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Walking in your footsteps

La dolcezza, la rabbia, l’ossessione.
è difficile, davvero difficile. Mi hai chiesto qualcosa che forse non sono in grado di darti. Pensieri, parole, scriverli.
è troppo difficile ed alieno il gioco “di riordino”che desideri da me.
Ho letto le tue parole, ho visto come le hai distese al vento perché le scompigliasse, le facesse arrivare ad altre persone, suscitasse in loro stati d’animo, sentimenti ed emozioni, e te le restituisse…
è troppo “crudele” il tipo di rapporto che mi chiedi: perché io non sono una persona qualunque nel cammino della tua vita, comunque tu voglia vedere la cosa.
Mi chiedi di scrivere parole sapendo che non è qualcosa che mi venga naturale, che sarà comunque sofferto, convulso, non consequenziale.
E temo le parole che ti darò, non le voglio meditare, non le voglio edulcorare; se lo devo fare come in qualche modo ti ho promesso lo farò senza ricerca di stile. Lo farò nudo e con il cazzo tra le mani, perché chiavarti è quello che vorrei fare ora. Infilartelo nel culo e sentirti urlare, averti a disposizione, tra le mie mani e farti di tutto.
Hai aperto una porta socchiusa: quale differenza potrà mai esserci ti chiederai: enorme.
Tra “prima” e “dopo” in me e per me è una differenza determinante, abissale; nel pensarti, nel parlarti, nel sentirti, nell’averti.
Ora mi chiedi di darti i miei pensieri, le mie impressioni, le mie sensazioni, mi chiedi una complicità che è intraducibile e forse innaturale. Non eravamo “i migliori amici” prima, non possiamo esserlo improvvisamente adesso, il nostro rapporto, e lo sai bene, è sempre stato di una natura molto diversa: puoi usare le parole profonda stima, profondo affetto, enorme attrazione, assoluto rispetto, vera amicizia, irresistibile voglia; ne puoi usare altre cento, mille. Sarebbero tutte pertinenti e concrete, giustificate. Lo erano un tempo quando ero attratto dalle tue giovanissime forme, da quel tuo strano viso per bene, dal suono della tua voce e dai tuoi sorrisi, dal tuo odore. Lo erano quando eravamo dei ragazzini, degli studenti; lo sarebbero ancora di più oggi che sei la moglie di uno dei miei migliori amici.
Parole inadeguate perché quelle più dure, i pensieri più sporchi si “sdilinquirebbero” in quell’affetto di cui sopra, e viceversa, la stima assoluta si perderebbe sulla voglia violenta e istintiva di afferrarti per i capelli, spingerti in ginocchio e infilartelo in bocca, adesso subito. Sembri costruita per fare pompini e succhiare cazzi, disegnata allo scopo…
L’odore delle tue cosce sudate mi faceva impazzire allora, oggi se possibile, la sensazione è amplificata. Lo è di per se, per come sei, fisicamente; ma lo è anche per le cose che mi hai voluto rivelare, far scoprire di te. Cose che magari di mio potevo sfiorare col pensiero, immaginare, credere potessero essere in qualche angolo della tua vita, nelle tue corde; ma che trovarmi tra le mani è stato duro.
Duro da prenderti e punirti, da prenderti e farti male. Non voglio portarti rispetto, non ne voglio avere di te, troia: perché è quello che sei, una gran troia.
Ecco, vuoi le sensazioni più immediate che ho provato? Te le do, dure violente e forse pericolose, per come sono.
Da un lato infatti le sensazioni dello “scoprire” erano sublimi, l’emozione difficile da descrivere. Era come arrivasse fluendo dell’energia enorme, un modo esponenziale di collegare tanti piccoli aspetti tuoi, vostri, come di conoscerti con più semplicità e dolcezza, profondità…
Ma ti avrei presa a sberle: non scherzo, ho avuto voglia di pestarti, di dartene tante. Ti avrei violentata. E sai che non scherzo affatto.
Era cambiato il tuo odore, un odore da puttana, da diritto per maschi, da macchina da cazzi.
La cosa buffa è che te lo posso dire proprio per quello strano rapporto che è di confidenza, stima, ammirazione, di desiderio odio, anche di profonda tenerezza e che oramai ci lega.
Lo sappiamo benissimo entrambi: mi hai sempre fatto impazzire; per me eri inarrivabile, sapevo non avrei mai potuto averti.
Contava poco, mi divertiva comunque pedinare la tua scia, sfiorare certe sensazioni. Credo in fondo non ti spiacesse comunque affatto sapere di eccitarmi, credo a quelle come te non spiaccia mai anche nei momenti in cui non lo vogliono ammettere: gioco di gatte viziate, specie all’età che avevi quando le nostre strade si sono incrociate.
In fondo ti eccitava ti guardassi in un certo modo, sapere quegli sguardi nascondevano pensieri molto duri misti a un rispetto da Madonna in pieno contrasto tra di loro.
Il mio gioco era scoperto: sapevi dell’attenzione, l’attrazione fisica ed il rispetto che ti portavo. Sapevi cosa avrei voluto farti: modi da “maniaco” come dicevi tu ed alcune tue amiche a quel tempo. Forse lo erano: in fondo mi divertiva provocare, saltare certi passaggi formali.
Non abbassare gli occhi o celare il pensiero dello sguardo, cercare il contatto.
Annusare i capelli, sfiorare una spalla, un abbraccio da amico da dietro e sfiorarti i seni, strusciartelo sul culo. Risposta contratta, impacciata, quasi seccata anche se di modi gentili da parte tua. Ma i movimenti del tuo culo erano eccitanti, mi emozionava capire come sentivi il cazzo e lo strusciavi in risposta, cosa che hai fatto più volte. E questo mi divertiva, mi piaceva, rivelavano qualcosa di te quei piccoli istanti di incertezza prima di reagire: concedevi a me, il soggetto più improbabile, di avere voglia di te e dartela.
Credo fosse quello che mi faceva divertire e mi portava a spiarti. Spiarti letteralmente.
Sapevo ad esempio ti masturbavi, e mi emozionava ed eccitava fare queste piccole scoperte: in fondo ci si allena ad alzare la soglia di attenzione per “carpire” certe piccole sensazioni…
“Ricordo un pomeriggio caldissimo d’estate”: frase classica oltremodo, questa. Ma pertinente.
Di quel nostro periodo in casa studentesca è piacevole ora, assemblare istantanee di ricordi dolcissimi e salati; adesso che ad ogni ritratto di ragazzo e ragazza corrisponde il ritratto adulto…
Avevamo pranzato assieme, riso e scherzato con altri amici. Poi tu eri salita ed eri andata a riposarti nella tua cameretta singola, privilegio di “anzianità acquisita”.
Mi hanno sempre attirato quelle camerette, a pensare a te, alle tue amiche, a immaginare uno spaccato planimetrico dall’alto, un “grande fratello” tutto per me…
Quando sei scesa i vestiti erano gli stessi, ma tu no. E non era l’aria assonnata, i capelli spettinati mentre bevevi il caffè. L’odore delle tue cosce non era lo stesso, le guance arrossate, i tuoi occhi. Mi faceva impazzire sentire istintivamente che ti eri appena fatta, da sola, in camera.
Immaginare come. Provare a pensare quanto a fondo avevi infilato le dita, le avrei volute annusare, succhiare…
Mi ha sempre eccitato il profumo della tua figa Manu, lo cercavo, spesso, quando venivo vicino a te…
Poi eri salita a prendere il sole con le altre ragazze… Già…
Se ci pensi era emblematico: d’accordo il caldo, la confidenza…Ma eravate li, sotto tutte quelle finestre dagli scuri avvicinati, in mezzo alla corte che era il nostro edificio. Sempre più sudate, sempre meno vestite e sempre più aperte: e ben coscienti della cosa, in piena mostra.
Quella sorta di pudore ed attenzione delle prime volte man mano svaniva perché vi piaceva da morire. E non è metafora di tutte le seghe tirate guardandovi, e non parlo di me che non ho problemi a dirti di averlo fatto spesso. Erano in molti a menarselo. Perché voi eravate le ragazze che per il resto dell’anno erano le amiche, di cui conoscevi tante cose ma di cui avevi mille volte immaginato molto di più.
Quel giorno in terrazza ti sei addormentata al sole quasi subito a pancia in giù e brillavi di sudore e le cosce erano allargate anche se non platealmente: ma pensarti sfinita dai ditalini mi eccitava. Ti guardavo con il cazzo tra le mani, ti guardavo dalla finestra della tua camera.
Si, dalla tua camera.
Mi è successo molte altre volte di andare a curiosare da te: ma quel giorno non avevo dubbi sulla “moralità” della cosa, di una simile intrusione -se mai ne ho avuti- volevo farlo, dovevo.
E l’emozione era stata davvero forte: come l’odore di te, intenso.
Probabilmente eri scesa ancora assonnata e rintronata dal caldo e da altro: la finestra della cameretta era chiusa. Sublime il profumo della tua pelle sudata, della tua fica. Lenzuola salate, umide, accartocciate: bello pensarti li.
Quello che un “cacciatore” non osa sperare di trovare: c’erano ai piedi del letto, seminascoste dalle lenzuola, le tue mutandine.
Mi correggo: le tue minuscole mutandine.
Sono le giornate fortunate di un “cacciatore” queste: ma in particolare quel giorno definirla “fortunata” non è pertinente.
Erano (sono, dal momento che le possiedo e conservo ancora) di cotone bianco; ed erano bagnate, bagnate fradice, ancora calde. Non hai idea del sentire la vischiosità tra le dita, avere la prova che ti eri davvero masturbata sino a venire; vedere ancora il rilievo impresso dalle labbra della tua fica: le ho annusate, baciate, leccate….
Dovevi aver cominciato per istinto: altrimenti le avresti tolte prima di cominciare…
Invece credo lo avessi fatto con un misto tra senso di afa e sonno, attraverso la stoffa. Me lo menavo con i tuoi slip in una mano, spiandoti dalla finestra.
Ho sborrato rabbiosamente, copiosamente su quelle lenzuola, impazzivo all’idea di te nuda (chissà poi perché pensavo avresti dormito li nuda, illusione del sognatore…) stesa a impregnarti del mio sperma…
Ecco in questo momento mi piacerebbe interrogarti, chiederti di tante cose: farlo con te in braccio a me tenendoti due dita completamente infilate nella figa e due infilate completamente nel culo, costringerti a parlare senza deconcentrarti.
Gioco da voyeur, da maniaco? Probabile. Gioco comunque, e molto dolce, allora, per me.
Spiarti, pedinarti in quel periodo era davvero eccitante. E come sei lo avevo intuito anche se, come succede sempre, anche a un solo passo da scoprire la realtà di certe intuizioni, non puoi mai realmente sapere. Il gioco di incastri che va a posto: ma potresti avere composto una figura sbagliata… Allora la vera risposta non hai il coraggio di cercarla sino in fondo, la dai da solo e la lasci sfumata in te.
Mi divertiva il tuo modo per bene, il tuo contegno anche se mai “tirato”…
Sapevo un certo periodo uscivi a farti sbattere… Avevi molta attenzione a separare l’ambiente in cui vivevamo dalle tue avventure, presumo.
Credo sia stato il primo “troia” convinto che ti ho dedicato in me… Perché sapevo al tempo avevi il ragazzo “istituzionale” che aspettava a casa. Ma non ti bastava evidentemente e l’idea che ti facessi montare a sua insaputa durante la settimana mi eccitava da morire…
Potresti farlo di mestiere immagino, credo ti piacerebbe davvero. Se non ci fossero aspettative, convenzioni tu saresti una prostituta eccezionale e ricercatissima, molto cara. Ecco: se mai ti avrò vorrei averti per soldi. Comperarti e trattarti di conseguenza…
Quando dicevi di uscire per andare in biblioteca gli orari non sempre corrispondevano alle giustificazioni che, chissà perché, costruivi per gli amici; specie quelli di rientro.
Nulla di che, cavoli tuoi. Ma da quando uscivi a quando rientravi c’era un abisso, a volte eri distrutta.
Una volta sei partita molto sobria ed elegante, avevi le calze. Quando sei tornata no e l’espressione era… “Corrotta”, stanca.
Mi aveva colpito perché era inverno; un dettaglio che credo fosse sfuggito a chi non aveva “la soglia di attenzione a te”: sotto il cappotto le caviglie nude…
Un altro giorno, appena tornata, ti eri seduta sul divano del salottino di ingresso, accaldata, stanca, verso sera ed era estate.
Ero appena fuori la porta ed entrando a salutarti, per pochi istanti, ho goduto di te.
Gli istanti in cui a occhi chiusi e testa arrovesciata allo schienale con una mano sistemavi i capelli e le tue gambe erano aperte e mi hanno dato una scarica di adrenalina violenta: eri senza mutandine, gran troia che sei, ed eri soprattutto, completamente rasata.
Uso queste parole perché mi davi rabbia, la rabbia di saperti “così” eppure rimanerne comunque stupido. La rabbia del pensare che era normalissimo e lecito eppure non lo era di te per me.
Pochi minuti dopo eravamo in cucina in mezzo ad altre persone, per il the e ti sostenevi la schiena; avevi dei lividi alle gambe nitidi sotto la mini al solito mai “eccessivamente portata”; avevi i capezzoli in rilievo sulla maglietta e pensavo: ti sei fatta spaccare a colpi di cazzo, maledetta puttana!
Spesso ti guardavo in momenti molto più normali, cercavo di leggere negli occhi: come può essere, dove può arrivare una ragazza così?
Ti ho spesso pensata come la ragazza ideale, la compagna ideale. Ma anche come la scopata più sublime, umida e perversa.
Ti confrontavo a Venezia e quando ti incrociavo dalle parti di casa tua nei fine settimana. Era una telenovela erotica, uno scenario del tutto mio, del tutto teorico e immaginato, anche se possibile.
Ti ho dedicato tante, ma tante seghe bambolina, a quel tempo ma non solo, sono sincero.
Quando il tuo “futuro marito” ti puntava è a me che ha chiesto “informazioni” sul tuo status: io e te eravamo amici sia all’Università che a casa….
Sentivo aveva buone chances, vuoi il momento vuoi un sesto senso…. Anche se credo abbia iniziato a montarti ancora quando non era definita del tutto la storia con l’altro, forse ci stavi ancora assieme.
Ora, avendo saputo di come stavano tante cose credo davvero ti eccitasse punirlo per tutto quello che non aveva mai voluto leggere di te, imponendoti quasi una sua versione di Manuela che tu avresti dovuto recitare. Credo ti eccitasse davvero tornare a casa ancora con lo sperma di altri che ti colava sulle gambe…
E so che ci avevi provato a cambiare le cose, ma evidentemente alla fine la tua rabbia ti faceva muovere per colpire; ed era una cosa tua, perché non credo davvero lui lo avesse mai nemmeno sospettato. Beh sai, non lo ho mai considerato “amorale”, nonostante, come tu dici, sono uno “strano tipo di maniaco”… Desidero insieme la compagna fedele di cui essere geloso, e la puttana…
Nonostante col tuo “ex” fossimo amici, eravate pianeti diversi, galassie diverse. Forse solo ora, per assurdo, ti “sente” davvero. Sente la tua mancanza. Lo vedo le arare volte che a “compagnie” incrociate, ti saluta abbracciandoti. Adesso vibra, e come te ne sarai accorta, vibra anche la sua ragazza, che ti odia letteralmente… Ma tant’è… Quello era lo scenario preordinato che desiderava e certe scelte impongono rinunce. Per me troppo care ma è così…
Voi due siete invece fatti per stare assieme: suona di dichiarazione sdolcinata, ma è quello che penso. Strafelice per entrambi: oltre a una mia vecchia mania tu eri una persona cui volevo davvero bene, di lui sai bene… è uno dei pochi veri amici che ho. Bello vedervi assieme… Anche se a dire il vero una volta entrati nel lavoro, nel “mondo degli adulti”, ci si è visti in modi molto più diradati…
Tu sei cambiata molto, anche fisicamente. Ma a dire il vero io adoro i cambiamenti di un certo tipo: eri una bellissima ragazza, sei una splendida donna. Con l’aggiunta che certi sdoppiamenti stucchevoli almeno per atteggiamenti e pose sono spariti: non serve più separare le parti, c’è più ironia, molto più stile e consapevolezza.
Sei un gran bel vedere e sinceramente qualche volta dopo esservi passato a trovare, complice la birra, il tuo straordinario culo e le tue gambe in mostra tornando a casa, come diceva Lucio Dalla, “è partita la mia mano”. Senza sensi di colpa perché sei la moglie di uno dei miei migliori amici. La femmina suscitava quelle voglie. E anzi…Sai bene il proibito affascina.
Credo in fondo fosse naturale nascesse prima o poi una confidenza di un certo tipo tra amici in certi momenti: in fondo lui sa cosa provavo e provo per te ma sa anche la stima e l’affetto per entrambi. In più c’è sintonia. Quella sintonia che fa si ci si capisca e ci si capisse con una battuta, uno sguardo.
Il fatto che lui ti rivelasse a me da un lato era una fregatura. Toglieva il proibito, la conquista, disarmava.
Ma di fatto era un “onore”: credo a volte certe emozioni, se sono positive, siano talmente grandi da non poterle contenere. E che nemmeno il fatto che magari aveste avuto esperienze di gioco con altri potesse contenerle.
Io invece ti conoscevo, conoscevo l’arco della tua gamma di modi, la tua parabola. Per molte cose provo quello che prova lui, potevo condividere e amplificare le emozioni.
“Prendila, è tua, falle quello che vuoi”. Era come mi dicesse questo mostrandoti, non c’erano paletti o remore a dire “si ma però”. Pensa ciò che vuoi. Era come montarti in due.
Le prime tue foto nuda non mi hanno affatto colpito: c’era un senso “di vittoria” ottenuta; ho pensato “era ora di vederla così”.
Erano foto fatte al mare tra le rocce. Come non perdi mai quel senso di voluttà nel tuo sguardo quotidiano così non smarrisci mai un senso di innocenza e leggerezza e dolcezza nel tuo essere sensuale. Ma hai acquistato consapevolezza, sicurezza, premeditazione ed era sublime vederti completamente nuda e divertita, giocare davanti all’obiettivo.
Non mi ha nemmeno colpito ascoltare e scoprire che avevi -avevate- una biondissima deliziosa compagna di giochi; non so perché ma ti ho sempre vista portata naturalmente verso i rapporti con altre donne. Ti avvicini e ti fai avvicinare con facilità dalle ragazze, ti ci appoggi contro con sensualità e naturalezza, non era difficile ne strano immaginarti un po’ “bisex”…
Come non era sorprendente la vostra formula di esplorare un mondo speciale tramite la rete applicando quello che è il tuo, il vostro modo di essere quotidiano. Leggere le cose che scrivevi, quelle che scrivevate assieme è stato fantastico, erano parole che descrivevano molte delle cose che avevo provato in modo molto più pertinente e preciso di quanto avrei potuto mai fare io. Mi piacevano le parti a diario, le parti di puro immaginario…
Ma una sera non so perché ho voluto guardare oltre la porta. Una sera “faceva torbido”, in me o nell’aria e ho chiesto di vedere l’animale. Ho insistito, ho preteso; lo ho ottenuto, ne intuivo il rischio ma non potevo immaginarlo.
Volevo vederti diversa: bagnata, volgare, senza posa; sporca nei tuoi pensieri e nei tuoi movimenti. Capire.
Ma davvero intuire ed immaginare è diverso dal vedere.
Un morso violento allo stomaco.
Sei un animale da monta, un animale da cosce aperte; sembri nata per una sola cosa. Sei una gran puttana; e non vado a distinguere l’uso del termine come fanno molti “in senso buono” o che: una puttana è una puttana. E tu lo sei fino al midollo: e che razza di troia! Non potevo immaginarti così.
Dunque tutti quei tasselli, quei lampi negli occhi, quelle tracce nel tuo odore, nella scia che lasci non erano immaginari miei, o meglio…
Non importa se sai filtrarlo con modi per bene, insospettabili ed eleganti. Ti è connaturato farti guardare, tenere le gambe aperte…Tu sei pronta, poni un limite e chi riesce a vedere oltre il filtro non può che cadere nella trappola.
Vedere come ti fai montare è stato impressionante.
Perché non erano banali immagini di voi due assieme… Erano giochi duri. Che poi tu mi possa contestualizzare, descrivere il percorso, spiegare…Tutto bello, tutto chiaro. Perché tutto come dici può essere lieve, pulito, o fatto per fare, annoiato, sporco.
Ma solo una femmina in calore può decidere di accettare la sera in cui gli uomini che la annusano, la cercano, la prendono, sono tanti e lo fanno assieme: eri li per farti divorare, comunque la vuoi mettere.
Crei fame di te, la voglia di assalto e poi ti ci consegni. E muovi le mani, la bocca, il culo come non ci fosse null’altro nella vita che conti per te. Ti ho vista pompata di forza, sodomizzata, leccata, masturbata. Gemere, ansimare, sudare, parlare, succhiare cazzi e masturbare e crollare sfinita alla fine coperta di sperma come credo ognuno vorrebbe vedere una come te, una per bene che scopa di fame, per un parossismo suo. Vedere le inquadrature del tuo viso mentre lo prendi nel culo, le misure dei maschi che ti stavano montando, apparentemente vittima ma non lo eri affatto. Certo che li facevi impazzire: eri li con tutta te stessa, soffrivi la tua voglia ed è difficile immaginare che una come te possa lasciarsi fare certe cose, ci credo non ti dessero tregua. E la pelle e il trucco e le corde, come ci fossi nata per quei giochi. L’espressione quando ti siedi sul viso di quell’uomo a cercare la sua lingua…
Credo davvero, come mi hai detto poi, quella ripresa, come la serata, fosse imprevista; credo davvero tu ci abbia messo molto a rivedere quelle immagini e che ti abbia dato fastidio, abbia sentito la ripresa come una intrusione… Ma credo molto fosse dovuto al fatto che ti faceva male vederti così, che ti sentissi istintivamente meno giustificata dall’uscire dalla parte di brava bambina per entrare nell’altra te stessa parallela e inscindibile. Credo ti abbia eccitata da star male rivederti…
Così averti ancora una volta davanti a me in versione “ragazza per bene” è stato strano: non lo sei affatto. La maglietta con i capezzoli in rilievo le cosce che adesso sai muovere e mostrare deliberatamente. Sei una gran puttana. Basta saperti guardare.
La tua reazione “a sapere che sapevo”, quel sorriso strano, quel parlarmi da amica confidente. Ti infoiava avessi visto, eri un fiume di belle parole positive. Per carità apprezzate, capite, condivise.
Resta l’amica, ma resta la puttana. Mi piacerebbe approfittare di te prima o poi, arriverei a violentarti da quanto ti voglio. Anche se ora che siamo complici e parliamo e parliamo e parliamo… Mi resta l’annusarti. E guardo quella bocca nata per fare pompini e la penso con lo sperma che cola…. E poi mi dico idiota e sorrido da amico alla amica….
Lo sappiamo benissimo entrambi: mi hai sempre fatto impazzire; per me eri inarrivabile, sapevo non avrei mai potuto averti. Ma adesso ti avrò, ti ho già. FINE

About Hard stories

Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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