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Tutto cominciò

Tutto cominciò

Avevo conosciuto Romeo alla festa dei miei 18 anni che avevo organizzato in un locale appena fuori città. Piano piano ci eravamo affiatati fino a fare coppia fissa. Ragazzo loquace e spiritoso, si era fatto “sentire” stringendomi nei balli lenti. I suoi pantaloni mostravano l’erezione e anch’io non mi tiravo indietro nell’appoggiargli l’addome per godermi la sensazione del contatto. Avevamo occupato un divanetto appartato che usavamo fra un ballo e l’altro per riposarci e limonare.

Mi piaceva il suo bacio, deciso e morbido sulle labbra, le sue mani un po’ meno! Con discrezione aveva ispezionato le mie tette, libere dal reggiseno che non indossavo mai e le infilava volentieri sotto la gonna ampia scaldandomi e massaggiando le cosce, cercando di raggiungere l’inguine che difendevo con decisione. Come diversivo portava la mia mano sui pantaloni sperando in un contatto col suo pene, sia pure dall’esterno, ma io non osavo farlo. Quando la situazione diventava pericolosa lo portavo in pista o al bar per raffreddare i bollori con una bibita fresca.

“Non porti il reggiseno, vedo”.
“Infatti, non mi serve perché ho un seno sodo e non troppo grosso, però porto le mutandine!”, gli avevo risposto ridendo.
“Mmmm, mi piacerebbe vedere di che colore sono”.
“Non mi sembra opportuno, appena conosciuti, sei sfacciato!”.
“Scusa, era una battuta, se vuoi puoi dirmelo tu e ti credo!”.
“Cambiamo discorso, fra un po’ debbo tornare a casa, sei in macchina?”.
“Sì, sì, se posso ti accompagno volentieri”.
“D’accordo, balliamo ancora un po’ e poi comincerò a salutare le mie amiche, mamma mi ha raccomandato di non fare tardi”.

Durante il viaggio di ritorno mi aveva parlato del suo lavoro di geometra presso una Immobiliare, io dei miei studi di archeologia; mi disse che aveva un fratello, Carlo e, visto che avevo allentato la guardia si permise di chiedermi se volevo scopare. La reazione fù immediata e gli stampai un ceffone sulla faccia. “Come ti permetti, cretino, sono vergine e non la do al primo venuto! Accompagnami a casa”.

Ci fu un momento di gelo, nessuno parlava e io cominciavo a pentirmi della mia durezza, lui, con un filo di voce mi chiese scusa e la tensione si allentò. Gli posai una mano sulla nuca massaggiandogli i capelli. “Tu mi piaci e voglio fare le cose con calma, senza bruciare le tappe, per farmi perdonare la sberla, se vuoi ti faccio una sega”. Lui annui visibilmente rinfrancato e ci fermammo in un parcheggino non lontano da casa. Reclinò il suo sedile e tirò fuori il cazzo completamente moscio. Avevo già provato a fare seghe al liceo con i primi amorazzi che duravano lo spazio di un trimestre, cosi me la cavai piuttosto bene e ci vollero due kleenex per trattenere tutto lo sperma senza macchiare intorno.

Romeo ora era contento, rasserenato e ci congedammo con un bacio appassionato lingua in bocca. Fummo d’accordo a sentirci per un altro appuntamento e salii a casa. Naturalmente, la luce in camera dei miei era accesa e mi affacciai per salutare mamma che mi aveva aspettato facendo finta di leggere un libro. La notte passò nel dormiveglia ripensando alla carne viva di Romeo che aveva riempito la mia mano perennemente infilata fra le pieghe della vulva in cerca di pace. I ripetuti orgasmi che mi procuravo avevano inzuppato pigiama, cosce e la bavetta che avevo prudentemente messo sotto il culo con l’umore vaginale. Finalmente, all’alba mi ero addormentata e fu mamma a svegliarmi. La cameretta era pregna dell’odore umido e dolciastro del mio umore: mamma aprì la finestra e, baciandomi affettuosamente, disse: “Ti preparo un bagno”.

SIMONA, è il nome di mia madre, all’epoca aveva appena passato i quaranta ed era ancora in gran forma. Anche PIETRO, mio padre, un uomo di 47 anni, dirigente in una azienda farmaceutica multinazionale si teneva in forma frequentando la palestra aziendale e pagaiando in canoa quando andava per lavoro in Svizzera alla sede principale situata a Lugano.

Quando entrai in bagno mamma stava spargendo sali profumati nell’acqua; indossava una vestaglia di seta fermata in vita da una cintura. “Buongiorno amore, notte agitata, vedo, metti tutto in lavatrice e racconta”. Mentre mi spogliavo le raccontai abbastanza dettagliatamente della festa e dell’incontro con Romeo, lei si tolse la vestaglia e mi abbracciò baciandomi sulla bocca. I suoi seni morbidi incontrarono i miei, avevo i capezzoli duri e le sue mani fra i capelli.

“Devo fare pipì”, dissi staccandomi e sedendomi sul water. Per nulla imbarazzata, mamma aveva appoggiato il culo al lavabo e continuava a chiedere notizie su Romeo. Da parecchio tempo fra noi c’era confidenza e mi piaceva il suo corpo, cercavamo il contatto fisico e mi aveva raccontato del suo incontro con papà. Finito il liceo aveva deciso di trovare lavoro e dopo tre giorni si presentava per un posto di segretaria direzionale. Fu subito assunta, ma non per il diploma! Simona era la classica strafiga, buona famiglia, buona cultura e un fisico da brividi. Ricordava la gonna sopra il ginocchio, la camicia aperta quanto basta per intravedere il pizzo di un reggiseno nero, l’aspetto ordinato e il trucco leggero ravvivato da un rossetto rosso fuoco. Già all’epoca non era più vergine e prima di incontrare papà aveva avuto tre storie di letto. Papà era il quarto a farle aprire le gambe dopo pochi giorni che l’aveva assunta. La relazione durava da sei mesi quando la mise incinta e si sposarono che era di tre mesi. Dopo altri tre mesi la licenziò con la scusa della maternità e le fece avere una buonuscita sostanziosa che lei aveva investito in una macchina sportiva.

Mentre parlavamo io guardavo il suo corpo. Mi piaceva il folto ciuffo di peli neri che le ornava la figa e l’aiutavo a curare la crescita per tenere pulita l’attaccatura delle gambe e il perineo. L’ano era bello, rotondo e invitante, mi chiedevo se si facesse inculare ma non avevo la sfrontatezza di domandarglielo. Dopo qualche esitazione iniziale avevo iniziato a toccarle la figa e lei mi aveva incoraggiato spiegandomi le varie parti della vagina. Le grandi labbra, le piccole labbra, la clitoride, il canale urinario e, allargandosi la vulva con le mani mi faceva infilare la mano per andare a toccare il tubo vaginale incitandomi a spingere per penetrarla il più possibile e godere. Spesso, alla fine di tali manipolazioni si bagnava, l’addome si contraeva e il respiro affannoso indicava l’orgasmo e mi stringeva a se. Quei momenti ci piacevano molto e mamma ricambiava facendomi lo stesso servizio, senza penetrarmi per via dell’imene ma lavorando sul clito.

Naturalmente papà non sapeva nulla di queste nostre attività lesbiche che però facevano bene a mamma per mantenere alti i livelli ormonali dato che il sesso, dopo 18 anni di matrimonio era alquanto rallentato fra loro. Simona parlava poco dei rapporti sessuali con Pietro ma io capivo che avevano scopato dall’aria distesa e ciarliera di mamma la mattina dopo e anche dalla colazione più abbondante che prendevamo insieme. Mio padre era un brav’uomo, era affettuoso con me e mi aveva assegnato una paghetta settimanale sufficiente per i miei piccoli bisogni. Vestiti e biancheria li acquistavo sempre assieme a mamma. Un paio di volte all’anno andavamo da Jean-Pierre, un negozio di lingerie del centro commerciale per acquistare capi intimi che Angela, la commessa, ci decantava “all’ultima moda”. Io sceglievo mutandine colorate, leggere ma soprattutto minime, stretch, che non mi accorgevo di indossare. Mamma amava i body, leggermente contenitivi e le guepières con mutandine a stringa di voile trasparente che metteva per attizzare Pietro.

Eravamo una famiglia unita e affiatata e adesso il mio desiderio era la patente per poter usare la macchina di mamma. C’era stato un periodo difficile fra me e i genitori quando, compiuti i 14 anni e nonostante i buoni risultati a scuola, mi avevano rifiutato il motorino. La mia rabbia si era scaricata su mamma che non mi sosteneva nella richiesta, sacrosanta dal mio punto di vista. Mio padre rifiutava perché considerava il traffico cittadino troppo pericoloso e mamma non voleva litigare. In seguito le acque si erano calmate e mi ero rassegnata. Finalmente ora potevo iniziare il corso di guida e Romeo capitava a fagiolo con la sua mini Cooper. Andavamo un po’ fuori mano per allenarmi e se andavo bene, il porco mi concedeva di fargli una sega! Ovviamente andavo sempre benissimo! Dopo un paio di lezioni alzò la posta, adesso voleva un pompino e io a malincuore (ma non troppo) subivo.

La prima volta fu un trauma, lui spingeva il cazzo tenendomi la testa ferma e mi sentivo soffocare, poi quando ne avevo ingoiato un buon tratto mi prendevano i conati di vomito e mi rialzavo ansimando. Poco a poco, regolando la respirazione e tirando fuori la lingua imparavo a sincronizzare i movimenti e lo facevo venire in bocca. Lo sperma non mi piaceva granchè, era acido e vischioso ma lui godeva molto e poi… si fa l’abitudine a tutto! La parte di sperma che non ingoiavo, la eliminavo sciacquandomi la bocca con una bottiglietta d’acqua e il porco pretendeva che gli slinguassi bene la cappella per pulirla! In cambio gli mettevo la lingua in bocca e ci succhiavamo a vicenda. Finalmente presi la patente. Ero incerta se confessare a mamma queste pratiche sessuali; da un lato mi interessava la sua opinione, d’altra parte ero imbarazzata, però volevo sapere se anche lei faceva i pompini a papà così mi decisi.

Una mattina a colazione le raccontai dei pompini a Romeo e lei, molto tranquillamente, mi confermò che da giovane aveva fatto pompini e anche dei 69 ai suoi fidanzati e anche con papà. Anche ora quando voleva scopare e Pietro era freddo, gli succhiava il cazzo per attizzarlo, magari indossando la guepière e le calze autoreggenti e di solito funzionava. Rassicurata dalle sue parole la abbracciai dopo averle slacciato la cintura della vestaglia che cadde a terra lasciandola nuda. Ci baciammo e io mi chinai per leccarle i capezzoli mentre la mia mano aggrediva la sua vulva. “Vuoi provare a fare un 69?”
Io “si, dai, te lo volevo chiedere”.
“Andiamo in cameretta” disse raccogliendo la vestaglia. In cameretta mi sfilò la blusa del pigiama e si piegò sulle ginocchia per togliermi i pantaloncini. Mi fece stendere sul letto con le gambe un po’ aperte e mi montò sopra piazzandomi la figa sulla faccia.
“Ok, adesso aprimi bene la vulva e lecca facendo scorrere la lingua spingendo per farla entrare come faccio io”. Così dicendo si distese sopra di me andando ad aprire le labbra della vulva con le dita e cominciò a slinguare succhiando il clito che stava inturgidendosi. Io ripetevo i suoi movimenti e dopo alcuni minuti ambedue cominciammo ad eccitarci. Mamma cominciò a solleticarmi il foro anale che era diventato sensibile; io feci altrettanto e cominciammo a bagnarci.

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