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La bella addormentata

“Allora vieni tu Alberto? Grazie, grazie infinite! ” disse la signora Franca con quel suo strano modo di pronunciare la ‘z’.
Il suo grazie usciva fuori come un graffie.
Mi incuriosiva sempre sentirla parlare.
“D’accordo, signora, cercherò di essere puntuale” risposi.
La salutai e appesi la cornetta.
Pensai che sebbene fossimo amici da più di 10 anni, da quando cioè i miei genitori li avevano conosciuti in un viaggio all’estero, in Tunisia, non riuscivo a darle del tu.
Mi ispirava rispetto.
Davo del tu a suo marito e a Silvia, la loro figlia, naturalmente, ma a Franca proprio non mi veniva.
Mi sono sempre chiesto il perché.
Spesso andavo a casa loro a fare qualche lavoretto, per guadagnarmi qualche soldo.
In quel periodo dovevo ancora finire gli studi, e una paghetta occasionale non mi faceva certo male.
Inoltre andando a casa loro avevo sempre la possibilità di vedere Silvia, la loro figlia diciottenne (di un anno quindi più giovane di me) che mi era sempre piaciuta parecchio.
La prima volta che l’avevo vista avevo pensato che non esistesse al mondo un’altra ragazza che potesse colpire così profondamente i miei pensieri.
Era venuta a trovarci in un assolato pomeriggio estivo, con indosso un paio di jeans corti, una maglietta bianca molto aderente e un paio di scarpe da ginnastica di tela. I lunghi capelli biondi le ondeggiavano attorno alle spalle, filtrando i raggi del sole e creando delle stupende sfumature castane e dorate.
E i suoi enormi occhi azzurri riflettevano tutta la sua gioia, la sua voglia di vivere.
L’impatto del suo dolce sorriso, del suo corpo atletico e snello dove cominciavano ad abbozzarsi i primi segni di quelli che sarebbero diventati uno stupendo paio di seni compatti e rotondi, mi avevano letteralmente scioccato.
Quando mi aveva salutato avevo balbettato come un idiota, come si vede nei film di peggior categoria, arrossendo come un peperone.
Ma nonostante ci fossimo frequentati spesso in seguito non avevo mai avuto il coraggio di chiederle di uscire insieme.
E nonostante lei non avesse ancora mai avuto un ragazzo stabile da quando la conoscevo.

Quel giorno alle quattro del pomeriggio mi recai così a casa loro.
La signora Franca mi accolse sulla porta con un grosso sorriso stampigliato sulle labbra, con la borsa in una mano e le chiavi della macchina nell’altra.
“Scusami se vado di fretta Alberto” disse
“Ma ho appuntamento dal dentista e non posso fare tardi! Dovresti solamente dare un’occhiata alla casa mentre non ci sono… con tutti i ladri e gli zingari” disse con un gesto eloquente della mano.
Sapevo che per la signora Franca gli ‘Fingarì erano una delle razze peggiori, sinonimo di delitti, furti e atrocità.
A nulla valevano i nostri discorsi per spiegarle che era un tranquillo popolo gitano, e che non erano solo gli zingari che si guadagnavano da vivere con qualche furtarello.
Avviandosi verso la macchina, aggiunse frettolosamente:
“Vedi di non fare rumore, per favore. C’è Silvia che stanotte si è sentita poco bene, non ha quasi chiuso occhio, e adesso sta dormendo in camera sua. Cavoli come sono in ritardo! Probabilmente dormirà fino a stasera. Io torno tardi, credo, dopo cena. Nel frigo trovi qualcosa se hai fame. Ciao e grazie! Scappo! ”
Il tutto lo disse in non più di dieci secondi, poi, nello stesso lasso di tempo, aprì la portiera, gettò dentro la borsetta e uscì in retro dal vialetto sgommando e agitando la mano verso di me.
Risposi al saluto con un sorriso, ma la mia mente ormai era altrove.
Entrai in casa e mi sedetti sul divano.
Due sole cose avevo in mente.
Al piano sopra c’era Silvia che dormiva.
Ero solo con lei in casa, per tutto il pomeriggio e tutta la sera.
Pensai che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.
Mi sedetti sul divano per calmarmi.
Attesi almeno 20 minuti, aspettando che l’agitazione mi passasse e perchè temevo che la signora Franca si fosse dimenticata di qualcosa e fosse tornata all’improvviso.
Quando l’orologio a pendolo in mezzo al salotto battè le quattro e mezza, mi sfilai le scarpe. Mi alzai.
In punta di piedi salii le scale, appoggiandomi al corrimano in legno e mi diressi alla camera ad letto di Silvia, la prima a sinistra del corridoio.
Era chiusa, naturalmente.
Con l’orecchio teso per captare il minimo rumore, appoggiai le mani sulla maniglia e l’orecchio alla porta.
Dall’interno proveniva solo il ticchettio di una sveglia e il lento respiro di Silvia, beatamente addormentata.
Rimasi appoggiato alla porta rimirando il legno giallo, piatto, con una sola scanalatura rettangolare come spartana decorazione.
Inspirai ed espirai più volte.
Facendomi coraggio afferrai la maniglia, e con tutta la delicatezza possibile, la ruotai.
La porta si socchiuse con un leggero gemito.
Mi bloccai aspettando una reazione da parte della ragazza.
Quando passò un minuto mi diedi dello stupido.
La tensione mi accresceva le percezioni, e anche il più piccolo rumore mi sembrava un frastuono.
Mi dissi che dovevo calmarmi.
Entrai nella camera, e mi chiusi la porta alle spalle.
Silvia era distesa sul letto, davanti a me.
La giornata era calda, e si era coperta solo con un lenzuolo, che la copriva fino alle spalle.
Rimasi incantato ad osservarla.
Aveva un braccio ripiegato sotto il cuscino, e l’altro appoggiato mollemente davanti alla faccia.
La bocca socchiusa lasciava intravedere il bianco perfetto dei suoi denti, e le labbra piccole e carnose si muovevano appena ad ogni suo respiro.
Una nube di capelli biondi le circondava il volto come un’aureola, sparpagliandosi sul cuscino, sulle spalle e sul lenzuolo in un dolce aggrovigliarsi di finissimi fili dorati.
Una gamba sporgeva sensualmente dal lenzuolo, lasciando il piccolo piede nudo penzolante oltre il bordo del letto.
Il corpo si sollevava e si abbassava dolcemente al ritmo del suo respiro.
Mi avvicinai ancora di più, e mi chinai per osservarla da vicino.
La giuntura del ginocchio destro decise di punirmi per l’eccessiva rigidità della gamba, e scrocchiò con un rumore che mi parve assordante, ma lei non se ne accorse.
Osservandola da vicino notai una cosa che mi mozzò il fiato in gola.
Non aveva il pigiama.
Non potevo vedere nulla sotto il lenzuolo, ma la stoffa bianca lasciava trasparire il roseo colorito della sua pelle.
Immediatamente il mio organismo reagì regalandomi un’erezione istantanea da primato, dolorosa per la costrizione nella dura stoffa dei jeans.
Cambiai posizione e in quel momento Silvia si mosse.
Rimasi senza fiato.
Se si svegliava cosa potevo dirle?
Di essere venuto a controllare se stava bene?
No, non reggeva.
Strinsi i denti aspettando il peggio, ma la ragazza si girò semplicemente sulla schiena, appoggiando il braccio sinistro lungo il fianco, e tornò immobile.
Emisi un sospiro di sollievo che mi liberò da un’angoscia tremenda.
Non che mi fossi calmato, s’intende. Tutt’altro.
Tornai ad osservarla.
Muovendosi mi offriva un panorama nuovo.
Il lenzuolo si era scostato dal letto, e potevo intravedere la delicata curva del seno e il fianco che terminava morbidamente nell’anca.
Solo uno strato di stoffa, pensai.
Un maledetto strato di stoffa mi separa dalla visione dei suoi seni nudi.
“Devo toglierlo” pensai.
Afferrai un lembo del lenzuolo, e, reso coraggioso dal desiderio sfrenato di vedere Silvia seminuda, cominciai a sollevarlo con una lentezza esasperante, tale da farmi dolere i muscoli delle braccia.
Ma non potevo rischiare di svegliarla.
Lo sollevai fino a poterlo ripiegare sulle sue gambe.
E mi soffermai a contemplarle i seni.
Piccoli. Rotondi. Sodi. Perfetti.
Due stupende collinette di carne con un paio di capezzoli rosa sporgenti sulla punta.
Mi trattenni con fatica dal toccarli, dal palparli, dal gettarmici sopra famelico per succhiarli e leccarli.
Rimasi invece immobile a guardare.
E mi colpì un pensiero. Magri non aveva nemmeno indosso le mutandine.
Guardai per terra, dov’ero inginocchiato.
Un paio di mutandine di cotone bianco giacevano abbandonate a pochi centimetri da me.
Le raccolsi e le portai al viso, inspirando il loro odore.
Le narici mi furono invase da un profumo dolcissimo, una mescolanza di sudore e umore femminile che mi diede il capogiro.
Stringendole sempre contro il naso, guardai di nuovo il lenzuolo.
Il polpaccio destro le sporgeva ancora oltre il bordo del letto, il piede penzolante vicino al mio fianco.
Mi sistemai meglio, e muovendomi ancora più lentamente di prima, alzai il lenzuolo e lo appoggiai alla parete.
Silvia era lì, davanti ai miei occhi, completamente nuda.
Aveva la gamba sinistra piegata con il ginocchio alzato.
La destra era leggermente divaricata, donandole una posizione sensualissima.
Rimasi affascinato a contemplare il suo sesso: un ciuffetto di radi peli biondi sormontava un paio di carnose labbra rosee, ermeticamente serrate, a testimonianza della sua verginità.
Una gocciolina di sudore le imperlava l’interno della coscia.
In basso intravedevo la fossetta in cui le natiche si congiungevano sul suo buchino.
Non riuscii a trattenermi e allungai un dito.
Le sfiorai i peli, e scesi ad accarezzarle con il polpastrello l’apertura tra le gambe.
Era straordinariamente morbida e tiepida.
Non ce la feci più, e mi alzai in piedi.
Mi sbottonai la patta e feci saltar fuori il pene, che guizzò come una molla nella mia mano.
Mi masturbai furiosamente.
Poi un’altra idea mi attraversò il cervello.
Feci un passo e mi portai davanti al suo viso.
Mi chinai, e, reso folle dall’eccitazione, appoggiai delicatamente il pene alle sue labbra socchiuse.
Ero così eccitato da non riuscire a immaginare le conseguenze che poteva avere il mio gesto se lei si fosse svegliata.
Le labbra sussultarono solo un attimo, poi riprese il respiro normale. Muovendomi adagio, mi masturbai tenendole la punta del glande sulla bocca.
Quando lei istintivamente, o forse a causa di un sogno, fece guizzare la lingua e lambì il pene, credetti di impazzire.
Era stata una frazione di secondo, ma mi sconvolse di piacere, e venni.
Nono riuscii a spostare in tempo il membro, così il primo schizzo le ricoprì le labbra e la guancia sinistra.
Temendo che la forza del getto potesse svegliarla all’improvviso, scostai il pene e continuai a eiaculare sul suo collo e sui suoi seni.
Non avevo mai avuto un orgasmo così.
Mai avevo prodotto una tale quantità di sperma in una sola volta.
Dopo almeno dieci schizzi, sentii l’orgasmo passare.
Osservai il risultato.
Lo sperma le ricopriva le labbra, il mento, parte del collo e quasi interamente il seno destro.
Il capezzolino roseo era nascosto da una goccia bianca che stava colando lentamente lungo la curva della giovane mammella per andarsi ad adagiare sul ventre.
Vidi che parte del seme le stava colando in bocca dall’angolo del labbro, e non fui lesto a toglierlo con la mano.
Attesi con ansia un accesso di tosse, che non venne.
Evidentemente Silvia aveva ingoiato lo sperma con la saliva.
“E adesso che faccio? ” pensai.
“Non posso mica lasciarla in questo stato… ” mi bloccai
“E perchè no? Dopotutto si sveglierà tra tre o quattro ore, e allora sarà asciutta. Sentirà un po’ di appiccicaticcio ma lo attribuirà al caldo…. e l’idea di lasciarla dormire con il mio sperma addosso non mi dispiace per nulla… anzi la trovo decisamente eccitanrte”
Mi ricomposi, chiusi la cerniera dei pantaloni, e con delicatezza le ricoprii il corpo, lasciando libero il seno imbrattato.
Non volevo che ne perdesse nemmeno una goccia strofinandosi col lenzuolo.
Le diedi un ultimo sguardo, e uscii dalla camera.

Silvia si svegliò quattro ore dopo, e io l’accolsi in soggiorno con un sorriso e una tazza di the fumante.
L’avevo sentita alzarsi e recarsi in bagno.
Aveva sceso le scale già vestita.
Dopo 12 e più ore di sonno, stava molto meglio.
Parlammo della scuola, e dell’estate che stava per cominciare.
Sua madre ritornò all’ora prevista, e mi congedò con un paio di biglietti da dieci.
Salutai Silvia con un bacio veloce sulla guancia.
Nel momento in cui l’avevo salutata avevo notato che uno strato sottilissimo e bianco, quasi invisibile, le incorniciava l’angolo del labbro.
Non mi diede mai nessun motivo di sospettare quello che era successo. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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