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Primo piano di schiena di una donna con un perizoma bianco

Lizzy (2 di 7)

Lei non lo sapeva ancora, ma Lizzy stava già prendendo il sopravvento su Elisabetta.
Cominciò a sospettarlo un paio di giorni dopo.
Era andata alla spiaggia di buonora per goderi le ore fresche e solitarie del mattino.
Aveva nuotato, preso il sole, e verso mezzogiorno si era addormentata all’ombra di una cabina. Era stata svegliata da un coro di voci concitate fra cui riconobbe una voce famigliare dal timbro basso e caldo e dalla pronuncia inconfondibile. Rimase immobile nella sua posizione, nascosta sotto il cappellone di paglia con gli occhi celati da due enormi occhiali da sole.
Sean era in compagnia di due ragazzi e di tre ragazze. Passeggiavano davanti a lei nella luce accecante del sole di giugno. Lui spiccava tra i suoi compagni, essendo di una testa più alto. Aveva una camminata sciolta, come di chi è molto sicuro di sé e del suo corpo. D’altronde, in costume da bagno, il suo fisico era veramente un insieme di forza e armonia. Le gambe erano lunghe e muscolose, appena ricoperte da un velo di peluria. I suoi amici, pur essendo dei bei ragazzi, non reggevano il confronto. Uno aveva il sedere basso, l’altro le gambe storte. Le ragazze, invece, erano tutte e tre molto belle, molto magre, con i seni piccoli. Una era addirittura piatta come un ragazzo, ed evidentemente orgogliosa di esserlo, visto che non portava reggiseno. Aveva una chioma bionda e fluente che scendeva fino a metà busto coprendo e scoprendo, a ogni suo movimento, i piccoli capezzoli turgidi. Si avvicinò a Sean e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio che sembrò divertirlo molto. Lui la prese per mano e la trascinò in mare. La ragazza aveva un sederino alto e sodo che dondolava ad ogni passo. Doveva esere la famosa Federica, di cui Sean le aveva accennato.
Gli altri ragazzi entrarono in acqua subito dopo sollevando enorm spruzzi. Una volta raggiunti gli amici, cominciarono a schizzare Sean e la sua compagna, i quali si misero a nuotare velocemente verso il largo.
Elisabetta si sentì relegata ai margini di un mondo che le era precluso: il mondo della gioia e della giovinezza. Un nodo le strinse la gola, e le venne da piangere al pensiero di non aver vissuto la spensieratezza dei vent’anni. Si alzò, si tolse il cappello e s’incamminò dall’altra parte della spiaggia, per non dover incontrare Sean ed i suoi amici.
Fece una lunga, corroborante nuotata nell’acqua fresca e trasparente. Rimase dentro per circa mezz’ora sbirciando ogni tanto i ragazzi che, da quella distanza, sembravano solo dei punti neri che si muovevano freneticamente. Quando uscì dall’acqua si accorse che se ne erano andati. Tutti tranne uno. Era seduto sul suo asciugamano.
– Sean – esclamò, – cosa ci fai qui?
– Ti aspettavo.
– Credevo che non mi avessi vista.
– Io vedo e capisco tutto, anche se non sembra.
S riferiva alla sua freddezza, dopo lèpisodio in camera da letto. Da allora leisi era chiusa in sé stessa, rivolgendogli la parola solo se necessario ed in tono brusco.
Lui aveva ripreso a dargli del lei con fare tra il serio ed il faceto, tanto che ad
Elisabetta era venuto il sospetto che la stese prendendo in giro. In ogni caso, Sean aveva iniziato ad uscire anche dopo cena e tornava solo a notte tarda, quando lei dormiva da un pezzo.
– Siedi vicino a me – la invitò Sean.
– E i tuoi amici?
– Dovevano andare a casa. Io, per fortuna, non ho orari da rispettare.
Elisabetta allungò le gambe e si distese sull’asciugamano. Indossava un due pezzi nero molto castigato.
– Non sopporto che tu sia arrabbiata con me. In fin dei conti nn ho fatto niente.
– E tu chiami niente quello che è successo?
– Oh, no. E’ stato uno sballo.
– Sei solo un ragazzino – lo interruppe lei, gli occhi fiammeggianti.
– Tutte scuse. La gente non fa altro che inventarsi delle scuse, delle barriere. No sa capire che il sesso è gioia, libertà. Si nasconde dietro a pregiudizi e a falsi moralismi.
– Se tutti ci comportassimo secondo i nostri istinti non saremmo più uomini, ma animali.
– Forse abbiamo molto da imparare dagli animali. Hai mai visto un animale usare violenza ad un altro?
– No. Ma che c’entra?
– C’entra eccome. IO credo ce tutto sia consentito se non va a ledere la libertà di un’altra persona.
Elisabetta non trovò le parole per ribattere: il discorso non faceva una grinza. Sean si protese verso di lei e le accarezzò la spalla scivolando, con la mano, verso il seno.
– I tuoi seni mi fanno letteralmente impazzire, Lizzy. Me li sogno ogni notte; sogno di affondarvi il viso, di annusare il loro odore, di baciarli.
Con mossa delicata ma rapidissima, sganciò il reggiseno, liberandoli dalla costrizione del costume. Quindi la tenne forte per le spalle, impedendole di muoversi. Lei roteò gli occhi di qua e di là, per vedere se qualcuno li stesse guardando. C’era parecchia gente sulla spiaggia, ma nessuno sembrava far caso a loro.
– Mi tolgono il fiato – proseguì Sean. – Me ne starei ore ed ore ad ammirarli, a bocca aperta, senza nemmeno respirare.
– Smettila di fare il buffone – disse Elisabetta, tentando di alzarsi.
Lui la rimise giù e cominciò a baciarle il collo, proprio dove una vena stava pulsando.
Poi tirò fuori la lingua e leccò il solco. Afferrò le due mammelle con le mani e le strinse l’una contro l’altra affondandovi il naso. Elisabetta sentiva il respiro
affannoso di lui fondersi con il battito del suo cuore. Allora gli prese la pesta fra le mani e gli accarezzò i capelli. Erano folti e morbidi. Lui la baciò sulla bocca tenendo sempre i seni fra le mani, poi prese a succhiarle un capezzolo, mentre con le dita tormentava l’altro. Lei avvertì delle piccole scosse elettriche che partivano dai seni e si irradiavano fino al cervello.

Lui spostò la mano dal seno destro e la diresse verso il pube. Elisabetta strinse le gambe e cercò di divincolarsi. La mano aveva però già raggiunto il suo obbiettivo: si stva infilando dentro le mutandine e le accarezzava il monte di Venere. Non voleva assolutamente che lui la toccasse dentro, era tutta bagnata e si vergognava. Alla sua età non era normale che si bagnasse a quel modo solo per qualche bacio ed un paio di carezze. Fece per scacciarlo, ma lui era forte e determinato, e stava già infilando le dita dentro di lei.
Le sfiorò delicatamente la clitoride, la tormentò un poco con il polpastrello, mentre le tuffava due dita nell’orifizio. Lizzy avvertì il fiotto dei propri umori bagnare le dita di lui.
– Sei tutta bagnata – le sussurrò con voce roca.
In quel momento qualcuno passò accanto a loro. Malgrado il disagio, l’idea del suo seno nudo, esposto agli occhi di tutti, la eccitava. Tuttavia non era ancora pronta ad abbandonare i panni di Elisabetta per indossare quelli di Lizzy.
– Sono ancora umida per il bagno – disse, allontanandogli la mano bruscamente.
Gli occhi di Sean stavano ridendo, ma la sua bocca era seria.
– Capisco.
– Andiamo a casa – fece Elisabetta, allacciandosi il reggiseno. Presero la macchina di lei.
Elisabetta guidava nervosamente, mordendosi il labbro inferiore, e non parlava.
Non parlò fino a quando non ebbero finito di cenare. Sean se ne stava tranquillo, osservandola furtivamente. Quindi attaccò, liberando d’un fiato la tensione accumulata.
Gli disse che no voleva più arrabbiarsi con lui. Gli era simpatico e desiderava restasse là, almeno fino a quando Sonia rimaneva al posto suo. Ma lo pregava di sfogare i suoi appetiti sessuali da un’altra parte, magari con quella ragazzina dal culetto in fuori, con cui aveva fatto coppa in spiaggia.
Sean la lasciò finire, ma si vedeva che le sue parole gli scivolavano addosso come acqua fresca.
– Credevo che tu avessi capito.
– Capito cosa? Cosa, dovrei capire?
– Che questa è un’occasione unica, per tutti e due. Nel caso non te ne fossi
accorta, io e te, insieme, facciamo faville.
– Ma sentilo. Parla come gli eroi dei fumetti.
– Può darsi. Però tu non parli come una donna vera. Anzi, mi sa che tu ti sia dimenticata cosa vuol dire essere donna, se mai l’hai saputo.
Elisabetta si alzò di scatto e sollevò la mano, con l’intento di schiaffeggiarlo. Sean fu più veloce. Le bloccò il braccio e la guardò ferocemente, gli occhi improvvisamente scuri. Continuò impietoso.
– Hai trentotto anni, e da quanto ho capto, non hai nessuno. Hai un corpo sensuale, oserei dire strepitoso, e fai di tutto per mortificarlo. Nemmeno mia nonna si veste come te. Non esci, nessuno ti cerca… insomma, conduci una vita da reclusa. E’ uno spreco. Te ne rendi conto?
Era passato all’inglese senza accorgersene. Quando si arrabbiava non riusciva ad esprimersi in una lingua che non fosse la sua.
– Fuck off!
In un primo momento Sean rimase interdetto.
– Hai capito benissimo – precisò Elisabetta. – Ti ho detto di andare a fare in culo, tu e la tua filosofia da quattro soldi. Non è vero che sono sola, ho degli amici che ora sono in vacanza, e colleghe… – la voce si ruppe.
Sean le andò vicino e si piegò verso di lei. Con le labbra le asciugò le lacrime, poi la baciò sulla bocca: un bacio dolce e salato.
– Non voglio essere il tuo psicologo, bensì il tuo amante. Sono sicuro che sei una donna che ha tanto da dare e… chissà, forse anch’io ho qualcosa da dare a te. Perché non proviamo?
– Ho bisogno di un po’di tempo.
– Ti concedo una settimana. Non di più – disse Sean.

La settimana era trascorsa tra conflitti ed indecisioni, Sean era rimasto a casa quasi ogni sera aspettando un qualsiasi segnale da parte sua. Lei però non aveva saputo decidersi, soffocando il suo desiderio, rifugiandosi in ciò che restava ancora della Elisabetta di sempre, reprimendo la Lizzy che gridava la sua voglia di esistere. E Sean non aveva aspettato oltre.
Elisabetta entrò in casa. Era stanca ed accaldata, e non vedeva l’ora di farsi una doccia. Appoggiò le chiavi sul mobiletto d’ingresso e si diresse verso la sua camera.
D’un tratto le sembrò di udire un gemito soffocato provenire dalla stanza di Sean. Si bloccò e tese l’orecchio.
Non si sentiva più nulla. Stava quasi per proseguire lungo il corridoio, quando sentì un altro gemito, molto più acuto del primo. Si tolse le scarpe per non fare rumore, mentre i gemiti aumentavano d’intensità, intervallati da ansiti e sospiri.
Aderì al muro e strisciò lentamente verso la camera di Sean. La porta era socchiusa.
Sbirciò dentro, e la prima cosa che vide fu un culetto impertinente che si muoveva a ritmo frenetico: ora sussultorio, ora ondulatorio. Quel culetto l’avrebbe riconosciuto fra mille, come pure la chioma lunga e bionda che si agitava al pari del fondo schiena.
Appartenevano a Federica, la ragazza che aveva visto assieme a Sean sulla spiaggia, una settimana prima.
Sean, completamente nudo, era steso sul letto sotto di lei e le palpava i seni.

Il suo primo impulso fu quello di spalancare la porta e di sorprendere i due piccioncini sul fatto. Avrebbe proprio voluto vedere la faccia di quella troietta da quattro soldi che aveva scambiato il suo appartamento per un bordello di lusso. E non vedeva l’ora di vedere l’espressione di Sean, costretto ad interrompere la faccenda sul più bello.
Rimase invece paralizzata a fissare quell’immagine ridotta come il fotogramma di un film in super otto.
– Ti piace? – stava dicendo Sean.
– Sei fantastico – rispose la ragazza.
Sean alzò la testa e si mise in posizione seduta, incrociando le gambe sotto di lei.
L’immagine si frammentò e si ricompose in un unico corpo a due teste. Elisabetta concentrò lo sguardo sulla metà appartenente a Sean. Aveva i muscoli tesi per lo sforzo e la pelle dorata luccicante di sudore. Un ciuffo di capelli gli ricadeva sul viso, e ogni tanto lui agitava la testa in modo impercettibile nel tentativo di scostarlo dalla fronte.
Elisabetta lo vide umettarsi le labbra e poi baciare il collo di lei. La testa bionda cominciò a scendere verso un seno dove indugiò per un tempo che a Elisabetta parve un’eternità. Poi si spostò sull’altro, liberando finalmente il capezzolo scuro e turgido, appena una piccola gemma che spuntava da un tronco assolutamente piatto.
Istintivamente Elisabetta si sfiorò il petto. Le mammelle, di per sé molto grandi, erano gonfie e dolenti, sul punto di scoppiare. Infilò una mano dentro il leggero vestito estivo e si toccò i capezzoli grandi e larghi che subito si inturgidirono.
– Lo senti come pulsa dentro di te? – disse Sean.
– Sì, lo sento. Non fermarti, ti prego.
I due corpi allacciati iniziarono a muoversi in sincronia perfetta. Le mani di Sean, come i tentacoli di una piovra voluttuosa, strinsero le natiche della ragazza che emise un grido.
– Stt – fece lui, tappandole la bocca con un bacio, mentre spingeva dentro di lei con più forza.
Elisabetta vide i glutei di Sean contrarsi, ed un’ondata di calore le avvolse il basso ventre. Si sbottonò il vestito ed infilò la mano nelle mutandine. Era tutta bagnata. Si toccò, d’apprima piano, titillando timidamente la clitoride. A mano a mano che i gemiti aumentavano al di là della porta, la mano diventava più ferma e decisa nel passare e ripassare sulla protuberanza ormai gonfia e dura.
Si figurò di essere su quel letto, con il cazzo di Sean che colpva le pareti della sua vagina, ed allora si liberò delle mutandine, infilò due dita nell’orifizio e le fece andare avanti ed indietro. Ecco, ora era lei che accoglieva nel proprio grembo l’uccello di Sean, era il suo culo a dondolare, i suoi seni a sussultare, la sua bocca ad essere piena della lingua di lui. Il rantolo di Sean ed i sospiri della ragazza si unirono al suo ansito in un concerto dal crescendo parossistico.
Nel momento in cui il godimento si fece più intenso, Elisabetta cercò di soffocare il gemito roco che le usciva dalla gola, mordendosi le labbra. Ebbe appena il tempo di vedere i due corpi aggrovigliati contorcersi in un ultimo, lungo spasimo, che si sentì, a sua volta, travolgere da un piacere intenso. Strinse fra le dita il grilletto, mentre vampata di calore la sommergevano. Poi si appoggiò contro la parete e chiuse gli occhi.
Rimase in quella posizione, con la mano nella fica bagnata e dolorante, fino a quando il silenzio totale nella stanza la costrinse a rientrare in sé. Guardò dentro, attraverso la nebbia che le avvolgeva gli occhi, e non vide più nulla. Probabilmente erano distesi sul letto.
In punta di piedi, per non fare rumore, recuperò le mutandine, si riabbottonò il
vestito, infilò le scarpe, ed uscì da casa sua, come una ladra.
Giunse in strada con il cuore che le batteva a tonfi sordi nel petto. Volse lo sguardo alla finestra della stanza dove giacevano i due amanti, ignari di aver offerto uno spettacolo a suo uso e consumo.
Questo era quello che Elisabetta credeva, in effetti Sean aveva portato la ragazzina a casa sua e l’aveva scopata, con la speranza che lei li sorprendesse. L’aveva fatto apposta! Aveva giocato la sua ultima carta: quella della provocazione e della gelosia. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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