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I giorni in facoltà

I giorni delle lunghe occupazioni della facoltà sembravano giunti al termine: ormai non si verificavano che scontri sporadici con la polizia e, comunque, si stava avvicinando la stagione degli esami; nonostante le fandonie che i benpensanti dicevano, il 18 “politico” non ce lo dava nessuno!
Giravo per il centro con il mio eskimo blu ed il camice sotto braccio in attesa di rientrare a chirurgia dove mi aspettava un pomeriggio intenso di internato.
Imboccai via Belmeloro, quella che conduceva ai viali che circondano Bologna, verso porta S. Vitale e decisi di fermarmi qualche minuto alla John Hoptkins University, il college davanti a Veterinaria, per un panino ed un bicchierone di latte nella sala studenti.
Non che mi piacessero molto gli americani, specialmente durante quel periodo di guerra in Viet Nam, però lì dentro tutto era abbastanza tranquillo ed io dovevo ricaricarmi un po’ lontano dai miei compagni.
Mentre finivo il mio sandwich seduto al tavolino d’angolo, lei arrivò.
Non l’avevo mai notata prima, nonostante frequentassi quel luogo da qualche settimana: del resto si sa che le americane preferiscono starsene lontane dai “maschi latini”, ben istruite da quegli orrendi e demenziali opuscoli che la loro ambasciata fornisce a chi visita un paese sottosviluppato 8° loro dire) come il nostro.
Arrivò e prese posto proprio di fronte a me: era l’unica sedia libera.
Appoggiò i suoi libri sul tavolino, accanto ai miei e mi lanciò un sorriso distratto, quasi di convenienza.
Anch’io la osservai piuttosto distrattamente, notando soltanto i suoi capelli biondissimi e le lunghe gambe che uscivano da una gonna non troppo corta.
Nella sala il brusio e le risate degli studenti si mescolavano al rumore delle stoviglie del bar ed alla musica del juke-box che proponeva di continuo lo yellow submarine dei Beatles.
Finito il panino, mi alzai quasi di botto: non mi ero accorto che il tempo era passato in fretta e sarei arrivato in ritardo in facoltà.
Distratto com’ero (e come sono) andai ad inciampare sui suoi piedi allungati sotto il tavolo, cadendo quasi su di lei e facendole versare tutta la coccola sul vestito.
– Oh! Mi dispiace molto, dissi arrossendo.
– SHIIIT !!! urlò lei, alzandosi di scatto
Ci guardammo in volto per la prima volta, io turbato per la mia goffaggine e lei arrabbiata; poi scoppiammo entrambi in una sonora risata.
– Non è niente, davvero, mi disse gentile
– Non so proprio come scusarmi, replicai
– Sono cose che capitano, piuttosto aiutami ad asciugare il libri: sono pieni di coccola anche loro
Mi diedi da fare con le salviette del bar, ma lo sforzo non fu ripagato da risultati confortanti.
– Posso fare qualcosa per te? Le chiesi un po’ timidamente
– Certo: aspettami qui cinque minuti; poi mi accompagni a fare un giro per Bologna: è una città che non conosco ancora; ed oggi mi è passata la voglia di studiare.
– Va bene, risposi, decidendo all’istante che quel pomeriggio a chirurgia non mi avrebbe visto nessuno.
– Torno subito allora
Ed uscì dal bar.
Soltanto dieci minuti dopo tornò indossando un abito diverso, di colore rosa chiaro.
– Andiamo? Mi disse
– Andiamo
Ed a piedi ci incamminammo verso via Zamboni e le due torri.
Si chiamava Patrizia ed era figlia di un capitano della M. P. (polizia militare) di stanza a Verona e di una triestina: perciò parlava bene l’italiano.
Era alta quasi come me e decisamente la sua bellezza superava di gran lunga quella di tutte le ragazze (non molte, in verità) che avevo avuto.
Dopo pochi minuti mi prese per mano
– È più bello, più intimo, mi disse
Confesso che mi sentivo un po’ imbarazzato e, nel contempo, molto esaltato di essere assieme ad una bellezza simile.
Girammo per la città tutto il pomeriggio ed io feci sfoggio di tutte le mie conoscenze di arte e di storia, lasciandola “incantata” (diceva lei) per la mia cultura (anche se con gli americani basta davvero poco! ).
Ogni tanto ci fermavamo in qualche bettola da studenti e non persi l’occasione di farle provare il piacere di bere i vini italiani, tanto che, verso sera, cantavamo allegri sotto i portici del Pavaglione.
Non so se fu per il vino o per l’impudenza che ogni tanto si impadroniva di me che l’invitai ad una spaghettata a casa mia, vale a dire nella stanza dell’appartamento che Filippo, mio compagno di corso sposatosi di recente, mi aveva affittato.
Lei accettò.
Giunti a casa, mi accorsi che Filippo ed Enrica, sua moglie, non c’erano, per cui avevamo tutto l’appartamento per noi. Ci demmo da fare con gli spaghetti e con il sugo al pomodoro e, dopo cena, ci sdraiammo sul tappeto con una bottiglia di vino rosso ed il mangianastri che andava a tutto volume con la musica dei Rolling Stones.
Patrizia si era accoccolata accanto a me e mi stringeva la mano, mentre io, inebriato dal suo profumo, cominciai ad accarezzarle le lunghe gambe che le gonne lasciavano scoperte quasi del tutto.
Erano gambe perfette, che fremevano alle mie carezze: non mi stancavo di sentirle sotto le mie dita!
Patrizia si girò verso di me e si impadronì delle mie labbra per un lungo, lunghissimo bacio.
Le mie mani, intanto, passavano freneticamente dalle gambe ai seni, che sentivo sodi e senza la difesa del reggiseno.
In pochi minuti fummo entrambi nudi ed avvinti in un bacio che non sembrava aver fine.
Con le labbra mai sazie le percorsi tutto il corpo, dal collo ai lobi delle orecchie, dai seni turgidi all’ombelico, ripetendo più volte quei percorsi inebrianti.
I sui capezzoli si ergevano nelle mie labbra dischiuse ed io non mi stancavo di suggerli avidamente.
Anche le sue mani percorrevano il mio corpo con altrettante frenesia, fino ad arrivare ad impadronirsi del mio membro eretto come non mai: lo accarezzavano, lo stringevano, soppesavano le mie palle rigonfie….
Mi stesi su di lei, con la bocca che ricercava le sue gambe all’altezza delle cosce: ne baciai delicatamente l’interno, dell’una e dell’altra, avvicinandomi lentamente alla sua figa, attratto dal suo umidore e dall’aroma intenso che emanava la sua femminilità.
Le accarezzavo il piccolo e sodo culo con le mani, strappandole fremiti e tremori estasianti: finalmente la mia lingua le sfiorò le grandi labbra della figa aperta, penetrò in esse per assaporare il nettare lievemente acidulo che fluiva. Poi fu tutta la mia bocca ad impadronirsi di lei, mentre con la lingua facevo ergere un delicato clitoride che chiedeva solo di essere posseduto da labbra avide.
Anche il mio cazzo aveva trovato il dolce rifugio della sua bocca altrettanto avida e la lingua, dapprima inesperta, poi sempre più sicura, lo percorreva in tutta la sua lunghezza, lo circondava, lo scopriva all’apice, assaporava i primi segni di un’eruzione che avrebbe tardato.
Non so per quanto tempo durò quello stupendo e sfibrante sessantanove: so che, alla fine, non controllavo più i movimenti della mia bocca, non percepivo più alcun suono attorno a me.
Fu a quel punto che, quasi con un tacito accordo, le nostre bocche abbandonarono i sessi ma i paghi e si unirono in un altro bacio, un lungo bacio di umori mischiati e di passione incontrollata.
Entrai in lei, lentamente, quasi con circospezione: mai il mio cazzo aveva trovato un’abitazione così meravigliosa!
Non ci fu tregua per noi! Le sue lunghe gambe mi avvinghiavano strettamente, mentre entravo ed uscivo da lei con forza sempre maggiore! Scopammo, scopammo e scopammo: forse per decine di minuti, forse per ore; finché, esausti, ci abbandonammo sul tappeto ancora abbracciati.
Fu allora che, sollevato lo sguardo, vidi Filippo ed Enrica in piedi sopra di noi che ci guardavano allibiti e sorridenti.
Non ci eravamo accorti di loro! E non eravamo neppure in grado di ricomporci, tanto eravamo sfiniti.
– Non preoccupatevi: siete belli così, esclamò Enrica.
Li guardammo sorpresi continuando ad esibire ai loro occhi i nostri sessi appagati.
Enrica si chinò: accarezzò lievemente i seni di Patrizia, le sue lunghe gambe, poi prese con entrambe le mani il mio cazzo ed iniziò, con tenere carezze, a rivitalizzarlo.
Io guardai Filippo: sorrideva compiaciuto.
Allora, fingendo noncuranza, accarezzai le tette di Enrica, la quale dimostrò di gradire l’approccio.
Anche Filippo si chinò su di noi e prese a baciare la figa di Patrizia, al quale, in un misto di triestino ed americano, invitò i miei amici ad unirsi a noi in fretta.
Non se lo fecero ripetere e in un attimo furono nudi e si stesero sul tappeto accanto a noi.
Il mio cazzo, intanto, era posseduto dalle fauci voraci di Enrica, la quale non aveva esitato a mettermi in bocca la sua figa; Patrizia, nel frattempo, mi accarezzava le palle, mentre Filippo le leccava il buchetto tra le natiche, dopo aver deposto il suo membro tra le mani dell’americana.
La scena che stavo vivendo mi ricordava molto quella orgiastica durante l’occupazione della facoltà: perciò, eccitato al massimo, entrai prepotente nella figa di Enrica, facendola urlare di piacere per almeno un’ora; le sue urla, assieme a quelle di Patrizia, posseduta da Filippo, erano un vero inno alla vita!
Venni in lei una, due, tre volte nel giro di un’ora.
Alla fine eravamo tutti quattro senza forze distesi sul tappeto, mentre i Rolling Stones non smettevano di cantare.
Enrica poi si alzò e preparò quattro buoni caffè che bevemmo avidamente.
Poi, avvicinatomi a Patrizia, ripresi ad accarezzarla con dolcezza.
Sembrava ancora affamata di sesso, tanto che si avvinghiò a me e prese ad accarezzarmi il cazzo, che, dopo poco, riprese la sua sfrontata erezione.
Enrica, con la figa nella bocca di Filippo, si mise a leccare il buchetto tra i glutei di Patrizia e, dopo averlo ben lubrificato, me lo porse accompagnando con la mano il mio cazzo verso quella nuova direzione.
Senza fretta mi accinsi alla nuova avventura e, un po’ alla volta, penetrai del tutto in quello stretto anfratto: Patrizia dapprima strinse i denti per il dolore, poi, accolto completamente l’inusitato ospite, si scatenò invitando anche Filippo a leccarle il clitoride mentre la inculavo.
Fu una vera e propria sarabanda di sensazioni forti!
Enrica non assistette passiva, ma pensò bene di penetrare nel mio culo con il suo dito affusolato, tanto che scoppiai in un nuovo dirompente effluvio nelle viscere di Patrizia, la quale, leccata ed inculata contemporaneamente, fece sentire le sue urla in tutta Bologna. FINE

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