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Il club

Dopo aver parcheggiato l’auto in un piazzale molto ampio, ci dirigemmo verso la costruzione. Dall’esterno sembrava una specie di capannone industriale di modeste dimensioni con a lato una piccola abitazione.
– Quella casa vicina al club è del proprietario dello stabile. – Ci spiegò il ragazzo. E aggiunse.
– Non c’entra nulla con il club. L’ingresso del club è quello. – E ci indicò una porta davanti alla quale era piazzato una specie di enorme gorilla che aveva, evidentemente, la responsabilità di controllare l’accesso. Appena arrivammo ci squadrò da capo a piedi e, dopo aver fatto un cenno di intesa al ragazzo, si soffermò a lungo ad osservare il corpo di mia moglie. Un ghigno si dipinse sul suo viso e, borbottando sottovoce apprezzamenti particolarmente volgari, si girò per aprire la stretta porta di ingresso. Dovevamo entrare uno alla volta. Sia il ragazzo che io passammo rapidamente mentre Dora tardò ad entrare. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, mentre restavamo fermi per abituare gli occhi alle luci soffuse, mi spiegò la ragione del piccolo ritardo.
– Quel porco di animale qui fuori mi ha palpato il culo con la sua manona, mentre entravamo. – La provocai.
– E ti è piaciuto? – Era già perfettamente a suo agio. Mi sorrise, passandosi la lingua sulle labbra.
– Certo! Pensa che è quasi riuscito a infilarmi una delle sue dita a salsicciotto nella figa… – La mia porca rischiava di lasciarsi coinvolgere dalla situazione. Le ricordai.
– Guarda che non sei qui per rimorchiare. Ti ricordo che dopo aver dato un’occhiata dobbiamo scappare. Non penso di poter resistere a lungo. Ogni volta che ti guardo provo delle fitte al cazzo. Ti voglio, presto… – Mi accarezzò.
– Piccolo bambino. Anch’io non vedo l’ora di averti dentro di me. I tuoi sguardi sono fuoco per me. Sono già pronta. Ma ti ricordo la scommessa. – Poi indicandomi il bar, che si trovava di fronte a noi, disse.
– Beviamo qualcosa. – Ci avvicinammo al bancone. Il ragazzo si scusò.
– Allora vi lascio. Bevete quello che volete. Offro io. Arrivederci, bella signora. – E dopo aver fatto un cenno al barista, si allontanò. Mi colpì il tono con cui ci aveva salutato. Anzi, con cui aveva salutato solo mia moglie. Avendo ormai abituato lo sguardo alla penombra del locale, riuscii a seguire i movimenti del ragazzo Si avvicinò ad un banchetto dove era seduta una signora che gli consegnò qualcosa. Poi superò una porta e scomparve alla nostra vista. Cominciai ad osservare meglio l’ambiente in cui ci trovavamo. Oltre alla piccola porta da cui eravamo entrati ce ne erano altre tre. Su una di queste la scritta “Toilette”. Una era la porta vicina al banchetto, che il ragazzo e altri uomini dietro di lui superavano dopo aver ricevuto il misterioso oggetto dalla signora. L’ultima porta era l’unica colorata e, per il colore vivace quasi fosforescente, mi fece pensare ad una uscita di emergenza. Ordinammo due aperitivi e ci accomodammo sugli alti sgabelli. Mano a mano che gli uomini entravano, passavano dal banchetto e poi superavano la solita porta. Solo un paio di energumeni, uno biondo e l’altro bruno, rimanevano nel locale, oltre naturalmente al barista, alla signora e a noi due. Dopo un cenno d’intesa si avvicinarono al bancone e ordinarono da bere. Quello biondo, più vicino a me, chiese.
– è la prima volta? – Fu Dora a intervenire.
– Intende dire qui in questo locale? – Si guardarono. Fu la volta dell’altro.
– Ah, siete del giro? – Volevo evitare malintesi. Cercai di chiarire le cose.
– Si, è la prima volta che veniamo qui. Non siamo del giro. Mia moglie voleva scherzare. E voi? – I due si guardarono, sorridendo. Poi quello moro mi rispose.
– Siamo camionisti. Veniamo spesso qui. Il gioco è interessante ed eccitante. – Poi, guardando Dora negli occhi, ci chiese.
– Quindi, siete sposati? – Lei, sostenendo lo sguardo, annuì. Fu il biondo a quel punto a chiedermi.
– E tu, maritino, vuoi partecipare? – Non volevo tirarmi indietro. Chiesi.
– Cosa devo fare per partecipare? – Ancora una volta la mia curiosità prendeva il sopravvento sulla ragione. La risposta del biondo avrebbe dovuto farmi riflettere. Spiegò.
– Per te è sufficiente andare al banchetto per ritirare il biglietto numerato e poi sei iscritto. – Anche mia moglie, avendo la mia stessa malattia, chiese senza riflettere
– E io? – Si guardarono nuovamente e quello bruno disse.
– Devi comunque andare al banchetto. La signora ti spiegherà. Allora ci vediamo di là. – E, dopo averci salutato con una risata, si allontanarono verso il tavolino. Ritirarono entrambi il tagliando. Si girarono verso di noi per un ultimo cenno d’intesa e superarono la porta. Ormai eravamo gli unici clienti rimasti al di qua di quella misteriosa barriera. Dora era eccitatissima. Sembrava una bambina in attesa di una sorpresa. Mi disse.
– Sono contenta che tu abbia deciso di andare fino in fondo e di scoprire cosa succede di là. Mi sento combattuta perché non vedo l’ora di andare a casa per scopare con te. – E, toccandomi il cazzo da sopra i pantaloni, aggiunse.
– Ma siamo in grado di resistere quel poco che basta per completare la nostra visita, no? Se mi accontenti saprò farti felice… – Sapeva come manipolarmi, la mia piccola troia. E poi anch’io volevo andare a fondo.
– Ok. – Le dissi. – Diamoci dentro. Ma non perdiamo troppo tempo. Penso che il biglietto sia abbinato a un qualche gioco e, visto il numero dei clienti, la tireranno in lungo. Mi prometti che appena svelato il mistero ce ne andiamo a casa e festeggiamo perbene? – Era raggiante. Mi baciò sulla bocca e mi disse.
– Certo. Dai, andiamo. – Ci alzammo dagli sgabelli. Feci il gesto di pagare la consumazione ma il barista rifiutò con un gesto della mano. Ricordai la battuta del ragazzo e rimisi in tasca il portafogli. Ci avvicinammo al banchetto. La signora mi comunicò la cifra da pagare per avere il numero. Pagai. Mi diede un biglietto numerato.
– Sei il cinquantasei. – disse. – Puoi entrare. – Poi, rivolgendosi a Dora, le disse. Tu non partecipi ad alcuna estrazione. Quindi, devi entrare dall’altra porta. Quella colorata. Non devi pagare e non hai bisogno di alcun biglietto. Devi scegliere, però, un numero inferiore a sei.
– Immaginai che al gioco partecipassero solo gli uomini. Ma non riuscivo a capire perché le chiedessero di dire un numero. Comunque non mi sorprese sentire la voce di mia moglie dire. – Tre. – Era il suo numero preferito. Le dissi. – A dopo. – Lei ebbe un fremito e si avviò verso la porta colorata, accompagnata dalla signora. Io entrai nell’arena.
Era una bolgia. C’erano, appunto, cinquantasei uomini, me compreso. All’esterno del recinto circolare, posto al centro del locale, c’erano tre file di sedie, tutte libere, per un eventuale pubblico. Somigliava ad un ring improvvisato. Sedie per gli spettatori. Recinto per i partecipanti. Il rumore delle voci era notevole, anche per le frequenti risate. Poi le luci si spensero e la voce di uno speaker, dopo aver chiesto di fare silenzio, annunciò. – Oggi è un ‘occasione speciale. – Il rumore delle voci era cessato. Tutti stavano in silenzio ad ascoltare la voce che proveniva dall’alto del locale e che spiegò.
– Quando entrerà la gabbia, scoprirete che l’estrazione di oggi vi offre la possibilità di conoscere da vicino una donna molto particolare. Non una delle solite ordinarie puttane a cui siete abituati. Ma una donna normale, sposata, dotata, però, di un corpo mozzafiato. E che, soprattutto, se ben usata, è in grado di rivelarsi una troia di prima qualità… – Le gambe mi tremavano. Cominciai a rimettere insieme tutti i particolari che fino a quel momento avevo trascurato. Non eravamo noi a condurre il gioco. Bensì l’esperta regia di una mente potente e perversa che ci aveva guidato, attraverso il ragazzo, in un’altra trappola. Improvvisamente riconobbi la voce dello speaker. Era Aldo, il capo dei vigilantes. Disse.
– Come presidente di questo club, colgo l’occasione per ringraziare il marito della signora. – Un fascio di luce mi illuminò.
– Eccolo, signori. – Continuò Aldo. – Ringraziamo quest’uomo che ci offre sua moglie e che, sportivamente, ha accettato di partecipare all’estrazione mettendo tutti voi in condizione di poter usare la sua donna. Lui l’ha già occasionalmente offerta ad altri uomini, ma desidera con oggi, che possa fare un’esperienza molto dura, educativa. Un applauso per quest’uomo generoso e altruista. – Mentre sentivo battere le mani, la mia natura malvagia e malata prese il sopravvento. Non mi opposi in alcun modo. Anzi, sentivo il desiderio perverso di andare fino in fondo. E la durezza del mio uccello me lo confermava. Il fascio di luce si spense e l’applauso cessò. Il grande regista continuò.
– E adesso faremo entrare la gabbia. La donna è vestita in modo sportivo ma molto, molto provocante. Pensate che non indossa alcun capo di biancheria intima. – Il brusio di eccitazione dei presenti e i commenti volgari degli uomini più vicini a me mi coinvolsero definitivamente. Ero ormai un animale in mezzo a un branco di assatanati. Un uomo di colore alto e muscoloso mi mise una braccio intorno al collo e, mentre con l’altra mano si massaggiava il pacco dall’esterno dei pantaloncini, mi disse.
– Vedrai, cornutone. Se vengo estratto te la sistemo per bene la tua troia. La farò godere come una vacca con il mio nero bastone nodoso. – E ridendo, mi diede una pacca violentissima sulla schiena. Aldo continuò.
– Ecco la gabbia. – Una gabbia di circa cinque metri quadri veniva spinta al centro dell’arena da due inservienti. All’interno della gabbia, al centro, c’era seduta la mia Dora. Intimorita dal rumore e dalla situazione si rannicchiò come faceva sempre quando aveva particolarmente paura. Così vestita, impaurita e quasi piangente mi intenerì. Ma fu solo un attimo. Due dei presenti, uno basso e tarchiato che sembrava una scimmia pelosa, vestito con una canottiera traforata e pieno di tatuaggi e uno alto e smilzo con una gobba pronunciata, mi circondarono. Lo scimmione mi disse.
– Povera bambina. Ma non ti devi preoccupare piccolo insetto. Vedrai che appena le daremo la medicina, guarirà. I nostri cazzi e la nostra sborra hanno guarito molte donnette impaurite. – E il gobbo concluse.
– Nessuna di loro è uscita da qui senza urlare di piacere per i trattamenti ricevuti. E a quanto ho capito quella puttana di tua moglie non desidera altro. O no? – Sentì il mio cazzo pulsare. La perversione era ormai totalmente padrona dei miei pensieri. Risposi, dimenticando la tenerezza di poco prima.
– Non vedo l’ora di vedervi in azione. – E ridemmo tutti e tre sguaiatamente. Non appena la gabbia fu in posizione, i due inservienti si posizionarono davanti al cancelletto di ingresso. Aldo annunciò l’estrazione.
– La signora ha scelto il numero tre. – Ci fu un vocio di disappunto. Il grande regista continuò.
– Lo so, lo so. Avreste voluto avere più possibilità di essere estratti e, soprattutto, sapete che con un maggior numero di uomini all’interno della gabbia lo spettacolo ne guadagna. Ma le regole del club le conoscete. Spetta alla troia protagonista dell’evento decidere quanti uomini vuole avere contemporaneamente. Vado, quindi, ad annunciare i numeri vincenti. I selezionati devono mostrare il numero agli inservienti per poter entrare nella gabbia. Gli altri potranno assistere e, eventualmente masturbarsi all’esterno della gabbia. Vi ricordo di prendere posizione vicino alle sbarre in modo da poter essere coinvolti qualora la puttana desideri toccare, succhiare o prendere altri cazzi. La gabbia è abbastanza grande per offrire a tutti un’opportunità. Cercate di comportarvi in modo civile. Sapete che non tolleriamo atteggiamenti irresponsabili. Sarete immediatamente espulsi se non rispettate le regole. I numeri estratti sono: ventidue… – Il nero dal bastone nodoso.
– Trentasette. – Lo scimmione peloso.
– Quarantaquattro. – Lo smilzo informe.
– Bene. – concluse Aldo. Sembrava un’estrazione pilotata. I tre si avvicinarono all’ingresso della gabbia, mostrarono i tagliandi e entrarono. Il cancelletto fu chiuso alle loro spalle. Tutti quelli rimasti all’esterno compresi gli inservienti, si liberarono dei vestiti, chi completamente, chi solo dei calzoni e delle mutande e si avvicinarono alla gabbia occupando uno degli spazi compresi tra due sbarre. Feci lo stesso anch’io. Aldo aveva ragione. C’era spazio per tutti. Nel frattempo i tre vincitori si erano completamente denudati. Ma restavano in disparte come in attesa di un segnale. Vedevo Dora a un paio di metri da me, ancora rannicchiata, guardare di sottecchi la scena che la circondava. Chissà quando la sua natura di troia si sarebbe risvegliata. Per il momento aveva ancora il sopravvento la sua facciata di donna perbene e impaurita. Ma ero convinto che non appena si fosse sbloccata avrebbe conquistato la scena, come sempre in precedenza, da vera star del sesso qual’era. Tutt’attorno alla gabbia gli uomini si masturbavano. Una cinquantina di uomini di tutte le età, di tutti i tipi, muscolosi e gracili, alti e bassi, di diverse razze, si masturbavano. C’erano cazzi di tutte le dimensioni e forme che venivano smanettati in modo lento o in modo frenetico. Era uno spettacolo veramente osceno. Ero eccitatissimo. Guardai di nuovo all’interno della gabbia. Anche i tre fortunati si stavano toccando. Ma si capiva che erano in attesa e che stavano solo preparando gli arnesi per la festa che di lì a poco sarebbe cominciata. Il nero muscoloso era fisicamente impressionante, con i muscoli ben definiti, era il più alto ma non aveva il cazzo più lungo. Il suo uccello, però, nero e nodoso, faceva impressione. Era lo smilzo deforme il più dotato in quanto a lunghezza. Ma il suo cazzo aveva una circonferenza molto limitata. Colpiva il fatto che usasse entrambe le mani per masturbarsi. Lo scimmione, infine, faceva paura. Aveva il cazzo meno lungo degli altri due ma che sembrava grosso quanto un polso. Insomma, Dora avrebbe provato un campionario ben vario di attrezzi. Aldo riprese a dare istruzioni.
– Ora che gli uomini sono pronti, a te la scelta, bella troiona. Se desideri guidare le danze, come previsto dalle nostre regole, datti da fare. Ma senza esitazioni. O passeremo alla procedura di riserva. Dove i tuoi compagni nella gabbia, potranno usare tutti i mezzi, violenza compresa, ed abusare di te in tutti i modi possibili. Senza che tu abbia più la possibilità di prendere decisioni. Hai dieci secondi per cominciare ad essere partecipe. Nove, otto, sette, sei… – Dora si alzò. Immaginai che la paura fosse in lei ancora padrona. Ma il timore della violenza la scosse. Si avvicinò ai tre uomini mentre quelli esterni la incitavano con frasi e gesti tra i più volgari. Scelse per primo il più muscoloso e gli diede le spalle. Gli prese le mani e se le portò alle tette. Il nero infilò subito le mani sotto alla corta maglietta e impugnando le tette cominciò a stropicciarle e a strusciarsi contro di lei. Intanto Dora prese con ognuna delle mani il cazzo degli altri due e cominciò ad accarezzarli. Il gobbo le infilò immediatamente la lingua in bocca, mentre lo scimmione le lavorava la figa da sopra i fusò. La scena era da delirio. La mia adorata puttana fin dai primi gesti aveva conquistato la platea ed era diventata dominante nei confronti dei tre uomini. Quando il nero le sfilò la maglietta ci fu un moto di apprezzamento da parte degli esterni per la bellezza delle tette di Dora. Poi i tre la adagiarono sul pavimento della gabbia, che era rivestito di una specie di linoleum, e le tolsero le scarpe per poi sfilarle i pantaloni. Quando rimase nuda, al centro della scena, ci fu anche qualche applauso. Fece sdraiare lo scimmione e cominciò a lavorarlo con la bocca, mettendosi in ginocchio e allargando le gambe. Il nero si buttò subito a leccarle la figa senza lasciare possibilità allo smilzo, che rimase a fianco masturbandosi. Ma immediatamente, Dora salì a cavalcioni dell’arnese del peloso e, questa volta, dedicandosi con la bocca al cazzo del gobbo, fu il turno del muscoloso di smanettarsi. Godeva. Si, la mia meravigliosa troia godeva come non mai. Non aveva ancora superato del tutto l’emozione iniziale e, quindi, non aveva ancora cominciato lo show verbale. Ma sapevo che di lì a poco avremmo iniziato a sentire la sua voce, i suoi versi, le sue urla. Aveva gli occhi socchiusi e ruotava leggermente la testa. Mentre lavorava con il bacino il grosso tarello che aveva nella figa, succhiava e lavorava con entrambe le mani il cazzo dello smilzo. Smise di succhiarlo e disse la sua prima frase che, come un fulmine a ciel sereno, colpì molti degli spettatori. Alcuni vennero immediatamente. Ecco la mia grande, immensa, meravigliosa, amata troia.
– E tu, muso nero, cosa aspetti? Trova qualcosa per lubrificartelo e mettimelo nel culo. Subito. – Mentre lei riprendeva il lavoro di bocca, il muscoloso di colore, superato lo stupore, si avvicinò ad un piccolo tavolo, all’interno della gabbia, sul quale vi erano diversi cazzi finti, vibratori e alcuni tubetti di vaselina. Ne prese uno, si schiacciò sulla mano quasi l’intero contenuto e, mentre tornava a raggiungere il trio al centro, si lubrificò per bene l’uccello. Tanto bene che bastò allargare le chiappe di mia moglie, appoggiare la punta al suo buco posteriore e, con una sola spinta, il cazzo nero e nodoso scivolò dentro al culo di Dora. Facevo fatica a non venire. Ma volevo resistere fino alla fine. Vedevo la mia piccola puttana chiusa a sandwich tra un energumeno peloso e un nero alto e possente. Mentre un uomo deforme dal cazzo lungo e fine le usava la bocca. Nemmeno nei miei sogni più fantasiosi avrei potuto immaginare una scena così. Ed, invece, era la realtà. E Dora era signora e padrona di tutti noi. Con il suo corpo, le sue movenze e, finalmente, con la sua voce. Si staccò dal lungo affare del gobbo e urlò, facendo venire almeno un’altra decina degli esterni.
– Daiiii, cosa aspettate voi due. Sbrigatevi. Devo provare nella figa o nel culo questo lungo cazzo che mi trapana la gola. O uno di voi due viene al più presto o decido io per voi. – Il nero, che sembrava apparentemente il più capace di controllarsi, sborrò all’istante nel suo culo, accasciandosi senza più forze. A quel punto lo scimmione prese l’iniziativa e sfilato il cazzo dalla figa di mia moglie glielo infilò di botto nel culo dopo averla girata sopra di sé. Il gobbo non attese altro tempo. Dora, che adesso era sdraiata di schiena sopra al peloso, aveva la figa esageratamente dilatata e aperta avendo appena ricevuto il cazzo grosso come un polso che adesso le lavorava il culo. Il lungo e sottile affare dello smilzo iniziò a scivolare facilmente dentro di lei. – A quel punto catturò di nuovo la scena con i suoi versi e le sue roventi parole. Ormai non contavo più le sborrate degli spettatori. Ero concentrato solo per resistere fino alla conclusione dello spettacolo. Chiusi gli occhi per distrarre un istante la mente e allontanare l’orgasmo che premeva. Sentii, roca e particolarmente profonda, la voce della mia amata puttana, Sembrava posseduta.
– Siii, siete fantastici. Tu scimmione sei un sogno. Hai un cazzo che mi riempie completamente il culo. Anche nella figa mi hai fatto vedere il paradiso, ma nel culo dai il meglio di te. E tu, gobbo, continua a penetrarmi, così, lentamente. Sembri non finire mai. Ma ne voglio di più. Voglio sentirti fino in gola. Forza, spingi. – Fortunatamente, a quelle parole, lo smilzo sborrò all’istante. Non so davvero dove sarebbe potuto arrivare con tutta la lunghezza del suo cazzo. A quel punto, rimasto solo, il peloso assunse il comando. E girando nuovamente mia moglie si sfilò ordinandole.
– Avanti, vaccona. Andiamo vicino alle sbarre. Di regola bisogna premiare quelli che hanno resistito fin qui. Ma non ti preoccupare. Tu lavorali con la bocca e con le mani. Che io te lo pianto nuovamente nel culo e ti trapano fino a riempirti l’intestino con la mia sborra. – Dora non se lo fece ripetere. Eravamo rimasti solo in due. Io e il ragazzo. Non ero nelle condizioni per vendicarmi o per pensare ad altro che non fosse il desiderio di sborrare al più presto. Per godere al massimo della situazione, lasciai che fosse lui il primo di noi due a infilare il cazzo nella bocca di mia moglie. Intanto l’energumeno peloso aveva mantenuto la promessa e aveva ripreso a pompare il culo di Dora che, mentre godeva della vigorosa inculata e succhiava avidamente il cazzo del ragazzo, mi guardava fisso negli occhi ormai trasfigurata dal piacere. Non so quanti orgasmi abbia avuto in quella gabbia, e anche lei dice di averne perso il conto. So solo che, non appena il ragazzo le riempì la gola e lo stomaco, fu il mio turno. E alla fine riuscimmo a venire insieme per concludere meravigliosamente questa avventura. Mentre sentivo ormai prossimo il primo segnale dell’orgasmo tanto atteso, udii la voce dello scimmione che ululava mentre le riempiva l’intestino. Ma soprattutto, udii la sua voce. Della mia adorata puttana. Che dirigendo gli schizzi del mio cazzo sul viso e sulle tette diceva.
– Godo. Godo come non mai. Che meraviglia. è stupendo sentirti venire. Ti amo. –

Mentre tutti i clienti lasciavano il club, la signora accompagnò Dora in una stanza molto accogliente dove potè lavarsi, truccarsi ed indossare un bellissimo vestito estivo di colore rosso, della biancheria intima abbinata e un paio di scarpe perfette per i suoi piedi. La signora, che si era occupata personalmente degli acquisti, le disse che si era recata nei negozi dove mia moglie si serviva abitualmente, presentandosi come sua persona di fiducia. Quando arrivò così agghindata nel locale del bar dove la stavo attendendo, mi venne quasi un colpo. Quanto accaduto non aveva lasciato alcuna traccia negativa in lei, anzi. Era stupenda. Si avvicinò e, dopo avermi baciato, mi porse sorridente un biglietto. Era di Aldo. Ci ringraziava, nuovamente, e ci garantiva la più totale riservatezza su quanto accaduto al club. Inoltre, la sua protezione era sufficiente per evitare qualunque tipo di rogna. Dovevamo considerare gli omaggi a mia moglie, come un doveroso gesto di apprezzamento per una donna meravigliosa. Dora mi disse.
– Mi sento come una regina. Voglio che mi porti a fare un giro, poi a cena e poi a casa. Dove finalmente potremo dedicarci totalmente a noi due. – Mi coinvolse a tal punto, che riuscimmo entrambi a considerare tutto quello che era accaduto come una bellissima esperienza. Eravamo così euforici che dimenticammo, fin che fu possibile, che eravamo stati usati e che molte persone avevano conosciuto il nostro lato perverso. E che, presentandosi l’occasione, avrebbero potuto approfittarne. FINE

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