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Il ragazzo

Sono passati quasi sei mesi dal giorno della festa alla villa di Aldo, il capo dei vigilantes. In Dora e in me il ricordo degli eventi di quel sabato sera è un po’ confuso. Sappiamo che abbiamo accettato l’invito e siamo andati alla festa sfidando la sorte, convinti di poterne uscire da dominatori. La bellezza provocante di mia moglie unita alla sua capacità di usare le armi della seduzione dovevano permetterci, davanti ai vigilantes, di far fare la figura dello stupido al loro capo e, quindi, credevamo di poter risolvere a nostro favore la situazione. Ma avevamo sottovalutato la forza dominante di quest’uomo. Fisicamente brutto, quasi deformato dal grasso, ma capace di dominare le situazioni più torbide e difficili in modo sorprendente. Al ritorno dalla festa eravamo sfiniti. Soprattutto dal piacere provato. Eravamo stati usati per il godimento dei nostri aguzzini, ma ne avevamo ricavato orgasmi ed emozioni indimenticabili. Dovevamo, però, ammettere che non erano state solo le capacità di Aldo e l’efficacia del loro piano a farci cadere nella trappola. Ciò che aveva contribuito a renderci incoscienti del pericolo e a sfidare nella loro tana questi predatori del sesso, era stata la nostra perversione. Già… Tornammo a casa consapevoli, forse in modo definitivo, del nostro bisogno di godere del sesso, oltrepassando la soglia di perbenismo che ci aveva a lungo inibito. L’evoluzione delle nostre esperienze ci dimostrava che, pur avendo vissuto situazioni al limite, desideravamo andare ancora oltre.
Il giorno dopo ci svegliammo abbracciati e sereni nel nostro letto. Era domenica. Potevamo poltrire senza alcun problema. E iniziammo a rivivere quanto accaduto la sera prima. Fu Dora a cominciare.
– E così, amore mio, ti sei goduto le mie prestazioni mentre ti facevi usare da Manuela, la vigilantes… Sei un vero porco! – E io, sorridendo.
– Beh, devo dire che ho goduto molto per le attenzioni della signora. Ma ciò che mi ha fatto andare fuori di testa è stato vedere quello che ti hanno fatto. E, soprattutto, vedere te in azione. All’inizio sembravi impaurita. E il contrasto tra ciò che esprimevi e il tuo abbigliamento da porca già bastava per sentirmi al settimo cielo. Era come vedere l’innocenza rivestita di pura troiaggine. Poi, quando hanno cominciato ad usarti, ti sei trasformata. E la mia adorata puttana è diventata definitivamente protagonista. è vero che Aldo aveva la regia della scena, ma sia lui che la guardia del cancello e, per ultimo, il ragazzo si possono considerare semplici comparse al cospetto di una star. – A questo punto la vidi assumere un’espressione curiosa. E mi chiese.
– A proposito: com’era il ragazzo che mi ha preso da dietro? Non l’ho visto entrare, perlomeno dalla porta… – E ridendo, aggiunse.
– E dopo che è venuto nel mio culo si è sfilato e se ne andato… – Valutando poco le conseguenze di quanto stavo per dire le raccontai.
– è il figlio dei nostri vicini. Sai quel ragazzo biondo, bruttino, mingherlino, che studia all’università. I suoi genitori non fanno altro che lodarlo per il successo che ha nello studio ogni volta che li incontriamo… – Guardando mia moglie mi accorsi della tensione che stava provando. Era impallidita e si mordeva il labbro. Cercai di tranquillizzarla.
– Guarda che non ti devi preoccupare. Quando è entrato nella stanza l’ho riconosciuto subito e anch’io mi sono innervosito. Ma Manuela mi ha tranquillizzato dicendomi che hanno in pugno anche lui. è schedato. Non so cosa abbia combinato. La signora mi ha garantito che non gli avrebbero permesso di sputtanarci. – Per la prima volta da quando la conoscevo, Dora usò con me un tono di voce duro, che non le avevo mai sentito.
– Sei proprio un ingenuo. Dopo quello che ci hanno fatto pensi che abbiano coinvolto il ragazzo per caso? Senza una finalità che possa nuocerci? Sei veramente un cretino! – Ero stupito di vedere mia moglie così aggressiva e, soprattutto, con me. Compresi, però, lo stato di particolare tensione che stava provando. Lei, appartenente ad una famiglia benestante e indiscutibile per livello di moralità, famiglia conosciuta in tutta la città per il rigore religioso, nonché famiglia sostenitrice e finanziatrice di iniziative benefiche, rischiava il linciaggio morale da parte dei cittadini ma, soprattutto, da parte della sua famiglia. Non solo. Poteva essere la causa di iniziative di dileggio e di discredito da parte dei peggiori detrattori della sua famiglia. Il suo tono cambiò. Abbandonò la durezza e cominciò a singhiozzare.
– Tu non capisci… Tu non vieni dal mio ambiente… Tu hai avuto una famiglia diversa… Non sai cosa potrebbe accadere… Mio padre potrebbe mornirne… E io sarei colpevole di tutto… – La abbracciai. Cercai di consolarla.
– Non è detto che accada il peggio. Che interesse hanno a rovinarci? Non credo che facciano qualcosa senza un guadagno. Cerchiamo di mantenerci sereni. E comunque, per quanto grave, l’unica prova tangibile contro di noi sono solo le due foto del parco. Troviamo il modo di riaverle e di sapere qual è il segreto del ragazzo. Così avremo un’arma per obbligarlo a tacere. – Sembrò riprendersi. Immediatamente mi propose.
– Dobbiamo muoverci in fretta, però. Almeno per capire che intenzioni hanno. Se hanno in mente qualcosa di particolare. Come possiamo fare? – Non avevo idea. Il cambiamento improvviso di Dora mi sconcertava. Non riuscivo a tenere il ritmo dei suoi pensieri. Continuò.
– Ci sono! Siccome è inutile provare a scardinare il legame di omertà che esiste tra i vigilantes, dobbiamo colpire l’anello debole… – E io, ingenuamente, le chiesi.
– E chi è? – Mi rispose.
– Semplice, è il ragazzo. Il nostro vicino. Vedi, con lui non abbiamo niente da perdere. Se ci muoviamo in fretta, oggi stesso, riuscendo a venire a conoscenza del motivo della sua schedatura, saremo pari. E non potrà più nuocerci. E credo che un’azione così rapida non se la aspettino. Riusciremo ad annullare il loro vantaggio, qualunque cosa abbiano in mente per utilizzare ancora il ragazzo. Poi ci dedicheremo al recupero delle foto. – Mi aveva convinto. In effetti non avevamo nulla da perdere con il ragazzo. Certo, la parte difficile era il recupero delle foto, non certo il rischio di sputtanamento da parte del vicino. Le manifestai il mio apprezzamento.
– Allora prepariamoci. I genitori del ragazzo partecipano ogni domenica alla funzione domenicale. Se vogliamo contattarlo quello è il momento buono, visto che resta a casa da solo a studiare. – Dora aggiunse.
– Si è vero. Infatti, li incontriamo ogni domenica. E ogni volta ci raccontano, per giustificarlo, che lui non è venuto alla funzione per continuare la preparazione del prossimo esame. Devo, però, avvisare i miei. Sai che se notano la nostra assenza mi chiamano immediatamente dopo la funzione per avere spiegazioni. O, peggio ancora, vengono direttamente a casa. Li chiamo subito. Tra un paio d’ore usciranno per poter essere puntuali. – Compilò il numero dei suoi. Rispose sua mamma.
– Ciao, mamma. Come state? … Noi tutto bene…. No, oggi non veniamo. Abbiamo deciso di andare a trovare i nostri amici fuori città. Seguiremo là la funzione domenicale…. Si, mamma. Certo che lo so. Non ti preoccupare. Baci. – E, dopo aver appeso, mi spiegò.
– è preoccupata che tu possa aver una influenza negativa su di me e che ciò mi possa allontanare dalla regola domenicale e, quindi, dal mio bene. Non immagina quanto abbia ragione. Non solo non mi interessa più rispettare le regole. Ma sono convinta che siano state le regole ad allontanarmi, fin’ora, dal mio bene. E tu, mio salvatore, mi hai aiutato a comprendere i miei veri bisogni. Ti amo. – Non credevo alle mie orecchie. Ero andato ben oltre le mie aspettative. Non solo avevo strappato la maschera di perbenismo di mia moglie scoprendo la meravigliosa puttana che desideravo avere per compagna. Ma Dora aveva deciso di cambiare radicalmente vita. Arrivando a liberarci da quegli stucchevoli obblighi che fino a quel giorno, per il quieto vivere, avevo sopportato. Che gioia. Le dissi.
– Ti amo anch’io. Tantissimo. E allora mettiamoci in moto. Credo che la cosa migliore sia telefonare al ragazzo appena i suoi escono e proporgli di andare a pranzo fuori. Prepariamoci. – Avevo appena finito di parlare che il nostro campanello suonò. Andai ad aprire. Un brivido. Lo stesso vigilantes dell’invito alla festa. Mi disse.
– Buongiorno. Sono venuto a consegnarle questa busta. Questa volta non so cosa contenga. So solo che vi è stata inviata personalmente dal nostro capo. Arrivederci. – Prima di andarsene mi aveva messo in mano una busta abbastanza voluminosa. Rientrai. Dora mi fissava ansiosa. Mi sedetti e lei si avvicinò. Aprii la busta. Dentro c’erano le nostre foto, i relativi negativi e un biglietto. Era di Aldo. Ci ringraziava per la meravigliosa esperienza della sera prima e ci spiegava che, visto la piacevole partecipazione manifestata da Dora e da me, non aveva senso tenerci legati dal timore e dalla paura. Avrebbe preferito, qualora avessimo ritenuto di accettare un prossimo invito, averci nuovamente suoi ospiti per libera scelta e non per obbligo. Per concludere indirizzava un bacio a Dora e i complimenti a me per la fortuna di avere una compagna come lei. Ero perplesso. Ma l’entusiasmo di mia moglie fece scomparire tutti gli elementi di dubbio che affollavano la mia mente. Mi buttò le braccia al collo.
– Hai visto? La tua piccola puttana ha colpito ancora! Anche lui è caduto come una pera matura. Perché la mia natura lo ha conquistato. Forse sono stata la prima donna veramente partecipe in quel tipo di situazione. Non come le troiette a cui è abituato. Lo sapevo: prima o poi voi uomini, anche se abituati al potere e alla trasgressione, trovate una figa che vi fa impazzire. E Aldo ha conosciuto la mia. O meglio, ha sentito il bisogno di capire se in una situazione non forzata potrà avere il meglio di me. – Era lusingata. E, come al solito, già eccitata.
– Festeggiamo. – Mi disse.
– Tanto abbiamo ancora un’ora buona prima di poter telefonare al ragazzo. Una sveltina ci starebbe proprio bene. – E si inginocchiò ai miei piedi. Se avessi avuto ancora un briciolo di preoccupazione, la bocca di Dora me lo succhiò via all’istante.
– Siii, bocca di velluto. – Le dissi.
– Succhiami così. Sei proprio una troia da sogno. O, come dice il tuo Aldo, una vera vacca. – Bastò molto poco per farmi diventare l’uccello duro come un sasso. Le ordinai.
– Smetti e mettiti a quattro zampe, per terra. Così che il tuo signore e unico e vero padrone ti possa montare come meriti. – Indossava un babydoll e uno striminzito slippino. Spostai il filo posteriore e iniziai a scoparla alla pecorina, così, sul pavimento. Lei mugolava. Poi, sentendo prossimo l’orgasmo, cominciò.
– Sei il mio vero montone. Il mio toro. Puoi farmi tutto quello che vuoi, sempre. Perché sono la tua vacca, la tua maiala. Dammi il tuo meraviglioso cazzo. Riempimi. Cosììììììì… Siiiii… – Riuscimmo a godere insieme. La pura meraviglia del sesso più sfrenato con la donna che ami. Cosa esiste di meglio?
Il ragazzo rispose alla telefonata di Dora. Lei lo salutò senza, però, presentarsi. Gli disse che, dato che la sera precedente non c’era stato modo di parlarsi, volevamo conoscerlo meglio. Lui capì subito con chi stesse parlando e chiese se il plurale includeva solo Dora e me. Dopo aver avuto la conferma, accettò subito l’invito. Chiese di raggiungerlo, però, alla fermata del bus e non sotto casa, per evitare i commenti dei vicini. Presa la nostra auto percorremmo le poche centinaia di metri che ci separavano dal punto dell’appuntamento. Lui era già là ad aspettare. Vestito sembrava ancora più mingherlino che da nudo. I vestiti sembravano di un paio di misure più grandi. Ma non come quelli che vanno di moda. Proprio come se il corpo non riuscisse a riempirli. Io guidavo con Dora al mio fianco. Ci fermammo come avrebbe fatto chiunque per offrirgli un passaggio. Lui salì dietro. Aveva lo zaino. Disse, chiudendo la portiera.
– Ho preso i libri così posso dire ai miei che sono andato da un amico a studiare. – Parlava in modo goffo. Guardai nello specchietto. Era proprio brutto. Aveva la pelle del viso segnata dall’acne e i capelli non erano lavati. Aveva anche il tipico odore di chi non si lava spesso. Si mise comodo sul sedile dietro, senza parlare. Uscimmo dalla città, allontanandoci di parecchi chilometri. Il silenzio, all’interno dell’auto, era un po’ opprimente. Dora, che di solito ostentava sicurezza e fascino con gli uomini, era inibita dalla consapevolezza di quanto era già accaduto con il ragazzo. Non si sentiva in vantaggio. Dovevo aiutarla a recuperare il terreno e portare la situazione a nostro favore. Prima, però, che potessi parlare il ragazzo fece di meglio.
– Volevo scusarmi con lei, signora. Se ho fatto quello che ho fatto, ieri sera, è perché il signor Aldo me lo ha ordinato. Se l’ho offesa in qualche modo le chiedo scusa. Spero che non abbia intenzione di volermi male. – Dopo queste parole vidi il viso di Dora assumere l’espressione da troia che ben conoscevo. Si era sbloccata. Rispose.
– Ma non devi pensarci. Anch’io ho dovuto accettare di fare quello che ho fatto perché il signor Aldo… – Colpo d’ironia.
– Mi ricatta. Perché ricatta anche te, vero? – Era già partita all’attacco. Il ragazzo rispose.
– Si, il signor Aldo sa che non sono iscritto all’università. – Capito, il tipo? I genitori a tesserne le lodi di gran secchione e lui non è neanche iscritto. Continuò.
– E sa che frequento un club… – Vuoi vedere che magari viene fuori che è omosessuale, pensai. Gli chiesi, a bruciapelo.
– Ma è un locale gay? – Rise.
– No, assolutamente. è un locale frequentato da ragazzi e da uomini ma che non hanno alcun contatto tra di loro. Tra l’altro è qui vicino. Se, invece di spiegarvelo, ci andiamo vi renderete conto del perché il signor Aldo mi ricatta. – Dora e io ci guardammo sorridendo. Il ragazzo non era certo un pericolo per noi. E adesso che avevamo riavuto anche le foto ci sentivamo padroni del mondo. Sicuramente Aldo aveva spaventato a morte il ragazzo con la minaccia di raccontare tutto ai suoi genitori. Il fatto di non essere nemmeno iscritto all’università, bastava e avanzava. Ero, però, morbosamente incuriosito dal club che frequentava. Il ragazzo aggiunse.
– Tra l’altro si può anche mangiare qualcosa al club. – Beh, con quest’ultima affermazione mi trovai ad escludere la maggior parte delle ipotesi. Probabilmente il ragazzo aveva il vizio del gioco o del fumo o, comunque, le tipiche passioni che anch’io ho coltivato alla sua età. Chiesi a Dora.
– Che ne pensi? . – E lei, sempre più sicura.
– Non sarà emozionante come le ultime esperienze ma ci permetterà di avere un quadro più preciso. Per me va bene. – A quel punto il ragazzo sorrise. Guardandolo con attenzione mi sembrò un sorriso beffardo. Ma poi pensai che era talmente insignificante, sia per il fisico sofferto che per il carattere debole di chi subisce angherie da tutti, genitori compresi. Non potevo certo temere un mezzo uomo come lui…
Il ragazzo ci indicò la strada per arrivare al locale. Dora aveva acceso lo stereo dell’auto e canticchiava sottovoce. Era serena. Avevamo recuperato rapidamente una situazione che soltanto quella mattina ci era sembrata ingestibile. La guardavo immaginando come avremmo festeggiato, al ritorno a casa, quello strepitoso successo. Indossava una maglietta corta grigia, che lasciava completamente scoperta la zona dell’ombelico e che, terminando poco al di sotto delle tette, rimaneva alzata, appoggiata alla sua terza abbondante. Non indossava il reggiseno e, quindi, si intravedeva al di sotto della maglietta l’attaccatura dei seni. Un paio di fusò scuri attillatissimi completavano il suo abbigliamento insieme ad un paio di scarpe da ginnastica. La mia dolcissima porca aveva scelto un abbigliamento informale, sportivo, giovanile. Ma aveva scelto dei piccoli accorgimenti che la rendevano eccitante come non mai. Accorgendosi dell’insistenza del mio sguardo, allargò un poco le gambe, quanto bastava per farmi notare lo spacco della figa evidenziato dal tessuto attillato. La piccola puttana non aveva messo neanche gli slip! A quel punto pensai di scaricare il ragazzo appena arrivati al club e di ritornare di corsa a casa, senza perdere tempo in visite inutili. Ma Dora, leggendo senza difficoltà nei miei pensieri, disse.
– Devi avere pazienza, caro. Ci limiteremo ad accompagnare il ragazzo all’interno ed eventualmente a consumare qualcosa. Poi ce ne andremo. Giusto il tempo di avere le idee chiare sul tipo di club… – Il ragazzo intervenne.
– Non credo che vi servirà molto tempo. E non vi preoccupate per me. Mi farò riaccompagnare da qualcuno che conosco. – Era la soluzione ideale. Non soltanto riuscivamo ad avere tutte le informazioni necessarie, ma ci liberavamo rapidamente del peso e potevamo correre a casa a scopare come ricci. Fantastico! Mentre salivamo lungo la strada che, a detta del ragazzo sbucava nel parcheggio del club, mi trovai ad osservare nuovamente mia moglie. Era splendidamente provocante. Sembrava così naturalmente troia, vestita di poco o niente, senza alcun trucco e con i capelli legati a coda di cavallo. Un abbigliamento e una pettinatura che le regalavano almeno dieci anni di meno. Se nel locale avessimo trovato solo ventenni lei si sarebbe potuta confondere con loro. E io mi sarei trovato a fare la figura del vecchio accompagnatore. Ma, arrivati al parcheggio, vidi molti mezzi pesanti parcheggiati. Tranquillizzato dalla probabile presenza di miei coetanei, ma incuriosito, chiesi spiegazione al ragazzo.
– Come mai così tanti camion? – E lui, quasi imbarazzato.
– Beh, loro hanno proprio il vizio. Sono i principali frequentatori del club. – Dora ridendo, disse.
– Adesso non dire più nulla, ragazzo. Tanto non cambieremmo più idea. Dai, amore mio, scommettiamo che si tratta di gioco? – E io, accettando la proposta.
– Va bene. Se è gioco hai vinto. E se no, a casa ti aggiusto io… – Dopo aver parcheggiato, mentre ci avvicinavamo all’ingresso, la mia piccola puttana mi sussurrò.
– A pensarci bene non so se voglio vincere la scommessa. Mi piace l’idea di farmi aggiustare da te. –
Dopo aver parcheggiato l’auto in un piazzale molto ampio, ci dirigemmo verso la costruzione. Dall’esterno sembrava una specie di capannone industriale di modeste dimensioni con a lato una piccola abitazione.
– Quella casa vicina al club è del proprietario dello stabile. – Ci spiegò il ragazzo. E aggiunse.
– Non c’entra nulla con il club. L’ingresso del club è quello. – E ci indicò una porta davanti alla quale era piazzato una specie di enorme gorilla che aveva, evidentemente, la responsabilità di controllare l’accesso. Appena arrivammo ci squadrò da capo a piedi e, dopo aver fatto un cenno di intesa al ragazzo, si soffermò a lungo ad osservare il corpo di mia moglie. Un ghigno si dipinse sul suo viso e, borbottando sottovoce apprezzamenti particolarmente volgari, si girò per aprire la stretta porta di ingresso. Dovevamo entrare uno alla volta. Sia il ragazzo che io passammo rapidamente mentre Dora tardò ad entrare. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, mentre restavamo fermi per abituare gli occhi alle luci soffuse, mi spiegò la ragione del piccolo ritardo.
– Quel porco di animale qui fuori mi ha palpato il culo con la sua manona, mentre entravamo. – La provocai.
– E ti è piaciuto? – Era già perfettamente a suo agio. Mi sorrise, passandosi la lingua sulle labbra.
– Certo! Pensa che è quasi riuscito a infilarmi una delle sue dita a salsicciotto nella figa… – La mia porca rischiava di lasciarsi coinvolgere dalla situazione. Le ricordai.
– Guarda che non sei qui per rimorchiare. Ti ricordo che dopo aver dato un’occhiata dobbiamo scappare. Non penso di poter resistere a lungo. Ogni volta che ti guardo provo delle fitte al cazzo. Ti voglio, presto… – Mi accarezzò.
– Piccolo bambino. Anch’io non vedo l’ora di averti dentro di me. I tuoi sguardi sono fuoco per me. Sono già pronta. Ma ti ricordo la scommessa. – Poi indicandomi il bar, che si trovava di fronte a noi, disse.
– Beviamo qualcosa. – Ci avvicinammo al bancone. Il ragazzo si scusò.
– Allora vi lascio. Bevete quello che volete. Offro io. Arrivederci, bella signora. – E dopo aver fatto un cenno al barista, si allontanò. Mi colpì il tono con cui ci aveva salutato. Anzi, con cui aveva salutato solo mia moglie. Avendo ormai abituato lo sguardo alla penombra del locale, riuscii a seguire i movimenti del ragazzo Si avvicinò ad un banchetto dove era seduta una signora che gli consegnò qualcosa. Poi superò una porta e scomparve alla nostra vista. Cominciai ad osservare meglio l’ambiente in cui ci trovavamo. Oltre alla piccola porta da cui eravamo entrati ce ne erano altre tre. Su una di queste la scritta “Toilette”. Una era la porta vicina al banchetto, che il ragazzo e altri uomini dietro di lui superavano dopo aver ricevuto il misterioso oggetto dalla signora. L’ultima porta era l’unica colorata e, per il colore vivace quasi fosforescente, mi fece pensare ad una uscita di emergenza. Ordinammo due aperitivi e ci accomodammo sugli alti sgabelli. Mano a mano che gli uomini entravano, passavano dal banchetto e poi superavano la solita porta. Solo un paio di energumeni, uno biondo e l’altro bruno, rimanevano nel locale, oltre naturalmente al barista, alla signora e a noi due. Dopo un cenno d’intesa si avvicinarono al bancone e ordinarono da bere. Quello biondo, più vicino a me, chiese.
– è la prima volta? – Fu Dora a intervenire.
– Intende dire qui in questo locale? – Si guardarono. Fu la volta dell’altro.
– Ah, siete del giro? – Volevo evitare malintesi. Cercai di chiarire le cose.
– Si, è la prima volta che veniamo qui. Non siamo del giro. Mia moglie voleva scherzare. E voi? – I due si guardarono, sorridendo. Poi quello moro mi rispose.
– Siamo camionisti. Veniamo spesso qui. Il gioco è interessante ed eccitante. – Poi, guardando Dora negli occhi, ci chiese.
– Quindi, siete sposati? – Lei, sostenendo lo sguardo, annuì. Fu il biondo a quel punto a chiedermi.
– E tu, maritino, vuoi partecipare? – Non volevo tirarmi indietro. Chiesi.
– Cosa devo fare per partecipare? – Ancora una volta la mia curiosità prendeva il sopravvento sulla ragione. La risposta del biondo avrebbe dovuto farmi riflettere. Spiegò.
– Per te è sufficiente andare al banchetto per ritirare il biglietto numerato e poi sei iscritto. – Anche mia moglie, avendo la mia stessa malattia, chiese senza riflettere
– E io? – Si guardarono nuovamente e quello bruno disse.
– Devi comunque andare al banchetto. La signora ti spiegherà. Allora ci vediamo di là. – E, dopo averci salutato con una risata, si allontanarono verso il tavolino. Ritirarono entrambi il tagliando. Si girarono verso di noi per un ultimo cenno d’intesa e superarono la porta. Ormai eravamo gli unici clienti rimasti al di qua di quella misteriosa barriera. Dora era eccitatissima. Sembrava una bambina in attesa di una sorpresa. Mi disse.
– Sono contenta che tu abbia deciso di andare fino in fondo e di scoprire cosa succede di là. Mi sento combattuta perché non vedo l’ora di andare a casa per scopare con te. – E, toccandomi il cazzo da sopra i pantaloni, aggiunse.
– Ma siamo in grado di resistere quel poco che basta per completare la nostra visita, no? Se mi accontenti saprò farti felice… – Sapeva come manipolarmi, la mia piccola troia. E poi anch’io volevo andare a fondo.
– Ok. – Le dissi.
– Diamoci dentro. Ma non perdiamo troppo tempo. Penso che il biglietto sia abbinato a un qualche gioco e, visto il numero dei clienti, la tireranno in lungo. Mi prometti che appena svelato il mistero ce ne andiamo a casa e festeggiamo perbene? – Era raggiante. Mi baciò sulla bocca e mi disse.
– Certo. Dai, andiamo. – Ci alzammo dagli sgabelli. Feci il gesto di pagare la consumazione ma il barista rifiutò con un gesto della mano. Ricordai la battuta del ragazzo e rimisi in tasca il portafogli. Ci avvicinammo al banchetto. La signora mi comunicò la cifra da pagare per avere il numero. Pagai. Mi diede un biglietto numerato.
– Sei il cinquantasei. – disse.
– Puoi entrare. – Poi, rivolgendosi a Dora, le disse. Tu non partecipi ad alcuna estrazione. Quindi, devi entrare dall’altra porta. Quella colorata. Non devi pagare e non hai bisogno di alcun biglietto. Devi scegliere, però, un numero inferiore a sei. – Immaginai che al gioco partecipassero solo gli uomini. Ma non riuscivo a capire perché le chiedessero di dire un numero. Comunque non mi sorprese sentire la voce di mia moglie dire.
– Tre. – Era il suo numero preferito. Le dissi.
– A dopo. – Lei ebbe un fremito e si avviò verso la porta colorata, accompagnata dalla signora. Io entrai nell’arena.
Era una bolgia. C’erano, appunto, cinquantasei uomini, me compreso. All’esterno del recinto circolare, posto al centro del locale, c’erano tre file di sedie, tutte libere, per un eventuale pubblico. Somigliava ad un ring improvvisato. Sedie per gli spettatori. Recinto per i partecipanti. Il rumore delle voci era notevole, anche per le frequenti risate. Poi le luci si spensero e la voce di uno speaker, dopo aver chiesto di fare silenzio, annunciò.
– Oggi è un ‘occasione speciale. – Il rumore delle voci era cessato. Tutti stavano in silenzio ad ascoltare la voce che proveniva dall’alto del locale e che spiegò.
– Quando entrerà la gabbia, scoprirete che l’estrazione di oggi vi offre la possibilità di conoscere da vicino una donna molto particolare. Non una delle solite ordinarie puttane a cui siete abituati. Ma una donna normale, sposata, dotata, però, di un corpo mozzafiato. E che, soprattutto, se ben usata, è in grado di rivelarsi una troia di prima qualità… – Le gambe mi tremavano. Cominciai a rimettere insieme tutti i particolari che fino a quel momento avevo trascurato. Non eravamo noi a condurre il gioco. Bensì l’esperta regia di una mente potente e perversa che ci aveva guidato, attraverso il ragazzo, in un’altra trappola. Improvvisamente riconobbi la voce dello speaker. Era Aldo, il capo dei vigilantes. Disse.
– Come presidente di questo club, colgo l’occasione per ringraziare il marito della signora. – Un fascio di luce mi illuminò.
– Eccolo, signori. – Continuò Aldo. – Ringraziamo quest’uomo che ci offre sua moglie e che, sportivamente, ha accettato di partecipare all’estrazione mettendo tutti voi in condizione di poter usare la sua donna. Lui l’ha già occasionalmente offerta ad altri uomini, ma desidera con oggi, che possa fare un’esperienza molto dura, educativa. Un applauso per quest’uomo generoso e altruista. – Mentre sentivo battere le mani, la mia natura malvagia e malata prese il sopravvento. Non mi opposi in alcun modo. Anzi, sentivo il desiderio perverso di andare fino in fondo. E la durezza del mio uccello me lo confermava. Il fascio di luce si spense e l’applauso cessò. Il grande regista continuò.
– E adesso faremo entrare la gabbia. La donna è vestita in modo sportivo ma molto, molto provocante. Pensate che non indossa alcun capo di biancheria intima. – Il brusio di eccitazione dei presenti e i commenti volgari degli uomini più vicini a me mi coinvolsero definitivamente. Ero ormai un animale in mezzo a un branco di assatanati. Un uomo di colore alto e muscoloso mi mise una braccio intorno al collo e, mentre con l’altra mano si massaggiava il pacco dall’esterno dei pantaloncini, mi disse.
– Vedrai, cornutone. Se vengo estratto te la sistemo per bene la tua troia. La farò godere come una vacca con il mio nero bastone nodoso. – E ridendo, mi diede una pacca violentissima sulla schiena. Aldo continuò.
– Ecco la gabbia. – Una gabbia di circa cinque metri quadri veniva spinta al centro dell’arena da due inservienti. All’interno della gabbia, al centro, c’era seduta la mia Dora. Intimorita dal rumore e dalla situazione si rannicchiò come faceva sempre quando aveva particolarmente paura. Così vestita, impaurita e quasi piangente mi intenerì. Ma fu solo un attimo. Due dei presenti, uno basso e tarchiato che sembrava una scimmia pelosa, vestito con una canottiera traforata e pieno di tatuaggi e uno alto e smilzo con una gobba pronunciata, mi circondarono. Lo scimmione mi disse.
– Povera bambina. Ma non ti devi preoccupare piccolo insetto. Vedrai che appena le daremo la medicina, guarirà. I nostri cazzi e la nostra sborra hanno guarito molte donnette impaurite. – E il gobbo concluse.
– Nessuna di loro è uscita da qui senza urlare di piacere per i trattamenti ricevuti. E a quanto ho capito quella puttana di tua moglie non desidera altro. O no? – Sentì il mio cazzo pulsare. La perversione era ormai totalmente padrona dei miei pensieri. Risposi, dimenticando la tenerezza di poco prima.
– Non vedo l’ora di vedervi in azione. – E ridemmo tutti e tre sguaiatamente. Non appena la gabbia fu in posizione, i due inservienti si posizionarono davanti al cancelletto di ingresso. Aldo annunciò l’estrazione.
– La signora ha scelto il numero tre. – Ci fu un vocio di disappunto. Il grande regista continuò.
– Lo so, lo so. Avreste voluto avere più possibilità di essere estratti e, soprattutto, sapete che con un maggior numero di uomini all’interno della gabbia lo spettacolo ne guadagna. Ma le regole del club le conoscete. Spetta alla troia protagonista dell’evento decidere quanti uomini vuole avere contemporaneamente. Vado, quindi, ad annunciare i numeri vincenti. I selezionati devono mostrare il numero agli inservienti per poter entrare nella gabbia. Gli altri potranno assistere e, eventualmente masturbarsi all’esterno della gabbia. Vi ricordo di prendere posizione vicino alle sbarre in modo da poter essere coinvolti qualora la puttana desideri toccare, succhiare o prendere altri cazzi. La gabbia è abbastanza grande per offrire a tutti un’opportunità. Cercate di comportarvi in modo civile. Sapete che non tolleriamo atteggiamenti irresponsabili. Sarete immediatamente espulsi se non rispettate le regole. I numeri estratti sono: ventidue…
– Il nero dal bastone nodoso. – Trentasette.
– Lo scimmione peloso. – Quarantaquattro.
– Lo smilzo informe.
– Bene. – concluse Aldo. Sembrava un’estrazione pilotata. I tre si avvicinarono all’ingresso della gabbia, mostrarono i tagliandi e entrarono. Il cancelletto fu chiuso alle loro spalle. Tutti quelli rimasti all’esterno compresi gli inservienti, si liberarono dei vestiti, chi completamente, chi solo dei calzoni e delle mutande e si avvicinarono alla gabbia occupando uno degli spazi compresi tra due sbarre. Feci lo stesso anch’io. Aldo aveva ragione. C’era spazio per tutti. Nel frattempo i tre vincitori si erano completamente denudati. Ma restavano in disparte come in attesa di un segnale. Vedevo Dora a un paio di metri da me, ancora rannicchiata, guardare di sottecchi la scena che la circondava. Chissà quando la sua natura di troia si sarebbe risvegliata. Per il momento aveva ancora il sopravvento la sua facciata di donna perbene e impaurita. Ma ero convinto che non appena si fosse sbloccata avrebbe conquistato la scena, come sempre in precedenza, da vera star del sesso qual’era. Tutt’attorno alla gabbia gli uomini si masturbavano. Una cinquantina di uomini di tutte le età, di tutti i tipi, muscolosi e gracili, alti e bassi, di diverse razze, si masturbavano. C’erano cazzi di tutte le dimensioni e forme che venivano smanettati in modo lento o in modo frenetico. Era uno spettacolo veramente osceno. Ero eccitatissimo. Guardai di nuovo all’interno della gabbia. Anche i tre fortunati si stavano toccando. Ma si capiva che erano in attesa e che stavano solo preparando gli arnesi per la festa che di lì a poco sarebbe cominciata. Il nero muscoloso era fisicamente impressionante, con i muscoli ben definiti, era il più alto ma non aveva il cazzo più lungo. Il suo uccello, però, nero e nodoso, faceva impressione. Era lo smilzo deforme il più dotato in quanto a lunghezza. Ma il suo cazzo aveva una circonferenza molto limitata. Colpiva il fatto che usasse entrambe le mani per masturbarsi. Lo scimmione, infine, faceva paura. Aveva il cazzo meno lungo degli altri due ma che sembrava grosso quanto un polso. Insomma, Dora avrebbe provato un campionario ben vario di attrezzi. Aldo riprese a dare istruzioni.
– Ora che gli uomini sono pronti, a te la scelta, bella troiona. Se desideri guidare le danze, come previsto dalle nostre regole, datti da fare. Ma senza esitazioni. O passeremo alla procedura di riserva. Dove i tuoi compagni nella gabbia, potranno usare tutti i mezzi, violenza compresa, ed abusare di te in tutti i modi possibili. Senza che tu abbia più la possibilità di prendere decisioni. Hai dieci secondi per cominciare ad essere partecipe. Nove, otto, sette, sei… – Dora si alzò. Immaginai che la paura fosse in lei ancora padrona. Ma il timore della violenza la scosse. Si avvicinò ai tre uomini mentre quelli esterni la incitavano con frasi e gesti tra i più volgari. Scelse per primo il più muscoloso e gli diede le spalle. Gli prese le mani e se le portò alle tette. Il nero infilò subito le mani sotto alla corta maglietta e impugnando le tette cominciò a stropicciarle e a strusciarsi contro di lei. Intanto Dora prese con ognuna delle mani il cazzo degli altri due e cominciò ad accarezzarli. Il gobbo le infilò immediatamente la lingua in bocca, mentre lo scimmione le lavorava la figa da sopra i fusò. La scena era da delirio. La mia adorata puttana fin dai primi gesti aveva conquistato la platea ed era diventata dominante nei confronti dei tre uomini. Quando il nero le sfilò la maglietta ci fu un moto di apprezzamento da parte degli esterni per la bellezza delle tette di Dora. Poi i tre la adagiarono sul pavimento della gabbia, che era rivestito di una specie di linoleum, e le tolsero le scarpe per poi sfilarle i pantaloni. Quando rimase nuda, al centro della scena, ci fu anche qualche applauso. Fece sdraiare lo scimmione e cominciò a lavorarlo con la bocca, mettendosi in ginocchio e allargando le gambe. Il nero si buttò subito a leccarle la figa senza lasciare possibilità allo smilzo, che rimase a fianco masturbandosi. Ma immediatamente, Dora salì a cavalcioni dell’arnese del peloso e, questa volta, dedicandosi con la bocca al cazzo del gobbo, fu il turno del muscoloso di smanettarsi. Godeva. Si, la mia meravigliosa troia godeva come non mai. Non aveva ancora superato del tutto l’emozione iniziale e, quindi, non aveva ancora cominciato lo show verbale. Ma sapevo che di lì a poco avremmo iniziato a sentire la sua voce, i suoi versi, le sue urla. Aveva gli occhi socchiusi e ruotava leggermente la testa. Mentre lavorava con il bacino il grosso tarello che aveva nella figa, succhiava e lavorava con entrambe le mani il cazzo dello smilzo. Smise di succhiarlo e disse la sua prima frase che, come un fulmine a ciel sereno, colpì molti degli spettatori. Alcuni vennero immediatamente. Ecco la mia grande, immensa, meravigliosa, amata troia.
– E tu, muso nero, cosa aspetti? Trova qualcosa per lubrificartelo e mettimelo nel culo. Subito. – Mentre lei riprendeva il lavoro di bocca, il muscoloso di colore, superato lo stupore, si avvicinò ad un piccolo tavolo, all’interno della gabbia, sul quale vi erano diversi cazzi finti, vibratori e alcuni tubetti di vaselina. Ne prese uno, si schiacciò sulla mano quasi l’intero contenuto e, mentre tornava a raggiungere il trio al centro, si lubrificò per bene l’uccello. Tanto bene che bastò allargare le chiappe di mia moglie, appoggiare la punta al suo buco posteriore e, con una sola spinta, il cazzo nero e nodoso scivolò dentro al culo di Dora. Facevo fatica a non venire. Ma volevo resistere fino alla fine. Vedevo la mia piccola puttana chiusa a sandwich tra un energumeno peloso e un nero alto e possente. Mentre un uomo deforme dal cazzo lungo e fine le usava la bocca. Nemmeno nei miei sogni più fantasiosi avrei potuto immaginare una scena così. Ed, invece, era la realtà. E Dora era signora e padrona di tutti noi. Con il suo corpo, le sue movenze e, finalmente, con la sua voce. Si staccò dal lungo affare del gobbo e urlò, facendo venire almeno un’altra decina degli esterni.
– Daiiii, cosa aspettate voi due. Sbrigatevi. Devo provare nella figa o nel culo questo lungo cazzo che mi trapana la gola. O uno di voi due viene al più presto o decido io per voi. – Il nero, che sembrava apparentemente il più capace di controllarsi, sborrò all’istante nel suo culo, accasciandosi senza più forze. A quel punto lo scimmione prese l’iniziativa e sfilato il cazzo dalla figa di mia moglie glielo infilò di botto nel culo dopo averla girata sopra di sé. Il gobbo non attese altro tempo. Dora, che adesso era sdraiata di schiena sopra al peloso, aveva la figa esageratamente dilatata e aperta avendo appena ricevuto il cazzo grosso come un polso che adesso le lavorava il culo. Il lungo e sottile affare dello smilzo iniziò a scivolare facilmente dentro di lei.
– A quel punto catturò di nuovo la scena con i suoi versi e le sue roventi parole. Ormai non contavo più le sborrate degli spettatori. Ero concentrato solo per resistere fino alla conclusione dello spettacolo. Chiusi gli occhi per distrarre un istante la mente e allontanare l’orgasmo che premeva. Sentii, roca e particolarmente profonda, la voce della mia amata puttana, Sembrava posseduta.
– Siii, siete fantastici. Tu scimmione sei un sogno. Hai un cazzo che mi riempie completamente il culo. Anche nella figa mi hai fatto vedere il paradiso, ma nel culo dai il meglio di te. E tu, gobbo, continua a penetrarmi, così, lentamente. Sembri non finire mai. Ma ne voglio di più. Voglio sentirti fino in gola. Forza, spingi. – Fortunatamente, a quelle parole, lo smilzo sborrò all’istante. Non so davvero dove sarebbe potuto arrivare con tutta la lunghezza del suo cazzo. A quel punto, rimasto solo, il peloso assunse il comando. E girando nuovamente mia moglie si sfilò ordinandole.
– Avanti, vaccona. Andiamo vicino alle sbarre. Di regola bisogna premiare quelli che hanno resistito fin qui. Ma non ti preoccupare. Tu lavorali con la bocca e con le mani. Che io te lo pianto nuovamente nel culo e ti trapano fino a riempirti l’intestino con la mia sborra. – Dora non se lo fece ripetere. Eravamo rimasti solo in due. Io e il ragazzo. Non ero nelle condizioni per vendicarmi o per pensare ad altro che non fosse il desiderio di sborrare al più presto. Per godere al massimo della situazione, lasciai che fosse lui il primo di noi due a infilare il cazzo nella bocca di mia moglie. Intanto l’energumeno peloso aveva mantenuto la promessa e aveva ripreso a pompare il culo di Dora che, mentre godeva della vigorosa inculata e succhiava avidamente il cazzo del ragazzo, mi guardava fisso negli occhi ormai trasfigurata dal piacere. Non so quanti orgasmi abbia avuto in quella gabbia, e anche lei dice di averne perso il conto. So solo che, non appena il ragazzo le riempì la gola e lo stomaco, fu il mio turno. E alla fine riuscimmo a venire insieme per concludere meravigliosamente questa avventura. Mentre sentivo ormai prossimo il primo segnale dell’orgasmo tanto atteso, udii la voce dello scimmione che ululava mentre le riempiva l’intestino. Ma soprattutto, udii la sua voce. Della mia adorata puttana. Che dirigendo gli schizzi del mio cazzo sul viso e sulle tette diceva.
– Godo. Godo come non mai. Che meraviglia. è stupendo sentirti venire. Ti amo. –
Mentre tutti i clienti lasciavano il club, la signora accompagnò Dora in una stanza molto accogliente dove potè lavarsi, truccarsi ed indossare un bellissimo vestito estivo di colore rosso, della biancheria intima abbinata e un paio di scarpe perfette per i suoi piedi. La signora, che si era occupata personalmente degli acquisti, le disse che si era recata nei negozi dove mia moglie si serviva abitualmente, presentandosi come sua persona di fiducia. Quando arrivò così agghindata nel locale del bar dove la stavo attendendo, mi venne quasi un colpo. Quanto accaduto non aveva lasciato alcuna traccia negativa in lei, anzi. Era stupenda. Si avvicinò e, dopo avermi baciato, mi porse sorridente un biglietto. Era di Aldo. Ci ringraziava, nuovamente, e ci garantiva la più totale riservatezza su quanto accaduto al club. Inoltre, la sua protezione era sufficiente per evitare qualunque tipo di rogna. Dovevamo considerare gli omaggi a mia moglie, come un doveroso gesto di apprezzamento per una donna meravigliosa. Dora mi disse.
– Mi sento come una regina. Voglio che mi porti a fare un giro, poi a cena e poi a casa. Dove finalmente potremo dedicarci totalmente a noi due. – Mi coinvolse a tal punto, che riuscimmo entrambi a considerare tutto quello che era accaduto come una bellissima esperienza. Eravamo così euforici che dimenticammo, fin che fu possibile, che eravamo stati usati e che molte persone avevano conosciuto il nostro lato perverso. E che, presentandosi l’occasione, avrebbero potuto approfittarne. FINE

About A luci rosse

Mi piace scrivere racconti erotici perché esprimo i miei desideri, le storie vissute e quelle che vorrei vivere. Condivido le mie esperienze erotiche e le mie fantasie... a luci rosse!

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