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Il dono di Andrea

Il dono di Andrea

Preludio.
Andrea aveva diciassette anni, cresciuto in una famiglia benestante, conduceva un’adolescenza spensierata e tranquilla. Niente emozioni troppo forti, niente droghe; un ragazzo modello, insomma. Aveva solamente due vere passioni, la prima era la sua motocicletta, sudata mille preghiere al padre restio, l’altra era la sua ragazza, Angela. Questi due elementi erano la base portante di tutta la sua vita, con la moto andava a prendere Angela e con lei in sella si sentiva un leone, pronto a spaccare il culo al mondo che lo aveva visto crescere. I suoi amici riempivano i pochi momenti liberi, quelli in cui non usciva con Angela o non lavorava sulla moto. Anche la sua compagnia era formata da ragazzi più o meno come lui, nessun capo, una gran voglia di stare insieme. Tutto sembrava andare per il meglio.
Ma la disgrazia che cambiò la sua vita successe un mese prima dei suoi diciotto anni, un mese prima di comprare una moto di cilindrata superiore, un mese prima di dare gli esami per la patente.
Un sabato pomeriggio, lui ed Angela, partirono alle tre di pomeriggio per fare quattro passi al lago, la strada non era molta e con la sua moto, in quel caldo luglio si sarebbero goduti anche la giornata.
Ad un incrocio, però, un grosso camion era fermo attendendo di svoltare a destra, Andrea si accostò, voleva girare prima di quel grosso bisonte, l’autista, non vedendolo, ingranò la prima e, partendo, toccò la moto. Andrea perse l’equilibrio e cadde a terra, trascinando anche Angela che fu sbalzata dalla sella.
Il camionista non si accorse di nulla e schiacciò sull’acceleratore per liberare l’incrocio, non vedendo il corpo di Angela che stava finendo sotto ai suoi pneumatici. Andrea rimase impietrito dallo sgomento, non poté fare altro che vedere la sua ragazza finire schiacciata dalle ruote del camion. Tutto l’orrore gli apparve al rallentatore, quella scena lo avrebbe condizionato per tutta la vita.

Alcuni giorni dopo il funerale di Angela, i sensi di colpa lo stavano divorando, non riusciva più a sopportare la vista di niente e nessuno, aveva voglia solamente di farla finita. Meditò per due sere l’atto che poi compì alla terza. Augurò buona notte ai genitori, ma prima di entrare in camera sua, prese dal bagno la confezione di tranquillanti della madre, la cura all’esaurimento nervoso, e le portò con lui.
Sdraiato sul letto, guardava la fotografia di Angela e ripensava all’accaduto, piangendo si fece coraggio e trangugiò quindici pasticche. Si mise sotto alle lenzuola e iniziando a sudare aspettò la sua ora, la sua liberazione. Perse i sensi dopo dieci minuti di atroci dolori addominali, in silenzio soffrì aspettandosi una punizione ancora più dura nel mondo che stava per raggiungere. Pensava solamente che di lì a poco avrebbe rivisto l’anima della sua anima.
La corsa in ospedale non servì a nulla, neanche la lavanda gastrica fu eseguita per tempo, Andrea oramai era in coma profondo, estraneo al mondo che aveva cercato di lasciare.
Di quel lungo sonno, non ricordava quasi nulla, o forse non voleva ricordare. Ma l’unica scena che gli rimase impressa nella mente cambiò radicalmente la sua vita.
Era in una stanza enorme, pareti e pavimento di marmo scuro. Niente mobilio, solo lui ed una figura nera girata di spalle avvolta in un impermeabile. Si guardò intorno quando, preso dal terrore, sentì l’uomo di fronte a lui parlare:
– Non credere di poter decidere quando farla finita. – la voce roca suonava macabra e sgradevole.
Andrea avrebbe voluto rispondere, ma sentiva la bocca cucita, non riusciva a muovere neanche un muscolo.
– Hai altre cose da fare prima di andartene. Hai i tuoi compiti, ragazzo. Tutti hanno i propri. – i mugolii di Andrea non riuscivano a farsi sentire e l’uomo continuava a parlare.
– Ricorda, ci sono quattro elementi. Essi sono la serratura e tu ne sei la chiave. La chiave tra il mio mondo ed il vostro. –
Poi il buio, nient’altro. Andrea rimase in coma per dieci giorni, accudito e tenuto per mano dai genitori che non credevano ai dottori, lui si sarebbe risvegliato e presto sarebbe tornato quello di prima. Sua madre piangeva dalla mattina alla sera, ma uno struggimento particolare la prendeva quando guardava il corpo di suo figlio più bianco del lenzuolo che lo avvolgeva.
Infine Andrea si risvegliò, ma al contrario di quanto pensasse sua madre, non sarebbe tornato mai più quello di prima, anzi.
L’uomo del sogno tornò a fargli visita molto spesso, soprattutto nei momenti in cui Andrea si sentiva più debole e triste. Ma le sorprese non finirono, l’uomo dal mantello nero gli insegnò molte altre cose.

Ventiquattro di aprile.

Andrea sedeva sullo schienale della panchina dei giardini vicino a casa sua. Come ogni pomeriggio si trovava lì solo e sembrava che non aspettasse nessuno. Come ogni pomeriggio, poi, teneva tra le labbra una sigaretta fatta a mano, l’odore non era solamente quello del tabacco, ma ormai aveva ventidue anni e poteva fare quello che gli pareva. Guardava la strada su cui sfrecciavano automobili sempre più veloci, ma i suoi pensieri erano altrove, alle ultime notti, agli ultimi discorsi.
Sentì i tipico formicolio al cervello, dopo qualche boccata vedeva le cose più chiare, sentiva quel mondo sempre più lontano da lui, anche se sapeva che non si sarebbe allontanato per molto.
Dopo alcuni istanti, quando i suoi pensieri, persi nel suo cervello non gli facevano ricordare il perché fosse lì, vide Marco parcheggiare la sua Panda sul ciglio della strada e farsi incontro.
– Ciao Andrea. – disse inspirando profondamente vicino al viso inespressivo dell’amico. – ancora con quella roba, vedo. Stacci attento. –
– Sei peggio di mia madre. Almeno quella, qui, non arriva. – rispose Andrea alzandosi in piedi e spegnendo il mozzicone buttandolo in un tombino.
– Io lo dico per te, l’ultima volta che hai fumato quella roba prima di una seduta per poco non ti veniva un collasso. – gli ricordò Marco.
– Fatti i cazzi tuoi, magari è quello che voglio. –
– Non dire queste cose. Lo sai che sei una miniera d’oro, vero? Se tu te ne andassi, io mi dovrei cercare un lavoro vero. Sai di cosa parlo? Sudore, fatica, pochi soldi. Non ci penso nemmeno. E poi anche lui ha detto che non puoi andartene. –
Andrea si fece ancor più scuro in volto:
– Ti ho detto di non parlare di lui, mai! E poi non chiamarle sedute, chiamale appuntamenti, riunioni, come vuoi. Ma non sedute, hai capito? –
– Va bene, va bene. Sei un po’ nervoso, vedo. – gli disse incamminandosi verso l’auto.
Salirono sulla Panda bianca, Marco mise in moto e iniziò a parlare, ma Andrea non lo stava ad ascoltare, stava pensando all’ultima volta che parlò con lui; due notti prima. Il sogno cominciò con i soliti bambini vestiti di bianco che cantavano la solita filastrocca angosciante, dopo alcuni secondi i bambini sparirono e comparve l’uomo dal mantello nero, sempre di spalle, sempre con la sua voce roca.
– Per fare girare la serratura devi governare gli elementi, per governare gli elementi devi metterli in equilibrio… –
Continuò per oltre un’ora spiegandogli i procedimenti migliori per rendere una seduta più stabile, tutto all’insegna di equilibrio tra acqua, terra, fuoco ed aria. Discorsi che Andrea aveva sentito mille volte in cinque anni, orami, ma ogni volta assimilava qualcosa di nuovo, di importante.
Distolse la sua mente dai pensieri e notando Marco in silenzio, attento alla guida gli chiese:
– Di cosa si tratta questa volta? La solita vecchia che vuole i numeri? Dio che tristezza mi fanno venire. – e si accese una sigaretta.
– No – rispose Marco – anche se devi ammettere che quei numeri ci hanno dato un po’ di soldi, vero? –
– Ti ho detto che quei numeri io non li posso giocare, ma di cosa si tratta, allora? –
– Beh, vedova è vedova, questa l’ha trovata mio fratello. Quarant’anni, vedova, appunto, senza prole. Vuole parlare con il marito. – gli spiegò l’amico.
– Tanto per cambiare. Di a tuo fratello che non mi interessano più le vedove. Cosa gli hai promesso? Metà della tua parte? – chiese Andrea nervoso.
– Intanto se vuoi continuare a fumare quella merda, i soldi da qualche parte li devi prendere. E poi vedrai che non sarà tanto male. Questa, almeno, è fica. Così ha detto mio fratello. – Marco sorrise all’amico, cercando di rallegrarlo, anche se erano mesi che non lo vedeva sorridere.
– Non mi interessa se è fica o no. Io non la vedo neanche, ti sei dimenticato cosa faccio? Io entro, saluto ed inizio, quando riprendo conoscenza mi ricordo solo di intascare i soldi e poi ce ne andiamo. –
Non poteva ritenersi felice, si sentiva incatenato. Una dote che gli pesava come piombo sulla testa, e poi la voce si stava spargendo troppo. Arrivavano a chiamarlo da altre province, oramai. Avrebbe dovuto chiudere per un po’. Qualche soldo lo aveva messo da parte. Circa venti milioni, cinquecento mila a seduta, trecento a lui, cento a Marco, più per amicizia che per meriti, e cento a chi aveva trovato l’appuntamento. Solitamente queste cose erano procacciate dal fratello di Marco, ma altra gente girava intorno al loro piatto, forse troppa, pensò Andrea. Era ora di dare un taglio, almeno fino a che non avrebbe finito i soldi.
– Ho deciso, Marco. Questa è l’ultima. Ci fermiamo per un po’ – disse guardando l’amico negli occhi. Marco lo squadrò qualche istante e poi scoppiò a ridere.
– Si, si. Lo dici ogni volta. Peccato che il giorno dopo, mi telefoni per chiedermi se mio fratello ha qualcosa per le mani. Eh già, bello. Tu hai una bella dote, ma hai anche troppi vizi. Ti consumi, vedi. È per questo che non ridi mai. Ti stai consumando lentamente. – le parole colpirono Andrea. Il finto sarcasmo non le aveva mascherate a dovere e le riconosceva come verità.
– Questa volta dico sul serio –
– Va bene, ne parliamo dopo. Siamo arrivati – così dicendo parcheggiò la macchina davanti ad un palazzo, una costruzione signorile in centro.
Scesero dall’auto e Marco suonò il campanello:
– Dovrebbe essere questo. –
Pigiò al nome “Berti”, subito una voce metallica di donna rispose.
– Si? –
– Siamo qui per la seduta – annunciò Marco.
Un click ed il cancelletto si aprì lasciandoli entrare nel giardino del palazzo.
Andrea sbuffò guardandosi intorno, capiva sempre più cose: più avevano dalla vita terrena e più erano curiosi della metà oscura. Non c’era via di salvezza, facevano a gara a chi possedeva più nani da giardino, più edera, più gerani. Si può conoscere una persona dal suo giardino, pensava. Peccato che lui non voleva conoscere nessuno, erano gli altri a cercare il suo “aiuto”.
Salirono al secondo piano, dove la signora li stava aspettando sulla porta dell’appartamento.
Era veramente una bella donna, molto curata nell’aspetto, la bionda chioma la ringiovaniva di almeno dieci anni, una gonna grigia ed una camicia bianca mostravano il suo gusto nobile e semplice nel vestire. Andrea la squadrò per qualche istante, quella donna lo colpì per la sua semplicità ed il suo fascino, dal giorno dell’incidente non aveva più cercato di instaurare un rapporto serio con una donna, ma la signora Berti aveva qualcosa di particolare, come se l’avesse già conosciuta; il suo sesto senso lo fece divenire irrequieto. Non si faceva coinvolgere mai nel suo lavoro, poca gente secondo lui era degna di attenzione, ma quella volta si sentiva attratto da quella signora di mezza età che gli sorrideva sull’uscio.
Ancora sulla porta si presentarono con i soliti convenevoli, tutto secondo il rituale degli sconosciuti.
La signora li fece entrare nel salone e fece cenno di accomodarsi.
– Vi posso offrire un caffè? O magari qualcos’altro? – la voce dolce della signora avvolse Andrea che non smetteva di osservarla.
– Sì grazie, signora. Un caffè va benissimo. – rispose cupo.
– Anche per me – gli fece eco Marco.
– Ve lo preparo subito. Ma non chiamatemi signora, vi prego. Mi chiamo Giulia. – e si diresse in cucina sorridendo.
– Hai visto che fica? Per essere una quarantenne, intendo. – costatò Marco.
– Non mi convince. Sorride ma ha qualcosa dentro che non va. – rispose il suo amico.
– Beh, tu sei qui per questo, no? –
Andrea rimase in silenzio, pensava a Giulia. Era strana, troppo, rimuginò. Aveva imparato a leggere negli sguardi, nel suo vedeva un mare di solitudine e ne provava una gran pena.
Marco si guardò intorno e fece notare all’amico l’arredamento del salone. Doveva avere molti soldi quella donna; vedova e ricca, proprio un bel partito.
– Peccato che potrebbe essere mia madre –
Andrea diede una breve carrellata all’appartamento, due colonne centrali davano un’impressione di stabilità, finemente decorate apparivano come il simbolo di quella casa, tre quadri rappresentanti dei paesaggi montani infondevano un senso di quiete, il mobilio, poi, sembrava ricercato in negozi di antiquariato e pagato a peso d’oro. Non poteva negare il buon gusto dell’ospite, che entrò in quel momento con un vassoio e tre tazzine.
Appoggiò i caffè sul tavolino davanti ai ragazzi e si sedette sulla poltrona lasciando che la gonna si alzasse di qualche centimetro. I due amici ora potevano notare le belle gambe di Giulia, e Marco non risparmiò una gomitata per farle notare anche ad Andrea.
– Vi sono molto grata per essere venuti. – annunciò. – Ho bisogno del tuo aiuto, Andrea. – le ciglia lunghe di Giulia lo affascinavano fino a farlo perdere negli occhi scuri della signora.
– Mi dica esattamente con chi dobbiamo parlare. – Andrea si riprese dall’incanto. – Suo marito, presumo. –
– Esattamente – la donna si fece seria – devo assolutamente parlargli. Se ne è andato quattro mesi fa, senza dirmi dove sono i documenti dell’eredità. –
– Capisco. – soldi, sempre soldi. Andrea teneva il conto dei suoi “clienti” e sapeva che per il novanta per cento si trattava di ricerca di contatti con uno scopo tutt’altro che nobile.
– Vedete, io non sono la sua vera moglie. Lui era stato sposato con un’altra donna, ma dopo il divorzio sono arrivata io. Ora, tutta la sua eredità rischia di passare nelle mani della sua ex moglie. –
Andrea e Marco annuivano, persi più nel corpo di Giulia che nelle sue parole. Andrea poteva fare a meno di ascoltare. Di discorsi simili ne aveva sentiti a centinaia, sapeva in cosa consisteva il suo compito.
– Ma prima di morire – continuò la donna – mi confidò di aver stilato un nuovo testamento, custodito nessuno sa dove, in cui io risulto unica erede. Ora, però, devo trovare quel pezzo di carta prima che tutto questo finisca in mano di quella strega. –
– Va bene, signora, abbiamo capito. – disse Andrea accendendosi una sigaretta – Posso fumare, vero? –
– Veramente no, ma facciamo uno strappo alla regola – e così Andrea diede la prima boccata intensa.
Giulia si alzò per prendere un posacenere ed i suoi movimenti furono seguiti dagli occhi strabuzzati dei ragazzi, aveva un corpo stupendo, le forme si intuivano anche con indosso i vestiti, le braccia e le gambe si muovevano armoniosamente ed il viso trasudava voluttà e un poco di tristezza.
Erano entrambi attratti da quella donna, ma se per Marco era normale, per Andrea poteva rappresentare un problema, ne era preoccupato.
Stavano seduti in silenzio, Andrea avrebbe voluto chiedere ancora molte cose a Giulia, tanto per sentire di nuovo la sua voce, ne era affascinato, ma sapeva che tra poco avrebbe saputo più di quello che voleva e così lasciò perdere. Fumando gli ultimi tiri della sua sigaretta impartì le direttive:
– Vogliamo iniziare Giulia? Mi servono quattro bicchieri. Uno di essi deve essere pieno d’acqua, per favore –
– Certo, li procuro subito – così dicendo sculettò verso la cucina.
I due ragazzi si alzarono dirigendosi al grande tavolo di legno al centro della sala, proprio in mezzo alle due colonne; Andrea si sentiva più che mai ansioso di finire quel maledetto appuntamento e filarsene a casa. Non riusciva a rilassarsi come al solito. Cercando di tranquillizzarsi, estrasse dalle tasche un sacchettino contenente un poco di terra ed una piccola candela, quasi un mozzicone, oramai.
Giulia arrivò con i quattro bicchieri e li depositò sul tavolo, Andrea scrutò quello colmo d’acqua e, giudicandola eccessiva, ne rovesciò un poco in un vaso di fiori; lo guardò nuovamente e quando la misura del liquido gli parve accettabile lo ripose sul tavolo, che liberò da tutti gli altri oggetti. Prese la terra e la rovesciò in un bicchiere, la candela finì nel terzo, mentre il quarto rimase vuoto. Dispose poi i quattro bicchieri a stella al centro del tavolo, accese la candela e pregò Giulia di abbassare le tapparelle e oscurare il salone.
La donna si mosse velocemente mentre Marco prendeva posto sedendosi al fianco di Andrea, che si era messo a capotavola. Quando il buio invase la sala, solo la candela guidava i movimenti dei tre, che rimasero in silenzio qualche secondo.
– Cosa debbo fare? Devo congiungere le mani alle vostre o cosa? – ruppe l’atmosfera Giulia.
Andrea si volse verso di lei con aria infastidita:
– No, quelle sono cose da film, puoi sederti dove vuoi ed aspettare che arrivi tuo marito. Ti avvertirà Marco quando potrai iniziare a porre le tue domande. –
– Va bene. – rispose la donna sedendosi, intimorita dall’atmosfera che si stava creando.
Rimasero immobili per qualche secondo, illuminati dalla timida candela davanti al volto di Andrea, stettero ad aspettare; Giulia si sentiva sempre più strana, percepiva una presenza sempre più insistente tra di loro. Marco, immobile, guardava l’amico con compassione, come se fosse cosciente del dolore che stava per raggiungerlo.
Silenzio, poi ad un tratto Andrea iniziò a respirare profondamente, puntò i piedi per terra e tese le braccia sul tavolo. Dopo qualche secondo i respiri cessarono, inarcò la schiena e reclinò la testa all’indietro. Poi, silenzio. Un urlo di dolore irruppe nel silenzio, come un grido diabolico. La testa di Andrea tornò dritta, fissando davanti a se, ma Giulia vide le sue pupille completamente bianche. Tornò il silenzio, angosciante, la donna si guardò intorno, si sentì osservata, quasi toccata. Guardò nuovamente Andrea che ora aveva la bocca spalancata. Un bisbiglio si stava spargendo nell’aria, prima piano poi sempre più forte, a Giulia parvero voci di bambini che provenivano dalla bocca aperta di Andrea. Sembrava una filastrocca, un gioco macabro:

Gira l’uomo nero
Gira intorno intorno
Gira l’uomo bianco
Senza far ritorno.

Le voci si facevano sempre più forti, Giulia si strinse a sé dalla paura, sentiva il freddo attraversarle le ossa, aveva brividi che le percorrevano la schiena, un misto di angoscia e brividi la faceva star male. Era sul punto di urlare e correre ad accendere la luce.
Ad un tratto le voci cessarono e ripiombò il silenzio, quasi più angosciante del coro di bambini. Andrea rimaneva con la bocca spalancata e gli occhi bianchi, Marco lo osservava, intimorito anch’esso, ma abituato alle prestazioni dell’amico.
La bocca di Andrea ricominciò a parlare, questa volta una voce bassa e roca riempì la stanza:
– Sei in presenza della serratura e della chiave. Ora puoi parlare. Chi desideri ti ascolta. –
Marco, allora, fece segno alla donna di parlare, di farsi coraggio.
Giulia sentiva troppa paura per spiccicare una parola, ma si fece coraggio e riuscì a sillabare:
– Fi.. li.. ppo, sssei tu? –
Silenzio. Giulia respirò profondamente e ripeté:
– Filippo, sei tu? –
Fu allora che sentì la voce del marito provenire dalla bocca spalancata di Andrea.
– Si, Giulia sono io. – la donna tremò, la voce era proprio quella del marito, non credeva alle sue orecchie.
– Cosa vuoi? – chiese la voce del marito.
– Amore, sei veramente tu? – domandò ancora la donna incredula.
– Si, cosa vuoi da me? –
Marco allora fece cenno di fare in fretta, il collegamento non si era mai protratto per più di tre minuti, anche se Andrea migliorava ogni volta.
– Amore, vorrei sapere dove hai depositato il testamento. – domandò con voce tremante.
– Ah, ora capisco. Vuoi i miei soldi, vero? – la voce sembrava innervosirsi.
– No, amore. È solo che… – ma fu interrotta.
– Va bene, avvicinati. – pronunciò la voce del marito estinto.
Giulia si guardò intorno, cercò il permesso di Marco e si alzò avvicinandosi a passi lenti verso Andrea, il quale continuava a fissare un punto davanti a se con le sue pupille bianche.
La donna si trovava ora al cospetto del ragazzo e dello spirito.
– Inginocchiati. –
– Cosa? – credette di non capire.
– Inginocchiati, penso che tu abbia qualcosa da farti perdonare. –
– Veramente non credo – mal celando un certo disagio.
– Mi risulta che qui siano venuti due uomini, subito dopo la mia morte, o sbaglio? – la voce sembrava più divertita che adirata.
Giulia non resse l’emozione e scoppiò in pianto.
– Ora, se vuoi i miei soldi, devi darmi quello che non posso più avere. –
– E cioè? – chiese Giulia con le lacrime che le riempivano il volto.
– Il piacere della carne. Qui non siamo altro che spirito. – disse la voce.
– Non capisco. –
– Capisci benissimo. Se vuoi i miei soldi, dovrai soddisfarmi per l’ultima volta. Ora spogliati! – ordinò.
La donna, consapevole delle sue colpe si alzò in piedi e si sbottonò lentamente la camicia lasciando liberi i seni duri. La lasciò cadere a terra seguita dallo sguardo incredulo di Marco, che mai si era trovato in una situazione del genere nonostante la sua lunga esperienza.
Con i seni al vento ed i capezzoli duri dall’emozione, Giulia, si slacciò anche la gonna che cadde sopra la camicia. Ora si ritrovava al cospetto dell’amante perduto con indosso solamente un paio di slip neri, mentre un ragazzo l’osservava.
Marco, infatti, aveva gli occhi fuori dalle orbite, era stupenda, pensò, e soprattutto sperava che lo spettacolo non finisse lì.
– Brava, sei sempre bella. Ora sbottona i pantaloni di questo ragazzo, io godrò con lui. – ordinò lo spirito eccitato alla moglie.
Giulia non poteva fare altro che obbedire, si chinò verso i jeans di Andrea, che rimase immobile, e gli tirò fuori il pene.
– Ora inizia a succhiarlo, ma lentamente, voglio godermela questa volta, visto che è l’ultima. –
La donna scostò leggermente Andrea dal tavolo, il suo cazzo intanto si era gonfiato e puntava dritto verso la bocca di Giulia.
Lo ingoiò tutto, iniziò a spompinare quel ragazzo al pensiero dell’eredità e dei soldi che l’avrebbero coperta. Andrea rimase immobile qualche istante, ma poi, come guidato dall’entità dentro di lui allungò le mani ad accarezzare i capelli, sempre, però, tenendo le sue pupille bianche fisse nel vuoto.
Giulia, scomoda in quella posizione, calò del tutto i pantaloni di Andrea e si posizionò carponi ai suoi piedi, guardando gli occhi assenti dal basso e leccando con avidità l’asta dura, obbedendo ciecamente ai voleri del marito.
– Ora basta! Non voglio venire solamente con un pompino. Quelli li lascio a Sandro e Flavio. È così che si chiamano quei due tizi che ti sono venuti a consolare, vero? – Il tono era sarcastico, ma si poteva udire una vena di rabbia nella voce.
Marco era sempre più incredulo, avrebbe voluto partecipare all’azione, ma temeva una scenata di gelosia da parte dell’entità che stava possedendo Andrea. Rimase al suo posto e si limitò a tirare fuori il cazzo iniziando a masturbarsi.
Giulia osservava il cazzo di Andrea umido di saliva, era lungo e duro, forse meglio di quello che il marito ha posseduto in vita. Poteva ritenersi fortunata, pensò.
– Ora fammi godere, subito! – la voce echeggiò nel salone.
La donna si rese conto di quello che avrebbe dovuto fare, allargò le gambe e si mise a cavalcioni in grembo ad Andrea, che rimaneva sempre con quell’espressione assente dipinta sul volto.
Sentì il membro duro aprirgli piano la fica e poi, scendendo sempre più, lo sentì sconquassarle la vagina dall’interno, era una forza della natura, lo sentiva muoversi dentro di lei, nonostante il corpo di Andrea rimanesse immobile. Anche lei aiutava l’amplesso ancheggiando mollemente, lasciandosi trasportare dal ritmo sussultorio che sentiva dentro di sé.
Andrea continuava a fissare un punto indefinito davanti a sé con i suoi occhi bianchi ed inespressivi, Marco si masturbava con foga, guardando quella donna in preda al piacere datole dal suo amico, se lo menò fino a schizzare il suo sperma sulla schiena di Giulia che non se ne accorse e continuò il suo movimento pelvico. Il volto di Andrea iniziava a lasciar trasparire qualche impercettibile smorfia di piacere, tanto che la donna, seduta su di lui, se ne accorse e si eccitò maggiormente aumentando il ritmo. Giulia si rese conto che stava facendo godere due uomini contemporaneamente. Il ragazzo e suo marito. Una coppia perfetta, il corpo di un vent’enne e la perversione di un cinquantenne. Il terrore che l’aveva presa poco prima aveva lasciato il posto ad un’eccitazione malata e incontrollabile. Era in preda al più intenso orgasmo della sua vita ed erano lontani i ricordi di quei ragazzotti che venirono a consolarla dopo il funerale del marito. Ora lei aveva a disposizione due maschi, insieme, l’unica pecca era il fatto di avere solamente un cazzo da infilare, ma questo passava in secondo piano nel cervello offuscato dal piacere.
La voce del marito rimbombò nuovamente roca nella stanza:
– Ti sto per sborrare in pancia. –
– Si, si. Sborratemi dentro. – rispose la donna agitandosi.
Andrea eiaculò riempiendo completamente la vagina di Giulia che venne insieme ai suoi due uomini. Si sentirono tre respiri soffocati: quello della donna, quello di Andrea ed il rantolo di Filippo ancora più cupo.
– Ora che ho goduto per l’ultima volta ti posso rivelare dove si trova il testamento. –
La donna, rivestendosi, drizzò le antenne.
– Cerca nel mio portasigarette. –
Giulia si precipitò al tavolino di vetro dove si trovava la piccola scatola di legno, tanto vecchia da sembrare un cimelio, l’aprì e, svuotandola delle sigarette rimaste ancora lì dalla morte del marito, trovò una piccola chiave scintillante.
– Quella è la chiave della cassetta di sicurezza numero ventotto della banca. – rivelò – dentro ci troverai quel pezzo di carta che ti pare tanto importante. –
Furono le sue ultime parole, infatti, senza preavviso, un forte vento invase la stanza, le finestre erano tutte chiuse, eppure gli oggetti più leggeri cadevano e volavano da una parte all’altra.
Cessato quello strano vento, Andrea emise un altro urlo atroce, di sofferenza. Durò parecchi secondi, nei quali reclinò la testa e tese tutti gli arti, come preso da un dolore insostenibile. Subito dopo, la testa ritornò verticale le sue pupille riapparvero dal tetro viaggio. Andrea era tornato.
Respirò affannosamente per diversi minuti, quasi avesse affrontato un lungo viaggio in pochi secondi. Chiese alla padrona di casa dell’acqua e ne bevve un gran sorso. Marco lo guardava con occhi compassionevoli, era al corrente del dolore che il suo amico provava ogni volta che compiva quel tipo di viaggio, e ogni volta si chiedeva cosa glielo facesse fare. Era un dono, gli ripeteva sempre Andrea, e come tale doveva essere usato.
Appena fu tornato completamente in se, chiese la sua meritata parcella.
La donna, incredula che il ragazzo che aveva appena montato non la degnasse neanche di uno sguardo, andò in camera e si presentò con le cinquecento mila. Le porse ad Andrea che le intascò senza dire niente. Si riassestò i calzoni, accorgendosi solamente in quel momento di avere il membro all’aria. Marco vide un velo di tristezza passare negli occhi dell’amico. Comprese che non aveva goduto di niente, persino lui, con una misera sega era stato più fortunato, almeno si ricordava di quanto era successo.
Si alzarono entrambi in piedi e si diressero verso la porta. Andrea senza voltarsi, Marco invece si soffermò alcuni istanti a salutare Giulia.
In un momento furono in strada, Andrea ora si sentiva più tranquillo, era tutto finito, almeno per il momento.
Senza parlare si mise una mano in tasca e tese centomila a Marco che li intascò subito senza guardarle, occupato a scansare una vecchietta in motorino.
Andrea era più malinconico del solito, vedeva il sole pallido nascondersi ancora dietro le nuvole.
– Quasi mi dimenticavo! Mio fratello ne ha trovata un’altra per venerdì. – lo informò Marco guardando la strada – Facciamo alla stessa ora ai giardini? –
Andrea non gli rispose, non valeva la pena di mentire anche a sé stessi, ci sarebbe andato, alla solita ora al solito posto, ne era cosciente. Aveva un gran mal di testa, iniziò a rollare un’altra sigaretta; era quasi il tramonto e lui sentiva solamente quelle maledette voci martellargli il cervello.

Gira l’uomo nero
Gira intorno intorno
Gira l’uomo bianco
Senza far ritorno. FINE

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