Ultimi racconti erotici pubblicati
Home / Adolescenti / A piena luce, di notte
copertina racconto erotico

A piena luce, di notte

… evviva, riesco ancora a svegliarmi. Nonostante questo rombo di tecno, al massimo, che dal piano di sotto, da più d’un mese accompagna ogni istante della vita. Bah, riesco ancora ad aprire gli occhi e fuoriuscire dal coma, nonostante tutto questo fumo stantio che riempie i pensieri e i polmoni. Riesco ancora ad esserci, persino in una notte come questa, tra lenzuola fradice di sudore e la solita confezione da sei della tuborg già per metà pisciata. Un’altra notte di follia, con questi spasmi di musica a spezzarmi le ossa e il cuore, allontanarmi dalla pace della poesia, che non riesco più a scrivere un rigo, da quando ci siete voi, maledetti del terzo piano, a rubarmi la notte e l’ispirazione. E questi treni a passarmi accanto, a ballarmi la stanza e le luci, che entrano dentro, a lampi, folgorando occhi e ricordi. E il caldo. Duro e rovente, in questa minuscola prigione romana, a due passi dalla termini, in questo mai così infuocato luglio. Ho qui gli appunti che non ho voglia di rivedere e le quattrocentotrenta pagine da digerire, subito, prima che sia veramente troppo tardi. Il sudore, su tutto il corpo. Mi alzo. Il frigo è vuoto. Birra? Finisch! Raschio la ghiacciaia, riempio un bicchiere di nevischio puzzolente di metallo. Spruzzo mezzo limone. Giro col dito. Buono … ho già sete. Ho voglia del mio cat stevens, che mi sussurra, ormai da lontano, di una pace che non so trovare. Non posso ascoltarti stasera, amico, saresti in pericolo, i tuoi sogni sarebbero frantumati da questi panzer minacciosi, che rombano, rombano, distruggendo ogni cosa. Da un po’, amico, hanno scelto me. Si spassano a demolirmi. Credo stiano vincendo. Comunque, rieccomi qui, in questa via urbana trentasei, mezzo nudo, a cercare un po’ di vento alla finestra. Niente da fare, neanche un piccolissimo alito. Si crepa. Notte di fuoco, stanotte. Provo a pensarti. Tra pochi giorni sarò da te, sulle nostre montagne di molise. Nel fresco delle nostre serate, forse a giocare ancora all’amore, nonostante tutto … Provo a pensarti. Mi sfuggi, come spesso sta accadendo negli ultimi tempi. Queste onde malefiche mi rendono pazzo. Ed io ti punisco, ti voglio punire. Perché forse non c’è più niente tra noi, se non l’abitudine ad essere vicini. Non ti desidero. Non ti voglio, neanche a pregarmi. Il pensiero d’un corpo, caldo poi, a trentasei gradi e mezzo, da stringere, da baciare, da strusciarsi contro, dio, no, non è possibile, niente da fare, mi fa pazzo. Ma che dico, credo di non ragionare più. Amore, perdonami. Dio, dio, basta! Per favore, smettetela! Provo a sintonizzarmi altrove, questo nuovo chandra m’aiuta, terra rossa e pioggia scrosciante, un sogno d’india, un sogno da sempre. E mi ritorna quella meraviglia di mare di bahia, nei giochi del mio maestro jorge, mare, mare, impetuoso e suadente, così pieno di brezze e nudità, da immergerti con voluttà, a rasserenarti. Ahi, ahi, i tuoi sogni … e quella tempesta, a spuma bianca, come di buona birra estera … rien ne va plus, amico. Meglio fuggire. Allora mi vesto. Poca roba. Solo per pudore. Vinco la pigrizia, urlo al vento che non c’è e mi fiondo in strada. Lei è sempre lì, all’angolo. Solita mise. Minigonna inesistente, verde. Corpetto metti in risalto le tette, che per quel poco che c’è sembra giallo. Slip microscopico argentato, davvero poverissima cosa, una inutile strisciolina a separare natiche e tutto. Parrucca rossastra di qualità, scarpe tacco venti, cintura scura sotto l’ombelico. Occhi stanchi. Bocca sforzata a perenne rappresentazione di voluttà. Cervello spento, come il mio. Sigaretta accesa, come me. Strano, non ha borsa, stanotte niente borsa. Dove metterà i soldi che guadagnerà? Boh, non sono fatti miei. Però è strano assai. Mi vede, mi fa un cenno. Arrivo da lei. Saluto a bacino, sulla guancia. Allungo una carezza alla coscia. Brucia. Ride e mi stringe per un attimo al petto. Mi piace il suo nuovo profumo. Glielo dico, sorride. Ci conosciamo da una vita con la rita, da quel giorno in cui mi offrì il riparo di un letto e tante di quelle carezze, quelle che ti fanno star bene. Da quel giorno, cominciato niente male, in cui a trastevere spacciasti provocatore una tua poesia per roba di ginsberg e tutti si complimentarono, per come l’avevi recitata bene e ringraziavi questo e quello, con garbo e civiltà, persino l’altro tizio, che ti disse che lui amava tanto profondamente quella poesia al punto da recitarla nei momenti peggiori della sua vita, per farlo subito star bene. Ricordi, piccolo stronzo, ricordi? Lo guardasti ad incenerire e poi scoppiasti a ridere, da non fermarti più, che ti dovettero tenere forte la testa, come a chi sta vomitando. Finisce bene. Finisce che andate tutti a fare il pieno, compreso il tizio che pensa di prenderti per il culo, e tu ritorni a quattro zampe verso casa tua. Rita ti raccatta lì, all’angolo della stazione della metro e ti porta a casa sua, perché dice di sapere che sei studente ed abiti poco più su ed hai tanto bisogno d’aiuto. Dormii da pazzi e mi svegliai con lei accanto, che mi carezzava piano il volto. Come l’ho amata la rita. Come l’amo. Adesso giochiamo un po’ a prenderci in giro, mentre mi rapporta sul movimento. Scarso. Solo turisti per monumenti e lampi di automatiche per lo splendore di un ricordo fotografico di puttane romane e tranelli inventati. Il caldo ammazza ogni voglia, stanotte. Rita mi stringe la mano e, lanciandomi un bacio, s’avvicina alla macchina che, nel frattempo, si è fermata più in là. Un cliente. Spero per lei, mente che s’avvicina sicura ed infinita. Chissà che penserà il cliente? Penserà di certo che sono il suo protettore? Evviva, l’idea mi va. Continuo a scorrere. Risalgo via cavour, verso la stazione, in via marsala c’è sempre un bar aperto. Devo avere della birra. Fresca, a tramortirmi. Ricordo all’improvviso il bar del thriller, come lo chiamammo all’epoca dei nostri primi sospiri. Già, il bar del thriller. Cinque minuti e sono da te. Qui, una volta era la vera vita. Non a tutti era permesso entrare. Un gran locale di movimento, di smistamento. Fecero fuori un trafficante. Uno grosso e potente. A pistolettate. Questione di donne, dissero, e non si seppe mai chi l’ammazzò. Sentimmo gli spari quella notte, ricordi, mentre che giocavamo a scoparci. Fu terribile. Rimasi a metà. La prima sconfitta. Ora è solo un bar. Discreto e banale, con le bottiglie in fila, dietro il banco, un pianista scordato e bruttino che percuote, distratto, i tasti d’un vecchio piano traballante, in una musica disperata, da flagellarti a sangue. Anche qui, diomio, perseguitato dalla brutta musica! Mi faccio coraggio. Sorrido tetro e feroce. Entro. Due birre e un po’ di sale, così, tanto per cominciare. Il barista è unico. Uguale alla notte. Crudele, sudaticcio e parlatroppo. Prepara e dispone. Assaggio. Ok, bimbo. Hai la mia approvazione, le zeroquattro sono al punto giusto. Svuoto, assestando la gola e lo spirito. Altre due, compagno! Mi guarda un po’ così, ma esegue. La presenza è vicina, l’avverto dal profumo. Troppo vicina. Mi alita. Pura selvaggina flambé. Odore classico e perverso. Sapore da divorare. Gioia da rimorchiare o da essere rimorchiati. Chissà. Comunque da volare, lassù nel refrigerio delle nuvole. Qui, vicina, vicina, scoparsela tutta e al diavolo il caldo e la sete. Volerla, si, volerla. Qui, vicina, vicina. Da morirci. Il gioco mi aggrada. Perciò mi acconcio a giocatore e senza visibile fatica giochicchio con le olivette nel piattino. Mi squadra. La squadro. Tiro su con il naso un pezzo di quest’aria sconcia e isolo il suo profumo. Lei mi prende il bicchiere dalla mano, beve dove io ho bevuto. La risquadro. Scura di tutto. Trucco fatale, a noir di prima categoria francese. A soffio di carnefice. Occhio che strazia, frantumando. Bocca da meravigliose tenere sconvenienze. Pensieri a morbide cosucce sopraffine, da farti delirio e concludere così, senza toccamenti e spinte. Tenebroso, lungo sguardo dalle mie parti. Credo che approvi. Cenno d’invito, da parte mia. Risponde col corpo. Da lei, mi fa capire. E via, volando, giù in un vicolo oscuro. Le sono accanto. Alcuni gradini, una porta verde, una scalinata stretta, di pietra, consunta. Salgo, mi è davanti. Guardo. È molto bella. Strano. Mi sento tranquillo. Perché poi non ho chiesto alla rita della sua borsa? Boh … Arriviamo, finalmente. Una stanza piccola e un telefono che squilla. Senza una parola, s’avvicina, stacca la spina. Silenzio. È come essere in una specie d’oasi, non si sente niente, nessun rumore. Si sta bene. Con un cenno m’invita a sedere. Si allontana. Al bagno. Sento il rumore. Mi agita e mi va eccitando. Cerco di distrarmi. Il gioco mi è sfuggito di mano. Me l’ha fatta, è lei a comandarlo, si, è lei. Gusto il disordine. C’è di tutto e tutto è così sottosopra. Al centro il letto, enorme, di lenzuola nere, di seta. Risulta perfettamente rifatto. L’unica cosa in ordine nella stanza. Vorrà dire qualcosa? Rientra. È in vestaglia. Siede, davanti a me, su una sedia di legno. Un attimo e la musica si fa sentire. Piano, si fa riconoscere. Strauss, si. Nel vecchio amico sconosciuto stanley, che ci hai salutato, ormai per l’ultima volta, in partenza per il futuro, nel mistero di quel monolite nero a pece di duemilaeuno. Addio. Le labbra, a brace di rosso, sono leggermente aperte. Accenna a muoversi al valzer, abbracciandosi forte ad un finto cavaliere, drappeggiandosi addosso questa fascinosa vestaglia, che ora sembra una nuvola di polvere profumata. Mi piace molto quello che sta facendo. Mi guarda, muovendosi con più lentezza. La lingua saetta, micidiale. Le mani non smettono di tormentarmi. La vestaglia comincia pian piano ad aprirsi, mostrando un corpo decisamente molto seducente. Il seno è qui, nei miei occhi, a reclamare, fortemente, baci e carezze ed altro, ancora. Capezzoli foschi, ventre piatto, ombelico a diamante raro e prezioso. Cosce a colonne di delirio, sostegno del tempio dell’amore, d’un amore folle e maledetto, che finirà alle prime luci dell’alba e che non si dimenticherà più, per l’estasi che ha lasciato nel cuore e nell’anima. Freno la voglia di avvicinarmi a lei. Sento di dover attendere. E il meglio arriva. Si siede, scostando la vestaglia. Le gambe, tutte in mostra, si vanno schiudendo. Mostrano cosce torbide, affidate al contrasto di seta e carne, con queste calze scure così magiche. E il meglio arriva nella visione della sua nudità. Nuda, tutta nuda, a sfamare, a ristorare. Nel tormento gli occhi scostano, cercano, si muovono sul suo corpo. E trovano piaceri indescrivibili. Giocano alla carezza. Sfiorano con labbra umide. Arrivano al centro e stramazzano ineluttabili in questo penetrante profumo di carne, aperta e spietata, in tutta la sua dolcezza, a urlare voraci baci ed insultanti tenerezze. E il gioco, stranamente, prende una diversa piega. Improvvisa e scostante chiude agli sguardi. S’alza di scatto. Fugge. Ho commesso un errore? Ho giocato male le mie carte? Ma se non ho giocato affatto! Non capisco. Improvvisamente ritorna, l’ombra sembra essersi dissolta. Mi è dietro. A soffiarmi dissolutezze. Scivola intorno, m’avvolge. Si mostra e nasconde e riappare. Vogliosa e vincente. Il corpo schiude spezie ed odori. Non resisto. Provo a giocare un po’ io, stavolta. Allungo le dita. S’allontana. La seguo. M’allontana. Ritorna. È sfrontata. Stuzzica. Non resisto. Va in cucina. La seguo. Ecco. Ci sono. La mia scena preferita: jessica e jack nel gioco perverso del postino che suona sempre e comunque due volte. Si. Ci sono. Ora. Va schiudendosi. È pronta. Sono pronto. È mia. L’afferro. Forte. Un ultimo guizzo. S’avvicina ad un frigo da macellaio. Lo apre. Mi fissa. Come lo vuoi il gelato, bello, alla fragola o al limone? Mormora golosa con voce da cornacchia… e va ad uccidermi, così, semplicemente. FINE

About Porno e sesso

I racconti erotici sono spunti per far viaggare le persone in un'altra dimensione. Quando leggi un racconto la tua mente crea gli ambienti, crea le sfumature e gioca con i pensieri degli attori. Almeno nei miei racconti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.