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Un preservativo

Questa me la sono preparata ieri sera, no, non l’ho inventata. Solo storie vere. Era un periodo in cui si parlava molto di Aids, perciò anch’io giravo col preservativo al seguito. Ce l’avevo ormai da alcuni mesi, la scritta sull’involucro andava ormai sbiadendosi, sempre lo stesso. “La maledizione del preservativo” colpiva. Sai, la storia che, tutte le volte che uno, previdente, si porta il preservativo, finisce che va in bianco. Per gli omo non vale? Certo, uno prima di uscire dovrebbe fare chessò danze propiziatorie, scene di caccia sulle pareti, poi si infila un osso al naso ed è perfetto. Dai retta, quando ti porti dietro lo stesso preservativo per due-tre mesi, assume un valore magico. Cominci veramente a sentirlo parte di te, è qualcosa che condivide la tua sorte, cattiva sorte nella fattispecie. Ti ci affezioni, dividi le donne in due categorie: quelle degne e le altre, indegne di assaggiare quel preservativo. Meno che mai può essere adoperato con una puttana, orrore! Comincia a farsi strada nel tuo cervello il suo valore scaramantico, se lo userai male infausti avvenimenti ne deriveranno, se usato bene, invece, altre delizie ne seguiranno. Ogni tanto lo tiravo fuori dal portafoglio, dove ormai ero abituato al suo rigonfiamento, lo tenevo un po’ tra le mani, senza rovinarne l’involucro, lo scrutavo per leggervi il mio destino. Gli parlavo anche, ma questo ancora non è grave, il peggio viene quando cominci a pensare che lui ti capisca, anzi che è l’unico che possa capirti, allora ti rendi conto di essere alla frutta e ricominci, con parsimonia, a farti qualche sega. In queste occasioni, nei riflessi che la luce disegna sull’involucro, ti sembra quasi di scorgere uno sguardo di disapprovazione. Insomma, è evidente, senza sesso il cervello di un uomo va in pappa. Una mattina, come al solito, toglievo fogli e foglietti dal portafoglio e stavo per togliere anche lui. Posandolo sul tavolo ho avuto una sensazione brutta, ho pensato che se l’avessi lasciato a casa non avrei più scopato in vita mia. Ho sudato freddo. Altro che “Nightmare”, gli ho cambiato posto, l’ho messo vicino alla tessera del bancomat, che è liscia, non la Visa che invece ha i numeri in rilievo. Sono andato al supermercato e ho incontrato una ex collega. Non la vedevo da almeno tre anni. Parentesi: secondo voci di corridoio in passato era stata innamorata di me, anche se io non m’ero mai accorto di niente. Era senza il marito e perciò abbiamo fatto la spesa insieme, chiacchierando dei bei tempi. Per esempio delle pazzie tipo le canne fatte alla pausa per il pranzo, di quella volta che usciti insieme per lavoro ci eravamo persi e tornando in ufficio tutti pensavano che avessimo scopato. Non avevamo fretta e la spesa si è protratta per un paio d’ore. Mi sono accorto che anche lei la tirava per le lunghe, perciò le ho proposto di pranzare insieme. Abbiamo posato la spesa, ognuno a casa sua e ci siamo ritrovati in una trattoria di Fregene, abbastanza vicino ad entrambi, ma fuori zona per le rispettive conoscenze, oltre tutto fuori stagione. Già il fatto di trovarsi in una trattoria semideserta, arrivando ognuno con la sua macchina, dava all’incontro un’atmosfera ambigua e peccaminosa. Mentre mangiavamo ci siamo stuzzicati con domande maliziose sui rispettivi partner. La birra ci rendeva allegri e rilassati, avevamo ritrovato la consueta confidenza e familiarità. Alla fine del pranzo, con fare misterioso mi ha fatto vedere un involtino di carta stagnola, dalla quale ha fatto capolino un pezzettino di materia identificato, dal profumo, come hascisc. Ha proposto di farsela in un posto tranquillo e optiamo per il suo studio. Il locale era al piano terra di un palazzo, vetrina su strada però oscurata e ingresso anche di lato, così da non dover tirare su la serranda. L’arredamento era spartano, composto da due tavoli da disegno, una scrivania, qualche classificatore, due poltroncine e la moquette sul pavimento. Ci siamo barricati dentro e Maria, questo il nome, ha cominciato a rollare con una certa destrezza, ridendo di cosa avrebbe potuto dire la sua socia se lo avesse saputo. Facevamo un tiro ciascuno, come vuole la prassi, seduti, devo dire, compostamente ognuno su una poltroncina. Lei si è alzata per aprire il vetro scorrevole della vetrina, l’ho aiutata a salire e scendere dalla sedia, così ci siamo trovati molto vicini. È stato semplice baciarsi, toccarsi lievemente, con circospezione, continuare a passare la canna, spogliarsi reciprocamente, continuare a fumare, continuare a spogliarsi, continuare a toccare, continuare, continuare e continuare. Mi sono seduto su uno sgabello e l’ho attirata a me, le ho tolto la gonna, accarezzandola dolcemente su qualunque cosa fosse accarezzabile. Ero molto rilassato, per me, l’effetto combinato birra-fumo è l’ideale. L’ho sdraiata sulla moquette iniziando il solito numero. Dico solito perché lo faccio quasi sempre, non perché sia routine. È una cosa sempre emozionante. Mi serve per entrare nello spirito della situazione. mentre lecco, mordicchio, stuzzico comincio a sentire i suoi ritmi. Ogni donna è un universo a sé. Quando arrivi alla clitoride è sempre un momento unico, niente è scontato. Si naviga a vista, l’esperienza non conta, o meglio, l’esperienza ti dice solo di dimenticare tutte le altre volte, davanti a te c’è una donna, differente da tutte le altre. Tu provi a entrare in sintonia con lei, con calma la esplori, usi la lingua per scoprire cosa le piace. Lasci che lei faccia altrettanto. Anche il momento di indossare il preservativo diventa parte del gioco. Per me, solo un pizzico di emozione in più, al momento di lacerare l’involucro. Ho pensato per un attimo che sarebbe occorsa una bottiglia di champagne per quel genere di inaugurazione. Si, era lui, quel preservativo. Indossandolo non mi ha dato fastidio, anzi, sono stato contento di averlo, finalmente potevamo, io e lui, fare quello che aspettavamo da troppi mesi. L’ho fatta appoggiare sul tavolo da disegno, e il fatto che fosse quello della sua amica rendeva più eccitante il tutto, l’ho penetrata piano. Mi sentivo tutt’uno col mio cazzo, gustavo ogni millimetro della sua fica. Poi l’ho stesa ancora sulla moquette, riprendendo a usare la lingua. Le ho stuzzicato il culo. Prima un dito, poi un altro, al terzo dito ha cominciato a scomporsi. La leccavo e le aprivo il culo. L’ho fatta girare, mi sono tolto il preservativo e l’ho inculata. Mitico! Era stupenda. Sono uscito, mi sono rimesso il preservativo e l’ho scopata ancora nella fica. Sono uscito di nuovo e poi ancora nel culo e ancora nella fica, e ancora e ancora. Ogni volta che le entravo nel culo quasi urlava, devo dire che la mia tecnica lascia alquanto a desiderare, però le piaceva. Siamo venuti mentre la inculavo, ho continuato a muovermi dentro di lei fino a che non è stramazzata esausta. Ho visto il preservativo per terra, mi sono toccato fino a che il cazzo non mi è diventato duro di nuovo, allora l’ho indossato. Ho fatto girare Maria, l’ho scopata ancora, prima piano, poi forte, poi piano per tanto tempo. Lei era quasi incosciente, ma quando sono venuto ho sentito anche le sue contrazioni. Mi sono steso accanto a lei, siamo rimasti abbracciati, sdraiati sulla moquette, intontiti e sazi. Quando mi sono scosso avevo il preservativo pendulo dal cazzo, finalmente sporco di fica e sperma. L’ho avvolto delicatamente in un foglio di carta e al momento di buttarlo in un secchione mi è sembrato di perdere un amico. Era l’unico con cui mi fossi confidato negli ultimi mesi. Maria, che dire ancora? Non era certo il tipo che andava scopazzando a destra e a manca. Si era fidanzata giovanissima con quello che pensava fosse l’uomo della sua vita, che però dopo sette-otto anni l’ha mollata. Ha avuto un periodo sbandato, non tanto di promiscuità sessuale, quanto di indecisione, assenza di prospettive e traversie nel lavoro. A trent’anni si e sposata e a trentacinque si è accorta di scopare poco e male, invece che spesso e volentieri. Si sentiva in gabbia, stanca, brutta. Le altre donne le apparivano tutte più belle, affascinanti e con meno cellulite. Una botta di sesso così l’ha scombinata, le ha fatto rimettere tutto in discussione. Ha ricominciato a sognare, a voler realizzati i suoi sogni. Si è sentita fuori dalla gabbia. Ovviamente ha continuato a fare molte delle cose che faceva prima, con un’altra consapevolezza però, un altro spirito la anima. Lo so, su questo sei d’accordo, la piselloterapia fa miracoli. Lo diceva anche una psichiatra amica mia, in quantità e di qualità adeguata è una mano santa. No, non è cominciata una relazione, è finità lì. Capisci, era stato intenso, emozionante, ci ha lasciato storditi. Il seguito sarebbe, inevitabilmente, diventato routine, noia e, forse, anche squallore. Cavolo, ogni volta che la incontro mi dà un brivido, quando ci abbracciamo e, se non c’è il marito, ci scappa il bacio, provo una sensazione unica, altro che Coca-Cola. Forse è stata solo una semplice, grande e mitica scopata senza cerniera, come direbbe Erica Jong. Il preservativo? Da allora ne porto sempre uno con me, anche se ho una relazione stabile. Certo, sempre la stessa marca. Ha un valore scaramantico, propiziatorio. Lo tengo sempre vicino alla tessera del bancomat, un paio di volte tirando fuori la tessera, per pagare al supermercato, è uscito fuori lui, che figura! . Non ci credi? Guarda. FINE

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Mi piace partecipare al progetto dei racconti erotici, perché la letteratura erotica da vita alle fantasie erotiche del lettore, rispolverando ricordi impressi nella mente. Un racconto erotico è più di una lettura, è un viaggio nella mente che lascia il segno.

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