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Ma come deve essere un uomo, un uomo vero?

Ma come deve essere un uomo, un uomo vero? si domandava Miriam sonnecchiando sul sedile del treno, gli scossoni gentili che facilitavano il sonno. Come deve essere un uomo vero, e la domanda si insinuava bruciante sotto ai vestiti, la gonna di pelle nera aderente, le calze nere, le scarpe con un tacco sottile, quelli che piacevano a lei, quelli che battevano risoluti sull’asfalto, ticchettando imperiosi.

La domanda urgeva, lei aveva gli occhi chiusi. Quando era salita sul treno aveva cercato con lo sguardo un posto vuoto. Si era poi seduta su un sedile isolato, e subito di fronte a lei s’era quasi sdraiato un ragazzo, alto alto, gli occhi azzurri, sicuramente un soldato in libera uscita dai capelli rasati. D’istinto s’era sistemata la gonna che con le cosce accavallate rivelava l’attaccatura delle calze, di pizzo marrone scuro. Dopo il pizzo traforato il gancio del reggicalze, e poi la pelle nuda. Un gesto, e il dito che sfiorava proprio quel punto, dove lui l’aveva morsa stringendo la carne bianca tra le labbra, come per succhiare piano. Di sicuro il militare aveva appoggiato quegli occhi azzurri stupiti lì, al frammento di pelle ormai stanca ma che si stava leggermente colorando di rosso. Quel serrare denti e labbra che lei ricordava ancora. Un uomo, forse deve essere così. Deve far ricordare lo strusciare ruvido delle dita sulla schiena, dalla nuca all’attaccatura delle natiche, al canale dei glutei, e poi risalire piano come per controllare il calore che si spandeva piano.

Un uomo deve provocare un calore tra le cosce, quello che sentiva Miriam adesso, ricordando -come se si vedesse da fuori- il suo corpo disteso fra le lenzuola, lui da dietro che la cavalcava come un animale ormai rassegnato ma ancora pieno di sospiri. Lui che la prendeva per i capelli, tirando con violenza indimenticabile i capelli, e la gola piegata, e lui che si piegava per leccare il punto di maggiore tensione, nel mezzo del collo.

Il treno continuava ad andare, le stazioni si susseguivano implacabili. Miriam ad ogni fermata, ad ogni rumore di stantuffo delle porte elettriche socchiudeva gli occhi, un leggero sussulto, ma riscivolava nel sonno. Aveva la giacca di pelle nera messa come una coperta sul corpo minuto, infreddolito, come per sentire ancora il caldo del corpo di lui. Ci vediamo, le aveva detto, e poi un salto sugli scalini per darle un bacio per succhiarle l’anima, per toccarle ancora il seno, per stringerla alla vita. Vengo con te? le aveva chiesto ridendo, e lei non aveva neanche risposto. Era corsa via, cercando il posto.

Tra le cosce, ancora una sensazione di umido che non voleva mandare via. La prima volta, e poi la seconda. Più giovane di lei, ma non era un ragazzo. Lei dopo, mentre riposavano nel letto distrutto, era scesa piano lungo i fianchi di lui, aveva cominciato a leccarlo piano. Le anche da ragazzo, bianche, i fianchi a punta, il sesso tra il pelo nero riccio. Lui dormiva. Poi di colpo s’era svegliato, le aveva afferrato i capelli, giocando. Smettila, diceva, smettila, non riposi neanche un po’? e subito le aveva toccato le labbra ancora bagnate tra le gambe. Le aveva infilato deciso e rabbioso le dita frugando, come per cercare la ragione, il segreto di tanto desiderio.

Smettila, e era diventato un sibilo. Gli occhi chiusi quasi a fessura, le labbra serrate, e poi con l’altra mano le aveva stretto la carne bianca di una coscia. Miriam ricordava una lampada rossa sul letto, sul bancone che fungeva da comodino. Di quella stanza niente più.

Avevano percorso duecento chilometri in una volata. Lui con una mano teneva il volante, lei con la gonna di pelle nera sollevata fino all’attaccatura delle calze. Non portava null’altro. Le mutandine nere erano state lasciate nella borsa, ancora bagnate dopo aver fatto l’amore in macchina. Corri a casa, corri, gli aveva chiesto implorante, mentre si strusciava sul suo fianco. E lui guidava immobile, se non per la mano che andava e veniva quando poteva tra le gambe di lei, tra la pelle ormai fradicia, tra pelo e carne e stoffa e ganci di metallo delle calze. Lei si strusciava e si staccava solo quando li sorpassava qualche camion. Corri, quanto manca? chiedeva Miriam ormai con la voce strozzata. Poco, pochissimo, ripeteva lui in trance, il membro duro fuori dai jeans. Miriam aveva aperto piano la lampo, lo aveva cercato con le piccole dita tra la stoffa. Lo aveva tirato fuori, nascosto sotto la camicia, accarezzato piano. Non sapeva se continuare, pronta a riparare il seme prepotente tra il cotone bianco della camicia, o lasciarlo andare ogni tanto. Corri, lo implorava, corri….

Miriam cambiò posizione. Accavallò l’altra gamba, si girò verso il finestrino, sbirciò il ragazzone che ormai la puntava. Le calze spuntarono dalla gonna, lei non badò più alle gambe che si scoprivano. Fai quello che vuoi, si disse, mi sento così piena che di te non mi interessa nulla… Guardò fuori, nel buio della notte. Era già buio quando si era rivestita sul letto di lui. Guarda come faccio, come fa una donna, gli aveva chiesto. è un gioco. E si era infilata la gonna di pelle, la maglietta aderente color acqua sui seni ancora dalla punta rigida, dolorante. Il giacchetto dello stesso colore, sulle braccia che scottavano. Guarda, lo incoraggiava alzando poi la pelle nera della gonna sulle cosce nude. Il sesso nero, bagnato e aperto sembrava una conchiglia violata. La carne che spuntava rossa, come una seconda bocca spalancata. Poi lei prese una delle calze gettate sul letto. L’arrotolò piano, appoggiando poi l’inizio sulla punta del piede. La srotolava lentamente, centimetro dopo centimetro, facendo scivolare il nylon sulla pelle della caviglia, dello stinco, del ginocchio, della coscia. Fino all’inguine.

E poi la seconda, con la stessa lentezza. Lui la guardava ipnotizzato, appoggiato su un braccio, il membro che veniva percorso da ondate che lo muovevano.

Miriam prese il reggicalze. Se lo annodò dietro la vita, carezzandosi i fianchi. Allacciamelo, gli intimò che sentiva di nuovo che aveva voglia di lui.. Lui le circondò le spalle, da sotto le braccia, le strinse i seni, la gettò a faccia in giù sul letto, spogliandola di nuovo.

Alla fine, il liquido bianco che colava caldo sulla pelle tra le gambe, e lui le chiese di non asciugarsi. Si staccò da lei, cominciò a intingere le dita nella materia che si stava raffreddando. La punta del dito prima nel liquido di lui, poi tra le labbra di lei. Lei succhiava come per mangiare, per nutrirsi, per vivere e sopravvivere.

Forse un uomo deve essere così, lasciarla andare e richiederla ogni momento, si disse Miriam tornando a casa. FINE

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