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Anche nel calcio le tette dominano le palle

Due squadre di calcio, una maschile e una femminile, si affrontano in un inedito derby milanese.
Era giugno, ma faceva già un caldo furioso. Eppure la sorpresa più grande non era questa. Al derby delle squadre Primavera l’Inter presentava una formazione composta solo dal vivaio femminile. Non ci potevamo credere. Disputavamo la partita in memoria del 6-0 che il Milan aveva inflitto alcuni anni prima all’Inter: era l’occasione per ribadire il nostro orgoglio rossonero, in caso di nostra vittoria – o l’opportunità per rovesciare le sorti e infliggere un’umiliazione alle nuove leve milaniste da parte degli interisti. Io e i ragazzi non riuscivamo a farcene una ragione. Forse la ferita bruciava ancora tanto ai nostri cugini della seconda squadra di Milano, che per reazione ostentavano disprezzo e noncuranza – mandando le femmine a sfidarci! Giovanni si accarezzava perplesso i peli folti del petto nello spogliatoio: era l’unico dei nostri a non partecipare alla festa generale, al turbine di battutacce e di pacche sulle spalle con cui ci stavamo esaltando tutti insieme. Eravamo convinti di aver già vinto la partita prima ancora di scendere in campo, nelle gambe ci sembrava che fremesse già la goleada contro gli odiati nerazzurri – o meglio, contro le sottovalutate ragazze interiste. Giovanni era la nostra punta: aveva 20 anni ed aveva tutta l’aria di presentarsi sulla scena del calcio italiano come un sicuro fuoriclasse. Nel campionato aveva segnato una quarantina di reti, e gran parte delle marcature erano state il frutto di gesti atletici considerevoli. Lo raggiunsi per coinvolgerlo nel tumulto dell’euforia: temevo che la sua preoccupazione fosse dovuta a fatti esterni al campo, a qualche noia con la sua ragazza. Non mi occorsero molti sforzi per scacciare i suoi timori – che comunque erano determinati dalla stranezza della formazione mandata in campo dai nostri avversari.
Alle 15, puntuali, entrammo nell’arena infuocata di S. Siro. Ero orgoglioso della mia maglia rossonera, sentivo il sole bruciare sullo scudo tricolore che lampeggiava sul mio petto nella luce del pomeriggio. Il pubblico era davvero numeroso, per essere una partita tra Primavere.
Sentivo i tifosi incitare me e i miei compagni – i ragazzi che rappresentavano il fior fiore del vivaio del Milan, un’armata di corpi potenti, muscoli al massimo della preparazione fisica, occhi guizzanti di rabbia e agonismo, tutti con un’età compresa tra i 18 e i 20 anni. Il pubblico tuonava: “Milanisti siamo noi! … E chi cazzo siete voi? ! ”
Domanda corretta: Chi cazzo erano loro? Le undici ragazze erano schierate in mezzo al campo accanto a noi, in una fila di corpi straordinari per forza, statura e bellezza. La loro altezza media era di poco superiore alla nostra: cercavo di farmene una ragione, immaginando che questa fosse solo una sensazione determinata dalle loro capigliature bionde e folte, tanto da superare i nostri capelli corti e virili. Il loro fisico era formoso, gli occhi erano per lo più chiari – sembravano tutte uscite da una serra di selezione per la purificazione della razza ariana. Sapevo bene che la simbologia Viking è iscritta nella genetica interista, ma questa corazzata di femmine Vikinghe superava le mie aspettative. Il seno era prosperoso, ma quello che faceva davvero impressione era la solidità muscolare del loro corpo ingiustamente nascosto dalla divisa interista. Le gambe e le braccia erano scolpite nel marmo, una tenacia nervosa di prove e di allenamento splendeva sotto la pelle perfettamente tornita. Mi chiedevo dove fossero andati a prenderle, in quale nicchia luminosa e regolata da disciplina ferrea quegli stronzi interisti le avessero cresciute.
Comunque, non valeva la pena di porsi tante domande. Erano femmine, dunque le avremmo battute. Fui chiamato dall’arbitro al centro del campo per le formalità, in quanto capitano della squadra. Persi la sfida della monetina contro la mia avversaria, che si avvalse della facoltà di guadagnare per la propria formazione il tiro di inizio. Ero tanto sicuro di me che tentai persino di attaccare discorso con lei. Ero ipnotizzato dalle sue tette immense, i capezzoli appuntiti le segnavano la maglia. “Ciao piccola, mi chiamo Matteo – le dissi mentre le stringevo la mano secondo il rito – Ehi, se volete ritirarvi siete ancora in tempo! “. “Piccolo sarai tu, stronzetto. Ti do almeno 5 cm buoni” replicò per tutta risposta. “Ah, giusto, voi ragazzine giocate sui tacchi a spillo” ironizzai.
“Siamo allenate per fare a pezzi i rottinculo rossoneri come te! – mi urlò in faccia – Preferisci un sconfitta immediata ma onorevole, o preferisci essere massacrato e umiliato da 11 donne? “. “Vaffanculo interista del cazzo – cercai di chiudere – Appena la palla sarà in movimento, capirete chi dà gli ordini e chi si piega a novanta qui dentro! “.
“Ma che ordini vuoi dare, stronzetto? ! – sghignazzò – Non vedi che non riesci nemmeno a tenere in ordine la tua maglia di merda? ! “. In effetti dal bordo superiore della mia maglia si alzava un ciuffo di peli del petto. In un baleno riflettei che dalla piccola “V” che si apriva nella nostra maglia sotto il collo, non solo su di me, ma anche dal corpo di tutti i miei compagni si affacciava un triangolo villoso di petto, già umido per l’afa che attanagliava il campo; al contrario, le ragazze indossavano la divisa dell’Inter con una precisione e una compostezza militare. Cercai di reprimere l’imbarazzo che era riuscita a impormi sottolineando la volgarità di questo dettaglio dell’intimità del corpo maschile, mettendo ancor più risolutezza nella frase che le gridai in faccia (per la verità, un po’ dal basso verso l’alto): “Sei utile solo a cazzeggiare per i negozi di vestiti in via Torino, troia interista. Ma questa è la nostra partita, e vi schiacceremo nella polvere senza pietà – ci metto le palle, stronza! “. “Ci sto! se sarete sconfitti, farò dei tuoi coglioni qualsiasi cosa vorrò – mi prese alla lettera – Ora avverto gli arbitri”.
Credevo fosse una minaccia dettata dall’impulso della furia; ma con mia massima sorpresa, ascoltai dopo pochi secondi l’altoparlante dello stadio annunciare: “Si comunica ai signori spettatori che la raccolta di scommesse sul risultato della partita si è arricchito di un elemento del massimo interesse per tutti – di un’offerta eccezionale per l’autore e del tutto inconsueta per i contenuti: il capitano del Milan, Vassalli, mette in palio i suoi testicoli sul risultato del match! ” Un boato di sostegno si alzò per me dalla curva del Milan; i cori e la festa dei nostri tifosi divenne incontenibile per alcuni minuti.
Non mi preoccupai granché del vincolo cui ero stato soggiogato dall’abilità dialettica del(la) capitano interista: ero certo infatti che il suo talento si fermasse a questi mezzucci linguistici, ma che non corressi alcun pericolo reale. Erano solo femmine – solo un po’ statuarie e bellissime, ma proprio per questo probabilmente lente e inefficaci in attacco.
La loro azione infatti risultò sulle prime molto macchinosa e prevedibile. Il nostro disegno tattico le aveva colte di sorpresa: quattro uomini in difesa, con me primo centrocampista davanti alla coppia Luca-Daniele; Marco era posizionato subito dietro Simone e Giovanni. Nel quadrilatero chiuso tra me e Marco si ordinava il nostro dominio del gioco, che risultava del tutto inedito all’Inter. Il nostro problema invece consisteva nella totale impreparazione sul loro posizionamento in campo: ma nel primo quarto d’ora di gioco nessuno sembrò doversi preoccupare di questo dettaglio. Una delle loro centrocampiste cercava di controllare i miei palleggi, senza poter chiudere in attacco mai le palle penetranti delle sue compagne; Stefano era irrefrenabile sulla sinistra – cosicché il loro affanno nel rincorrerci smorzava qualsiasi cenno di aggressività interista.
Il caldo bruciava le mie cosce e le mie braccia, avvolgeva il collo in una morsa infuocata; mi sentivo come un tizzone ardente lanciato verso una vittoria distruttiva, e avvertivo i miei amici bruciare della stessa volontà di trionfo. Nei primi quindici minuti i nostri affondi furono almeno cinque o sei: ma la loro porta sembrava stregata, Giovanni fallì due colpi di testa su suggerimento di Marco, Simone spedì un fantastico traversone di Stefano diritto in bocca al loro portiere, quindi sprecò un mio assist sopra la traversa.
Dopo la nostra prima sfuriata, anche le ragazze però cominciarono a farsi vedere. In particolare ci procurò un certo spavento la loro prima azione vera e propria. La loro ala lasciò partire un tiro tesissimo dalla tre quarti, che venne intercettato da Luca: ma mentre il mio amico era pronto a stoppare di petto, il pallone si abbassò di colpo e sfondò il suo corpo all’altezza degli addominali. Il fisico di Luca fu sconquassato interamente dal colpo, che lo spinse indietro e lo piegò in due, lasciandolo tramortito a terra – mentre il pallone si allontanava verso l’area, deviato nella sua traiettoria solo di pochi gradi. Mentre Luca si contorceva al suolo tenendosi gli addominali devastati, la loro punta – sola davanti al portiere – per fortuna sparò altissimo. Aiutai l’amico a rimettersi in piedi, e sentii mentre lo sostenevo che stava sudando freddo.
Dopo soltanto un minuto comunque, toccò a me lanciare a Stefano, che vide libero sulla destra Giovanni e lo servì: la sua girata fu imprendibile per Milena, portiere interista, e il Milan passò in vantaggio. Al 18′ conducevamo per 1 a 0. Il goal produsse un effetto liberatorio su tutti, la vittoria ci sembrava una via in discesa. L’incantesimo della porta dell’Inter era spezzato, ora doveva cominciare la nostra goleada.
Distrarsi è un errore, e lo dovevamo imparare molto in fretta. Passarono pochi minuti, e la manovra delle ragazze si ripeté. Lancio lungo che scavalcò il centrocampo, tiro robusto dall’ala sinistra che toccò stavolta a Daniele intercettare. Il suo petto era pronto all’impatto, ma il pallone si sollevò di colpo travolgendogli la faccia. Daniele venne sbalzato indietro con il volto impastato di sangue. Il pallone proseguì per la sua strada, fu raccolto da Eva che questa volta non sbagliò e trafisse Paolo in tuffo nell’angolino destro. Tutto inutile: al 24′ l’Inter agguantava il pareggio – bisognava ricominciare da
capo.
Daniele era in ginocchio, abbattuto dalla vergogna e dal dolore. Intanto che le ragazze andavano a festeggiare sotto la loro curva, il mio amico venne medicato. Ma mentre il gioco proseguiva, le sue ferite tornarono a sanguinare: poco dopo la mezz’ora Andrea dovette sostituirlo.
Il pressing dell’Inter cominciò a farsi soffocante. Non riuscivamo a reagire: le geometrie di gioco interiste venivano spesso frenate e dissolte dal nostro centrocampo, ma non riuscivamo più ad avere la lucidità per impostare le nostre manovre. Nel disordine generale, Marta riuscì invece all’improvviso a triangolare con la biondissima Edith, annullando ogni mia possibilità di intervento. Marta, recuperato il pallone, si avvicinò allora all’area del Milan, dove le si fece incontro Andrea. Il suo passaggio verso Eva descrisse una curva imprevedibile; e anche più imprevedibile fu la forza con cui si mosse il pallone. Andrea, che riteneva di poterlo intercettare con la coscia, lo vide piegare più in fretta del previsto fino a sentirlo stampato sui suoi coglioni. La sfera, dopo aver stritolato ogni punto delle sue palle contro il ventre, gli scivolò tra le cosce andando a cercare i piedi di Eva. Il suo tiro fulminò Paolo all’incrocio dei pali. Al 40′ l’Inter ci rimontava sul 2 a 1; e mentre il Milan si trovava all’improvviso sotto di un goal, Andrea si rotolava a terra e usava il poco fiato che il dolore gli spingeva nei polmoni per gridare e lamentarsi, massaggiandosi con le mani i coglioni massacrati.
Insieme ad altri due compagni assistevo alle medicazioni con cui veniva soccorso; intanto altri quattro o cinque ragazzi assediavano l’arbitro, protestando un fuorigioco palesemente inesistente. Infatti il giudice fu inamovibile e decretò il calcio da centrocampo, sanzionando la nostra condizione di svantaggio e la necessità di rincorrere le avversarie.
Il pubblico milanista era ammutolito; lo stadio risuonava ora del tripudio nerazzurro, con i tifosi dell’Inter che avevano acquistato coraggio e facevano sentire a gran voce il loro entusiasmo. “L’elmo delle vikinghe fulmina i rossoneri con saette gialle / vogliamo vedere adesso in campo chi non ha le palle! ” rombavano le strutture di metallo incandescente dello stadio: era un boato di insulti che precipitava sui colori delle nostre maglie milaniste, gualcite dalla fatica e dal sudore, e che echeggiava come ulteriore derisione della sofferenza di Andrea, ancora assunto una piega cui non avremmo mai immaginato di assistere. Io e i miei amici eravamo piegati dal caldo e dall’umiliazione di dover inseguire gli avversari, che erano interisti, e per di più femmine! Vedevo i miei amici avvicinarsi sconvolti dalla stanchezza alla linea di centrocampo, con i capelli e le divise intrisi di sudore, gli occhi arrossati e uno sguardo in cui si poteva leggere uno spavento desolato. Le interiste invece apparivano ben poco affaticate, e cariche di un’energia alimentata dall’entusiasmo: mentre noi avevamo speso fiato e gambe nella prima mezz’ora, loro infatti avevano misurato le forze ed erano pronte a straripare da ogni settore del campo.
Il fischio della fine del primo tempo ci salvò dalla loro carica incontenibile. Andavamo al riposo sul 2 a 1 per l’Inter, e con una minaccia che incombeva su di noi al di là di ogni sospetto immaginabile a inizio partita. Negli spogliatoi nessuno aveva voglia di parlare, le docce frusciavano riempiendo del loro rumore le stanze sconfortate del Milan. Di là le Vikinghe interiste invece sollevavano il clamore di un esercito che sta per mettere al sacco la città sotto assedio. Nessuno riusciva a farsi una ragione di quello che stava accadendo. Andrea controllava con paura e ribrezzo il gonfiore che aveva accresciuto il volume delle sue palle, e che aveva colorato di un viola preoccupante il suo scroto. Anche il mister venne ad ispezionare con il medico il pacco infiammato del mio amico; dopo qualche rassicurazione (per la verità un po’ perplessa) del dottore, spiegò ad Andrea che non si poteva fare a meno di lui in area – quindi se il dolore non fosse stato insostenibile, sarebbe tornato in campo dietro di me. I ragazzi fingevano di ignorare la vicenda, ma dalle occhiate che lanciavano di sfuggita ai coglioni di Andrea si comprendeva bene che erano terrorizzati dal rischio di venire schiantati alle palle nello stesso modo.
Cominciava a essere evidente che le ragazze ci dominavano dal punto di vista fisico.
Sotto l’aspetto tattico per la verità non avevano mostrato particolare talento, soprattutto nella prima metà della sezione di gioco; ma di certo i loro muscoli esprimevano una potenza inaudita, e la condizione generale dei loro corpi surclassava le prestazioni di chiunque tra noi. Le cannonate esplose dalle loro gambe trasformavano il pallone in uno strumento di attacco che non era paragonabile a nulla di realizzabile dalle nostre cosce – ma soprattutto alteravano la sfera di cuoio in una macchina da guerra per stritolare il corpo di qualsiasi maschio vestito di rossonero, che cercasse di opporsi alla sua traiettoria in difesa della porta del Milan.
Tornammo in campo per il secondo tempo, immersi in uno spirito tutt’altro che acceso di impeto competitivo, nonostante le parole di incoraggiamento del mister. Sotto il sole a picco che riscaldava l’aria dello stadio, mi sembrava che le strisce rosse della mia maglia si stessero appiccicando alla carne del mio petto come colate di lava. Gli occhi, i movimenti, i gesti di incitamento delle ragazze invece esprimevano senza argini quell’impulso di aggressività che tante volte ci aveva spronato a vincere i match più difficili.
Partiti. Cominciammo a caricare testa bassa, con la spinta della disperazione. Troppo a testa bassa: i nostri affondi si spegnevano o al limite dell’area dell’Inter, ben controllata dalla difesa a tre di Elena, Giulia, Rebecca – oppure i cross e gli assist venivano agganciati male e indirizzati fuori dallo specchio della porta da Simone e Giovanni.
Riuscivamo ad eludere il pressing delle Vikinghe nerazzurre facendo molto girare la palla, anche se con un fraseggio macchinoso e dispendioso a centrocampo: cercavamo l’allargamento del campo per aprire l’avversario. Come avevamo già constatato, le loro doti sembravano essere eminentemente fisiche: sostenevano una buona copertura difensiva, ma non sembravano conoscere tattiche pericolose in attacco. Poco dopo il 10′ sembrò che la nostra manovra dovesse sortire gli effetti sperati: entrammo dalla fascia destra, dove Stefano serviva Simone, che a sua volta eseguiva un cross eccellente verso il centro dell’area interista: il colpo di testa di Giovanni sfiorò il secondo palo.
In seguito a questo episodio, il cui fallimento crollò sul Milan come un sintomo dell’arroganza del destino avverso, il nostro centrocampo si sfilacciò progressivamente, nel tentativo cieco di andare all’assalto della porta interista senza la lucidità di rispettare gli schemi. Così, le Vikinghe interiste, che avevano replicato colpo su colpo ai nostri attacchi pur senza raggiungere alcuna conclusione interessante, tornarono a farsi vive in maniera preoccupante. Dopo il 20′ la nostra tenuta atletica cominciava seriamente a vacillare; nient’affatto la loro. La nostra difesa era schiacciata dai troppi palloni concessi all’Inter nei disimpegni. Giovanni e Simone venivano battuti nella rincorsa del pallone da Elena e Rebecca; io stesso mi feci superare da Marta nel recupero di una palla lunga che spioveva dalla loro difesa. Il suo passaggio a Eva precipitò sul petto di Luca frantumandogli il torace e scaraventandolo al suolo ansimante. Il rimbalzo favorì Edith, che fucilò il pallone in porta da oltre 20 metri e trafisse Paolo tutto allungato in tuffo nell’angolo sinistro. Crollai in ginocchio accanto a Luca soffocato dal colpo che gli si era schiantato sul petto. Al 23′ l’Inter andava ancora in goal, modificando il punteggio in un insormontabile 3 a 1 sul Milan.
Mi guardai in giro nell’aria incandescente, e osservai che molti compagni erano abbattuti in ginocchio come me. La sconfitta faceva troppo male – un globo doloroso di fuoco mi aveva squarciato il petto e mi serrava i polmoni, proprio come la sofferenza che la collisione sul torace infliggeva a Luca, steso a terra. La curva rossonera era ammutolita come noi, mentre nello stadio tuonavano i cori interisti: “Soffia il vento, urla la bufera / S. Siro è la tomba rossonera! “.
Mi avvicinai come uno spettro al centrocampo con Marco, per riavviare quella partita che si era mutata nell’inferno della nostra umiliazione. Vidi sulle nostre maglie vilipese dai tifosi interisti la macchia enorme del sudore sui peli del petto; il mio corpo traspirava ovunque per la spossatezza e la prostrazione. Sentivo le gambe pesanti, i muscoli delle cosce si erano convertiti in legno e lanciavano una fitta dolorosa ad ogni passo. L’afa che arroventava le lamiere dello stadio mi torturava le braccia e le gambe nude, erano una tortura i peli bagnati e caldi del petto, la maglia rossonera mi soffocava sotto una pesantezza che non mi era mai capitato di notare. In realtà la vera oppressione non era generata dalla stoffa, ma proprio da quelle strisce verticali rosse e nere che avevo amato con struggimento fin dai primi ricordi dell’infanzia, e che ora mi vergognavo di indossare. O forse erano le strisce rossonere a vergognarsi di rivestire il mio petto coperto di peli sudici già derisi dalle mie avversarie, e quello altrettanto imbrattato dei miei amici – quello di Luca grondante sangue e sudore, ma incapace di opporre resistenza alle pallonate degli odiati interisti, addirittura delle femmine nerazzurre! E quindi le righe rossonere si rivoltavano contro il nostro corpo calpestato dalle Vikinghe interiste, mutandosi in un torrido ricettore della canicola estiva, e torturando il nostro petto sconfitto e umiliato dall’Inter, incendiando – dove i boxer esibivano orgogliosi lo scudo crociato milanista – le nostre cosce fatte a pezzi da una squadra di femmine.
La partita era ripresa, ma il Milan era del tutto offuscato dall’orrore della sconfitta. Ci muovevamo come attraverso la nebbia, sbagliavamo gli stop e i passaggi più elementari. Luca era incapace di stare in piedi, il suo tronco era interamente coperto di lividi.
Roberto lo sostituì prima del trentesimo, ma la situazione non migliorò. L’Inter
controllava senza difficoltà una partita che aveva già chiuso, e ormai non esisteva più un confronto diretto nella rincorsa del pallone che fossimo in grado di vincere contro quei fenomeni di potenza che erano le Vikinghe. Il match diventò quindi molto falloso: nessun milanista venne espulso perché persino l’arbitro provava pietà per noi.
La mezz’ora era trascorsa da poco, quando Edith mi bruciò in volata e filtrò uno splendido pallone a Marta. Questa cercò di prima lo specchio della porta con un tiro che incontrò la gamba destra di Roberto facendogli esplodere la coscia, si sollevò a pallonetto e precipitò nella rete milanista scavalcando Paolo, rimasto del tutto spiazzato.
Roberto era costretto a terra dal dolore e dall’amarezza di aver favorito il quarto goal dell’Inter. Al 33′ del secondo tempo le Vikinghe avevano conquistato il poker, e l’Inter conduceva per 4 a 1 sul Milan.
Mi sentivo annientato, stramazzai a terra con le mani sulla faccia. Roberto si lamentava a pochi metri da me: era disteso a terra e si teneva la coscia con entrambe le mani, emetteva suoni inarticolati. Un ematoma impressionante la stava gonfiando con un livido paonazzo. Non si poteva distinguere sul campo nessuno con la maglia rossonera che avesse retto al colpo e fosse rimasto in piedi. I corpi dei milanisti si erano afflosciati in ginocchio o erano crollati a terra, come se una falce fiammeggiante fosse roteata nello stadio e ci avesse spezzati tutti. Non potevo reggere all’umiliazione, non volevo alzarmi e guardarmi in giro. Non avevo il coraggio di sostenere gli sguardi sconvolti dei
tifosi milanisti puntati su di me, mi vergognavo troppo per fronteggiare l’esplosione dell’euforia interista e la consumazione della loro vendetta verbale su di me. “Vassalli rossonero / per le tue palle accendi un cero! ” i cori interisti mi ricordavano il supplizio che io stesso mi ero allestito con la scommessa: non avevo mai saputo arginare l’ipertrofia dei miei ormoni maschili, fino a scavar loro la fossa con il sigillo tombale che stava per imprimersi sulle mie povere palle. “Vassalli, bastardo rossonero, / ti vogliamo coi coglioni piallati a zero! “.
Nell’ultimo quarto d’ora di gioco il Milan era ridotto ad un mucchietto di larve che si trascinavano sul prato disseccato dal caldo di S. Siro. Una disfatta per 4 a 1 significava una mortificazione senza possibilità di ritorno. I ragazzi subivano il senso di sconfitta lasciando alle ragazze il controllo del risultato e aspettando il fischio finale: erano assorbiti dalla ricerca di un modo per dimenticare in fretta l’avvilimento causato dalla rotta in cui ci eravamo fatti travolgere – più che dal tentativo di resistere o di rimontare in qualche modo. Ma non è così: subire una sconfitta umiliante dall’Inter – e per di più dalla rappresentativa femminile – come quella che stava incenerendo il nostro orgoglio di milanisti e di maschi, è una colpa che non si può seppellire nel passato.
Il sole feroce dell’estate mi pesava sul petto come una pietra sepolcrale. Gli sguardi dei miei amici erano spenti, le nostre divise erano lacere nei punti in cui il mio fisico e quello di molti miei compagni erano rimasti feriti durante l’impatto con le nostre avversarie o con i loro tiri. Sebbene le intenzioni fallose fossero per gran parte da attribuire ai milanisti, erano stati i corpi dei maschi a frantumarsi nel contatto e a subire squarci più o meno gravi nella carne e nelle ossa. Mi sembrava che persino i colori delle nostre maglie fossero diventati sempre più opachi, quanto più la fine della gara si stava avvicinando. Probabilmente le Vikinghe non si resero conto di quanto fossimo vulnerabili nella stretta finale del match, altrimenti il massacro sarebbe dilagato con un risultato ancora più punitivo.
Mancavano pochi minuti alle 17 quando l’arbitro fischiò la fine. L’Inter aveva battuto il Milan per 4 a 1. La curva rossonera era silenziosa e si svuotò in fretta, mentre il tripudio interista sembrava non dovesse smettere mai. I cori tuonavano “Milan, Milan, vaffanculo! “, ma soprattutto “Merda rossonera, Vassalli, / già lo senti il fuoco che ti brucia le palle? ! “. Mentre i miei amici sfilavano a torso nudo verso gli spogliatoi, Eva e le sue compagne mi circondarono, isolandomi dal gruppo milanista. “Ciao piccolo – mi apostrofò – ti ricordi di me vero? Sai che adesso mi spetta il vero trofeo della partita, e tu non vuoi portarmelo via, giusto? “. “Ti prego, Eva – balbettai – ti prego… era solo uno scherzo, no… ? “. “Ehi, piccolo, non avrai paura di una ragazzina utile solo a fare shopping, vero? – sghignazzò la perfida Eva – Cosa vuoi che succeda? “. “Pietà, cazzo,
Eva… ti prego – ripresi a balbettare mentre il cerchio di femmine si stringeva sempre di più intorno a me – Cazzo no, Eva, perdono… ti prego… “. “Basta così, stronzetto rossonero! – concluse la Vikinga – quello che mi devi, me lo sono guadagnato. Quindi adesso verrai con noi, aspetteremo che il pubblico si allontani, poi torneremo in campo e mi darai quello che mi spetta! “. Il discorso era chiuso.
Trascorsero circa 45 minuti: gli spalti si svuotarono del clamore e dei tifosi.
Riemergemmo in campo dal tunnel che conduceva alle docce, dove ci eravamo fermati ad attendere. Solo Giovanni, Luca, e pochi altri amici si erano fermati per contemplare quale sarebbe stata la mia sorte.
Le mie guardiane mi condussero davanti a quella che era stata la porta milanista nel corso del secondo tempo. Mi ordinarono di spogliarmi: in breve rimasi completamente nudo, abbandonando a terra accanto a me la mia divisa rossonera. Custodivano all’interno di grossi sacchetti neri delle funi, con le quali mi legarono mani e piedi ai pali. Ero rivolto verso il campo, sospeso a mezz’aria: le mie braccia erano agganciate con le corde alla traversa, mentre le mie gambe erano dolorosamente divaricate, saldate dai lacci ai pali laterali. Mentre eseguivano le operazioni di imprigionamento le Vikinghe continuavano a calpestare la mia maglia del Milan e i miei boxer da gara rossoneri; entro la fine del rito, la furia del loro disprezzo sui simboli della mia squadra le avrebbe portate a dilaniare integralmente la mia divisa.
Il sole cocente sbranava la mia carne nuda, l’afa percuoteva a larghe falde il mio corpo indifeso che reagiva alle vampate di calore traspirando sudore da tutte le parti. O forse era la paura a farmi sudare freddo, e a lasciare intrisi di questo segno di codardia i miei capelli, i peli del petto, delle palle, delle gambe. Eva si avvicinò e ispezionò il lavoro compiuto dalle sue compagne. Quando si fu sincerata che fosse tutto in ordine, si rivolse direttamente a me: “OK stronzetto milanista, sembra che per te sia arrivata l’ora della verità. Sto riflettendo sui sentimenti che mi ispiri… Di certo non sei simpatico, però (nonostante tutti i peli sudati che ti porti addosso) ti trovo piuttosto carino. Sarebbe un peccato sprecare al primo colpo un pezzo di merda uscito tanto bene… In fondo sei un maschio, parti con degli svantaggi, e questo ti può far valere qualche attenuante…
Accordiamoci su un nuovo patto. Ora io ti stringerò le palle con una sola mano per alcuni secondi: se riuscirai a non gridare sarai libero. Altrimenti… “. “Altrimenti… ? ! ” non riuscii a trattenermi dall’invocare la prosecuzione del discorso, mentre lei si era interrotta per girarsi verso le sue amiche e controllare l’effetto che la sua proposta stava suscitando in loro. “Altrimenti taci, bastardo rossonero! – mi urlò in faccia Eva – Anche se sei un maschio dovresti capire che qui il tuo silenzio è per te un vantaggio e un dovere! Altrimenti… ora ti dico cosa… ” Eva sogghignò. “Altrimenti ciascuna delle mie
amiche avrà diritto a un tiro – proseguì – calceranno tutte verso la porta, io per ultima, e tu sarai il bersaglio”.
Faticavo a respirare in quella posizione; ma una lingua di ghiaccio terrificante eruppe dal mio cuore e invase il mio corpo irradiandosi lentamente in tutte le vene, in tutti i nervi. Le palle e il cazzo mi pendevano, pericolosamente esposti e indifesi in mezzo alle gambe divaricate, sospesi in modo orribile nel vuoto. Eva si avvicinò e di scatto mi afferrò i coglioni, stritolandoli in una morsa d’acciaio. Il mio corpo fremeva in ogni fibra come se fosse attraversato dalla corrente elettrica, una nube di dolore detonava senza sosta dentro il mio pacco e infrangeva tutto quello che trovava nel mio fisico stroncato. Riuscii a resistere 3 secondi, forse 4, al massimo 5. Ma alla fine lo spasmo mi sopraffece, sradicò tutto quello che rimaneva dentro il mio corpo e dentro l’anima – e cominciai a urlare. Gridai con tutte le forze che mi erano rimaste, tutta la rabbia e tutto il tormento dell’umiliazione che mi uccideva, tutto il petto si disintegrò in quell’ululato prorompente. Poi la voce sparì e i crampi del diaframma mi chiusero il respiro: il mio corpo fu squassato dalla tosse, dal soffocamento, potevo emettere solo lamenti inarticolati e bava salata dalla bocca infiammata. Il mio corpo cercava di contrarsi attorno ai coglioni, procurandosi solo altre ferite nei punti fasciati dalle funi e trattenute dai pali.
La sofferenza mi accecava, il martirio delle mie palle sembrava non finire mai: non so quando Eva abbia ritirato la stretta del suo pugno. Ma vidi il momento in cui le ragazze portarono il pallone e lo posizionarono sul dischetto del calcio di rigore. I successivi 20 minuti si sono scolpiti nella mia memoria con 11 buchi neri invasi di orrore. Dalle mie labbra continuava a uscire un lamento indistinto, insieme a bava e sangue, intanto che le Vikinghe interiste aggiustavano la sfera sul dischetto, indietreggiavano per prendere la rincorsa, mi fissavano e partivano per calciare. Il pallone si schiantò sul mio cazzo e sui miei coglioni al primo tiro; quindi, una volta per parte mi fucilò sulle braccia, due volte per ogni coscia, una volta sugli addominali, due volte sul petto e una in faccia. Persi i sensi dopo quasi ciascun colpo; ma le aguzzine si affrettavano a risvegliarmi, perché non perdessi nemmeno una particella della sofferenza che mi doveva essere inflitta. Alla fine fu il turno di Eva, che stampò con un tiro micidiale il pallone sui miei coglioni e spense per un bel po’ la mia coscienza.
Mi risvegliai in ospedale, con le gambe e le braccia ingessate, la testa e il petto fasciati.
Con un miracolo chirurgico le mie palle erano salve. Ma ormai un dubbio atroce mi assillava: ero ancora degno di sentirmele pendere tra le cosce? FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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