con le sue cosce e i suoi fianchi dai muscoli tesi e vibranti per il dolore, affondò deciso. Simona, che ormai gustava tranquilla la sua sodomia, arrossì di eccitazione a vederle il volto dolorante. Per lei, invece, fu un dolore bruciante, ma non volle arrendersi. Lacrimò e strinse i denti finché i movimenti del membro attraverso l’anello muscolare si fecero scorrevoli ed iniziò a sentire uno strano piacere invaderla. Tuttavia, quella prima volta, fu un sollievo sentire l’uomo venire nel suo intestino annunciando la fine della sodomia.
Nonostante il bruciore che ancora avvertiva allo sfintere, fu un’esperienza indimenticabile, anche se priva per lei di orgasmo. Infatti fisso gli occhi di Simona e sorrise. Il futuro si annunciava piacevole.

C’era come una luce attorno a quelle donne che scendevano felici la scaletta. Era qualcosa di soprannaturale, che New York accolse con un’improvvisa folata che la fece brillare, per un momento priva della sua cappa di smog.
Il vento giocò con le loro gonne sollevandole sulle belle gambe, poi svanì, in attesa degli eventi.

Nell’elegante ristorante di Manhattan, si ripeté la scena di seduzione, le cui prove generali si erano svolte nella carlinga del Boeing. Le due grazie esposero con generosità le loro forme dal tavolino accanto a quello di X, uno dei massimi responsabili della delegazione italiana all’ONU. Quando X si accorse di avere addosso lo sguardo di quelle splendide creature, fece un cenno per invitarle al suo tavolo, nonostante la sua guardia del corpo lo sconsigliasse dal prestare confidenza a delle sconosciute.
Le donne si alzano e Simona parlò per prima: “Ci scusi la sfacciataggine, ma lei è l’on. X?”
Gongolando per la sua fama le confermò: “Si, sono proprio io. Siete tutte e due italiane? Mi farebbe piacere se accettaste di farmi compagnia a tavola. È un piacere parlare con due compatriote, specie se così belle come voi.”
Toccò a Irene prendere la parola: “Si, siamo due italiane in vacanza. Siamo veramente eccitate all’idea di cenare con una persona famosa come lei. Accettiamo molto volentieri il suo invito.”
Simona era abile nel gettare parole ricche di doppi sensi per eccitare l’uomo e il suo guardaspalle. Irene assisteva, partecipando ogni tanto, come un’allieva attrice intenta a studiare la parte.
Ben presto le parole si fecero più esplicite: “Non ci credo che si senta così vecchio da non corteggiare due ragazze come noi! In fondo ci ha invitate al suo tavolo.”
X sorrise: “Ormai gusto solo il piacere estatico della bellezza.”
Simona, socchiudendo maliziosamente gli occhi gli sussurrò con tono suadente: “Magari le piacerebbe assistere alle nostre evoluzioni con il suo amico, vero?”
La faccia di X si fece rossa di insperato piacere: “Non è facile trovare donne
disinibite e pronte a provare il piacere del vedere ed essere visti!”
Simona, accentuando ancor più la sensualità della voce: “E se trova due ragazze disinibite come noi che cosa fa?”

Un ora dopo i quattro erano nella camera di X. Irene prese a spogliarsi lentamente e una volta nuda, si accucciò per sbottonare i pantaloni del gigante. Intanto la biondina, rimasta con le sole calze, che le davano un aria da viziosa, si allacciò in un bacio fremente con l’onorevole. Questi le passò un braccio dal fianco e prese possesso con la mano delle sue natiche.
Due dita s’incurvavano a tormentarle l’interno della passerina e lei uggiolava, nella sua bocca, accentuando l’incurvatura a s del suo corpo, i bei glutei pieni spinti in fuori in offerta a quel massaggio.
La mora aveva vinto la sua battaglia e, impugnato il membro teso e grande dell’uomo, iniziò a scorrervi la mano e continuò il suo su e giù anche quando catturò il glande con la sua bocca.
Eccitato, il gorilla trasse su la mora e la fece puntellare alla parete, con le braccia protese in avanti.
Rapidamente le entrò nella vagina da dietro, strappandole un gemito di piacere per l’improvvisa intrusione. Simona, scioltasi dal bacio e dalle dita del vecchio, si inginocchiò sotto di loro. Profittando delle gambe divaricate di lei, vedeva il membro dell’uomo scorrere e i testicoli allontanarsi e avvicinarsi. S’inumidì la mano di saliva e prese a massaggiare il clitoride dell’amica. Per un movimento troppo prolungato, il membro sfuggi dalla vagina. Lei n’approfittò rapida per agguantarlo nella sua bocca.. Il cambiamento piacque al gorilla, che stantuffò un poco nel suo cavo orale, prima di riprendere posizione nella passerina della mora. Divenne un gioco. Ogni volta che l’eccitazione saliva troppo, lo sfilava e faceva intervenire Simona con la bocca.
X non stava nella pelle. Si muoveva di continuo, mantrugiandosi il pene balzotto, per osservare la scena da ogni visuale.
Il gorilla afferrò Irene e la distese sul letto. Il suo bacino sporgeva un poco dal
letto e l’uomo s’infisse nuovamente nel suo liquido e caldo mondo.
Simona si portò cavalcioni sulla bocca dell’amica e le offerse il suo paradiso da leccare. L’uomo fotteva Irene, guardando a tratti il viso sconvolto dal piacere della bionda ed allungando una mano sul suo seno. Poi non ne poté più. Si alzò e andò dall’altro lato del letto. Spinse le spalle di Simona, facendola chiudere in un sessantanove con l’amica e, di colpo, facendola inarcare ed urlare, le affondò tutto il suo cazzo teso nel culo.
Ora il vecchio era finalmente eccitato e, portatosi davanti a lei, le sollevò il volto teso dal perverso piacere e le infilò il pene nella bocca.
Irene assisteva alla sodomia in quel primissimo piano, lappando ora la passerina dell’amica, ora i testicoli dell’uomo. L’inculata era parossistica e in breve la guardia del corpo venne inondando l’intestino di Simona di tiepido piacere. Lo estrasse gocciolante e lo porse alla bocca di Irene, che lo accolse e lo ripulì. Mentre gocce di sperma cadevano sul suo volto, scivolando via dall’ano dilatato di Simona, il vecchio venne nella bocca di quest’ultima.
La prima a riprendersi fu Irene: “Ehi! Voi avete goduto un casino, ma io sono rimasta con la voglia! Conosco un giochino che farebbe resuscitare il pene ad un morto! Lo facciamo?”
Tutti si mostrarono entusiasti, ma quando si trattò di legare come un salame il gorilla, quest’ultimo ebbe un attimo d’esitazione: “Non so se è il caso… io dovrei sempre essere efficiente!”
Fu X a risolvere la situazione: “Ma chi vuoi che venga proprio ora! Sto godendo come non mi succedeva da anni. Non rompere i coglioni e lasciati legare!”
X sedeva su una sedia, il pene coccolato dalla lingua di Irene, quando sentì l’urlo soffocato del gorilla. Guardò e vide Simona con una mano sulla sua bocca e l’altra che finiva di premere lo stantuffo di una siringa infissa nella sua coscia. Non ebbe tempo di dire niente. Una siringa s’infisse nella sua gamba, mentre l’altra mano di Irene gli tappava la bocca. Simona corse ad aiutarla, trattenendola da dietro. La droga era potente e in pochi secondi sprofondò nell’incoscienza.
Al risveglio era imbavagliato e legato saldamente al letto. Quest’ultimo era stato spostato al centro della stanza. Il lampadario era stato tolto dal soffitto ed al suo posto c’era uno strano marchingegno dal quale si srotolava un doppio cavetto d’acciaio che faceva oscillare una massiccia mezzaluna d’acciaio.
La mora era lì e gli dette un bacio sulla guancia: “Ciao tesoro. Diciotto anni fa, a Milano, ti divertisti a sventrare una donna con un coltello. Ora rinnovo il tuo piacere copiando un racconto di Edgar Alan Poe. A non rivederci.” E se n’andò, seguita del suo sguardo terrorizzato.

Nel preciso istante in cui le ruote dell’aereo si staccavano dal suolo, pochi chilometri da lì una lama scintillante, passando su di uno stomaco contratto, lasciò il suo primo morso sottile.
Mentre la pressione sotto le ali forzava il veicolo verso l’alto, la pressione arteriosa dell’uomo premette, squarciandola, sulla vecchia aorta. La lama, nel suo viaggio di ritorno, incise profondamente le carni ormai rilasciate dell’uomo già in coma. La fine fu rapida quanto fu lento il terrore. Il grande aereo, intanto, s’innalzava sempre di più, come lo spirito di Irene.

Poche ore dopo, due lunghe paia di gambe calzate di scuro scendevano la scaletta dell’aereo nell’aeroporto di Bruxelles. Un uomo affascinante attendeva le due donne nell’atrio.
Simona corse ad abbracciarlo: “Samu! Come sono felice di vederti.”
L’uomo sorrise e le diede un bacio sulle labbra, prima di prendere la mano di Irene e stringerla nella sua: “L’uomo alloggia all’Hotel Astoria di Bruxelles. Lo troverete alla camera 479. Vi ho prenotato la 478. Io vi attenderò a Milano. Segnalatemi la vostra partenza e l’orario di arrivo previsto.”
Con un inchino si dileguò rapido tra la folla.
Irene si rivolse a Simona: “Un uomo veramente conturbante il tuo capo. Siete… amanti?”
Simona sorrise: “Molto di più. Un uomo come lui ha mille amanti, ma le mie braccia sono quelle che accolgono i suoi momenti di sconforto. Siamo quanto di più vicino c’è ad una coppia sposata, libera di vivere le proprie singole esperienze, ma salda nei sentimenti reciprochi.”
Irene sospirò: “T’invidio Simona. È ciò che sogno: un uomo capace di condividere tutte le mie sensazioni e i miei desideri.”

Quando l’ex senatore Y rientrò nella sua camera, rimase sorpreso di trovare le cameriere ancora intente a rifare la sua stanza. Stava per protestare vivacemente, per quello scandaloso ritardo che lo privava della sua intimità, ma si trattenne. Non conosceva quelle due inservienti, ma erano due creature veramente deliziose.
La bionda si rivolse a lui in ottimo italiano: “Ci scusi eccellenza. Siamo entrambe in prova e ci siamo suddivise le camere da rifare. Ci siamo accorte solo adesso che ognuna credeva che questa fosse nel novero di quelle assegnate all’altra. La supplico di avere pazienza. Non si verificherà più. Non ci rovini eccellenza! Abbiamo bisogno di lavorare e un suo reclamo potrebbe essere deleterio per la nostra assunzione.”
Y, pur passata la sessantina, era rimasto un gran maiale e subito subodorò la possibilità di farsi quelle due bellezze. La sua età lo costringeva sempre più spesso a ricorrere a professioniste, un diversivo con due innocenti creature sarebbe stata un’insperata delizia.
Si finse irritato e maldisposto, ma…: “Sentite, siete due ragazze carine e potrei anche chiudere un occhio, però vorrei molta riconoscenza da parte vostra!”
Simona, abbassando gli occhi remissiva, rispose prontamente: “Certo eccellenza, qualsiasi cosa desideri, ma non ci faccia licenziare!”
Y fece un enorme sorriso, mentre la lussuria gli deturpava il volto grinzoso:
“Qualsiasi cosa è un termine molto impegnativo. Non so se la tua collega la pensa come te… Mi piacerebbe vedere le sue gambe!”
Simona si portò dietro ad Irene e, presale dal fondo la gabbanella, la sollevò
mostrando le calze con giarrettiere e mutandine nere, trasparenti e molto sexy: “Come vede non protesta. Anche lei vuole salvare il posto di lavoro.”
Guardò il senatore con un sorriso invitante: “Vuole che ordini alla mia amica di spogliarsi, mentre io mi dedico a lei?”
Il senatore si mise a sedere su una poltroncina, rosso dall’eccitazione: “Certo! La tua amica non parla italiano?”
Simona si avvicinò al vecchio politico e si sedette sui talloni di fronte a lui, per
non ostruirgli la visuale: “Siamo entrambe svizzere, ma lei non proviene dal Canton Ticino come me.”
Poi ordinò in tedesco a Irene di sbottonarsi lentamente la gabbanella, mentre lei apriva la patta all’uomo. Y sentì le labbra della donna accogliere il suo pene ammoscito, mentre guardava il tessuto che ricopriva la mora cadere a terra, lasciandola nuda con le mutandine e le calze come unici ornamenti.
Mentre il vecchio pene cresceva, tra le cure fornite dalla lingua di Simona e la superba visione di Irene, fece un cenno a quest’ultima affinché si avvicinasse. Si rivolse nuovamente alla bionda: “Ora spogliati tu e ordina a lei di continuare la tua opera!”
Simona si sollevo e, senza proferire parola, fece chinare Irene, che accolse il suo cazzo, ormai ritto, nella bocca. La bionda fece scivolare la gabbanella, rivelando che sotto era nuda, ad eccezione delle auto reggenti. Si avvicinò e pose un suo capezzolo in bocca all’uomo tenendosi il seno con la mano.
Y leccò e morse, facendola gemere, e continuò a torturarle il seno anche mentre che, con la mano, cercava tra le sue natiche il piccolo accesso al suo intestino. Lo trovò e v’infilò brutalmente un dito, strappandole un nuovo gemito. La frugava dentro con foga e presto estrasse il dito per introdurlo nuovamente, senza inumidirlo, assieme al medio.
Simona ebbe voglia di sottrarsi a quell’ingresso rude, che le martoriava lo sfintere per l’attrito tra le carni asciutte. Resistette gemendo e l’uomo parve soddisfatto: “Ora scambiate nuovamente le parti!”
La mora gli porse il seno, mentre l’altra lo spompinava. Anche Irene sentì il dito penetrarla rudemente e si morse le labbra per non urlare. Ma Y fu più feroce con lei.
Estratto il dito, penetrò di colpo con due dita affiancate, mentre mordeva il suo capezzolo. Irene non resistette e cacciò un urlo. Y sorrise: “Molto male, bambina, ora ti dovrò punire! Bella ticinese, traduci e dille di sdraiarsi sul letto a pancia in giù.”
Simona le parlò e Irene ubbidì. Y si alzò e frugò in una valigia. N’estrasse un fallo enorme, fornito di una cinghia e contrapposto ad U ad un altro cazzo di dimensione altrettanto mostruosa. Prese anche un tubetto di vaselina: “Sdraiati di fianco a lei a pancia in su.”
Lui la raggiunse e, inginocchiatosi tra le sue cosce, divaricò il suo monte di venere e introdusse lentamente uno di quei falli nella sua vagina. Simona si sentiva allargare tutta da quell’immane presenza.
Quindi l’uomo la tirò su a sedere. La posizione faceva premere il fallo dentro di lei.
L’uomo le allacciò la cinghia alla vita, compiendo una v lungo l’attaccatura delle sue cosce e chiudendola sulla schiena. Il pene non poteva più fuoriuscire. Unse il pene che sporgeva da lei e tornò alla valigia. Teneva un filo con delle grosse palline attaccate lungo il percorso. Y le unse e le porse a Simona girandosi: “Infilale una ad una nel mio retto.”
Il sedere dell’uomo era allenato. Le grosse palline entravano con poco sforzo, risucchiate dentro ogni volta che la circonferenza maggiore superava l’anello dello sfintere.
Entrata la quarta, quando ormai non restava che un filo sporgente, l’uomo si voltò. Il suo pene era teso come quello di un ragazzo per il forte stimolo alla prostata.
Camminando lentamente per l’ingombro, si andò a sedere sul letto, vicino al volto di Irene. Stava seduto di sghembo e, al poggiarsi delle sue natiche, il suo voltò rivelò godimento per la pressione che stimolava le palline nel suo intestino: “Ora inculala, mentre le guardo il volto.”
Simona si pose su Irene, allargandole i glutei e puntando l’attrezzo al suo sfintere.
Le fece una carezza al fianco e Irene annuì col capo.
Lentamente, cercando di non farle troppo male, iniziò a premere. Irene si agitava e gemeva, ma non le diceva di smettere. La pressione faceva muovere un poco il fallo nella sua vagina, rinnovando la sensazione di pienezza. Si domandava cosa dovesse provare Irene, che stava per prenderlo nel culo.
Irene iniziò a strillare e Y le tappò velocemente la bocca. Il suo sguardo era sadicamente felice delle smorfie lette sul volto della vittima. Simona si arrestò un momento, voleva che lei si abituasse, ma Y la guardò con ferocia. Allora spinse, eccitandosi anche lei per i fremiti di quel corpo caldo e dolente, fino a che poggiò sulle sferiche sporgenze dell’amica.
L’uomo le ordinò di muoversi con vigore, mentre gustava lo spettacolo del volto di Irene rigato dalle lacrime. Quando lo spettacolo fu meno evidente, levò la mano dalla sua bocca. La stanza fu invasa dai gemiti della donna sodomizzata e Y, eccitatissimo, si portò alla terga di Simona. Puntò il glande sul suo sfintere e la sodomizzò di colpo, riuscendo a strapparle un “Ah!”, accompagnato da un gemito di Irene che subì, per contraccolpo, la stessa spinta.
Già a lungo sollecitata da quel pene enorme nella vagina ed colma della foia procuratele, suo malgrado, dalla tortura inflitta all’amica, Simona fu portata rapidamente all’orgasmo da quel nuovo stimolo nell’ano. Fu la prima a venire e dovette attendere, scossa dai colpi del vecchio porco, che lui si riversasse nel suo intestino, mentre l’amica ancora piangeva e fremeva sotto di lei.
Simona riuscì a forzare una mano sotto di lei per raggiungerle la vagina e darle sollievo nel piacere. Finalmente sentì Y sussultare e la verga che, smesso di scorrerle nell’ano, le inondava le budella col suo caldo seme.
L’uomo si accasciò di lato, liberandole lo sfintere e lei, lentamente, si estrasse da Irene che sussultava anche durante quest’operazione. Rivoltò l’amica, il cui sfintere era rimasto oscenamente dilatato, e con abili colpi di lingua sul clitoride la portò al godimento.
Quindi si rivolse all’uomo: “Lei è molto abile, non avevo mai provato quest’esperienza, ma anch’io conosco un gioco che, sono certa, la farà godere una seconda volta.”
Y sorrise: “Bambina, se ci riesci, non solo non mi lamenterò con la direzione, ma farò un bel regalo a tutte e due!”
Simona fece girare l’uomo: “Prima togliamo queste.”
Con gran godimento di Y, tolse lentamente le palline dal suo sfintere. Poi, con uno strappo deciso, ne staccò una e la pose vicino a se.
Convinse l’uomo a lasciarsi legare i polsi e le caviglie assieme, giacendo sul letto come un vitello pronto al marchio. Quindi porse una delle scope per le pulizie, che avevano portato con se, a Irene. Si portò davanti a Y e gli sorrise, tenendo la pallina merdosa in mano.
Irene puntò il manico al suo sfintere e disse: “Ora goderai per l’ultima volta.”
Y, sentendola parlare in italiano e con parole così terribili, sgranò gi occhi ed
esclamò: “Cosa…”
Le parole finirono lì. Simona gli cacciò in bocca la pallina e ve la premette, mentre la granata, con un colpo deciso, sfondava il suo intestino. Urlò di dolore e di orrore dentro di se, mentre il manico era assestato ulteriormente, provocando una irreversibile emorragia nel suo ventre.
Irene badò che fosse ben cosciente, mentre Simona lo imbavagliava, prima di parlare:
“Ricordi? Quasi vent’anni fa, nel 1973, uccidesti un uomo nello stesso modo. Ora ti lasciamo solo a godere, come te lasciasti lui.”

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