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Rue de Rivoli

E’ naturale che se uno deve fare qualcosa di illegale, anche se tollerato, come per esempio andare con una prostituta, assuma delle precauzioni per non far scoprire la propria identità.
La florida situazione finanziaria dell’epoca in cui si svolsero i fatti e il perenne stato di eccitazione che si perpetrava da quando Laura mi aveva mollato, mi indusse a organizzarmi una notte d’amore con qualche “accompagnatrice”.
Non mi fu tanto complicato, grazie ad Internet di procurarmi alcuni numeri telefonici di signorine della mia provincia.
Lasciai passare alcuni giorni, senza che trovassi la forza materiale, più che morale di chiamarne qualcuna.
La telefonata però la ebbi. Non da una prosperosa dipendente di postribolo, ma dall’ambasciata del mio paese a Parigi. Tempo addietro avevo fatto domanda presso quella istituzione per svolgere un corso di commercio estero senza , ovviamente averne ottenuto risposta. Quella mattina invece, mi si comunicava che dovevo recarmi al più presto nella capitale francese, pena l’esclusione dal corso e l’assegnazione ad altri. Buttai confusamente qualche indumento e qualche libro in valigia e mi recai alla più vicina agenzia di viaggi. Si dimostrò molto cortese l’impiegato che, capita la mia urgenza, stette a smanettare sul computer per poi dirmi che il primo volo per Parigi- Charles De Gaulle era alle ventuno della sera stessa. Accettai al volo chiedendogli anche una prenotazione in un hotel che mi venne regolarmente accordata.
Il viaggio non fu dei migliori, ma l’aereo atterrò puntuale a Parigi alle dieci e cinquanta. Presi la RER e scesi alla stazione indicatami dall’agente di viaggio.
Come un perfetto impiegato modello mi presentai all’Ambasciata alle otto del giorno seguente, ma, come capita puntualmente con le cose serie fatte in Italia, o, meglio dagli italiani, mi dissero che, causa motivi personali l’Ambasciatore non avrebbe potuto ricevermi prima di due giorni. Incazzato nero me ne uscii e cominciai a camminare sul lungo senna per sbollire quella fregatura; E il peggio era che avevo dovuto, causa quel dannato appuntamento, radermi da solo, cosa , in ventisei anni, mai avvenuta. Idiosincrasie, le chiamano gli esperti.
Mi sedetti al primo bar che trovai lungo il cammino, ordinai un espresso che puntualmente mi si presentò come “tazza di brodo”; Ne assaporai un goccio per avere il pretesto di fumare una sigaretta e lasciai dodici franchi sul tavolino, conditi con un sorridente “vaffanculo” al cameriere che, rispettosamente ringraziava.
Dopo l’acquisto dei quotidiani, mi infilai nel labirinto sotterraneo della metropolitana con direzione Champs de Mart- tour Eiffel. Durante l’attesa del metro mi sedetti su uno scanno laterale ad un distributore di bibite e, appoggiando la mano sinistra sulla sedia adiacente per mantenermi(visto che stavo con le gambe penzoloni), sentii qualcosa sfiorare il mio palmo. Voltatomi con la coda dell’occhio mi accorsi che era un portafogli. Lo presi, lo aprii e vidi che c’era solo un abbonamento al metrò, qualche santino e quaranta banconote da cinquecento franchi.
Mi misi tutto in tasca e entrai nel metro come un automa.
Il rimorso morale durò appena cinque secondi, in quanto nel portafogli non vi era nessun nome o documento per risalire al proprietario di quei soldi quindi…. era stata la dea bendata a baciarmi in un angusto e puzzolente tunnel della metropolitana di Parigi.
Trascorsi il resto della mattinata davanti alla torre Eiffel con la mano che ogni tanto sfiorava la tasca posteriore dei pantaloni, quasi automaticamente, come se inconsciamente non credessi a quanto accaduto poco prima.
Mi recai in un ristorante italiano dove un triestino mi servi dei rigatoni alla bolognese e della carne ai ferri. Notai che vi erano alcuni ragazzi che smanettavano, sgualcendolo, un giornale dalle pagine patinate. Forse erano dei gitanti abruzzesi. Dal continuo risolino che si alzava dal loro tavolo capii che doveva trattarsi di qualche rivista porno, ma all’ennesima occhiata che lanciai, mi accorsi che il titolo della rivista era “escorts”: Puttane.
Pagai svogliatamente il conto e mi diressi verso un’edicola che poc’anzi avevo visto. Tra una miriade di giornali pornografici trovai quello smanettato nel ristorante dai ragazzi. Lo avvolsi nel mucchio di giornali acquistati la mattina e andai a sedermi nei giardinetti adiacenti la torre, su di una panchina un po’ isolata. Quasi con la voracità con la quale un bambino affonda la faccia in un gelato, così io presi a sfogliare quel giornale di annunci. Alla fine, trovai un annuncio completamente in italiano: “Amanda e Gianna, amiche per la pelle accompagnano distinti e facoltosi anche all’estero o per serate indimenticabili. “.
Prendo il cellulare dalla borsa e faccio il numero, benedicendo il fatto di aver comprato una scheda locale.
Mi risponde una voce molto roca, che, sulle prime dubito sia veramente femminile; Prendo velocemente un appuntamento e mi infilo di corsa nel primo taxi che trovo per farmi portare all’indirizzo precedente datomi dalla ragazza. Il palazzo è di quelli popolari, tutti odori e rumori di faccende domestiche….
Busso all’interno cinque e…. mi apre un travestito peloso.
“Scusi…. ho sbagliato indirizzo”, riesco confusamente a farfugliare e, con la rapidità di una lucertola rimbocco la scala per portarmi all’uscita del palazzo Appena mi infilo in un altro taxi squilla il cellulare:
“pronto? ”
era mia madre.
Mi dice che mia cugina Teresa sarebbe arrivata tra due ore a Parigi per sostenere un concorso per l’accesso ad una multinazionale del tabacco e, visto che la convocazione era stata improvvisa aveva pensato di mettersi in contatto con me per trovarle un alloggio e darle le istruzioni minime per girare in quella grande metropoli che, per una ragazza che non è mai uscita di casa presenta varie difficoltà.
Mi reco quindi all’aeroporto per attenderla.
Teresa è una splendida ragazza, ma dal punto di vista caratteriale è sempre stata molto altezzosa. Perciò non mi è sempre stata tanto simpatica. In casa la chiamavano “la nobile”, tanto si fregiava di essere superiore al resto della famiglia.
La cosa che mi faceva arrabbiare tantissimo era che quando nelle ricorrenze si riuniva tutta la famiglia, lei si presentava per ultima e pretendeva di essere servita come se fosse l’ospite d’onore. Tutta la colpa, secondo me, era da attribuire alla madre, sorella della mia, che le permetteva di fare ciò.
Una delle ultime volte che l’avevo vista, poi, le avevo reso anche uno smacco che lei non avrebbe facilmente mandato giù.
Difatti come spesso accade, lei si era fidanzata con un ometto significante, senza capelli, di circa dieci centimetri più basso di lei. Quale fu lo smacco? Semplice. Glielo feci notare. E lei lo lasciò.
Come tutte le dive che si rispettino ella fu l’ultima ad uscire dal terminal degli arrivi e la cosa mi fece imbestialire più di quanto già non lo fossi.
Un labile bacio sulle guance accompagnato da un “ciao” d’ordinanza me la presentarono nel suo impeccabile tailleur gonna pantalone stile tranviere milanese con i capelli lunghi e neri che le cadono abbondanti e lisci sulle spalle.
Le faccio per prendere la valigia quando lei mi chiede di chiamare un facchino… “non è decoroso per un professionista farsi vedere con le valigie in mano”.
Capitalista di questo cazzo.
Hotel Murice, rue de Rivoli, mia attuale residenza.
Prende una stanza affianco alla mia. La lascio ritemprare dal viaggio e le do appuntamento per le ventuno, ora di cena. Penso tra me e me che avrò più di tre ore libere senza vedere quell’antipatica… da dopo la delusione del trans rimediata nel pomeriggio mi sa che conviene sfogare la mia eccitazione con la tecnica manuale. Chissà perché, però, anche questa tentazione non giunge a buon fine.
Si avvicina l’ora di cena e dopo una rapida doccia, resasi necessaria per la mancanza del bidet (non ho mai capito perché i francesi inventino le cose e poi non le usino) mi vesto con cura per andare a prendere quella vipera. Appena mi tiro dietro la porta della camera lei mette fuori il naso dalla sua. Prima di guardarle il viso i miei occhi puntano immediatamente sulle gambe fasciate da calze nere velatissime e lucide, salendo pian piano per il corpo fino ad arrivare al viso.
“Non pensavo che le mie gambe ti piacessero tanto” mi fa lei con aria sorniona.
Quanto la odiai in quel momento…. ma dovetti anche ammettere che era proprio una gran bella ragazza; Se poi mettiamo che era mia cugina, è facile dirsi quanto eccitante sia il solo pensiero di un rapporto incestuoso.
Scendemmo al ristorante e, complice un tavolo di cristallo col i piatti appoggiati su porta piatti argentei, non feci altro che fissare quelle gambe. Lei fa finta di niente.
Il dopocena è un tiepido invito a passare la serata da solo in quanto l’emicrania era venuta a farle visita. Le dico che neanche io avrei affrontato la notte Parigina al di fuori dell’hotel, e dopo aver fumato una sigaretta ci infilammo nell’ascensore per arrivare al piano delle nostre camere. Giunta fuori alla sua porta, mentre io mi accingevo a salutarla, mi afferrò la mano e se la pose sul fianco destro, quindi leggermente la fece scivolare in basso in modo che potessi sentire chiaramente la gamba fasciata dal nylon. Quindi la lasciò di colpo ed io dopo un impercettibile istante la levai.
Come se niente fosse accaduto, frugò nella borsetta e ne estrasse il badge della porta…. entrò e prima di chiudere esclamò: ” Se vuoi me le tolgo e te le do, in modo che tu possa masturbarti in santa pace”.
“Ma Teresa- feci io- cos’hai capito, io… “tu cosa? … dai lo so che sei un maiale e che ti piacciono le mie calze…. vabbè, dai entra”.
Entrammo.
Appena mi tirai dietro la porta mi ficcò la lingua in bocca e piegò una gamba a novanta gradi in modo da permettermi di afferrarla da sotto al ginocchio. Ci buttammo sul letto e cominciai a far salire la sua gonna. Non portava le mutandine….
Mi tuffai con la testa sulla sua figa cominciandola a leccare voracemente e il contatto del nylon col clitoride la faceva urlare come una pazza. Mi teneva la testa stretta fra le gambe in un immenso fruscio setificato.
A fatica riuscii a mettermi a pancia in su con la sua figa sempre incollata alla bocca, prodotto com’ero in un magnifico sessantanove. Ella allora potette armeggiare con la lampo e tirò fuori il mio membro che senza esitazioni si cacciò in gola.
Dovetti chiederle di fermarsi, altrimenti sarei venuto subito. Ella acconsentì.
Si girò e mi prese il cazzo tra i piedi, facendomi una sega bellissima. Bucatole il collant la penetrai fortemente, tenendole un dito in bocca per contenerne le urla.
Quando le dissi che stavo per venire, tra un gemito e l’altro sussurrò: ” vienimi sui collant”.
Lo estrassi dalla fica e lei mi masturbò velocissimamente fino a quando la sua gamba sinistra ricevette un copioso flotto di sborra. Esausti ci addormentammo.
Da quella notte scopo quasi ogni settimana con quell’antipatica, e lei mi riempie sempre di sorpresa.
Ieri, ad esempio quando è venuta a prendermi dopo il bacio d’ordinanza mi ha preso la mano e me l’ha strofinata sulla gamba. Noto che aveva su dei collant grigi.
“Sono nuovi? “, le ho chiesto
“No, sono di mia madre”.
Dio quanto la odio. FINE

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