Ultimi racconti erotici pubblicati

Le lunghe zanne della notte

A volte mi siedo in un bar del centro e, sorseggiando un frullato, mi diverto ad osservare la folla, a vederla aprirsi quando passa una ragazza con la minigonna mozzafiato e gli occhi degli uomini le si incollano alle cosce. E mi viene da riflettere che se i pensieri si potessero, per così dire, materializzare, arrivata in fondo alla strada la ragazza avrebbe la minigonna coperta di schizzi di sperma.
Che strani però noi uomini. Se una donna leggesse questo mio racconto penserebbe già da queste poche righe che sono un maniaco. E invece sono un ragazzo normalissimo. Direi anzi che quella cosa ce l’ho in testa sicuramente meno di tanti amici e conoscenti.
Chissà, per esempio, cosa pensa di me Ambra, la ragazza che abita nel palazzo di fronte? In fondo non la conosco nemmeno e quando la incontro non so mai se salutarla o no. Così non la saluto. D’altra parte lei non mi incoraggia. Come tutte quelle che sanno di essere carine, quando è sola fila via diritta, falcata anti-rompiscatole e faccia di pietra. Eppure deve essersi accorta che a volte la osservo quando mi siedo il pomeriggio sul mio balcone e guardo dall’altra parte della strada dove lei va su quello della sua camera ad innaffiare i fiori seguita come un’ombra dal suo gatto.
Ma ormai mi sono abituato ad essere trasparente.
Penso che ogni uomo si abitui pian piano nella vita a essere trasparente. Trasparente per le donne, intendo.
Gennaio, lunedì.
Questa sera sono stato al cinema con amici. Dopo il cinema sono tornato a casa e mi sono chiuso in camera mia ad ascoltare musica. Con la cuffia. Altrimenti la signora del piano di sopra protesta. E anche mia madre non mi rompe le scatole: se entra in camera senza bussare, faccio finta di non averla nemmeno notata e continuo a fissare la parete tutto rapito dai suoni. Così dopo un po’ lei esce brontolando. Il fatto è che mi dà fastidio che entri in camera mia senza bussare.
Lo so, è mia madre, io sono figlio unico e lei è vedova da quando io avevo dieci anii. Forse non vuole accettare che io sono cresciuto, che ho quasi trent’anni. E comunque, anche se la cosa mi secca, non glielo dico.
Ho ascoltato per intero un vecchio album dei Genesis e devo essermi addormentato. Quando mi sono svegliato ho guardato l’orologio, erano le due di notte. Allora mi sono alzato e sono andato sul balcone della mia camera. Faceva freddo, ma sono rimasto in camicia a osservare le rare auto correre lungo il viale di fianco al mio caseggiato. Nella stradina sotto il mio balcone invece nessuno. Poi è passato un motociclista, andava come un pazzo, chissà dove poi, con il casco infilato nel braccio come fanno tutti quando non ci sono vigili in giro.
Quello dove abito è un vecchio quartiere, molto signorile, forse un po’ decaduto. Di giorno è un inferno di traffico, di notte è un vero paradiso.
All’improvviso è arrivata una Mercedes con lo stereo a tutto volume perchè, pur con i vetri chiusi, si sentivano i colpi ritmati dei bassi fino agli ultimi piani. Dopo cinque minuti è scesa una ragazza, era Ambra, si è guardata un attimo intorno ed è andata quasi di corsa verso il portone. Lui, perchè di un lui doveva trattarsi, ha aspettato che aprisse e lei è rimasta un attimo dietro la porta a vetri a salutarlo.
La cosa mi ha fatto incazzare, non so perchè, ma mi ha fatto incazzare. Non sapevo che Ambra avesse un ragazzo. Però, in fondo, a me che me ne frega: non posso certo pensare che una ragazza della sua età si faccia solo ditalini.
“Ha un ragazzo? E a te che te ne frega? ” mi sono ripetuto senza convinzione. L’ho persino detto forte, per sentire la mia voce che risuonava nella notte, no, non nel silenzio perchè in città anche di notte c’è sempre quel rumore di sottofondo, quella specie di brontolio, come di un gigantesco drago che dorma sepolto sotto i marciapiedi, dentro i muri delle case, dentro di noi.
Ho visto la luce della sua camera accendersi oltre le tapparelle abbassate solo a metà e le tende, e ho intuito più che visto, lei che si muoveva dentro la stanza. Sarebbe bello dire che ho visto qualcosa, ma non ho visto proprio niente e, quando la luce si è spenta, sono rimasto lì, pieno di freddo sul balcone, a ripensare. Sì, a ripensare a lei.
Sono rientrato nella stanza e mi sono reso conto che in fondo se Ambra ha un ragazzo non me ne frega proprio niente, che mi fa pena anzi, il ragazzo, lui e il suo Mercedes di merda con gli altoparlanti a pieno volume. Tutto per una ragazza qualunque come Ambra, che magari gliela farà anche sudare. Sì, perchè le ragazze del mio quartiere te la fanno sudare, loro sono ragazze perbene.
Già, perbene.
Febbraio, martedì
Sono le undici e mezzo.
Un attimo fa sono andato al balcone e la notte mi è sembrata bellissima, anche se non si vedono le stelle perchè ci sono molte nuvole. Magari domani piove.
La finestra di Ambra era accesa, ma le tapparelle erano abbassate e filtrava solo una piccola striscia di luce da una stecca rotta in alto.
Prima di addormentarmi mi sono alzato di nuovo e ho dato un’altra occhiata, la luce era sempre accesa, penso che studi perchè quest’anno ha la maturità classica. E poi sarà un’altra disoccupata come tante e andrà all’università per essere una disoccupata con la laurea. Ma sono i genitori a spingerti a farlo, sono loro che ti mantengono all’infinito purchè tu almeno finga di studiare.
Anch’io ufficialmente sono iscritto a Scienze Biologiche, ma in tre anni ho dato due esami, anche se mia madre non vuole che mi cancelli dall’università perchè così può dire ai parenti che studio e sperare che un giorno mi laurei.
“Era il sogno di tuo padre” mi ripete sempre rimproverandomi con lo sguardo, e io invece ho il sospetto che il sogno di mio padre fosse quello non di un figlio laureato, ma di essere laureato lui, che invece aveva dovuto accontentarsi di un posto di capoufficio a causa del diploma.
Ma stasera non me ne frega niente, perchè sono stranamente felice.
Marzo, mercoledì
Oggi pomeriggio ho dovuto accompagnare mia madre dal dottore, lei non si fida ad andarci da sola, chissà per quale oscuro motivo.
– Stai male, mamma? Dimmi la verità – le ho chiesto prima di uscire. Mi ha risposto sorridendo che era solo per un controllo.
Comunque invece di mia madre avrei dovuto farmi visitare io.
Uno nasce uomo e deve scopare, appena può, appena gli si drizza deve scopare. Con qualunque donna, in qualunque luogo e occasione, anche con un preavviso di pochi secondi le devi dimostrare che sei un vero uomo e che duro come te non ce l’ha nessuno.
Per le donne è differente. A loro non tira veramente. Lo fanno solo per fare esperienza, perchè in quel momento gli va un’avventura, per ottenere da te qualcosa, ma soprattutto perchè sei il loro ragazzo e in fondo te lo meriti. Insomma sempre perchè gli conviene, e solo nel momento e nel modo in cui va a loro. Se vai a stringere, ci sono tre categorie di ragazze: quelle in coppia, quelle che stanno sole e non scopano, e poi le disinibite, quelle che hanno magari tre o quattro ragazzi l’anno, ma in totale dieci scopate.
Sono andato al balcone anche stasera, ma nel palazzo di fronte c’era luce soltanto nell’attico, dove abita un pittore. La finestra di Ambra era spenta.
Stamattina, mentre uscivo per andare all’università, ho visto che è venuta a prenderla una Alfa Romeo sportiva con un tizio biondo tutto gentile che l’ha evidentemente accompagnata a scuola.
Chissà, magari sta facendo la stronza per ingelosire qualcuno.
E pensare che la giornata era cominciata come al solito. Ma a pranzo c’era già stata una grossa novità: avevo bisticciato un po’ con mia madre, e lei alla fine aveva ceduto: posso comprarmi l’automobile. Sono mesi che risparmio per quello.
Se non mi avesse dato il permesso, avrei continuato a risparmiare, ma l’automobile non me la sarei comprata.
Anche Ambra, da oggi, ha una macchina: l’ho vista arrivare a pranzo con una Panda nuova, una sorta di regalo anticipato per la maturità.
Mi sono alzato e ho smesso per un po’ di scrivere, non riesco a trovare le parole. Sono le due di notte.
Sono andato nel balcone così, in mutande, tanto sapevo che non c’era nessuno, tutte le finestre erano spente, solo quella di Ambra adesso era accesa, ma con le tapparelle abbassate quasi del tutto. Però potrebbe aver sbirciato attraverso le stecche. E mi avrà visto lì sul balcone, in mutande, che annusavo la notte.
Aprile, giovedì
Il pomeriggio sono uscito con Marcello e siamo andati in centro a rimorchiare. Era una bella giornata e per strada c’era un casino di gente.
Naturalmente non abbiamo concluso un cazzo. C’erano stormi di avvoltoi che battevano a due a due, o peggio ancora, a gruppi di cinque o sei, cercando di fermare tutte quelle che passavano.
Rileggendo queste ultime righe, mi ha fatto una strana impressione la parola “cazzo”.
Credo che ogni uomo, e ormai anche la maggior parte delle donne, lo dica almeno un paio di volte in ogni frase, eppure è un’altra cosa vederlo scritto, fa più impressione. Parlando, ormai è diventato solo un intercalare senza valore.
Anche stasera mia madre ha ricominciato col tormentarmi: le devo promettere che se mi compro l’automobile non andrò forte, che non farò il pazzo come tutti i miei coetanei e così via per mezz’ora. E a un certo punto mi sono incazzato. Poi le ho chiesto scusa. Mio padre è morto in un incidente d’auto quando ero ancora piccolo, mio zio mi ha confidato che gli piaceva un po’ correre e che in fondo l’incidente è stato un po’ per colpa sua, anche se mia madre non ha voluto mai parlarne e dice solo “quel giorno”. Forse per qusto motivo l’unica foto di lei con mio padre accanto all’auto l’ha tagliata in modo che l’auto quasi non si vede.
è proprio una serata di motori questa. Ambra si è fatta riportare a casa per cena da quello con il Mercedes, solo che stavolta lui è sceso e l’ho visto bene: un tipo con i capelli ricci, camicia aperta e muscoli da body-building. Si capiva che voleva scucire qualcosa di più perchè lei stava con il portone aperto e lui appoggiato contro a dire cazzate, ma alla fine: nisba! Lei ha chiuso il portone e lui è ripartito a razzo facendo stridere le gomme prima di imboccare il viale, probabilmente incazzato nero. Ma forse sono uno scemo a fare tutte queste congetture, può darsi benissimo che avessero già fatto qualcosa prima e lei semplicemente non volesse dar spettacolo ai vicini.
Dopo cena sono rimasto a casa a studiare. Volendo potrei dare l’esame a settembre o almeno provarci. C’è gente che fa così: studia solo il trenta per cento del programma d’esame e ci prova e ci riprova finchè non gli vengono chieste solo quelle cose che sa e rimediano un diciotto. Sono quelli che poi, una volta laureati, si fanno stampare subito i bigliettini da visita e ti sbattono in faccia la laurea, come se tu che non ce l’hai fossi un handicappato.
Quando ho richiuso il libro era tardi e nella stanza mi pareva di soffocare. Così sono uscito sul balcone a godermi la calma notturna. C’era la luce accesa alla finestra di Ambra e la tapparella alzata. Ad un certo punto lei ha scostato le tende e mi ha visto, forse mi aveva già notato prima, comunque ha scostato le tende e mi ha guardato a lungo da dietro i vetri. Chissà perchè mi è venuto di salutarla con la mano, ma non l’ho fatto. è stato un attimo, poi lei ha abbassato la tapparella del tutto senza lasciare filtrare nemmeno un filo di luce.
Maggio, venerdì
Stasera ho giocato all’investigatore. Non ci sono molto tagliato, anche se ho letto qualche romanzo di Agatha Christie e mi piace quello stile vecchiotto, quell’ineluttabilità della storia e della legge, tutto così diverso dal mondo in cui viviamo, in cui non beccano mai nessuno, tolti gli innocenti.
Quando sono arrivato a casa mia madre dormiva già, forse sono le pillole che le ha dato il dottore, meglio così, almeno non mi ha chiesto di raccontarle per filo e per segno cosa avevo fatto durante la giornata. Per me è ormai come un compito e ogni volta devo tirar fuori qualcosa di diverso per soddisfare la sua curiosità e calmare le sue apprensioni.
L’anno scorso s’era fissata che avevo una ragazza e che non gliene volevo parlare, alla fine me ne sono dovuta inventare una, le ho persino dato un nome: Lidia, ed è stato un disastro, era sempre lì a chiedermi: “Com’è? Cosa fa? Dove abita? Perchè non me la fai conoscere? ”
Finchè una sera che non ne potevo più le ho detto: “L’ho lasciata, non era una ragazza seria”
Lei ha assentito col capo, senza fare domande e mi ha confessato: ” Non ti preoccupare, prima o poi troverai quella giusta, basta aspettare, non c’è fretta alla tua età”.
Come se l’impaziente fossi stato io.
Comunque stasera dormiva, io sono scivolato in cucina, ho aperto il frigo e ho mangiato due wurstel, così, crudi, come non posso mai fare se c’è lei perchè dice che la carne cruda fa male e poi così fredda mi rimane sullo stomaco. Mi sono sdraiato ad ascoltare musica con la cuffia e mi ci sono immerso, senza pensare a niente, attento solo a cambiare i cd.
Non so quanto tempo sia trascorso. Ogni tanto, a dire la verità, mi affacciavo alla finestra, ormai il mio appuntamento serale con Ambra, se appuntamento si può definire, è diventato un’abitudine. Sapevo che era uscita, perchè non si vedeva luce nella sua stanza.
è passato parecchio tempo, troppo, a un certo punto mi sono persino arrabbiato immaginando quel che lei poteva pensare di me. Mi sentivo ridicolo ad aspettarla solo, sul balcone, come un marito cornuto. Così ho spento la luce e mi sono seduto nella stanza, al buio, aspirando la notte che scivolava dentro dalla finestra aperta.
E finalmente ho sentito sbattere con forza uno sportello, non si sentiva musica, ma quando ho sbirciato ho notato il solito Mercedes, solo che lei lo sportello lo aveva sbattuto davvero e adesso stava sbattendo il portone del palazzo, incazzata come una matta, lui era sceso e le stava dicendo qualcosa tipo: “Scusa, non volevo, aspetta”, ma lei niente, non si è fermata nemmeno dietro il portone, lui si sbracciava, e lei probabilmente era già nell’ascensore. Tre minuti dopo è entrata in camera sua, andava avanti e indietro indaffaratissima, la vedevo abbastanza bene, anche se c’erano solo poche stecche della tapparella aperta, e m’è sembrato che abbia guardato un attimo per vedere se la mia finestra era accesa. Ma era tutto buio, deve aver pensato che io non fossi ancora tornato.
Più tardi ho visto sbucare la sua testa dalla finestra del balcone che fa quasi angolo con l’altra finestra, e scrutare attorno come ad assicurarsi che non ci fosse nessuno in giro. Io stavo immobile nell’ombra, protetto da quella corazza di buio, lei ha guardato un bel po’, poi è uscita, mutandine e reggiseno, nient’altro, e si è messa a stendere la camicetta e i pantaloni che portava quando era arrivata, li ho riconosciuti perchè erano di un verde inconfondibile. Si è fermata ad esaminarli, ha esclamato tra i denti qualcosa, quindi ha ripreso i pantaloni e se li è riportati via. Dopo un paio di minuti è tornata, ha fatto capolino per un attimo per vedere se nel frattempo non fossi tornato, e finalmente li ha stesi di nuovo. Dopo di che è rimasta a osservare la mia finestra, così, senza niente addosso, appoggiata alla ringhiera e col suo gatto che le ronfava attorno alle gambe strofinandosi tutto. Ho visto anche che dava occhiate in fondo alla strada, come se in quel momento fosse lei la moglie cornuta che aspettava il ritorno dell’infedele.
In quel momento ho pensato di alzarmi e andare al balcone, come se nulla fosse, e mettermi tranquillamente a fissarla, ma ho avuto paura che si arrabbiasse e il filo che ci lega si spezzasse. Sono sempre un indeciso io. Quando è rientrata nella sua camera non ho saputo resistere, sono andato al balcone e, neanche l’avessi fatto apposta, lei ha guardato ancora fra le stecche e mi ha visto. Non so cosa abbia pensato, ho il sospetto però che abbia capito che la stavo osservando da un pezzo perchè ha abbassato bruscamente la tapparella e io sono rimasto lì, riassaporando la visione del suo reggiseno e delle sue mutandine di pizzo bianco quasi invisibili dietro, una sola striscetta di stoffa inghiottita dalle natiche, perchè non si vedano sotto i pantaloni. Un bel culo. Mentre stavo così abbandonato sulla ringhiera, avrei voluto essere nella sua stanza e strapparle anche quei pochi centimetri di stoffa di dosso e sentirla resistere inutilmente al mio abbraccio.
Ma mi veniva anche da riflettere su ciò che era successo in quella mezz’ora. Non sono nato investigatore, d’accordo, ma mi pareva fossero successe parecchie cose interessanti. Andiamo per ordine.
Primo: non ho mai vista roba stesa sul balcone della sua camera, il bucato glielo fa la madre, come a ogni brava ragazza che studia, e probabilmente lo stende in bagno come fanno tutti nel quartiere.
Secondo: Ambra era molto arrabbiata come se lui, il ragazzo della Mercedes, le avesse fatto qualcosa che non le era andato decisamente a genio.
Terzo: lui era molto, troppo accomodante, un bulletto che le corre dietro fin sulla porta come uno scemo dicendo “scusami” e altre fesserie del genere.
Quarto: pantaloni e camicetta sono stati lavati di corsa, e soprattutto di nascosto, probabilmente con la speranza che fossero già asciutti al mattino.
Quinto: di che cosa si può essere sporcata una ragazza, uscendo con un ragazzo, che non può far vedere alla madre? Qualcosa che la mammina è meglio che non lavi e che è meglio, molto meglio, lavare da sè.
Eh si, mia cara Ambra, non ci vuole proprio Sherlock Holmes per intuire che stasera devi aver sfregato bene pantaloni e camicetta per togliere certe macchie biancastre. E la cosa mi fa arrapare tanto che se adesso fossi lì nel tuo letto domattina dovresti lavare tutta la stanza.
Ma del mio di sperma, Ambra.
Giugno, sabato
C’è un vecchio film di Redford che si chiama “Gente comune”. Non l’ho visto, ma è come se lo avessi visto. Ci sarà dentro gente come me, come mia madre, i miei amici, la gente che incontro per strada. Tutta gente comune. Anche le mie emozioni sono quelle di gente comune. E non si sfugge dalla gente comune, ci si può bucare, si può viaggiare, si può amare, essere amati. Ma si resta comuni. Non si può cambiare. Ci si nasce così. E ci si conserva. Giorno per giorno. Come i gelati dentro un freezer, tutti uguali, senza storia, con sopra impressi gli ingredienti e la data di scadenza, perchè in fondo la morte, per la gente comune, è un po’ come quella scritta: “Da consumarsi preferibilmente entro il… “.
Sono le due di notte e sto scrivendo dopo aver finto addirittura di essermi addormentato perchè altrimenti mia madre sta in pensiero e, quando sta in pensiero, diventa impossibile.
Stasera sono stato a giocare a tennis con Marcello. Quando sono rientrato c’era la Panda di Ambra posteggiata fuori e così, guardando in su verso la luce accesa della sua finestra, ho saputo che non era uscita e che stava studiando. Un pupazzetto attaccato allo specchietto retrovisore, era l’unica nota che caratterizzava la macchina oltre alla targa. Mi sono sfilato di tasca un adesivo, che mi aveva regalato una collega universitaria qualche giono prima, una gattina con gli occhioni azzurri e la scritta tutt’attorno “Quando guido divento tenera”, me lo sono rigirato un po’ fra le mani, poi, con un gesto rapidissimo, l’ho infilato sotto il tergicristallo. Ho avuto l’impressione che qualcuno mi osservasse, mi sono guardato attorno, non c’era nessuno. Istintivamente sono risalito con lo sguardo su per il palazzo, arrampicandomi per i muri di finestra in finestra, verso il suo balcone.
Lei era là. Aveva i jeans, una maglietta e i capelli raccolti in alto da un nastro o da qualcosa del genere; insomma aveva l’aspetto di una che sta studiando da molte ore, magari con gli occhi arrossati, come capitava anche a me quando preparavo la maturità.
Ero leggermente seccato che mi avesse visto in quel momento, e ancor di più che mi stesse osservando da un po’. Sono stato tentato di riprendere l’adesivo e di rimettermelo in tasca, ma quando ho rialzato gli occhi l’ho vista rientrare e ne ho approfittato per tornare anch’io a casa.
– Com’è andata stasera al tennis? – mi ha chiesto mia madre a cui fa piacere che io faccia sport e a cui Marcello è sempre stato simpatico.
– Bene, bene, mamma. Ho perso, ma gli ho dato del filo da torcere – ho risposto andando in camera mia.
– Arrivo subito. – ho aggiunto poi e ho sentito, richiudendo la porta, le sue proteste per la cena che si freddava.
No, Ambra non era sul balcone e la luce della sua stanza era spenta. “Tutti a mangiare”, ho borbottato tra me “tanto ci rivediamo più tardi”, e in quel momento scorrendo con lo sguardo dal balcone alla strada, l’ho vista giù, accanto alla macchina.
L’ho osservata togliere l’adesivo da sotto il tergicristallo e guardarlo, mi pare anche di averla vista sorridere e lanciare di traverso un’occhiata in alto, verso di me, senza però muovere il capo. Alla fine, è andata fino al lunotto posteriore, ha osservato ancora l’adesivo, ha tolto la carta che protegge la parte gommata, e alzando gli occhi nuovamente verso il mio balcone, lo ha attaccato al vetro fermandosi ad esaminare il lavoro.
Giugno, domenica
Stasera sono rientrato all’una e mezzo, per poco non mancavo il mio appuntamento con Ambra. Dopo la storia dell’adesivo, penso che dispiacerebbe a entrambi non incontrarci in quella sorta di rituale che è poi solo il rimanere qualche minuto sul balcone a respirare la stessa aria, ascoltare gli stessi suoni, partecipare per un breve istante alla stessa vita. Vicini.
Stasera, ad esempio, l’appuntamento è stato una sorta di piccolo defilè. Prima lei si è affacciata, vestita con i soliti jeans e maglietta che indossa quando studia e con i capelli raccolti in alto da un mollettone giallo; poi, dopo essersi assicurata che io ero lì come ogni notte, è sparita lasciando però la finestra aperta, per farmi capire che sarebbe tornata.
Forse non se n’è accorta, o forse l’ha fatto apposta, ma parecchie stecche della sua tapparella erano sollevate e la tenda dietro era aperta, tanto che ho potuto vedere il suo corpo muoversi veloce nella stanza, poi fermarsi di spalle mentre lei si sfilava la maglietta, i jeans e apriva l’armadio. Sul suo letto c’era il gatto accoccolato che dormiva. Dopo un attimo, eccola ricomparire sul balcone con i capelli sciolti, pettinati e un vestito rosa tipo tunichetta che non le avevo mai visto e che le stava un incanto.
Forse ho sbagliato, forse le prime volte che ci vedevamo di notte sul balcone per caso, non per tacito appuntamento, avrei dovuto salutarla come sentivo l’impulso di fare, gridare qualcosa, stendere in qualsiasi modo un filo invisibile, ma saldo, fra il mio e il suo balcone. Un filo a cui ora potrei affidarmi per poterla non solo vedere, ma toccare. Toccare.
è assurdo che in fondo nemmeno ci salutiamo se ci incontrassimo per strada. E invece, quando siamo sui nostri balconi ogni notte, io ho la sensazione addirittura di poterla abbracciare, di poterle accarezzare il volto, e sono sicuro che lei mi afferrerebbe la mano, non per allontanarla, ma per imprimere più profondamente le mie dita nella sua pelle, per sentire il loro calore infiammarle le guance, fino a farle socchiudere gli occhi e bagnarsi tutta.
Ma ormai è andata così. Se adesso parlassi, se una notte rompessi l’incantesimo, romperei davvero qualcosa fra noi, e rischierei di vederla guardarmi sorpresa e poi rientrare indispettita, e chiudere, per sempre, su di me le stecche della tapparella, calare come una gigantesca ghigliottina a mille lame sulle mie illusioni.
Luglio, lunedì
Stanotte non ho dormito.
Non avevo mai visto il sole sorgere sui tetti della città, non l’avevo mai osservato crescere dal cemento, arrampicarsi sui palazzi fino ad impadronirsi dell’aria piena di smog e soffiare sopra i lampioni, e deve soffiare tanto, perchè a volte restano accesi tutto il giorno, alla faccia del risparmio energetico.
Adesso sono le otto e mezzo, mi sembra strano affacciarmi ogni tanto sul balcone della mia camera, guardare attorno le strade piene di vita, ma evitare accuratamente il palazzo di fronte, come se non esistesse.
Mia madre è scesa un attimo e so già che sarà accerchiata dalle vicine, che già il minuscolo mondo formato dai vecchi abitanti della nostra strada non sta parlando d’altro, che stamattina ci sarà chi andrà a fare colazione al bar all’angolo solo per sapere cos’è successo e conoscere qualche particolare.
Ho in mano un bicchiere di latte freddo. Mi piace, a colazione, mangiare un boccone di cornetto quasi bollente, che mia madre riscalda al forno, e poi spegnere immediatamente quella fragranza con la fredda imparzialità del latte, che lascia in bocca un sapore antico e ti fa tornare per un attimo bambino.
La strada si risveglia pigramente, prima i vecchi che soffrono d’insonnia, poi qualcuno che scende a far passeggiare il cane.
Oggi penso che nemmeno uscirò, non voglio vedere nessuno.
Guardo la mia mano che stringe il bicchiere, i polpastrelli che si schiacciano contro la superficie del vetro come assurde ventose contro il bianco del latte.
Credo che tanti nella vita non abbiano mai guardato le proprie mani se non per tagliarsi le unghie o per controllare, dopo aver letto un giornaletto di chiromanzia, se la linea della vita è lunga o breve. Eppure quante cose sono racchiuse nelle mani di un uomo, quante storie, quante emozioni sono scritte, come geroglifici misteriosi, sulla pelle del palmo e delle dita.
Sono veramente stanco, ma non è soltanto perchè non ho dormito nemmeno un po’, è qualcosa di più profondo. Persino reggere questo bicchiere è uno sforzo, persino ascoltare i suoni che invadono indifferenti la mia mente è una fatica immane.
è successo qualcosa, lo so. Qualcosa di irreversibile, che non sarebbe dovuto accadere mai, ma che comunque è accaduto questa notte. Stamattina è come se per la prima volta qualcuno, rinchiuso dentro di me, vedesse la luce del sole stendersi ormai uniforme sull’indifferenza di queste strade.
Mi fa un effetto strano scrivere queste cose stamattina.
Era l’una e mezzo di notte, ieri. Di una notte come tante altre. Di un lunedì come tanti altri.
Quando sono arrivato sotto il portone ho indugiato un momento, come faccio di solito, ad ascoltare i suoni che, varcando quella soglia, avrei chiuso irrimediabilmente dietro di me per poi riprenderli, ma diversi, affacciandomi al balcone. Si udiva, più forte degli altri, il rumore sordo e continuo del refrigeratore della macelleria nel palazzo accanto e quello lontano di una moto lanciata a tutta velocità: una striscia di suono che si spostava da un capo all’altro del quartiere senza che io potessi vederla.
Era anche molto buio, tutti i lampioni erano spenti, come capita ogni tanto, e la notte era religiosamente senza luna perchè le nuvole si erano impadronite caparbiamente del cielo.
“Ideale per un attacco di commandos” l’avrebbe definita Marcello, che va a vedere tutti i film di Rambo.
Nel buio il tinntinnio delle mie chiavi contro il portachiavi.
è stato allora che l’ho sentita. Ho sentito lo sportello sbattere una prima volta, e non ci ho fatto caso, poi un altro paio di volte, violentemente, e allora ho camminato fino all’angolo del palazzo, ho sbirciato e l’ho vista.
Era lei. Ambra. Sola accanto alla sua macchina, che cercava disperatamente di richiudere lo sportello opposto a quello di guida.
Vista da lontano, sembrava apparire un attimo e poi scomparire improvvisamente nel buio: ogni volta infatti che riapriva lo sportello per tentare di richiuderlo, la luce interna si accendeva e la illuminava come un flash.
Portava una minigonna di quelle aderenti che disegnano i fianchi e sopra una camicetta senza maniche quasi incollata addosso. Aveva appoggiato una minuscola borsetta sul tettuccio e tenendolo con entrambe le braccia cercava di sbattere lo sportello con quanta forza aveva.
Ma non c’era niente da fare, lo sportello non si chiudeva.
“Ritorna da una festa” ho pensato. E doveva essere successo qualcosa all’auto. Però per quello che potevo scorgere nel buio, la vettura era intatta. Forse avevano cercato di forzare lo sportello e adesso non si chiudeva più.
Ambra non guardava verso di me. Era talmente impegnata nell’operazione, e così indispettita di non riuscirci, che avrebbe potuto passarle accanto un elefante fosforescente e non ci avrebbe fatto caso.
Si vede quando una donna non è osservata perchè, anche se era vestita in quel modo, Ambra si era proprio lasciata andare. Intanto stava borbottando qualcosa, un accidenti qui, un accidenti là, poi sbuffava, alla fine ha imprecato: “Cazzo, ti vorrai chiudere! ” Evidentemente stava parlando con lo sportello recalcitrante e io mi sono ritirato dietro l’angolo per ridere tra me.
Sono rimasto lì per un po’ aspettando che lei si arrendesse e mi passasse accanto, deciso una volta per tutte a salutarla. Mi ero preparato anche la frase: “Buona sera signorina, la posso accompagnare fino al portone di casa e salire sul suo magnifico balcone? “. Che magari era una stupidaggine ma a me sembrava, per una cosa pensata lì per lì, un’idea degna di Machiavelli.
Ma Ambra non si è fatta vedere. Allora mi sono riaffacciato dietro l’angolo, appena un po’ per non essere scoperto, e ho notato che si era messa in ginocchio e cercava di aggiustare qualcosa alla base dello sportello alla luce di una lampada portatile che aveva posato per terra. Era accovacciata sulle gambe, con la gonna che le saliva fino alle cosce e, quando si muoveva per afferrare un cacciavite a terra, potevo vedere il bianco delle sue mutandine.
Ho sentito che mi stava succedendo qualcosa. C’era un che di irreale in quella scena: la notte come una grande prigione intorno a noi, e lei che mi pareva si fosse dimenticata del posto dove si trovava, e io che osservandola entravo senza permesso nella sua intimità. Non riuscivo a staccare gli occhi dalla luce disegnata sul suo corpo.
Quando ho cominciato a muovere i primi passi e mi sono portato furtivamente dall’altra parte della strada, mi sono guardato nel buio le scarpe per capire di chi fossero. Ero spettatore di me stesso, eppure sono arrivato con calma dove lei aveva parcheggiato la Panda, vicino al minuscolo giardino che fiancheggia i nostri palazzi, e mi sono nascosto dietro una macchina a circa una decina di metri di distanza da lei.
Guardavo sempre le sue gambe, le sue cosce schiacciate contro il polpaccio, la camicetta sotto cui si vedeva a ogni sforzo ballonzolare il seno, le sue mani, con le unghie laccate di rosso, apparire improvvise, afferrare senza convinzione il cacciavite e cercare di fare forza contro lo sportello, protestando ogni volta che il tentativo falliva. Ho visto che ogni tanto guardava in alto verso il mio balcone, e per un momento ho pensato di salire e gustarmi la scena da lassù.
Ma lì era meglio, molto meglio.
Giuro che ho cercato di vincere l’impulso che stava crescendo in me, tanto che mi sono imposto di non guardare più e mi sono buttato dietro l’auto, mi sono messo a sedere, ansimando, e mi sono guardato attorno sperando, quasi invocando, che passasse qualcuno, che si accendesse una maledetta luce dietro qualche finestra, che un cretino qualunque di automobilista passasse di lì e magari inchiodasse, e si sporgesse dal finestrino, fingesse, come fanno in tanti, di scambiare Ambra per una puttana e le chiedesse il prezzo.
Speravo che per una qualsiasi ragione lei smettesse di lavorare attorno a quel maledetto sportello. Ho aspettato a lungo di vederla alzarsi, battere i tacchi sull’asfalto, correre verso la salvezza del suo portone, accendere dopo un attimo la luce della sua stanza, affacciarsi al balcone come fa ormai ogni sera, e cercarmi sul balcone di fronte.
Mi è sembrato quasi di vederla fare tutte queste cose e quando sono tornato a guardare dietro l’auto e lei era sempre lì, ho creduto fosse un sogno.
Ma non è stato un sogno.
Mi sono avvicinato, camminando chinato dietro le macchine fino a un passo da lei. Era bellissima. La lampada che aveva posato a terra adesso la illuminava in controluce e, quando si muoveva, le potevo vedere perfettamente la linea del seno sotto la stoffa leggera della camicetta. Mentre lavorava si mordeva le labbra nello sforzo, e i capelli, che portava legati in alto, le si erano sciolti in parte in piccoli spruzzi vaporosi che la luce faceva brillare nel buio.
è stato un attimo.
Mi sono alzato in piedi e mi sono trovato alle sue spalle. Non si è accorta di nulla.
“Perchè non ti giri e mi dici: ‘Ah, sei tu Tony. Vuoi darmi una mano? ‘. ” Avrei voluto urlarlo, ma avevo la lingua come bloccata. “Perchè non ti accorgi di me, Ambra? ” Ma nemmeno stavolta il buio si è riempito delle mie parole.
Allora l’ho afferrata da dietro, le ho messo una mano sulla bocca e con l’altra l’ho stretta a me, forte, tanto forte da alzarla in piedi. Si dibatteva, ma il cacciavite era lontano, per terra, scalciava nell’aria, e io la stavo già trascinando di peso verso il piccolo giardino.
Era così sorpresa che le sue mani hanno atteso un po’ prima di cercare le mie per liberarsi. Quando l’hanno fatto mi ha meravigliato, che non abbia cercato di farmi del male, che le sue unghie non si siano conficcate nelle mie mani, ma abbiano cercato solo di forzarle. Alla fine Ambra mi ha dato un calcio all’indietro ma io l’ho buttata a terra, e le sono saltato addosso.
Adesso eravamo nel buio più completo, la piccola luce della torcia era nascosta dalla macchina e dalla siepe e io più che vederla intuivo il suo corpo che si dibatteva sotto di me.
“Aiuto! ” ha gridato. L’ha gridato una volta sola perchè io le ho messo di nuovo una mano sulla bocca, e mentre lei cercava selvaggiamente di divincolarsi, l’ho sbattuta sulla ghiaia del vialetto, più per tenerla ferma che per farle del male.
In quel momento non si è mossa più.
Per un attimo mi si è ghiacciato il sangue nelle vene, persino l’eccitazione che mi aveva preso, l’eccitazione più grande che avessi mai provato, si è spenta in un attimo. La sentivo immobile sotto di me, un corpo inerte, morbido, senza vita.
Però respirava, si era proprio il suo respiro che sollevava e abbassava i seni sotto le mie mani.
Di colpo ho capito che era svenuta. Allora l’eccitazione mi è esplosa improvvisa dentro, incontrollabile, mi sono trovato a baciarla, a succhiare il suo sapore dalle labbra socchiuse, come se, invece di baciarla, stessi bevendo qualcosa di proibito che mi inebriava e mi faceva impazzire.
Nessuna ragazza mi era mai svenuta tra le braccia e io scoprivo che quella situazione era la più eccitante tra tutte quelle che avevo provato, era avere un potere completo sopra una donna.
Ho desiderato in quel momento di avere una luce accanto a me, poterla guardare mentre la spogliavo, mentre toglievo dal suo corpo senza forza la camicetta e passavo la mia lingua lentamente sui suoi seni, giù, giù, senza toglierle la gonna la infilavo tra lo slip e la carne, la passavo sui suoi peli, la passavo sfiorandola sull’interno delle cosce fino ai piedi.
Poi non ce l’ho fatta più. Le ho abbassato le mutandine facendole scivolare sulle cosce e lasciandogliele arrotolate alle ginocchia, ho fatto scivolare la mano tra le gambe fino a sentirla piena del suo pelo, fino a infilare il medio tra le sue labbra e risalire, tremando, per incontrare il clitoride. Ero troppo eccitato, sapevo che appena l’avessi presa, sarebbe finito subito, e non volevo, così ho continuato a baciarla mentre mi strusciavo su di lei per sentire i suoi seni accarezzare il mio petto, e intanto abbassavo i pantaloni per sentire il mio cazzo che le strofinava le cosce fino a fermarsi sul pube.
Lei ha mugolato qualcosa, stava rinvenendo. L’ho tenuta ferma e, prima che potesse riprendersi e reagire, gliel’ho appoggiato forte sotto il clitoride, sono scivolato, ho spinto con tutta la forza che avevo, e ho dovuto metterle la mano sulla bocca per reprimere l’urlo che saliva forte dentro di lei. Ma io ho continuato a spingere finchè non sono entrato con violenza e ho sentito il caldo abbraccio della sua intimità e ho cominciato a muovermi sempre più veloce e non mi sono accorto di averle nuovamente sbattuto la testa contro la ghiaia del vialetto.
Solo quando mi sono trovato completamente svuotato, spossato, quasi addormentato su di lei, mi sono reso conto che non si muoveva e che il suo respiro era un soffio impercettibile. Allora sono uscito pian piano da lei, mi sono alzato in piedi ed è stato un momento incredibile. Ho visto la luce accanto alla sua macchina e mi sono sentito veramente al confine di qualcosa, sul limitare di una dimensione all’inizio di un’altra.
Lei era lì nel buio, lo sapevo, ma era come se non ci fosse, e la fuori c’era una luce, il marciapiede, il portone di casa, la sicurezza della mia stanza. Forse anche un’altra Ambra che attendeva sul balcone di vedermi uscire nell’abbraccio della notte a salutarla come ogni sera.
Mi sentivo appagato. Respiravo l’aria umida della notte, ma più che altro respiravo quel buio, quell’amico buio che ancora una volta mi aveva protetto.
Non si sentiva nessun rumore, ho pensato anche di rimanere lì per un po’ e poi prenderla ancora, sodomizzarla, violarle quel buchetto tra le natiche che avevo percepito inviolato mentre col dito cercavo di infilarmici durante l’amplesso, ma una macchina è sfrecciata sulla strada, i suoi fari hanno illuminato la siepe, e io ho visto per un breve e lunghissimo istante Ambra ancora immobile a terra. Era come se la vedessi per la prima volta: con una gamba assurdamente ripiegata da una parte, le mutandine attorcigliate a una caviglia, le braccia abbandonate a croce, il volto stravolto. Quel volto che salutavo ogni sera dal mio balcone.
Mi sono rimesso a posto, sono uscito furtivamente dal giardino correndo, chinato dietro alle macchine come se ci fosse qualcuno gettato disperatamente al mio inseguimento. Qualcuno appostato dall’altra parte del marciapiede pronto a gridare nella notte il mio nome e a fare accendere una a una le luci alle finestre.
Ho attraversato la strada, mi sono buttato ansimante con la schiena contro il muro, e finalmente mi sono ricomposto, sono tornato accanto al portone e ho sentito di nuovo il tintinnio delle mie chiavi prima di scomparire nell’androne.
Solo dopo essere arrivato nella mia stanza mi sono accorto del sangue. Sangue dappertutto: sulla camicia, sui pantaloni, sulle mutande, persino sulla pelle. Macchie scure come una malattia che mi avesse colpito. “Cazzo, aveva le mestruazioni! ” ho mormorato schifato, e sapere di averla posseduta in quel modo ha in parte annullato il piacere provato.
Per fortuna mia madre dormiva. Sono andato in bagno e mi sono svestito, ho preso i vestiti e le mutande sporchi, li ho messi in una busta e li ho nascosti sopra l’armadio, perchè so che là mia madre non guarda mai. Volevo farmi una doccia, ma ho pensato che il rumore avrebbe svegliato mia madre, così mi sono lavato alla meglio. Quasi senza accorgermene mi sono rivestito, eppure dopo averlo fatto mi sono tornato ad abbassare i pantaloni per vedere se ero ancora sporco di sangue e ho esplorato la pelle minuziosamente come se una minima traccia rimasta mi potesse infettare.
Finalmente mi sono sdraiato sul letto, così, vestito. Aspettavo qualcosa. Il suono di una sirena, un tramestio di voci, le urla di Ambra, infermieri, polizia. Ma oltre la finestra aperta della mia camera si udiva soltanto, indistinto, il pulsare confuso della città addormentata.
Non so quanto tempo ho atteso. Alla fine, timidamente, mi sono affacciato al balcone. Il buio era così fitto che a malapena distinguevo la sagoma del palazzo di fronte.
E c’era la luce. C’era la luce della lampada portatile accanto allo sportello stupidamente aperto della Panda di Ambra. Ma nel giardino non si vedeva nulla. Ho sentito un rumore come di ghiaia smossa e mi sono ritratto spaventato. Ho atteso ancora nel buio che accadesse ciò che ormai mi pareva inevitabile.
Nulla.
Sono tornato timidamente fuori e stavolta ho sentito un gemito. Era lei, Ambra, che cercava di chiamare qualcuno. è durato qualche minuto. Poi ancora silenzio.
Ero impietrito sul balcone, incapace di muovermi, anche solo di rientrare. è passata una macchina a tutta velocità, e ho pregato che se ne accorgesse, ma era impossibile.
No, non poteva né udirla né vederla nessuno.
Di notte in città tutti dormono il sonno dei giusti dietro le porte corazzate, con i chiavistelli alle tapparelle, e le grate alle finestre anche al settimo piano. E non vogliono vedere e sentire nulla.
Adesso il lamento era ripreso, quasi disperato, ma io stentavo a udirlo, malgrado il mio cervello ne fosse come assordato. Sentivo i muscoli irrigidirsi, le mani stringersi alla ringhiera del davanzale fino a farmi male.
Solo in quel momento mi sono reso conto che non sapevo nemmeno quello che le era successo. Almeno quello che le era successo dopo che me ne ero andato. In fondo era svenuta due volte sbattendo la testa contro la ghiaia. Poteva stare molto male. Poteva anche morire. Di notte, a due passi da casa, con i genitori tranquillamente addormentati per uno stupido sportello che non chiudeva.
Era tornato di nuovo il silenzio. Ambra taceva. Ho sperato che si stesse rialzando, che avesse trovato finalmente la forza di fare almeno i pochi metri fino ad arrivare in mezzo alla strada dove i fari di una macchina l’avrebbero illuminata e il guidatore avrebbe dovuto fermarsi inchiodando, se non altro per non investirla e rovinarsi il paraurti.
Ma non si sentiva niente, nemmeno un fruscio. Ho pensato “è morta”. E non ce l’ho fatta più, la paura è stata più forte della paura, sembra un gioco di parole ma è stato proprio così. Sono uscito di casa, chiudendomi piano la porta alle spalle, niente ascensore, sono sceso a piedi di corsa, mi sono trovato di nuovo accanto alla macchina di lei. E mi sono fermato spaventato.
Silenzio assoluto.
Ho preso la lampada da terra, ho imboccato il vialetto e l’ho vista. Era ancora lì dove l’avevo lasciata, sdraiata a terra, con la testa da un lato, la bocca che si muoveva appena, come se bisbigliasse qualcosa, un piede senza la scarpa, le gambe oscenamente aperte, macchie di sangue lungo le cosce, la gonna quasi arrotolata, che sembrava una cintura, un oggetto inutile in quella nudità scomposta e assoluta, un gigantesco lucchetto che la teneva inchiodata a terra.
Forse la luce l’ha svegliata, ha alzato la testa e ha guardato verso di me.
– Oddio, finalmente qualcuno! – ha esclamato in un soffio. – Sei tu, Tony? –
Io sono rimasto impietrito, incapace di muovermi, anche solo di un passo verso di lei.
– Aiutami, Tony! – ha continuato senza aspettare risposta. – Credevo che non arrivasse più nessuno. –
Le sono andato vicino e ho posato la lampada per terra accanto al suo corpo. Mi ha guardato con occhi spenti come se mi distinguesse appena.
– Qualcuno mi è saltato addosso – parlava faticosamente. – Credo di essere svenuta, mi sento tanto male, senza forze. –
Le ero inginocchiato accanto, lei ha alzato una mano come per afferrarmi, ma le è ricaduta a terra, allora le ho preso la mano e ho sentito le sue dita aderire alle mie.
– Non aver paura, Ambra – l’ho confortata quasi automaticamente. – Adesso ti porto a casa. –
– Grazie, grazie Tony – ha risposto lei.
Mi sorprendeva il fatto che sembrava ci fossimo conosciuti da sempre e soprattutto che lei stesse lì completamente nuda davanti a me senza cercare nemmeno di coprirsi, come se la violenza avesse annullato ogni forma di pudore, ogni forma di etica sociale..
– Ti porto a casa – ho ripetuto, le ho passato una mano dietro la schiena e un’altra sotto le ginocchia per sollevarla, ma lei mi ha fermato.
– No, no. A casa non c’è nessuno. Sono sola, i miei genitori sono fuori. Non voglio stare sola. –
Poi ha perso conoscenza.
Ho provato ad alzarla, ma ho avuto paura, non sapevo nemmeno dove portarla. E quella nudità adesso mi dava soggezione. Ho ritirato la mano da sotto la schiena e alla luce della lampada l’ho vista macchiata di sangue. Ho avuto ancora più paura, ho capito che dovevo chiamare qualcuno, che ci voleva un’autoambulanza, che veramente le cose stavano peggio di quanto pensassi. Mi sono alzato, ho attraversato la strada di corsa, non sapevo nemmeno io cosa stessi facendo. Ho pensato di fermare una macchina, poi che potevo semplicemente salire a casa mia e chiamare soccorsi. E così ho fatto.
– Che succede? – ha chiesto mia madre che si era svegliata sentendomi aprire la porta. – A chi stai telefonando a quest’ora? –
Era la terza volta che chiamavo il 113 e non riuscivo a prendere la linea.
– Niente, niente – ho tagliato corto. – Torna a letto e non ti preoccupare. –
– Oddio, cosa è successo? – ha esclamato venendomi vicino, mentre io intanto avevo trovato la comunicazione, e una voce dall’altra parte mi rispondeva e mi chiedeva spiegazioni.
– E zitta! – ho urlato tenendo una mano sul microfono.
– Senta, – ho detto poi rapidamente al telefono – nei giardinetti sotto casa mia – e ho dato l’indirizzo – c’è una ragazza ferita, è grave, perde molto sangue. Mandate subito un’autoambulanza. –
– E lei chi è? –
– Sono un suo amico, abito nel palazzo di fronte – ho risposto in fretta. – L’ho trovata tornando a casa. Adesso vado giù perchè non c’è nessuno che l’assiste. –
E ho riattaccato. Mia madre mi ha afferrato per un braccio.
– Ma che succede? Chi è la ragazza ferita? –
– è Ambra – ho tagliato corto. – Quella che abita qui di fronte. – Ed ero già alla porta.
– Ma chi Ambra? La figlia della signora Marta, la professoressa? –
– Si – ho risposto io, – quella lì. – ma non sapevo niente, nè che sua madre si chiamasse Marta, nè che fosse professoressa.
Sono tornato nel giardino. Ambra aveva ripreso i sensi. Quando mi ha visto ha esclamato:
– Oddio, Tony, pensavo di aver sognato. –
– Sono andato a telefonare – ho spiegato. – Arriva un’autoambulanza fra poco. –
– Se non c’eri tu… – ha sussurrato, ma non ha finito la frase. Parlava piano, tanto piano che la notte sembrava inghiottire le sue parole.
– Stai tranquilla – e ho ripreso tra le mie la sua mano sporca di terra e di sangue.
Lei ha cercato di rialzarsi.
– No, no – ho protestato io, e mi sono ricordato che alla televisione dicono sempre di non muovere mai un ferito di un incidente stradale, perchè gli si potrebbero provocare lesioni interne. Già, ma quello non era un incidente automobilistico.
– Hai freddo? – ho chiesto premuroso dopo un po’. Chissà perchè quando uno sta male gli si chiede sempre se ha freddo, e solo allora ho pensato che era nuda. Mi sono tolto la camicia e gliel’ho posata delicatamente sopra. Lei ci ha messo un poco a capire cosa stavo facendo, poi mi ha guardato e ha faticato un attimo a trovare le parole.
– Grazie – ha detto soltanto.
Ma ho capito che voleva dirmi di più.
La mia mente era piena solo del buio della notte, poi sono entrate le parole, più le parole che le immagini.
Chi le ha dette? Cosa importa se sono state pronunciate in questa notte o se erano da sempre nelle voci che popolano gli autobus e i bar, che si incrociano dai finestrini aperti ai semafori, si scontrano sui marciapiedi. Se le ho sentite solo allora o se le sapevo da sempre. Se saprò dimenticarmele o no.
“Le hanno fatto la festa! ”
A volte bisognerebbe analizzare davvero le parole, scoprire chi è stato a coniare certe frasi: “Le hanno fatto la festa”.
Già, proprio una festa.
Ora nel dormiveglia della mia stanza, continuo ancora a sentire quella cantilena di parole di stanotte.
” Non lasciarmi, Tony! ” La sua voce.
E le altre.
” Vedrai, tutto si dimentica, non è sempre colpa della donna. Certo però stare fuori a quell’ora, sola… ” E questa voce di chi era?
Forse dell’infermiere sull’autoambulanza, convinto che fossi il ragazzo di Ambra, o forse del carabiniere che stendeva il verbale, o del suo collega all’ospedale che si schiariva la voce prima di rileggermi le mie dichiarazioni.
” Mica è colpa sua. ” Questa invece di chi era?
Ecco, ora ricordo, è dell’infermiere del pronto soccorso, con il camice allacciato alla meglio davanti e l’aria annoiata di chi ogni notte vede la vita e la morte incrociarsi e scambiarsi di posto tante volte che non gliene frega più niente.
è strano che la mia mente si rifiuti di ricordare altro che le parole.
Eppure ci sono state anche sensazioni a riempire il buio della notte, le lunghe ore in quella stanza in ospedale con lei, in attesa del mattino. Avrei voluto che fossimo immersi nel buio e non ci fosse nessuno, se non io e la sua mano. Non avrei voluto che ci fosse nemmeno Ambra, il suo corpo, il suo respiro, le sue lacrime frenate, la sua voce troppo tenera nel pronunciare il mio nome, ma solo quella mano. E abbandonarmi indietro sulla seggiola di metallo e sognare, e nel sogno svegliarmi finalmente e fare della realtà di quella stanza nient’altro che un incubo interrotto dall’aria fresca del mattino.
“Tornava spesso la sera da sola? ”
“Quanti erano, signorina? ”
“L’importante è che è viva. ”
“L’abbiamo medicata e le abbiamo fatto un tampone vaginale. Serve ad attestare la violenza subita. Si può stabilire, ad esempio, se sono stati uno o più di uno, anche se la ragazza ha dichiarato che è stato uno solo. ”
“Ha visto nessuno fuggire quando l’ha socorsa? ”
“Non lasciarmi sola, Tony, non lasciarmi, ti prego. ”
Solo la voce di quest’ultima frase ha un volto. E sento ancora la debole forza concentrata in quella stretta delle sue dita nelle mie, come se il suo corpo esistesse solo per quello e la sua voce solo dire il mio nome.
Prendevo nota di tutto.
Come un improbabile giornalista inviato lì per fare un articolo, registravo con cinico scrupolo sulla mia immaginaria agenda il gesto fatto da qualcuno con la mano, il gesto che significa scopare, e prendevo stancamente nota dei volti attorno, un catalogo assortito di comparse scartate da tutti i registi del mondo e finite tutte lì, in quella notte, in un film che nessuno girava; annotavo altre frasi.
“Ho telefonato ai tuoi, arrivano domattina”
“Poveraccio! è il suo ragazzo. ”
“Vedessi la minigonna che aveva! ”
“Una malattia sessuale non è da escludere in questi casi. è mio dovere informarla. ”
“Stalle vicino. ”
“Domattina, quando starà meglio, chiedile se desidera sporgere denuncia. ”
“Bella figa, però! ”
“Che magari c’è pure stata. ”
“Ha perso molto sangue, ma non c’è commozione cerebrale. ”
“Ma io dico: come fa uno da solo a violentare una ragazza? Magari hanno cominciato che lei ci stava, poi… ”
“Non sa chi potrebbe essere stato, signorina? ”
“Devo telefonare a qualcun altro, Ambra? ”
E l’emozione, aprendo la lampo della sua borsetta, di frugare e stringere l’agendina tra le mani, e scorrere tremando l’elenco dei nomi, nomi per me senza volto, eppure era ugualmente penetrare all’interno di una delle sue tante intimità, forse per me la più segreta.
E ogni volta che riprendevo nella mia la sua mano, lei me la stringeva forte come un invito che non sapevo rifiutare.
“Se dici quello della Mercedes, Sandro, non è mai stato il mio ragazzo. Voleva solo quello… ”
Un silenzio pieno di lacrime.
” Quando l’ho capito, l’ho lasciato. ”
L’ha pronunciata davvero questa frase, Ambra, o sono io adesso che sto sognando e nel sogno voglio aggiungere, correggere, aggiustare, piegare gli eventi ai miei desideri, spingerli come una pasta informe a prendere posto, ordinatamente, nelle pagine di questo racconto?
” Lo sapevi che era vergine, vero? ”
” Bè, lo sai cos’è successo, le ho dovuto mettere due punti di sutura sotto. Ha anche una piccola lesione interna. ”
” Cos’è quella faccia? Lo sapevi o no che era vergine? ”
” Se sei il suo ragazzo, devi saperlo per forza. ”
” Ah, capisco, solo un amico. Bè, forse non dovevo dirtelo, adesso comunque lo sai. ”
” Cerca di starle vicino, non fa altro che chiedere di te. ”
” Dimentica. ”
– è stupido piangere, vero, Tony? –
Quando ha smesso di singhiozzare la sua voce è uscita incerta, come i primi passi di un bambino.
– Tanto ormai è successo e niente sarà più come prima. –
– Non dire così – l’ho interrotta accarezzandole il volto fino alla fronte imprigionata dalle bende, e lei dal mio sguardo ha capito che la dottoressa doveva avermi detto tutto, ma proprio tutto.
– Avrei voluto farlo la prima volta con il ragazzo che amavo, sarà stupido al giorno d’oggi, ma per me era importante, invece… –
No, questa è proprio la sua voce, non è la mia mente che cerca di ricostruirla, frase per frase, è la sua voce che mi risuona ancora dentro e si confonde e sovrappone con la mia incerta che risponde:
– Se un ragazzo ti ama veramente, capirà! –
E le sue dita incerte nelle mie.
E il silenzio di quella stanzetta che chiudeva fuori i troppi rumori oltre la fragile porta.
– Tu mi capisci, Tony? –
Era ancora notte, ma già il cielo stava impallidendo.
Adesso, mentre sto scrivendo, fuori è già giorno e la luce penetra improvvisa attraverso i vetri, invade la mia stanza.
” Tu mi capisci, Tony? ”
Scrivo ancora questa domanda e non riesco a ricordare se davvero ha dovuto ripeterla due volte per ottenere una risposta.
– Io si, Ambra. –
Ed è proprio la mia voce.
Non so, Ambra, se un giorno, domattina o tra dieci anni, ti capiterà di leggere queste pagine. Se ti limiterai ad inorridire, o se riuscirai, prima e unica tra le donne, a capire.
Si, a capire.
O forse le brucerai proprio tu queste pagine e la loro cenere sarà solo un altro lieve rimprovero nella serenità maliziosa del tuo sguardo, come quando la domenica non ti accompagno da tua madre se c’è la partita in televisione.
Eppure sei una brava moglie e, anche se il tuo corpo ha cominciato a riempirsi per la maternità, sai che a volte ti sveglio nel cuore della notte per possederti e sentire la mia voglia spegnersi di colpo tra le tue gambe spalancate senza pudore per accogliermi, o scivolare nel caldo abbraccio delle tue labbra.
Chi sarò io domattina?
Mentre, nella penombra rassicurante della stanza, guardo il tuo volto addormentato al ritmo impercettibile del respiro, mi domando chi sono veramente io per te.
Chi sarò io per te domani.
E se saprò mai, almeno io, qual’è stato il confine esatto del sogno.
E se in giorni lontani, ormai cancellati per sempre dalla mia mente, queste mie mani che ora sfiorano il tuo corpo pieno di una nuova vita, sono state davvero, per il breve tempo di una sola ora, le lunghe zanne della notte. FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.