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Esterina la bruttina

Esterina aveva la faccia un poco butterata e anche perlata da tanti brufoli incipienti, acerbi e maturi. Ogni volta che pensava a loro, si portava d’appresso una fiacca che non l’abbandonava mai; ormai quella faccia le apparteneva come il guscio all’uovo o l’azzurro al cielo. Guardandosi allo specchio aveva provato disgusto: passava lentamente le dita su quei piccoli fossi, palpeggiando ogni cratere con il risentimento d’essere l’unica colpevole del suo imbruttimento. Temeva inconsciamente per il suo futuro di bellissima ragazza. Ma con libidine irrefrenabile, di nuovo di fronte ad un brufolo, ogni volta si scordava di quell’effigie dissestata simile alla superficie d’una palla di golf. Qualche secondo ancora e avrebbe aggiunto un altro piccolo fosso a quel volto già frastagliato. In un momento di intensa concentrazione dimenticava l’orrore di quelle piccole voragini che sotto i suoi occhi attenti aspettavano soltanto di eruttare il contenuto della piccola ampolla giallastra in rilievo sulla pelle gonfia e sollevata. Allora, in balia d’una pulsione forte e irrefrenabile, agganciava ai polpastrelli lo spazio canescente intorno all’unico punto giallastro ancora soverchiato da un sottilissimo lembo di pelle intatta e sotto la luce, molto vicina allo specchio sceglieva la mira. Prima di schiacciare, Esterina s’alzò sulla punta dei piedi. Così, e con la puntina fra le dita, aggiustò la mira. Eliminò ogni possibile ombra per non accecare nulla, né l’attimo dello scoppio, né il più piccolo spruzzo. La memoria d’una brevissima ma intensa euforia distruttiva, l’appagava. Bramava quell’emozione uguale e irrinunciabile e s’annichiliva nel ricordo di un brivido forte al quale s’abbandonava completamente, come se morisse solo per un brevissimo momento, un attimo prima dell’esplosione cutanea. Strinse il follicolo gonfio come l’addome d’un piccolo insetto, sollevando e spremendo la pelle con forza. Sentì il magma incunearsi lungo un cortissimo percorso stridente, prima di esplodere in un giubilo di schifo, di impulsiva libidine ed euforico dolore. Subito, lo sguardo d’Esterina corse alla ricerca affannosa di una traccia sullo specchio: ah! Eccola! -pensò- Quella piccola macchia gialla sul vetro, poi, era il massimo della goduria! Scese dalla punta dei piedi, ripose ambedue le piante completamente per terra, s’allontanò un poco dallo specchio e rimase lì, immobile per alcuni lunghi secondi, guatando con lo sguardo la sua faccia riflessa e sempre più triste, ogni volta più bucata ancora. Esterina era stata sconfitta dalla tentazione e sapeva d’aver perso; sentiva la responsabilità e la colpa di quell’abbandono perché il rimorso del vizio l’avviliva. Ogni volta, ancora una volta, i rimproveri della madre le affollavano la mente e, da circa un anno ormai, fuggiva da quelle urla rintanandosi nella sua stanza, alla fine del corridoio. Da tempo la madre diceva di lei come l’innocenza di un’anima incarnata in una cosa rara, tanto ingenua da non accorgersi dell’invadente curiosità negli sguardi degli estranei pieni di frenetica libidine mista a volgare speranza. Che ipocrita! – pensava Esterina. Alla madre riusciva difficile essere gentile con lei e non sopportava l’idea che la figlia bellissima come una miss Italia, si deturpasse il volto in quel modo incosciente. Invece, ubbidendo ad un rito personale, Esterina si chiudeva a chiave e apriva il battente dell’armadio con lo specchio integrale per spogliarsi in completa solitudine e con grazia. Ogni volta, i pensieri erotici di idee piccanti l’accendevano d’una fregola frizzante che le gonfiava le labbra.
Di fronte allo specchio, cominciava dalle scarpe che volavano via addossando la punta del piede al tallone dell’altra. Poi, prima uno e poi l’altra, lanciava sul letto il maglione e la camicia per rimirarsi immobile a un passo dalla sua immagine, coi piedi scalzi di fronte allo specchio in reggiseno e jeans. Non rinunciava quasi mai a quella nudità rituale che la gelava di freddo, increspandole la pelle d’un manto di follicoli irsuti. L’incontenibile voglia di erotismo si trasformava in un desiderio capriccioso dalle mentite mani carezzevoli e curiose. Le sarebbero scivolate addosso fino ad infilarsi abilmente nei posti più nascosti e vietati, da trastullare. Ben presto le mentite mani l’accarezzeranno ovunque, complici in questo gioco eccitante. Scendevano e salivano per tutto il corpo. Riconoscevano ogni tratto della pelle, ogni piccolo neo e ogni piccola, dolce, deliziosa piega. Esterina impazziva. Su e giù, le mentite mani smaniavano forti sui gomiti ogni volta che il seno s’incastrava fra le braccia e le mammelle intrappolate si deformavano per la pressione. Con la classe che acqua non é, s’agitava. Con enfasi, fremeva. Gridolini di piacere s’appaiavano con la danza tribale della sua immagine riflessa che ondeggiava come un’odalisca e s’accoccolava di fronte allo specchio coi jeans ancora indosso e il bottone alla cintola che spiccava fuori dall’asola vuota come un boccio. A colpi di bacino abbatteva lo spazio fra lei ed il vetro per unirsi con se stessa, riflessa mezza nuda. Schiacciata sull’inguine, il dorso della mano le impinguava il pube che a tratti s’appiattiva in sincronia con gli ampi gesti della mano che faceva su e giù sotto i pantaloni. Colpo dopo colpo, la cerniera s’apriva lentamente, da sola. Aprendosi, mise a nudo i collant scuri sopra le mutandine bianche che ombrate dal nailon trasparivano per il bassorilievo a contatto con la calza. Il raffinato pizzo schiacciato contro il nailon mostrava i nodi e gli intrecci del ricamo spinti l’uno contro l’altro dalla mano intricata a turbarsi. La scena guardata allo specchio l’eccitava di più. Allora la mano s’incuneò a più non posso lungo la strettoia dei pantaloni, spingendo fra le pieghe dei jeans fino ad riuscire ad articolare solo un dito, al massimo due. Ma bastava. Così, un rigonfiamento sull’inguine e due dita agitate fra le umide falde, l’altra mano era libera di smaniare sul seno. Ora Esterina si abbassava e si alzava sulle ginocchia aprendo e chiudendo piccoli angoli, ritmicamente. Il respiro si fece affannoso e le gambe le tremavano. I muscoli si tendevano e a tratti i glutei rabbrividivano dentro i jeans ancora addosso. Poi, le mentite mani le sollevavano i capelli scoprendole il collo e la nuca. Il profumo dell’estroso vezzo aleggiava d’intorno come l’incenso appena acceso e annusando quella voglia umida e odorosa che le bagnava di gioia le dita, Esterina s’inebriava della sua giovane e pura fragranza. Allora estasiata, di nuovo fra i brividi, le mentite mani si fermarono sulle guance. Il volto fra i palmi era stretto sempre più forte finché le labbra si schiusero al bagliore dei denti come un piccolo bocciolo s’apre al sole. Fra i denti, circondati dalle labbra contorte in uno strano sorriso, fece capolino un alveo dove Esterina ficcò lo sguardo precipitando fin dentro all’ugola. Tolse la presa dal volto; lontano dai palmi il viso perse la smorfia tornando alle originali fattezze e fra i denti bianchissimi infilò le dita umorose, e levigando con la lingua la pelle ancora intrisa di lei, assaporò anche il gusto della sua giovinezza. Ansimava e mugolava con enfasi. Poi, come affacciati da una balaustra, Esterina poggiò le dita sui suoi denti bianchissimi, ordinatissimi e perfettamente in linea. Splendidi, sporgevano integri fra due labbra sensuali e gonfie, aperte nella generosa belluria di dare o attendere un lungo bacio appassionato. Stuzzicate appena un poco da una lingua insinuante che picchiettava sui polpastrelli, la bocca lucida, carnosa e gonfia si richiuse lentamente sull’indice e il medio risucchiandoli dentro, interi, fino alla gola. Lentamente scivolavano fra le labbra umide per sprofondare nel buio di una deliziosa e umida caverna dove le dita indugiarono solo un secondo. Infatti, tornarono indietro; e di nuovo su e giù, di nuovo dentro e fuori, stantuffavano il palato come l’uccello di un orologio a cucù entra ed esce dodici volte dalla sua finestrella, alle dodici. Nervose, le dita si dimenavano anche, sforbiciando dentro alla bocca come se dovessero agganciare l’ultima nocciolina bloccata fra le pieghe di una scatola ormai vuota ma così stretta da non lasciare entrare la mano intera. Ora, l’adolescente alitò un grande sospiro. Intanto, l’altra mano stuzzicava il capezzolo incastrato tra il pollice, l’indice e il reggiseno. Il rigirìo del turgido fregio avvitato era un gesto delizioso che Esterina faceva con grazia senza perdere di vista il capezzolo che si srotolava come una molla, all’inverso. Le sue dita armeggiavano con fare sensuale le fibbie e i merletti che Esterina apriva, spostava e sollevava col fare aggraziato e sensuale del quale azzeccava l’attimo, come se uno sguardo furtivo fosse lì, pronto a rubarle sinonimi di possesso, succulenti virtuosismi, abili contatti tattili e metafore di amplessi. I brividi che a tratti l’assalivano intensi affettavano la sua integrità che si smarriva nel desiderio di lussuria. Delicatamente, con la sensualità dell’amante più esigente, Esterina sfilò e lasciò cadere il reggiseno ai suoi piedi. Andava orgogliosa del suo seno indeformabile, soverchiato da due grandi aureole conflate nella pelle come scure ventose agganciate a due bellissimi capezzoli sempre all’erta. Eccitatissima, tutto questo ardore era educato. Non le riusciva d’essere volgare, neanche quando lasciava filare la saliva sul seno o spingeva la lingua oltre i denti, frullando l’aria con la libidine stampata sul volto e gli occhi semichiusi, quasi dicesse al suo corpo d’abbandonarsi e d’aprirsi. Alacremente portava la mano alla bocca quasi fosse una coccia in cui raccogliere la saliva da versare dentro nell’ombelico. Il piccolo imbuto si riempì una, due, tre volte della calda mescita che Esterina incanalava dentro il centro del mondo sommerso così, da una crema densa che filava costellata di piccole bollicine. Si specchiava, Esterina. Coi pensieri avvolti nella lussuria sentiva la libidine accendersi in un furore impetuoso che desiderava spegnersi, finire. E intanto ansimava, si piegava sulle ginocchia sforzandosi in una bislacca posizione concava, pancia all’insù, col mento sul petto e i capelli perpendicolari al parquet per trattenere dentro quel piccolo e profondo alveo l’intruglio lattescente e perlato. In quella posizione, l’impiastro si specchiava nella sua cavità piena di saliva che tracimava un poco lungo il ventre, oltre i bordi di una fonte cieca. Allora Esterina sfregò la mentita mano freneticamente contro il cavallo dei jeans fino a farsi bruciare la pelle che scottava sopra e sotto i pantaloni. E il pube s’infiammò. Immaginò le mentite mani impunemente strette ai fianchi, mentre una lingua umida e calda s’incuneava nel suo ombelico con un rigirìo impiccione e bavoso. Poi, sensuali e sudate, quelle bellissime e mentite mani le attanagliavano il seno coi capezzoli sempre all’erta. Una la sollevò e l’altra la schiaffeggiò di diritto e di rovescio. Poi, più turgida e arrossata, agganciò il capezzolo e lo tirò, lo girò, lo avvitò e lo spremette mentre la lingua lo bagnava di saliva. Più scuro della pelle, sbocciava oltre l’aureola così austero e coriaceo da poter essere stretto fra le dita come un codolo. Bellissimo – s’agitava la mano. Bellissima! – si lodava Esterina. La mentita mano avvitava il capezzolo, che avvitava l’aureola, che strizzava la pelle, che s’arrossava leggermente maculata dintorno alle piccole grinze che s’affollavano piacevolmente dolorose, prima di ritornare stese e lisce dopo la presa. Il piacevole dolore s’estendeva a tutto il seno mischiandosi ai brividi che briosi scorrazzavano sotto la cintola fino alla schiena. La lingerie le pesava addosso come una nuova pelle, sempre più costipata ad ogni respiro pregno di sensualità. Esterina si contorceva, mugolava e s’affannava d’appresso alla sua libidine in piena. Non si fermò neanche al gelido contatto con il vetro, quando Esterina appoggiò il suo busto contro lo specchio preso a morsi, a baci, leccato fra sciami fumiganti di diafano vapore rappreso sul vetro arrembato come un amante. Appena si staccò, il suo ritratto vaporoso s’era aqquagliato sul vetro dove posava in chiaroscuro, figurato nelle fattezze d’una doppiezza avvampata fra tentazioni struggenti, come lo schizzo sulla tela di un quadro che nessun colore potrà mai cancellare del tutto. Ora Esterina era focosa. Le mentite mani la stringevano, la strisciavano, la spalmavano e la bagnavano. Le pensava dentro i pantaloni, scese fino ai glutei ad afferrarle le chiappe con il furore sconfinato dell’adolescenza che lascia l’impronta sulla pelle strapazzata dalle strette. Invasa dalla libidine, ora che non avrebbe opposto alcuna resistenza, voleva soltanto esser travolta dall’euforia dei sensi e della sensualità; si sarebbe lasciata schiacciare e premere, penetrare e riempire. Ora si liberava di ogni impaccio. Voleva essere nuda, completamente. I Jeans scivolarono via come se qualcuno li avesse tirati dall’orlo e i collant che le segnavano la pelle con un solco intorno alla vita, mostravano molti piccoli bozzoli incotennati nel nailon, rabberciati con ago e cotone e lasciati immemori a testimoniare che qualcosa aveva già trafitto il tessuto. Distesa sul letto della sua camera, Esterina restò a gambe all’aria e con il seno indeformabile a puntare il tetto coi capezzoli irsuti. Le mutandine infrattate tra un labbro e l’altro, umide, s’erano attaccate alla giovane pelle unta del suo gemizio. Lentamente le aveva staccate dal solco per lanciarle subito dopo, volate via con un unico gesto. Intanto, altra saliva ancora ostentava dall’onfalo scivolando in discesa, lungo il fianco segnato dal suo umido tragitto. Ora Esterina, testa sul cuscino, gambe rannicchiate e aperte, poggiava ambedue i piedi sul piumone del letto. Mentre si frullava la clitoride, le dita dei piedi mostravano la tensione dell’esuberante piacere mentre i talloni s’affossavano nella coperta. Fra i sospiri e gli affanni, fra i continui gridolini e i sonori versi di un gaudio istintivo lasciato al completo diletto, Esterina emise uno, due fortissimi ansiti. E i piedi poggiarono interi sulla coperta. Poi, poi le gambe si distesero fra i piacevoli fremiti. Con molte ghiandole agitate e molti ormoni ancora in circolo, quando si alzò, Esterina lo fece con un portamento delizioso, aggiustandosi i capelli e camminando verso lo specchio come se dovesse indossare l’abito da sposa. Il seno in posa, un piede dopo l’altro sembrava che scivolasse come un angelo sopra un manto di soffici nubi fino allo specchio. Di nuovo il suo sguardo fissava il suo bellissimo corpo nudo e giovane, armonioso e vitale, lucente di un’aura che era l’esatta espressione del suo intimo in pace coi sensi e sereno con se stesso. Si guardava Esterina: stava bene Esterina! Ma come tutte le cose più belle che durano fatalmente poco, la gioia stava per finire. Passi veloci, smorzati dal tappeto correvano lungo il corridoio fino alla porta d’Esterina dove si fermarono d’un tratto, minacciosi. Il suo nome rintronò dietro alla porta colpita dalle robuste nocche della madre adirata che sembrava volesse entrare nel postribolo della perdizione.
Allora Esterina pensò che ne avrebbe schiacciato un altro, di brufolo! FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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