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Serena in autobus

Tutto è incominciato un anno fa, all’inizio dell’ultimo anno del liceo.
Fu una partenza d’anno triste, perché mi resi conto che non potevo più scherzare con lo studio. Fin dai primi giorni intuii che avrei passato gran parte delle mie giornate dell’anno sui libri: non potevo assolutamente presentarmi impreparata all’esame di maturità.
La mia abilità nella gestione del minimo indispensabile era inutile, ora dovevo dare il massimo.
Una cosa però non era cambiata: le lunghe trasferte in autobus da casa a scuola e viceversa. Tutte le mattine sveglia alle 6, 30 e autobus alle 7, 15. Due linee, una da casa mia al centro e una dal centro alla scuola, per un’ora abbondante, la metà seduta e la metà in piedi, schiacciata tra decine e decine di persone, nella calca. Una tristezza unica.
La mattina che sconvolse la mia vita iniziò come le altre: in attesa alla fermata, al freddo.
Quel giorno indossavo un lungo cappottino di lana, una minigonna nera di panno con spacchetto laterale e un twin set grigio chiaro. Avevo i miei stivali preferiti, con tacchi alti e i collant. Come sempre, mi ero ben truccata e pettinata, e come sempre attiravo gli sguardi dei ragazzi che salivano sul bus ancora assonnati.
Non voglio essere bugiarda né falsamente modesta: sono una bella ragazza, ho un fisico discreto e mi rendo conto di piacere molto agli uomini. Consapevole del mio aspetto, a volte forzo un po’ la mano con trucco, vestiti e atteggiamento, ma senza mai esagerare.
La prima parte del viaggio è la migliore perché riesco sempre a sedermi: l ‘autobus arriva semivuoto alla mia fermata.
Durante il tragitto, il bus si riempie e quando giunge in piazza sembriamo delle sardine in scatola.
Per evitare i posti più a rischio, quelli dove con la calca ti ritrovi qualcuno quasi sopra le gambe, quando posso scelgo gli ultimi posti in fondo. Ancora meglio nell’angolo dietro la macchinetta dei biglietti.
Lì ci sono due sedili dove almeno non ti ritrovi nessuno davanti che cala verso di te. E se ti metti sotto al finestrino, il passeggero di fianco ti protegge dagli altri, quelli nel corridoio.
Quella mattina ero seduta proprio in quel posto. Dopo poche fermate il bus era già mezzo pieno, ed anche il posto accanto al mio era stato occupato da una signora. A metà tragitto, la signora scese. Al suo posto si sedette subito un uomo. Non guardai chi era, vidi che aveva un gabardine verde scuro e notai le belle scarpe di cuoio, molto costose.
Si sistemò, togliendosi il gabardine e appoggiandolo sulle gambe.
Non feci in tempo a rimettermi nei miei pensieri che sentii qualcosa sfiorarmi la coscia. Irrigidii d’istinto le gambe, ma non mi spaventai tanto da reagire altrimenti. Il tocco non cessò, la cosa che mi sfiorava era calda, era la mano dell’uomo.
Mi stava palpando la coscia, lentamente, senza frasi notare, coperto dall’impermeabile. Aveva scostato leggermente il lembo del mio cappotto e si era appoggiato appena sotto al bordo della minigonna. Un classico della molestia.
Mi rendo conto adesso che in quel preciso istante si decise lo sviluppo delle mie future avventure.
Avevo diverse possibilità: indignarmi e incazzarmi, alzarmi e andare via, restare zitta e ferma.
Sentii una stretta allo stomaco, non era paura, né rabbia, era eccitazione. Restai ferma per vedere come sarebbe andata avanti la cosa. Ero curiosa di vivere una situazione che non mi era mai capitata, non così netta.
Avevo già avuto delle palpatine in autobus: quando si è nella calca c’è sempre qualcuno che ne approfitta e, facendo finta di non fare apposta, ti tocca il culo, i fianchi o il seno. Ma si era sempre trattato di toccatine fugaci, roba di pochi secondi a cui non dare peso.
L’uomo col gabardine invece era ben determinato. Resosi conto che non reagivo, e che non era possibile che non avessi capito l’origine del contatto, si fece più intraprendente. Iniziò a salire con la mano, scostando la mini, e si spinse nell’interno della coscia. Si muoveva lentamente, per non far notare i leggeri spostamenti del gabardine.
Non avevo il coraggio di girarmi verso di lui, non sapevo neppure com’era. Sentivo la sua mano che si muoveva e lo stomaco che mi si chiudeva.
Nell’arco di tempo tra due fermate, massimo due minuti, era arrivato carezza dopo carezza, fino alle mie mutandine.
Sentivo che cercava di intrufolare le dita sotto al bordo, ma il collant non glielo permetteva. Io continuavo guardare dall’altra parte, fuori dal finestrino, con la coda dell’occhio che cadeva giù verso il mio sedile.
Inconsciamente allargai leggermente le gambe, come per aiutarlo nell’impresa. Lui se ne rese conto, ne approfittò subito ed infilò tutta la mano in mezzo alle gambe. Sentivo le dita che carezzavano le mie mutandine proprio sopra alla vulva.
Iniziò a toccarmi con più forza, lo spessore delle mutandine ed il collant non permettevano alle dita di penetrarmi , ma l’abilità dei movimenti delle dita stavano stimolando ugualmente il mio clitoride: scorrevano e sfregavano lungo la fessura, spingendo la stoffa tra le labbra, Sentivo caldo, e mi tremavano le gambe. Iniziai ad ansimare silenziosamente.
Mi masturbò con sapienza per una decina di minuti, senza fare nessun movimento che potesse tradire la situazione.
Ero io che dovevo stare attenta a non gemere o a cambiare posizione, scoprendo le gambe o facendo cadere il gabardine.
Se fosse successo non avrei saputo come reagire, con tutta la gente che c’era in autobus, sarei stata sputtanata a vita.
Godetti in un modo mai provato prima, intenso, in silenzio, serrando con le gambe la sua mano. Mi sentivo tutta bagnata, ero sudata anche in viso. Avrei voluto togliermi il cappotto, dal caldo che avevo. Ma rimasi immobile.
Lui tolse la mano e rimise a posto la mini, tirandola giù di nuovo. Io mi avvicinai il cappottino, chiudendo due bottoni.
Si alzò e si rimise il gabardine, mi voltai lentamente e notai il rigonfiamento della sua patta. Alzai lo sguardo, titubante e piena di vergogna, ma curiosa. Ma lo riabbassai subito quando sentii la sua voce roca :
“Arrivederci signorina, se lo desidera, ci vediamo domani. “. Non risposi.
Lo vidi scendere alla penultima fermata prima del centro. Di schiena. Non avevo la minima idea dell’aspetto del suo viso e della sua età.
Quando il mezzo giunse in piazza, mi alzai per ultima e scesi con movimenti innaturali, come se fossi un automa:
il freddo mi colpì il viso, risvegliandomi dal torpore, in quel momento mi resi conto di avere le mutandine bagnate e la parte anteriore del collant impregnato di umori. Serrai il cappotto con un brivido.
Il viaggio sul secondo bus, in piedi, fu un incubo. Avevo il terrore si notasse qualcosa, ma erano solo delle paranoie: nessuno aveva visto nulla, nessuno notava nulla in me ora.
Quella mattina, a scuola, non seguii la lezione. Pensai per tutto il tempo a cosa sarei andata incontro il giorno dopo: avrei rivisto quell’uomo? Avrei continuato a concedermi in quel gioco trasgressivo ed eccitante?
Quel giorno arrivai a casa da scuola ancora frastornata per quanto era successo in autobus, pranzai velocemente con mia madre che poi uscì per andare al lavoro. Rimasi a casa da sola tutto il pomeriggio, come sempre.
Mi cambiai e mi feci una doccia, mi rivestii e mi misi a studiare, volevo dimenticare: concentrarsi nello studio è utile per staccare la mente da pensieri ossessivi.
Dopo cena non avevo più voglia di studiare e per tutta la sera non pensai ad altro che a quell’incontro con lo sconosciuto.
Quando i miei andarono a dormire, mi ritirai anch’io nella mia camera e mi spogliai per mettermi il pigiama. Quasi senza rendermene conto iniziai a toccarmi, insinuando la mia mano nelle mutandine come per risentire quelle sensazioni che avevo provato.
Mi stesi sul letto e mi masturbai dolcemente, senza raggiungere l’orgasmo, solo per provare piacere. Ero diversa dal solito, non mi eccitavo più come prima, da sola. Pensavo ad un altro che mi faceva “cose”, desideravo che un altro mi facesse “cose”. Ma non pensavo più ad un ragazzo in particolare, o come mi era già capitato, ad un mio innamorato su cui fantasticare. Non pensavo neppure a “quell’uomo”, mi bastava “un altro” e basta.
Questo pensiero che affiorava nella mia mente mi lasciava sgomenta.
Mi chiedevo cosa volevo davvero, se ero interessata solo al sesso.
La mia scelta su come comportarmi se l’uomo si fosse ripresentato la presi quando mi preparai per uscire, la mattina dopo.
Niente collant, ma un paio di autoreggenti di maglia nere, niente mutandine ma un perizoma sportivo. Gonna lunga al ginocchio con ampio spacco anteriore, camicetta, reggiseno a balconcino, maglia con bottoni, cappotto lungo come ieri. Stivaletti con tacco alto a spillo.
Inequivocabilmente sexy, decisamente pratica in caso di nuovi “maneggi”.
Sul bus il solito posto era libero, l’occupai.
Dopo sole due fermate, mentre ero distratta e guardavo fuori, “lui” si sedette di fianco a me.
Non l’avevo visto salire, non avrei saputo chi era, ma forse l’avrei intuito. Solo che non me l’aspettavo così presto: evidentemente aveva paura di non riuscire a trovare posto di fianco a me ed era salito prima della sua fermata. O forse non voleva che potessi risalire a lui.
Ero agitatissima, con il fiato corto e le mani sudate.
Si tolse il gabardine, che poggiò come ieri sulle sue gambe e in parte anche sulle mie.
Sentii la sua mano calda, sicura, che mi toccava la coscia. Quando arrivò alla fine delle autoreggenti ebbe un sussulto e si fermò.
“Brava” mi disse, “Sento che ti sei preparata bene”
La mano scese nell’interno coscia, il calore che emanava sulla pelle nuda era gradevole, la sensazione della carezza estremamente piacevole, provai i primi brividi.
Non risposi, ma m’accorsi che in parte s’intravedeva cosa stava facendo tra le mie gambe. Tirai un lembo del cappotto sopra per coprire la scena , senza disturbare il suo operato. Lui capì che poteva giocare con me come desiderava.
“Sei proprio una ragazza sveglia, hai capito che sarà divertente” sussurrò quasi tra sé.
La sua mano arrivò sul perizoma, sentii scostare il filo centrale prima a destra, poi a sinistra, come per cercare la posizione giusta per liberare la fessura della mia patatina.
Sentii il primo dito entrare in me, scivolare deciso dentro la mia figa, avvolto nel calore del mio corpo. Poi fu la volta del secondo, anche lui dentro senza fatica, lubrificato dai miei umori.
Iniziò a masturbarmi muovendoli dentro e fuori. Io iniziai a sudare, senza pensare mi slacciai due bottoni della camicetta, si vedeva tutto il décolleté e anche un po’ di reggiseno.
“Sei bellissima, ma così ci fai scoprire” Le sue parole mi fecero sobbalzare !
Stavo dimenticandomi di dov’ero. Richiusi un bottone, lentamente, e avvicinai i lembi della maglia. Lui continuò a penetrarmi con le due dita. Eravamo a metà tragitto e stavo iniziando a sentire che il piacere montava in me. Gemevo a bocca chiusa, lui sentiva e modulava il movimento delle dita per giocare con me, era bravissimo, esperto.
Volevo sentire anch’io il suo sesso. Infilai la mano sotto il gabardine e l’appoggiai sulla sua patta. Aveva il cazzo durissimo, pareva enorme, compresso nei pantaloni. Lui con l’altra mano si aprì la zip. Io insinuai la mano dentro, eccitatissima.
Non era il primo cazzo che sentivo, non sono vergine, ma quello mi pareva diverso.
Intanto non era quello di un mio coetaneo. L’uomo di fianco a me era come minimo un quarantenne. Poi c’era la situazione, la posizione scomoda, la paura d’essere scoperti.
Iniziai anch’io a masturbarlo, muovendo la mano dentro ai pantaloni, con fatica.
Venne in pochi minuti e anch’io sentendo il cazzo gonfiarsi tra le mie mani e la stoffa che si bagnava di sperma, raggiunsi l’orgasmo mentre lui m’infilava anche il terzo dito nella figa.
Lui ansimo per qualche secondo, poi si calmò e mi disse:
“Brava, davvero brava. Se ti va, ci vediamo tutti i lunedì mattina, qui”
Senza dirmi altro, si rassettò con estrema attenzione, si rimise il gabardine e scese. Quella volta riuscii a guardarlo in viso, era un bell’uomo, moro, occhi marrone.
Ma oramai mi sentivo una piccola troia, e non m’interessa più di tanto il suo volto…
La settimana fu lunghissima.
Ogni sera mi toccavo e pensavo a quell’uomo e al suo cazzo duro.
Ogni giorno fantasticavo sul nostro prossimo incontro in autobus.
Lunedì mattina mi preparai con il solito abbigliamento “pratico”.
Nel bus il mio posto era sempre libero.
Lui salì puntuale e sorridente.
Si sistemò come sempre, seduto di fianco a me, e io allargai subito le gambe, ero una gattina in calore.
Non avevo più ritegno, né paura. Provavo tanta eccitazione, pura e semplice.
Iniziò a toccarmi, scostò il perizoma, infilò una alla volta le tre dita e sentì che ero bagnatissima.
Lui tolse le dita e ritrasse la mano. Lo guardai stupita. Sorrise.
“Ho una sorpresa, ti piacerà”.
Di nuovo provai quello splendido mix di sensazioni forti: paura, eccitazione e vergogna.
Sentii il tocco della mano che si riposizionava tra le mie gambe, le dita che allargavano la mia fessurina umida. Qualcosa di duro e liscio che s’impuntava tra le labbra. Non capivo cos’era, non mi faceva male, strinsi un po’ le cosce, lui le riaprì e con la mano spinse lentamente quella cosa nel buchetto della mia figa. Sentii l’oggetto penetrarmi e mi uscì un breve gemito.
Un passeggero si girò. Tossii per dissimulare il versetto. Non ci fece più caso e si girò dall’altra parte.
Rivolsi le prime parole allo sconosciuto da quando ci eravamo incontrati la prima volta:
“Che cosa stai facendo? ”
“Nulla di pericoloso, è un piccolo vibratore. ” E lo accese.
Una vampata di calore mi pervase d’improvviso. Le sottili vibrazioni di quell’oggetto infilato dentro di me erano amplificate dalla sensibilità delle pareti vaginali, lui lo rigirava con estrema sapienza.
“Prendimi il cazzo in mano, dai” mi sussurrò mentre iniziavo a godere.
Non me lo feci ripetere due volte, trovai la patta già aperta e il cazzone duro e libero, lui non si era messo le mutande. Lo masturbai con forza, si vedeva il gabardine che si muoveva, per fortuna nessuno se ne accorse.
Raggiungemmo l’orgasmo quasi simultaneamente, io ero sudatissima, lui rosso in viso.
Venne nel palmo della mi mano, la ritrassi tenendola a cucchiaino per non bagnarlo sui pantaloni. Non sapevo come fare e avevo una voglia pazzesca… mi portai la mano semichiusa verso il viso e, facendo finta di grattarmi il naso, succhiai e leccai via tutto lo sperma che conteneva. Non avevo mai bevuto sperma prima, mi piacque moltissimo: era acre, denso e tiepido.
Mi guardò mentre gustavo il suo seme e disse:
“Sei una vera porca”.
“Grazie” fu la mia risposta con relativo sorrisetto.
Poco prima della sua fermata sfilò il vibro lentamente, procurandomi gli ultimi attimi di piacere. Io mi sistemai alla meglio il perizoma e la gonna. Lui si alzò e chinandosi leggermente mi fece una richiesta:
“Il prossimo lunedì fatti trovare in piedi, nell’angolo in fondo al bus. Mettiti le mutandine classiche”.
Non capii perché. Lui non aspettò la mia eventuale riposta e scese senza voltarsi.

Serena: in autobus (continua)
Le cose che avevo fatto con quell’uomo mi avevano sconvolta.
Andavo a scuola ma pensavo solo al sesso, tornavo a casa e mi masturbavo tutte le volte che restavo sola. Pensavo e vivevo solo aspettando il lunedì in autobus: pochi minuti che contavano come le emozioni di tutta la settimana.
Il terzo lunedì mi misi dietro, nell’angolo estremo del bus, dove lui aveva detto.
Gli abiti erano sempre gli stessi, sotto avevo messo le mutandine più classiche che avevo: bianche, larghe, con elastici ampi e piccoli ricami. “Poco sexy” pensai “Contento lui.. ”
La nuova situazione mi aveva messo di nuovo nello stato d’estrema eccitazione della prima volta. Mentre lo aspettavo sentii che ero già abbondantemente bagnata.
Lo vidi salire e sorridere, contento di trovarmi dome voleva lui.
Si sistemò con calma proprio dietro di me.
Era molto alto, ma anche robusto. Sparivo letteralmente dietro di lui, in piedi: gli davo le spalle mentre guardavo fuori dal finestrino. Mi tenevo con tutte e due le mani sulle maniglie del bus.
L’autobus si riempì, ma in quel punto non era colmo. Gli altri passeggeri erano tutti girati in avanti, dalla parte opposta alla nostra. Il cappottone che lui indossava quel giorno, tenuto con perizia sulle spalle, era ampio e sapientemente slacciato davanti, con i lembi ben aperti che coprivano tutto il mio corpo.
“Ora cara girati leggermente di fianco e scostati il cappotto”
Lo feci lentamente.
“Con una mano abbassati le mutandine sulle cosce e dopo tieniti su la gonna”
Mi piaceva essere in un punto dove potevamo parlarci, era molto eccitante prendere ordini da lui. Calai le mutandine, allargando un po’ le gambe per stare meglio in equilibrio.
Tirai su la gonna davanti e la tenni con una mano sulla pancia. Avevo il mio bel triangolino di pelo tutto scoperto. Solo il cappotto di lui lo copriva dallo sguardo di tutti gli altri passeggeri. Sentivo l’aria fresca che mi sfiorava il ventre seminudo.
La sua grande mano si posò sul pube, era eccitante sentirla premere ed era gradevolmente calda. Le dita s’infilarono da sopra, lui si chinò un poco per aiutarsi. Iniziò a masturbarmi con forza, quasi mi sollevava da terra. Mollai la gonna per tenermi con tutte e due le mani.
Venni quasi subito, ansimai così tanto che il vetro vicino al mio viso s’appannò.
Pochi secondi di pausa e poi sentii il vibratore della settimana scorsa che entrava in me.
Lo spinse dentro senza fatica, da sotto in su, nella mia micia zuppa di umori.
Lo teneva con un dito, lo accese e sentii le gambe tremare dal piacere.
La tensione dei muscoli che provavo per tenermi in piedi amplificava l’effetto del vibro.
“Voglio godere anch’io” mi disse lui nell’orecchio.
Staccai a fatica un mano dall’appiglio e trovai il suo cazzo pronto, ritto, di fianco al mio ventre.
Gli feci una sega veloce e potente. In breve lui raggiunse l’orgasmo, spruzzandomi sperma sul pube e sulle gambe velate dalle calze autoreggenti.
“Tirati su le mutandine”
“Togli il vibro”
“No, tienilo tu, me lo riporterai la prossima volta. ”
“Ma sei fuori? E adesso dove lo metto? ” chiesi stupidamente.
“Tienilo lì, te lo spengo. Portalo a scuola con te. ” Rise piano.
“Che stronzo! ” Pensai.
Spense il vibro, lasciandomelo dentro alla passerina, poi mi fece capire dai movimenti che si sarebbe allontanato presto dalle mie spalle, lasciandomi “scoperta” agli altri.
Tirai su le mutandine in fretta, calando e sistemando la gonna. Feci appena in tempo.
Lui si scostò e io rimasi lì, come una pirla, con il vibro tutto infilato in me, trattenuto dentro dalle mutandine (ecco perché non voleva che indossassi il perizoma.. ).
“Ci vediamo lunedì prossimo, mi raccomando riportamelo dove te l’ho lasciato! ”
Per fortuna che feci il resto del viaggio in piedi. Fu una mezza tortura.
Non è piacevole avere un coso duro di 15 cm infilato come un tampax nella vagina.
Anche se devo dire che c’è di peggio nella vita…..
Appena arrivai a scuola, andai subito in bagno per toglierlo.
Notai le macchie di sperma sulle gambe e sulle calze e mi ripulii alla meglio, assaggiando di nuovo il sapore del mio uomo sconosciuto: non resistetti e mi masturbai per qualche minuto con il vibro, fino a che non raggiunsi il mio ennesimo orgasmo.
Dopo, durante la lezione mi sentii molto stanca, ma contenta.
Passai una bellissima settimana, e giocai spesso con il ricordino che m’aveva lasciato.
Spesi un sacco di soldi in pile.
Certo che potevano anche farli ricaricabili questi cosi….
Arrivò di nuovo il lunedì.
Solito angolo, in piedi, solito abbigliamento. Non potevo certo uscire da casa con quel cilindro tutto infilato dentro di me, non si riesce a camminare in maniera naturale, mia madre si sarebbe insospettita
Una volta salita sul bus, mi girai verso la parete e inserii velocemente e di nascosto il vibro nella fighetta che avevo sapientemente lubrificata prima di uscire. La cosa che mi sconvolse dell’operazione fu la totale naturalezza con cui la feci e l’assoluta facilità con cui l’asta di lattice penetrò, così a freddo, nella fessura. L’avevo usato così tante volte che quasi non lo sentivo più. Mi sentivo come una scafata puttana di bordello, quelle con la figa rotta a tutte le esperienze…
Mi resi conto allora che la mia avventura poteva diventare una sordida escalation verso limiti sempre più elevati, e io l’affrontavo senza sapere fin dove sarei arrivata.
Il problema era che mi piaceva molto fare quello che stavo facendo e che non ero più capace di smettere di pensarci.
Lui salì alla solita fermata, e senza neppure salutarmi, si piazzò alle mie spalle, già predisposto per i suoi porci comodi. Provai una nuova sensazione: mi faceva quasi rabbia. Ripensandoci oggi, stava diventando quasi un normale rapporto di coppia: sesso una volta alla settimana. A parte il modo, il luogo e la relazione tra i partner….
“Forza. Apri le gambe e calati le mutandine”
” Ehi! Non sono la tua schiava! ”
“No, ma sei diventata una troietta. E lo sai bene. Mi hai riportato il vibro? ”
Il suo atteggiamento irrispettoso mi sconvolse: Ci rimasi talmente male che sentii di nuovo la morsa allo stomaco: era vero, mi ero comportata come una troia e ora non potevo tirarmi indietro. O non volevo…. ?
“Sì, ce l’ho dove l’hai lasciato tu.. ” dissi in modo quasi sommesso.
Lui allungo le mani e iniziò a muoverlo avanti e indietro, il vibro scorreva senza attrito grazie all’umettante che mi ero data.
“Sei sempre fradicia, mi sembri una cagnolina in calore” Sibilò sprezzante e ingeneroso.
Non avevo voglia di dare spiegazioni, chi cazzo era lui per giudicarmi?
Accese il vibro e sentii la solita e bellissima vampa di calore, iniziai a gemere. Ero umiliata e maltrattata ma non m’importava. Stavo godendo.
Sentii un brivido nella schiena quando con l’altra mano lui iniziò a muoversi tra le mie natiche.
Ricercava il mio secondo buchetto e appena lo trovò, vi infilò prima un dito, poi due, e iniziò a farle roteare. Non sentii dolore. Alcune volte m’ero masturbata anche lì, e le dita me le ero infilate anch’io. Ma non avevo mai permesso di farlo a nessuno dei miei compagni.
Mi tenni con ambedue le mani alle maniglie del bus, mentre il dildo vibrava davanti e le dita giravano dietro. Poi le cose cambiarono.
Lui, con modi da vero bastardo, mi tolse il vibratore dalla passerina e lo impuntò, prima che potessi capire cosa voleva fare, nel mio buchetto. Spinse con forza, ma lentamente, per non farmi urlare, e il cilindro entrò tra le mie chiappe. Era tutto unto e lui non fece fatica a spingerlo inesorabilmente fino in fondo. Lo sentivo quasi nella pancia.
Poi lo accese e io iniziai a sbrodolare di nuovo. Non avevo mai provato sensazioni così forti.
Lui mi masturbò mentre il vibro mi faceva tremare. Raggiunsi l’orgasmo in un attimo.
Per non far sentire i miei gemiti, lui mi parlò, dicendo cose banali, modulando la sua voce per coprire la mia.
Nel mezzo dei suoi assurdi discorsi, capii benissimo un ordine perentorio:
“Ora chinati e prendimelo in bocca che voglio venire anch’io”
“Ma come faccio? Ci vedranno! ” lui capì che ero più preoccupata degli altri che di quello che mi aveva chiesto. E purtroppo era vero: pur se mi stava umiliando in quel modo, io desideravo tantissimo sentire il suo sapore, bere alla fonte.
“Hai la borsa per terra, fai finta di prendere qualcosa. Dai forza, che sto per venire! ”
Mi chinai lentamente e mi fermai all’altezza del suo membro. Si stava masturbando e appena lui sentì che le mie labbra erano davanti alla punta del pene, guardò in giù e disse:
“Prendilo dentro dai, se no ti vengo in faccia e tutti sapranno cosa stai facendo! ”
Spalancai la bocca, appena in tempo per ricevere un fiotto di sperma caldissimo in gola, e poi un secondo, un terzo e infine un quarto. Deglutii tutto il seme che m’aveva scaricato in bocca in fretta e furia, perché non potevo restare troppo in quella assurda posizione. Mi rialzai mentre mi ripulivo le labbra. Lui mi guardò dall’alto, mentre si sistemava il pene nella patta.
“Sei una bellissima troietta. Complimenti! ”
“Sei cattivo con me! Cosa ti ho fatto? ” dissi quasi piangendo.
“Ehi, non fare così! Sei tu che hai voglia di emozioni forti. E io te le darò finche tu lo vorrai, deciderai sempre tu quando smettere. Io non ti cercherò. ”
Lo guardai mentre sotto la gonna mi sistemavo le mutandine e mi sfilavo il vibro.
“Tieni” Dissi mettendoglielo nella mano, ben nascosta dai cappotti.
“Grazie” Disse lui portandoselo nel palmo della mano fino al viso e leccandolo, di nascosto dallo sguardo dei passeggeri, dalla punta in giù, per metà della sua lunghezza.
Lo guardai affascinata mentre gustava quel “calippo” caldo, appena uscito dal mio culetto!
Rimasi sconvolta ed eccitata e capii cosa intendeva farmi capire con quel gesto: non c’è morale di fronte al piacere.
“Hai un buon sapore, cara. La prossima volta voglio scoparti. Se ti va, fatti trovare qui. Altrimenti, arrivederci e grazie del divertimento! ”
Si mise il vibro in tasca e sparì fuori dal bus.
Quel giorno andai a scuola, ma fu come se non ci fossi andata. La mia mente era da un’altra parte. Tutta la settimana che venne dopo quel lunedì, la dedicai allo studio, ma quella decisione era da prendere prima del lunedì successivo, e prima o poi avrei dovuto fare i conti con me stessa.

Serena: in autobus (conclusione)
Alla fine presi la mia decisione: lo volevo. Volevo essere posseduta completamente da lui.
Non mi erano mai mancate le occasioni di fare sesso con altri ragazzi, anzi, ho sempre scelto io con chi e per quanto. E non era neppure una novità, non ero più vergine dall’età di 16 anni. Ma con lui sarebbe stato diverso, ne ero sicura. E poi c’era l’eccitazione legata al fatto che non avevo idea di come l’avremmo fatto.
Cosa successe me lo ricordo ancora come se fosse oggi.
Io mi metto nel solito angolino. Dopo le due fermate lo vedo salire.
Non è solo! Parla con due uomini che si mettono di fianco a noi.
“Chi sono loro? ” Chiedo con stupore e un po’ di rabbia.
“Due amici. Tranquilla. Non sono qui per fare qualcosa con te, gli ho chiesto solo di aiutarci per non farci vedere” Dice lui, tranquillo e splendido come il sole.
“Ma sei pazzo? Io mi vergogno! ” Sono davvero indisposta per quella sorpresa.
” Ma che dici? Ti fai fare di tutto con l’autobus pieno di gente e adesso due in più ti bloccano? ”
La sua domanda è logica, ma io non gli rispondo, allora lui rincara la dose:
“Sei una ragazza intelligente e molto porca. So che ti piace godere, il resto per te non conta. Loro ci permetteranno di fare quello che desideriamo e di godere ancora di più. Il problema non è la loro presenza, ma la loro assenza. In cambio non vogliono altro che poterci guardare, che male ti fanno? ” Il tono di voce è calmo e il volume basso, quasi sussurrato.
“Nessun problema, ma facciamo presto, il tempo passa in fretta! ” Mi ha convinta.
“Brava la mia maialina! Ora girati e allarga le gambe. ” Usa di nuovo quel tono da padrone che odio tanto, me che mi eccita ancora di più..
Fuori piove molto forte, i passeggeri che salgono sul bus hanno tutti l’ombrello, molti l’impermeabile. C’è molta acqua per terra, l’aria è pesante e vetri sono tutti appSerenati. C’è molta confusione, parlano tutti forte, per riuscire a sentirsi sopra ai rumori del traffico e della pioggia.
La giornata ideale per quello che vogliamo fare. Sarà più facile non farsi notare.
I due amici che ha portato sono grossi e indossano lunghi cappotti che tengono aperti il più possibile, riescono abilmente a farlo senza assumere posizioni innaturali. Pare abbiamo studiato le mosse a tavolino: si mettono ai lati e in parte coprono anche lui che si posiziona praticamente dritto dietro alla mia schiena.
Sento le sue mani ce mi scostano il cappotto tutto di lato, mi alzano la gonna sul culo e mi calano le mutandine. Dopo pochi secondi sento il suo cazzo caldo e duro sul fondo della schiena, mentre lui inizia a palparmi tra le gambe.
Sono schiacciata sulla parete, per gli altri passeggeri non esisto, forse si vedono gli stivali. Nulla di più. Mi masturba un poco, tanto basta per capire che sono calda e pronta. Io guardo fuori dal finestrino, con il naso appiccicato al vetro.
Sento che lui si abbassa sulle ginocchia e mi prende i fianchi con forza, mi solleva piano.
Oddio, mi sento quasi svenire per la sensazione di non toccare più con i piedi per terra. Mi allarga un po’ le gambe. Sento qualcosa che preme nella fessura. è il suo cazzo.
Mi lascia cadere giù lentamente lasciandomi con una mano che utilizza per mantenere il membro nella posizione giusta per penetrarmi.
“Tieniti con una mano alla barra, sei pesante.. ” Lo faccio subito, per paura di crollare a terra.
Lui mi lascia del tutto, il mio corpo si adagia di peso sulle sue gambe mentre mi spinge verso la parete. La mossa, azzardata ma ben studiata, riesce nell’intento: il cazzo mi penetra senza fatica.
“Ohhh, lo sento…sta entrando…piano! ” Gli sussurro girando la testa.
“Ti sento anch’io…sei fantastica! Non ti muovere faccio tutto io” Dice deciso.
Mentre mi tengo, cercando di non muovermi troppo per non farmi notare, lui inizia ad entrare ed uscire oscillando sulle ginocchia. Deve fare sicuramente una fatica tremenda, sento che amsima sul mio collo. Ho caldo, molto caldo. Tremo e gemo girandomi verso il vetro pieno di vapore e gocce d’acqua, m’appoggio con il viso come per cercare rinfresco sulla parete fredda e umida.
Se qualcuno notasse la mia immagine da fuori, si chiederebbe cosa sto facendo; per fortuna, complice la forte pioggia, non si può capire cosa sta succedendo.
Sento che sto per raggiungere l’orgasmo, sono carica di umori, aperta. Lui entra in me fino alle palle, senza fatica alcuna. Mi pompa dentro e fuori piano ma con forza.
Forse per i miei gemiti, forse per mascherare ancora di più la scena, i due amici iniziano a parlare forte tra di loro, mentre lui è quasi al limite. Lo sento durissimo e pulsante dentro di me, è bellissimo. Il piacere tocca l’apice, raggiungo l’orgasmo sbavando sul vetro. M’accorgo che anche lui non ce la fa più a trattenersi. D’istinto porto una mano alla base del suo membro per toccarlo e sentirlo pulsare nel momento dell’eiaculazione.
Con spavento m’accorgo che non ha il preservativo!
“Cazzo! Sei senza niente! Non venirmi dentro…. Tiralo fuori! ” Dico decisa cercando di non urlare. Non faccio in tempo.
“Ohhhh…. vengo!!! Che figa che sei…bellissima.. porca… porca…ahhhhh! ” Lui mi geme nell’orecchio.
Io inizio a piangere in silenzio, mentre lui scarica tutto il suo seme nel mio corpo.
“Ahhh… che bello” Ripete mentre lo tira fuori. Gocce di sperma cadono al suolo, sulle sue gambe, sui miei piedi. Mi rimette a terra. Le gambe mi tremano tanto, devo tenermi per non cadere. Mi sento sporca, sudata, bagnata. Continuo a piangere. Lui se ne accorge.
“Che hai? Non ti è piaciuto? ” Non capisce.
“Non prendo la pillola…. Mi sei venuto dentro! Sei un cretino! ” Provo una rabbia tremenda ma riesco a dirgli solo questo. Intanto trovo la forza di tirami su le mutandine, di rassettarmi; il tempo sta per scadere e il bus è quasi arrivato alla sua fermata.
“Mi spiace! Pensavo che una vogliosa come te fosse più previdente su come vanno a finire certe cose. Ora vedi di non piantarmi delle grane, se no ti sputtano! ” La voce era diventata cattiva.
“Vaffanculo! Non voglio più vederti! ”
“Contenta te…” Non dice nulla di più e si dirige verso l’uscita insieme ai due amici, anche loro in totale silenzio. Li vedo mentre il bus si allontana, i loro corpi sono deformati dai vetri umidi e dagli occhi velati di lacrime.
Il ricordo di quella giornata finisce qui. Il resto me lo sono dimenticata.
I mesi seguenti a quella disavventura furono tremendi: aspettavo il ciclo come una liberazione. Per fortuna non restai incinta. Pensai anche alle eventuali malattie legate ad incontri casuali con sconosciuti. Ero stata un’incosciente, schiava del piacere, della perversione.
Pensavo continuamente alle sensazioni che avevo provato e desideravo ardentemente riviverle, in nuove situazioni, con nuovi sconosciuti. La paura non mi era bastata, era una componente del piacere, non un dissuasivo.
Iniziai a prendere regolarmente la pillola, e a tenere con me un condom per ogni evenienza.
Nel caso mi fosse capitata una nuova occasione, non me la sarei lasciata sfuggire.
Cosa successe dopo? Alla fine mi diplomai con successo e ora frequento l’Università, dove studio filosofia. FINE

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