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Nel parcheggio

Accadde una notte di giugno, forse il secondo anno del mio matrimonio.

Mio marito Alberto aveva combinato una cena diversa dal solito con i suoi colleghi di ufficio: ristorante somalo e poi, per chi voleva, discoteca. Partecipavano diversi amici che conoscevo, comprese alcune coppie che frequentavamo. L’incognita era invece rappresentata dal nuovo superiore di Alberto, il dottor Bonetti, alla cui opinione mio marito teneva in modo particolare: mi aveva fatto capire che al capo piacevano le donne giovani ed espansive, audaci nel linguaggio e disinvolte nel vestire, un personaggio nel quale francamente faticavo a calarmi.

Mi dava fastidio che mio marito si facesse influenzare in modo così infantilmente maschilista, ma ci teneva così tanto all’opinione di Bonetti che mi rassegnai ad accontentarlo, ripromettendomi di farglielo pesare alla prima occasione. Innanzitutto pagò personalmente con il suo premio aziendale (avevamo conti correnti separati) il vestito che acquistai per quella sera: un tailleur tabacco, giacchino a bolero con un solo bottone sotto il colletto di taglio maschile, a revers, e gonna molto corta.

Alberto cercò di convincermi a indossare le scarpe con il tacco che mi aveva regalato per il mio compleanno, ma lo portai davanti alla vetrina del negozio più esclusivo della città, mostrandogli un paio di decolleté nocciola.

– La classe non è acqua – lo canzonai. – Per impressionare quel tuo megadirettore, non possiamo risparmiare. –

Quando la sera della cena ci incontrammo con gli altri al Caffè del corso per l’aperitivo, le colleghe di Alberto mi fecero i complimenti; pensai con un po’ di civetteria a come si sarebbero comportati i loro mariti sapendo che sotto il tailleur indossavo la lingerie più cara che avessi trovato, che aveva fatto avvampare e poi impallidire mio marito quando aveva messo mano al portafoglio.

Il dottor Bonetti era un uomo che poteva avere un’età indefinita fra i quaranta e i cinquanta; indossava una cravatta giovanile su una giacca di fresco lana, un paio di jeans firmati e portava i capelli brizzolati pettinati all’indietro.

Alberto ci presentò fingendo disinvoltura, in realtà forse solo io potevo notare quanto fosse rigido mentre stringevo la mano al suo superiore. Bonetti aveva lineamenti che sembravano intagliati nel cuoio, tanto era abbronzato in viso; mentre ci scambiavamo i soliti convenevoli, sentii il suo profumo che mi sembrò Intesa unisex, poi ci sedemmo insieme agli altri ai tavolini nella saletta del retro.

Forse proprio durante l’aperitivo, Alberto cominciò a covare risentimento, probabilmente perché lui era vicino al dottor Bonetti mentre io mi ero seduta distante da loro, di fronte a due o tre dei suoi colleghi maschi che si contendevano la mia attenzione.

Sedendomi sullo sgabello del caffè con le gambe accavallate, la gonna si sollevò scoprendomi le cosce.

Mi comportai con disinvoltura, ignorando le occhiate rapide degli uomini e incrociando ogni tanto lo sguardo di Bonetti, che catalizzava l’altra metà dell’attenzione. Sicuramente Alberto notò più di me il modo in cui le mie gambe nude mettevano euforia nella compagnia, anche perché le altre mogli e colleghe, pur potendo qualcuna competere con me in quanto a bellezza, erano vestite in modo decisamente più sobrio.

Al momento di trasferirci al ristorante, che si trovava in collina, qualcuno propose di andare solo con tre o quattro auto; cercai mio marito Alberto, ma stava continuando un discorso con un paio di colleghe alla cassa.

– Vieni con noi, Roberta? – mi domandò Giulia, la moglie di un collega di Alberto, indicandomi l’auto del dottor Bonetti.

Acconsentii perché provavo una simpatia istintiva per lei, ma all’ultimo momento nel parcheggio Giulia montò su un’altra auto con il marito, ed io mi ritrovai sola con il dottor Bonetti e tre colleghi di mio marito, gli stessi che mi avevano attorniata al bar. Alberto arrivò quando stavo già prendendo posto sulla 164, e non gli restò che salire con Giulia e il marito.

Quando partimmo era già molto buio. A parte Bonetti, gli altri colleghi di Alberto mi conoscevano da diverso tempo, così che si permettevano non poca confidenza. Quasi immediatamente il discorso cadde sulle mie gambe, e protestai.

– Oh su, coraggio – mi canzonò Giacomo da dietro. – Siamo saliti sull’auto del dottor Bonetti apposta per vedere le tue cosce! –

Mi avevano galantemente lasciato il sedile anteriore accanto a Bonetti, che guidava con un sorriso condiscendente, Rino si sporgeva da dietro il mio sedile per sbirciare mentre mi parlava nell’orecchio.

La 164 affrontò la salita al buio sulla collina; Bonetti mi appoggiò confidenzialmente la mano sul ginocchio, e quando la riportò sulla leva del cambio io accavallai le gambe per cercare di allontanarle, senza darlo a vedere, dalle sue mani: ma era stato più che altro un riflesso condizionato, e mi stupii io stessa che non mi avesse dato il minimo fastidio, anzi il suo palmo ruvido e fresco mi aveva per un secondo dato un brivido. Ma non avevo calcolato che accavallando le gambe l’orlo della gonna si sollevasse ancora di più sulle cosce.

Per un momento i ragazzi osservarono un religioso silenzio canzonatorio, quindi cominciarono a fischiare per approvazione, tanto che arrossendo tornai a sciogliere le gambe, cercando di non guardare Bonetti.

Giungemmo al ristorante, in una curva della strada provinciale che attraversava serpeggiando le colline; ci avevano preparato tavolini bassi, forse tipici somali, con bassi pouf di marocchino che trovai molto scomodi: infatti, per sedere dovevamo tenere le ginocchia piegate così che la gonna scivolava di nuovo lungo le cosce, come al Caffè del Corso. Ma quella sera sembrava il mio destino. Inoltre, ogni tanto incrociavo le caviglie senza pensarci. La gonna si tendeva fra le gambe e Rino e Giacomo, seduti di fronte a me e Alberto, salutavano la mia esibizione esclamando “Oh-oh-oh!” in coro.

Dopo due o tre di questi spettacoli infantili, Alberto divenne freddo con me; si limitò a parlare solo con la moglie di Rino alla nostra destra, senza quasi più considerarmi. Mi offesi molto, più ancora che del comportamento di Rino e Giacomo; almeno il dottor Bonetti si limitava a sorridere agli eccessi dei due amici. Cominciai allora a dar più che altro retta a lui, che era seduto proprio di fronte a me e aveva quindi una posizione di privilegio. Notai che sbirciava ogni volta che pensava non potessi vederlo.

La discoteca che avevamo scelto per continuare la serata era molto vicino al ristorante somalo.

– Ci avviamo? – propose la moglie di Giacomo poco prima di mezzanotte.

Accettai subito, alzandomi, felice di poter porre termine all’imbarazzo della serata. Ma qualcuno voleva passare a bere qualcosa, fra loro mio marito, che mi ignorava quasi ostentatamente; uscimmo nel parcheggio del ristorante dove, senza neppure consultarci, forse senza neppure salutarci io seguii Luisa e il marito nella 164 del dottor Bonetti, mentre Giacomo e Rino andarono con Alberto ed alcuni altri a cercare un bar in città.

All’entrata della discoteca c’era folla; rimasi leggermente indietro dagli altri insieme a Bonetti.

– Alberto non ama ballare? – mi domandò.

Mi strinsi nelle spalle, irritata dall’atteggiamento di mio marito, e Bonetti per discrezione non insistette.

Al momento di pagare fu lui a precedermi; non volle che gli dessi soldi.

Ritrovammo gli altri e ci sedemmo con loro ai bordi della pista, ma preferivo non scendere a ballare prima che arrivasse Alberto. Guardai gli altri che si scatenavano, seduta accanto a Luisa che beveva un alcolico dopo l’altro, cercando ogni tanto con lo sguardo verso l’uscita se arrivasse mio marito. Il dottor Bonetti ballò per qualche minuto con una disinvoltura che non avrei sospettato; si divertiva visibilmente, ma notai che Luisa controllava con la coda dell’occhio se lo stessi guardando. Dopo poco tornò a sedersi, poi si offrì di andare a cercare Alberto all’entrata.

Luisa andò a bere al bancone del bar e io rimasi sola sulla poltrona ai lati della pista. Mi accorsi subito di essere stata presa di mira da alcuni brutti ceffi, dall’aspetto sembravano albanesi, che a turno vennero a chiedermi di ballare, ma si allontanarono al ritorno di Bonetti.

– Alberto è andato con Giacomo e gli altri al Risiko – disse mostrandomi il suo cellulare; il Risiko era un’altra discoteca in città. – Hanno detto che ci aspettano là, quando vogliamo andare. Mi spiace, Roberta… –

Sentii una vampata di calore e di rabbia verso Alberto.

– Mi accompagna a bere – dissi alzandomi.

La musica era assordante; presi posto su un seggiolino alto quasi come il banco, e per ripicca contro mio marito accavallai con un gesto ampio le gambe senza preoccuparmi minimamente della gonna.

Bonetti ordinò una caipiroska per tutti e due, poi si appostò al bancone fra me e gli altri avventori, in modo da coprirmi cavallerescamente ai loro sguardi. Mentre parlavamo, e cercavo di non dare a capire quanto mi sentissi ferita dal comportamento di Alberto, Bonetti abbassò più volte lo sguardo alle mie gambe nude senza più cercare di nasconderlo come era successo al caffè o al ristorante. Mi accorsi anche che dilatava leggermente le narici per sentire il mio profumo.

Finii di bere.

– Devo andare ai servizi – dissi. – Mi accompagna? –

– Andiamo a quelli del personale – disse facendo un cenno della mano al cameriere, che lo conosceva e lo trattò con deferenza. – Sono più puliti. –

Lo seguii docile, mi attese fuori dalla porta. Feci pipì. Poi mi sciacquai le tempie e il collo, perché mi girava la testa.

Mi profumai ancora, con un goccio dietro le orecchie, alle ascelle e fra i seni, quindi traendo dalla borsetta il pettinino chiamai a voce alta Bonetti.

Si affacciò dalla porta.

– Entri pure – dissi, – non c’è nessuno. – Lo osservai nello specchio mentre mi guardava da dietro, e cercai di capire se dilatava ancora le narici per carpire il mio profumo. Teneva le mai in tasca e sembrava molto interessato al movimento che faceva l’orlo della mia minigonna quando sollevavo le braccia per pettinarmi.

– Ha delle gambe bellissime, Roberta – commentò con una tonalità di voce molto calda. – Ha mai posato per un servizio fotografico? –

Al pensiero del suo sguardo, sentii caldo alle cosce.

– Non ho proprio voglia di ballare – dissi terminando di ripassare le labbra con il rossetto.

Guardò l’orologio.

– Manca poco all’una: devo accompagnarla al Risiko? – Mi girai a guardarlo negli occhi.

– Assolutamente no – risposi rimettendo il pettinino nella borsa. – Mi riporti a casa. –

Uscimmo dalla discoteca senza dire nulla a Luisa e agli altri.

La notte era fresca, e tornammo con la 164 sulla statale, ma mentre scendevamo verso il Po mi accorsi di non avere voglia di tornare a letto a mangiarmi il malumore per aspettare Alberto.

– Che si fa? – domandai.

Stavamo attraversando un centro abitato, diretti verso casa. Bonetti non rispose; dopo qualche minuto di conversazione, mi sentivo davvero su di giri per la caipiroska,

– Che facciamo? – tornai a domandare, stringendomi nelle braccia.

Il dottor Bonetti si voltò a guardarmi, quindi allungò una mano che mi posò sul ginocchio nudo, quasi con noncuranza. Lo guardai senza reagire, cercando di capire la sua intenzione.

– Facciamo un salto in qualche altro locale a bere un caffè, che ne dice? – mi propose.

Mi strinsi nelle spalle.

– Tanto, prima che torni a casa Alberto ci vorrà un po’. Dove vuole fermarsi? – risposi.

– Le piacerebbe fare un salto in un locale malfamato? –

Ricambiai il suo sguardo.

– In che senso? –

– Uno di quei posti in cui non andrebbe mai senza la compagnia di un uomo; c’è un postaccio, proprio qui dietro l’angolo, frequentato anche da gente poco raccomandabile. –

– Sarà pericoloso? –

Toccò a lui stringersi nelle spalle.

– Eccitante, senz’altro. –

Accettai. Continuava a girarmi la testa mentre viaggiavamo nella notte.

Immaginai che mi tenesse la mano sulla coscia nuda mentre guidava, ipnotizzandomi con la sua voce calda.

Ma non accadde.

Parcheggiò in una strada di periferia, e prima di scendere dall’auto mi consigliò di levarmi l’anello nuziale.

– Mai entrare con oro addosso in questi posti, è pieno di scippatori. –

Mi prese sottobraccio. Entrammo in una specie di birreria chiassosa e piena di fumo, buia; i camerieri neppure ci guardarono addosso, si voltarono invece dei brutti ceffi con maglie girocollo che seguirono fumando ogni mio passo. Bonetti mi condusse nel retro, in un’altra stanza dove c’erano tavoli da biliardo e luci basse, verdastre.

– E’ un noto ritrovo di puttane – mi sussurrò all’orecchio accennando ad alcune prostitute sedute con le gambe accavallate accanto a uomini dall’aria truce, su poltrone di velluto in fondo alla sala.

Tenendomi il braccio sulle spalle, mi condusse nel retro, dove c’era una sorta di night club popolato dalla stessa umanità sordida. La musica era un po’ datata, ma non da buttare. C’era parecchia gente. Sedetti tra la pista da ballo e il bar; Bonetti insistette per offrirmi un caffè, e si allontanò lasciandomi un po’ in apprensione. Mi guardai intorno notando con un certo disappunto, non privo di ironia a causa dell’alcol, che la mia gonna era più corta di quella di alcune prostitute.

Mi accorsi che c’era un tizio che mi squadrava, un adolescente con aria da teppista e una giacca rossa.

Mi fissava con intensità, senza bere né fumare, tanto che mi sentivo a disagio perché quasi mi sembrava che le sue mani mi spogliassero. Abbassai le braccia sull’orlo della gonna come per evitare che me la sollevasse con l’immaginazione.

Tornò Bonetti con il caffè.

– Che gliene pare? –

– Ho visto di meglio. –

– Forse non le capiterà più di entrare in un altro posto simile – rispose divertito. – Se lo goda. Non credo che suo marito frequenti questo genere di locali. –

Bevvi il caffè, che era comunque molto buono, e riuscii a non immaginare le bocche delle prostitute sul bordo della tazzina. Osservai la gente nella piccola pista da ballo: i vestiti un po’ fuori moda degli uomini, le minigonne e le gambe nude delle ragazze. La musica si calmò e iniziò un lento.

– Vuole ballare? – domandò Bonetti.

Guardai verso il teppista, che ancora mi teneva gli occhi incollati addosso, e accettai.

La canzone era bella, mi ricordava momenti piacevoli. Bonetti mi cinse i fianchi con braccia forti, attirandomi il bacino contro il suo. Arrossii, abituata a ballare a un po’ di distanza con uomini che non fossero Alberto, e fui grata al buio che non si vedesse. Gli cinsi il collo con le braccia, i gomiti sul tessuto liscio e piacevole della sua giacca di lana. Il suo bacino si muoveva con precisione e mi sfiorava il ventre con la fibbia della cintura ad ogni passo; dovevo tenere le gambe un po’ discoste, perché nel girare il suo ginocchio sinistro si trovava sempre fra i miei.

Iniziò un altro lento, le sue mani si sciolsero dalla mia spina dorsale per cingermi i fianchi, appena sotto la linea della vita. Non alzai gli occhi a guardarlo in volto. Poco per volta le palme delle sue mani si spostarono verso la parte alta dei miei glutei. Aveva ancora il suo profumo di Intesa unisex con una punta di cuoio, molto maschile, che mi turbò.

Mi girava la testa.

– Sei un grandissimo pezzo di figa, Roberta – mi sussurrò all’orecchio dopo un paio di canzoni.

Arrossii, accorgendomi che mi aveva messo le mani sui glutei. Mi scostai e feci per rimproverarlo, ma alzò una mano da dietro e posandomela sulla nuca mi avvicinò, baciandomi improvvisamente sulla bocca.

La sua lingua era calda e vivace. Sentii caldo ai lombi, e poi la sua mano proprio sul mio sedere, che si abbassava a cercare l’orlo della gonna. Mi ritrovai stretta fra la sua bocca umida, le mani sul mio fondoschiena, il ginocchio insinuato fra i miei, i suoi calzoni ruvidi contro pelle nuda delle cosce.

Senza sapere perché, ricambiai il suo bacio, abbracciandolo, stringendo il seno contro di lui; sentii improvvisamente caldo al collo e la testa ricominciò a girare.

– Torniamo alla macchina – dissi appoggiando la testa sul suo petto.

– Aspetta, la notte è ancora giovane. –

Mi condusse sottobraccio verso il fondo della sala, dove la luce era più fioca, e si appoggiò con la schiena contro il muro tenendomi davanti a sé, rivolta verso la pista. Mi cinse i fianchi con le sue braccia.

– Sei l’attrazione della serata, per quei farabutti – mi disse in un orecchio accarezzandomi i fianchi mentre indicava gli uomini nella sala da ballo.

Mi sentivo eccitata da quella sua confidenza, e non riuscivo a togliermi dalla pelle l’impressione della sua mano sulle gambe nude mentre ballavamo.

Mi prese le mani come per carezzarmele, e me le portò dietro il bacino, a contatto con il suo ventre; all’improvviso mi sentii fra le dita il bastone caldo del suo membro.

– Ma, cosa fa? – dissi a voce bassa ritraendomi.

Ma sentivo girare la testa e il viso caldo.

– Non dire niente – mi sussurrò nell’orecchio, tornando a prendermi le mani. Con le dita mi strinse le mani sul suo sesso caldo e rigido. Mi baciò appena dietro l’orecchio mentre mi sentivo arrossire.

– Ora cerca di non spostarti, o ci vedranno; muovi la mano… così… – Mi accompagnò la mano chiusa a pugno su e giù sulla pelle calda del suo pene.

Malgrado il buio, sentivo tutti gli occhi puntati addosso. Qualcuno si sarebbe accorto che tenevo le mani dietro la schiena. Mossi sgraziatamente la mano sulla pelle del suo sesso.

– Più veloce… – sussurrò, accompagnandomi la mano.

Mi sentivo tremare ed ero rossa come una verginella. Mi pareva che tutti, ai bordi della pista, guardassero nella nostra direzione.

Mi sentivo mancare le gambe quando finalmente Bonetti si accontentò sfilandomi il membro di mano.

Ma mi tenne stretta a sé.

– Ora facciamo un gioco più bello – disse senza lasciarmi.

Mi sentii sfiorare un gomito, e abbassando lo sguardo vidi che aveva riportato le mani sulle mie anche, poi le sentii dietro le cosce, appena sotto l’orlo della gonna.

– Lasciati andare contro di me e stringi le ginocchia, altrimenti non viene su. –

Non capivo cosa volesse farmi: non viene su cosa? mi domandai allarmata, ma obbedii. Sentivo il cuore quasi in gola, il profumo di Intesa unisex sembrava più euforizzante della caipiroska. Bonetti mi sollevò di qualche centimetro la gonna.

– Ma che fa? – domandai sottovoce senza voltarmi ma irrigidendo i muscoli delle gambe. – Vedranno tutti! –

L’orlo salì ancora di qualche centimetro.

Una ragazzina venne verso di noi per avvicinarsi ai servizi igienici, si fermò un attimo nel vederci appartati al buio, ma quando lo sguardo le cadde sull’orlo della gonna, e si accorse che era sollevato di una spanna, sembrò ripensarci; mi guardò arrossendo e girando sui tacchi tornò tra la folla.

Strusciandomi le palme delle mani sul retro delle cosce, Bonetti diede un altro strattone verso l’alto. Io non osavo guardare a che punto fosse arrivato l’orlo, ma sentivo che il cuore aveva accelerato alla velocità di un treno.

– Ho voglia di baciarti fra le cosce – sussurrò al mio orecchio.

Le sue dita si insinuarono sotto la gonna, sempre dal di dietro, arrampicandosi sui miei glutei, e sentii che afferravano l’orlo delle mutandine.

– No, no! – protestai staccandomi da lui. – Ti prego, torniamo all’automobile. – aggiunsi, passando a dargli del tu.

Mi prese per mano, precedendomi verso l’uscita. I teppisti ci seguirono con lo sguardo dalle poltrone di velluto consumati ai bordi della pista.

Uscimmo all’aria aperta, finalmente, ed entrai in auto con le gambe molli; Bonetti riprese la strada verso casa, in silenzio, ma dopo poco mi posò di nuovo la mano sul ginocchio nudo Non lo fermai, domandandomi se fosse ciò che desideravo. Non avevo mai avuto avventure con altri uomini, né prima né dopo il matrimonio, ma quella sera mio marito mi aveva davvero fatta infuriare.

Bonetti interpretò a suo favore il fatto che non reagissi. Infilò il parcheggio di una fabbrica deserta per la notte e fermò l’auto.

– Che facciamo? – domandai. Era buio assoluto.

Continuò a carezzarmi con movimento circolare il ginocchio.

– Hai mai fatto l’amore in auto? – domandò.

Non gli risposi, ma respirai profondamente raccogliendo tutto il mio coraggio e cercando di capire se la mia voglia di trasgredire o di fare un dispetto a mio marito fosse tale da permettermi di lasciarmi andare.

Bonetti allungò le mani nello spazio fra i sedili, e toccò una leva per inclinare di qualche grado il mio.

– Alza le mani e tieniti forte al poggiatesta, quassù – disse estraendo dal cruscotto un foulard. – Non abbassare per nessuna ragione le mani. –

Obbedii, forse per prendere tempo, impugnando con le due mani il poggiatesta sopra il capo. Mi bendò con il foulard, e dopo qualche secondo sentii le sue mani sulle mie cosce nude.

Accavallai le gambe, ancora non del tutto sicura di quanto stava accadendo. Sentii il suo respiro irrigidirsi.

– Rilassati e tira giù le gambe, Roberta. – Obbedii di nuovo, stupita della mia sottomissione.

La sua mano ruvida si mosse fin sotto la mia gonna, in mezzo alle cosce, ma serrai i muscoli.

– Aspetta… – dissi – Non mi sento a mio agio. –

Non rispose.

Rilassai appena i muscoli, ma quando sentii la sua mano aperta a palmo contro le mutandine abbassai di scatto le mani per bloccarla.

Mi scostò con delicatezza la mano per riportarmela al poggiatesta, poi sentii le sue labbra sulle mie ginocchia.

– È più forte di me – replicai tornando ad afferrarmi al poggiatesta.

Mi sbottonò il tailleur posandomi una mano aperta sulla pelle nuda della gola. Trattenni il fiato. Ruotò il palmo per infilarmi le dita sotto la giacca, ma quando sentii i suoi polpastrelli sul seno abbassai di scatto la mano bloccandogli il polso.

Tornò ad alzarmi pazientemente le braccia. Sentii ancora le sue mani sulle mie cosce, e la gonna che si alzava senza opporre la minima resistenza. Mi concentrai sul ricordo delle sue mani sul mio sedere, della sua bocca sulla mia mentre la musica mi stordiva. Abbassai gli occhi, riuscendo a vedere da uno spiraglio nel foulard: mi aveva scoperto quasi completamente l’inguine, e stava ammirando a distanza ravvicinata i miei slip. Allora gli scostai il volto con entrambe le mani e mi levai la benda dagli occhi, tirandomi giù la gonna sulle gambe. Avevo il cuore in gola e tremavo.

– Ti prego, non mi sento sicura – dissi serrando le ginocchia. – Riportami a casa. Mio marito a quest’ora mi starà cercando. –

Si ritirò sul suo sedile, e tacque per alcuni minuti guardando fuori. Quasi mi pentii di averlo fermato, ma avevo difficoltà a deglutire. Mi riabbottonai il tailleur.

Quando mi si calmò il batticuore, si voltò a guardarmi.

– Levati i vestiti – disse.

– Co… come? – balbettai, credendo di non aver capito.

– Levati i vestiti. –

Mi carezzai il collo.

– Sotto ho solo la biancheria intima… –

– Quella puoi tenerla – replicò. – Vuoi levarti i vestiti? –

Arrossii violentemente. Trovavo la situazione vagamente eccitante, soprattutto perché confermava la mia possibilità di seduzione, ma anche perché mi rendevo conto dei miei sentimenti, quando al night club Bonetti mi toccava sotto gli occhi invidiosi dei teppisti. Eppure, al tempo stesso non mi sentivo pronta per il passo.

Mi carezzò di nuovo il ginocchio, sentii un brivido nel basso ventre.

– Spogliati… – ripeté con la sua voce calda.

Mi sbottonai il tailleur e sfilai la giacca coprendomi il seno con le mani, rossa in volto.

Lui mi guardò serio.

– Continua. –

Mi sfilai la gonna, alzandomi appena sul sedile, e la consegnai alle sue mani tese; la piegò e ripose sul sedile posteriore insieme alla giacca. Indugiò a lungo a guardarmi così, in slip e reggiseno, mentre mi tenevo coperto il seno con le mani, anche se mi sembrava un gesto un po’ inutile.

– Togli la biancheria. –

– Non fa caldo – risposi.

Ma lui si limitò a sorridere. Gli diedi la schiena e mi slacciò il reggiseno, che sfilai dalle spalle. Poi mi girai a guardarlo, indecisa.

– Anche le mutandine –

– Ma sei matto? Guarda che… –

– Dai, non farmi perdere la pazienza, toglile –

Lo guardai negli occhi, poi tirai giù gli slip sui fianchi mentre lui seguiva con gli occhi ogni movimento, quasi cercando di aiutarmi con il pensiero.

Quando rimasi completamente nuda, immaginando le reazioni di mio marito nel vedermi in quel frangente (proprio io che non avevo mai accettato nessuna trasgressione, fosse pure innocente, come fare l’amore sul tappeto di casa), Bonetti si tirò giù la cerniera dei calzoni, estraendone il suo sesso rigido come un bastone. Lo guardai con la coda dell’occhio.

– Comincio ad aver freddo – dissi.

Mi scostò le mani, rimanendo ad ammirarmi il seno.

– Roberta… – disse – hai mai fatto sesso orale? –

Arrossii violentemente, balbettai qualcosa. Mi mise il palmo della mano dietro la nuca, tirandomi il capo verso il suo grembo.

Si era scoperto del tutto il grosso membro, turgido di eccitazione; vi posò sopra entrambe le mie mani.

Mi sentii raggelare. Qualche volta accondiscendevo, a patto che Alberto usasse quei preservativi colorati, e senza che avesse l’orgasmo nella mia bocca. Neppure avevo mai accettato di discutere un rapporto orale completo, sebbene me lo chiedesse ogni tanto: non potevo tollerare l’idea di toccare con la bocca il sesso di un uomo, fosse pure quello di Alberto.

– N… No! – balbettai, ritrovandomi con il sesso di Bonetti a pochi centimetri dalla bocca.

Provai due opposti sentimenti: ero innanzitutto umiliata di trovarmi in macchina con un uomo che non fosse mio marito, completamente nuda come una prostituta; contemporaneamente trovavo eccitante in modo perverso il fatto di avere su un uomo quel potere che è dato dall’intensità del suo desiderio per il mio corpo.

Girai il capo, cercando di piegarmi di lato, ma mi aveva posato le mani sulla schiena per trattenermi.

Mi prese con delicatezza il mento con la mano per voltarmi il viso, e mi appoggiò il sesso alle labbra.

Sentii che tremavo. Sentii il peso della mia nudità e un tepore carnale alle labbra, un turgore traditore ai seni. Forse era la situazione, che malgrado la mia volontà induceva il mio corpo a eccitarsi: fatto sta che cedetti alla sua richiesta.

Fu lui stesso a dischiudermi le labbra premendo con il suo membro. Sentii il sapore caldo e amaro che mi riempì la bocca; sollevai le mani per portarle al suo inguine, e allora mi lasciò il mento.

– Oddio, Roberta…  – mugolò.

Non sapevo che fare. Gli afferrai il sesso con le dita di entrambe le mani, sentendo la stoffa dura dei suoi jeans sui capezzoli.

Gli toccai appena la punta del glande con la lingua e lo sentii irrigidirsi contro il palato e contro le mani. Allora me lo agitò leggermente in bocca, e lo sentii sgusciare fra le mie dita.

– La lingua… muovila… – gemette.

Sentii i capezzoli inturgidirsi contro il tessuto dei suoi pantaloni. Da qualche parte dentro di me c’era la consapevolezza che mi stava trattando come una prostituta. Il suo sesso aveva un sapore aspro, pungente. Obbedii, chiudendo gli occhi, leccandolo, domandandomi se quello di Alberto avesse lo stesso sapore. Avevo caldo, specialmente al collo.

Il membro pulsava lentamente nella mia bocca, sentii la saliva colarmi agli angoli delle labbra.

Cominciai a succhiare, aspirando, stupita dalla mia stessa naturalezza, ubriaca del profumo della sua pelle e sentendomi costretta dalla situazione. Mossi le mani intorno al suo sesso, su e giù, come sapevo che fanno gli uomini per masturbarsi, e lo sentii rigido come un manganello nella mia bocca.

Poi si irrigidì ancora di più, e allora mi staccai di scatto dal suo inguine, temendo che volesse sfogarsi nella mia bocca.

Cercando di rallentare il fiato mentre lui si ricomponeva, mi osservai nello specchietto, togliendomi le piccole sbavature di rossetto; Bonetti reclinò all’improvviso di 45 gradi il mio sedile. Mi aspettavo che mi venisse addosso, invece si limitò a guardarmi.

– Toccati – disse poi.

– Come? –

– Dai, toccati; non ti sei mai eccitata da sola? – Sorrisi.

– Ho capito; sei un bambino che ti ecciti nel vedere una donna che si masturba. –

Raccolse il foulard.

– Ti bendo, così ti vergognerai di meno. –

Lo lasciai fare, e quando mi rilassai contro lo schienale inclinato, il foulard sugli occhi, mi raccolse la mano portandomela all’inguine. Ero un po’ imbarazzata; oramai da anni non mi masturbavo più. Mi resi conto però di recuperare bene: appena inserita una falange nella vulva, la trovai umida di muco.

Sollevai il triangolino di carne del clitoride, rendendomi conto che davvero mi sentivo meno imbarazzata così bendata. Mi sistemai meglio sul sedile, aprendo un po’ le cosce, ma Bonetti mi prese la mano.

– Aspetta – disse – voglio fartelo io. –

Mi levai allora il foulard dagli occhi, perché volevo controllare, e lo vidi aprire il cruscotto e estrarne un cordoncino di velluto lungo almeno un metro.

– Girati verso il finestrino – ordinò.

Obbedii, voltandomi di fianco ma sempre guardandolo da sopra le spalle.

– E adesso? –

– Dammi i polsi – continuò, svolgendo il cordoncino. – Voglio legarti. –

Tornai a voltarmi verso di lui.

– Cosa?!… E perché dovrei accettare? –

– Voglio carezzarti senza interferenze delle tue mani. Dammi i polsi – insisté.

– Penso proprio che tu sia un po’ guardone – dissi voltandomi verso di lui e porgendogli i polsi uniti.

Fece un cenno di diniego; mi prese per le spalle tornando a voltarmi verso il finestrino.

– Voglio legarti le mani dietro la schiena. –

Lo guardai di sopra la spalla, soppesando la situazione

– Mi sa che sei un po’ sadico, altro che guardone – dissi.

– E a giudicare da come godevi prima al night-club – rispose prontamente prendendomi le mani da dietro – quando ti toccavo sotto la gonna, mi sa che tu sei un pochino masochista. –

Mi passò il polso attraverso una specie di cappio che aveva formato con il cordoncino.

– A proposito, cosa diavolo ci fai con una corda nel cruscotto? – domandai.

– Un ricordo – rispose.

Tenendomi i polsi incrociati uno sull’altro con una mano, con l’altra fece scivolare la corda di velluto sulla mia pelle.

– Ti devi essere eccitato come un bambino, stasera – dissi.

Strinse con le dita un grosso nodo, legandomi i polsi incrociati all’altezza delle reni.

– Non mi dire che tieni questa corda per legarci le amichette che ti porti in macchina – dissi.

Non rispose. Tirò al massimo le due estremità, e a questo punto sentii davvero stringere.

– Ecco fatto – disse.

Appoggiai la schiena e gli avambracci contro il sedile e provai a tirare i polsi in senso contrario: la corda mi parve subito molto stretta. Torsi i polsi, inarcando un po’ la schiena, facendo forza sui glutei: riuscii solo a farmi male.

Bonetti sembrava divertito.

– Rilassati – disse. – Ora ti bendo. –

Mi girai verso il finestrino, improvvisamente stizzita.

– No, basta con quel foulard. –

Rinunciò a bendarmi. Passandomi un braccio dietro la schiena per prendere fra le dita il cordino che mi legava i polsi, avvicinò la sua bocca alla mia.

La sua lingua sembrava impazzita fra i miei denti, come prima nella sala da ballo. Mi arresi, ricambiando un po’ freddamente il bacio, offesa, domandandomi perché mi fossi lasciata svestire e legare da un uomo che conoscevo da poche ore. Si staccò dalla mia bocca. Inspirai profondamente e cercai di slegarmi. Allora allungò una gamba, scivolando sopra la leva del cambio dal suo sedile fin sul mio, mentre con una semplice manovra dell’altra mano premeva la leva per reclinarlo completamente.

Scattai all’indietro insieme allo schienale e mi ritrovai con Bonetti quasi sdraiato accanto a me, compressa fra il suo corpo e il finestrino, io completamente nuda e lui completamente vestito.

– Cosa fai? – riuscii solo a esclamare prima che tornasse a sigillarmi la bocca con la sua.

Sentii il suo braccio passarmi sotto la schiena per afferrarmi le mani legate, mentre l’altra mano mi correva all’interno delle cosce. Sollevai le ginocchia di scatto, perdendo le scarpe nel movimento, e cercai d’istinto di proteggermi il ventre: troppo tardi, la sua mano scivolò sul mio inguine; sentii un improvviso calore ruvido alla pelle nuda delle cosce.

Sentii la sua mano aprirsi sulla mia vulva, tanto che anche piegando le ginocchia al massimo verso il ventre non riuscii più a cacciarla. Continuò a baciarmi e mordermi le labbra e la lingua, mentre la sua mano scavava nell’incavo del mio inguine muovendosi come un animale impazzito.

Aveva ancora un profumo che mi faceva girare la testa, e sentivo il caldo del liquore nei lombi. Inarcai il busto facendo forza sulle mani legate, e allora sembrò accorgersi del mio seno nudo; mi lasciò respirare per spostare l’attenzione della sua bocca ai miei capezzoli, che baciò, leccò e assaggiò con i denti mentre mi contorcevo.

– Bonetti, mi fai male: slegami! – esclamai.

– Sei la più gran fica che mi sia capitata fra le mani – disse eccitato.

Sentivo freddo, e la situazione cominciava a farsi imbarazzante; ma cominciai a sentire un certo calore nel ventre. Sentii addirittura che mi si inturgidivano i capezzoli; mi passò l’altra mano dietro la schiena per afferrarmi saldamente i polsi legati, forse per impedire che con un movimento brusco potessi scostarmi da lui. La sua mano si faceva sempre più insistente nelle mie parti intime, temetti addirittura che volesse cacciarmela dentro del tutto.

Sentivo brividi al ventre, forse di freddo, ma non volevo eccitarmi. Finalmente desistette, lasciandomi andare contemporaneamente i polsi legati, la vagina dilatata e la bocca. Ma subito sentii tutto un suo dito penetrarmi nella vulva, su per il collo dell’utero. Spostai le mani legate per cercare una posizione più comoda che mi consentisse di sopportare l’urto della sua eccitazione. Cercai di non guardarlo per evitare di dargli una soddisfazione. Puntando bene le braccia contro lo schienale scivolai un po’ giù sui glutei per puntare anche i piedi sotto il cruscotto e, facendo forza con i gomiti contro il sedile, torsi i polsi con forza in senso inverso, con il solo risultato di ammaccarmi la pelle sotto la corda.

Bonetti mi scostò le gambe, insinuandovisi in mezzo, sempre avendo molta cura di non levarmi la mano da dentro la vagina. Lasciò i miei polsi e portò anche l’altra mano al mio grembo, levandomi il dito dall’utero e allargandomi le labbra della vagina con entrambi i pollici, curvo su di me, con la bocca a una spanna dal mio seno.

Cominciai a sentirmi fuori luogo, così completamente nuda, legata e a gambe divaricate, impossibilitata a difendermi da quell’uomo che mi aveva toccato le gambe in discoteca e poi portata nella sua macchina, a quell’ora della notte, e che mi frugava nelle parti intime come un ginecologo. Ma mi accorsi anche di essere terribilmente eccitata malgrado la mia volontà. Inarcai di nuovo il busto e strinsi le ginocchia contro i suoi fianchi, la vulva cominciava ad irritarmisi.

Guardai verso il finestrino.

– Bonetti – dissi – mi arrendo. Slegami e sarò tua. –

Si avvicinò con le labbra al mio seno nudo, baciandomi i capezzoli ma continuando a frugarmi con le dita fino quasi a farmi male.

– Puoi avermi, ora – dissi con la voce più dolce possibile, cercando di mettermi più comoda sulle braccia. – Slegami, cominciano a farmi male i polsi. –

Continuò a leccarmi il capezzolo, che si inturgidì. Poggiai le gambe contro la maniglia della portiera e contro il cruscotto, cercando di divincolarmi, inarcando il bacino con le mani legate puntate contro lo schienale del sedile, ma non mi levò le dita da dentro la vagina e non si scompose.

Cedetti, tornando a sedere e respirando forte.

Mi tenne allora immobilizzata afferrandomi i polsi con una mano, mentre con l’altra faceva i suoi comodi fra le labbra della mia vagina.

Mi divincolai, tentando di cacciarlo fuori.

– Adesso basta, Bonetti! – esclamai, ma dovetti trattenere il fiato perché mi aveva cacciato le dita quasi dentro l’utero.

La corda era dura sui polsi e bruciava sulla pelle.

– Sei uno stronzo – dissi. – Alberto vedrà subito che ho i polsi spellati. –

Indugiò a lungo nelle mie parti intime, percorrendomi accuratamente la vulva e impadronendosi del mio clitoride mentre io rabbrividivo a occhi chiusi. Sentivo il suo viso quasi contro il mio, ma tenni gli occhi chiusi fino a quando sentii inturgidirsi i capezzoli.

Così, nuda in auto come una prostituta, dovetti subire la carezza insistente delle sue mani, che si spinsero in profondità e nelle mie parti intime infiammate.

A mano a mano il mio corpo cominciò a rispondere indipendentemente dalla mia volontà. Sentii un languore al ventre che sopraffece il bruciore. Le sue dita sul mio clitoride mi provocavano ondate di vibrazione.

Finalmente mi levò le mani dalle parti intime e si inginocchiò ai miei piedi, fra il sedile e il cruscotto.

Mi si insinuò con le spalle fra le ginocchia, nascondendo la faccia tra le cosce, e gemetti comprendendo ciò che voleva farmi. Mi passò le sue braccia all’esterno delle cosce, artigliandomi i glutei nudi per tenermi ferma, così che anche agitandomi e torcendo il busto non riuscii a liberarmi.

Gemetti ancora quando le sue labbra mi afferrarono la carne all’interno della corona della vagina, chiudendosi, e poi quando sentii la sua lingua calda delle mie parti intime. Sentii indurirsi il clitoride, che subito Bonetti mi aspirò fra le sue labbra, facendomi mugolare d’infiammazione. Mi mordicchiò a lungo, sciogliendomi le viscere, stringendomi il triangolino di carne sensibile fra i denti, fino a farmi sentire perduta, incapace di controllare le mie sensazioni.

A quel punto si sollevò, mostrandomi la sua bocca bagnata e gocciolante dei miei umori. Si asciugò col dorso della mano e si leccò le labbra per togliere gli ultimi residui. Strisciò fuori di tra le mie gambe e si risistemò sul sedile accanto a me, guardandomi sorridendo.

Sentivo freddo, mentre le contrazioni all’utero non accennavano a scemare, dandomi brividi che mi saettavano lungo la schiena. Sentii il suo braccio passarmi sotto il corpo per afferrarmi le mani legate, le tirò a se, costrigendomi a mettermi sul fianco, il viso rivolto verso il finestrino.

– Bonetti, per favore – dissi col fiato corto. – Adesso slegami, mi fanno male i polsi. Slegami e sarò tua. –

Sentii il suo braccio insinuarsi sotto la mia schiena, sgusciarmi sotto, andare ad afferrarmi un seno, stringendolo a coppa nella sua mano. Me lo massaggiò lentamente, schiaciandolo e pressando il capezzolo indurito nel suo palmo.

– Roberta… – mi sussurrò in un orecchio. – Hai mai fatto sesso anale? –

Mi irrigidii immediatamente. Di colpo allarmata. La faccenda stava scivolando su un piano estremamente pericoloso, quel genere di sesso era totalmente al di fuori del mio ordine di idee. Mai, nemmeno per scherzo, avevo accettato che anche minimamente si accennase a parlare di quel genere di rapporti con Alberto. Lo consideravo una cosa oltremodo umiliante e avvilente per una donna. Roba da prostitute incallite.

– Smettiamola di scherzare, adesso – dissi, cercando di apparire calma e di non lasciar trasparire la preoccupazione che avevo dentro. – Bonetti, liberami immediatamente e se vuoi, facciamo l’amore, altrimenti riportami subito a casa. Sicuramente Alberto è già lì che mi aspetta. –

– Ti ho fatto una domanda, non mi hai risposto. – insistette.

– Non rispondo a domande stupide, di solito – il suo fiato mi riscaldava il collo, ma la sua voce vicino all’orecchio adesso mi faceva paura. – E comunque è NO. Un no bello grande e grosso. E’ un argomento di cui non voglio nemmeno parlare. –

– E invece dovremo parlarne, Roberta – continuò pressante. – Perchè il tuo culetto mi ha intrigato fin dal primo momento che ti ho guardata, stasera. – la sua mano, sorniona, andò a posarsi su una natica. Ne sentii il contatto bruciante, tremai e mi venne la pelle d’oca.

– Adesso basta! – la mia voce salì di almeno due toni. – Toglimi subito questa maledetta corda e riportami a casa. E togli pure quella mano dal mio culo! –

Adesso ero anche inviperita, oltre che agitata, da quella scomoda situazione in cui mi ero andata a cacciare. La sua mano intanto non si spostava dalla mia natica e descriveva dei cerchi leggeri sulla carne, andando ad avvicinarsi sempre più pericolosamente al solco.

– Stai calma, e non ti agitare. – mi ingiunse con voce più dura. – Cerca di rilassarti e goditi questo momento. Se ti innervosisci finirà che ti farò ancora più male. Perchè la prima volta fà male Roberta, penso che tu lo sappia, ma se collabori la cosa non sarà poi tanto terribile. –

Spalancai gli occhi e cercai di voltare il viso verso di lui. Ero allibita. Aveva veramente intenzione di fare quella… quella ignobile cosa a me!

Era troppo vicino al mio collo e non potei guardarlo in faccia, volevo sincerarmi dal suo sguardo se effettivamente dicesse sul serio o la sua era solo una battuta scherzosa per mettermi paura. In quel momento percepii un dito scorrere sornione nel solco fra le natiche e appoggiarsi leggero sul buchetto.

Mi irrigidii di scatto e serrai le chiappe, poi cercai di sollevarmi, facendo forza sui polsi legati contro il sedile e puntando i piedi sulla moquette dell’auto. La sua mano sul mio seno strinse forte e mi attirò con uno scatto contro di lui, impedendomi di muovermi. Ansavo e sentii un sudore freddo inumidirmi la fronte e le tempie, colarmi lento sulle sopracciglia. Scossi la testa. Adesso ero veramente impaurita, dovevo assolutamente fermarlo, fare qualcosa per impedire che quel porco mettesse in atto la sua minaccia.

– Bonetti, per favore smettila… – la paura mi imponeva di pregarlo, mentre avrei voluto prenderlo a schiaffi e insultarlo. – Ti prego, comportiamoci da persone serie e adulte. Non mi va di fare queste cose, sono una signora e tu un gentiluomo e se ti chiedo di smetterla dovresti accontentarmi. Ti prometto che non te ne pentirai. –

– Forse non hai capito che la tua situazione non ti permette vie d’uscita. – il suo tono era ironico. – Sei in mio potere, legata, e puoi solo subire i miei desideri. Non puoi scegliere, Roberta. E il mio desiderio, in questo momento, è quello di farti il culo, questo splendido culo che ti ritrovi e che già sotto le mie mani mi stà dando delle sensazioni meravigliose. Credimi, in questo momento non rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Ho intenzione di essere il più delicato possibile, ma se continui a lamentarti e frignare ti assicuro che ti farò male, tanto male che non potrai sederti per tre giorni. –

Ero perduta! Aveva veramente intenzione di sodomizzarmi. In quel momento entrai nel panico più totale, mi diedi della scema per essermi fatta irretire fino a quel punto da quello stronzo, diedi dello stronzo mentalmente anche a Alberto, che ritenni la causa principale di quella schifosa serata che stava degenerando in qualcosa di allucinante per me.

In quel momento mi sentii stuzzicare l’ano con un dito inumidito dai miei stessi umori vaginali, quella sua oscena carezza mi stava rilassando da un lato ed innervosendo dall’altro. Provò a spingere piano il dito dentro di me. Urlai una negazione secca, bloccandolo all’istante.

– Stai calma, bella signora e cerca di non irrigidirti. Te l’ho detto, se ti rilassi è meglio. –

“Col cazzo!” pensai, maledicendolo mentalmente e intanto il suo dito stava sempre li, immobile, premendo contro l’ingresso serrato della parte più intima del mio corpo. Provò nuovamente a spingere, mi morsi le labbra, la fronte schiacciata contro il vetro del finestrino, ebbi uno scatto quando il dito si introdusse e lo sentii entrare lentamente, facendo forza contro i miei muscoli.

Bruciava. Il dolore non era eccessivo, ma il bruciore, quello si, lo sentivo infiammarmi il muscolo mentre il suo dito continuava a forzarmi, cercava di infilarmelo fino in fondo.

– Basta, ti prego… non spingere ancora, mi brucia! – cercai di fermarlo.

Ma non mi ascoltò, penetrò fino in fondo facendomi gemere disperata, smise di spingere solo quando sentii il palmo della sua mano toccarmi le natiche. Mi sentivo offesa, umiliata, avvilita, sporca per quell’atto osceno e insultante. Il bruciore mi arrivava in stilettate feroci e contribuiva ad aumentare il senso di ribellione e di rabbia che avevo dentro. Mi sentivo impotente e nello stesso tempo terrorizzata, perchè nella mia mente si faceva strada insinuante la terribile verità di quello che di lì a poco avrei dovuto subire.

Continuavo a tenere il labbro inferiore serrato tra i denti per non lasciargli il piacere di sentire i miei gemiti, mentre intanto aprivo e chiudevo le mani per far riprendere un poco la circolazione sanguigna che sembrava essersi rallentata. Il Bonetti, dopo qualche attimo di immobilità, cominciò a stantuffare dolcemente nel mio intestino, sicuramente tentando di preparare il mio ano alla sua prima penetrazione.

Lentamente mi calmai, cercai di rilassarmi come lui mi aveva detto, e in effetti mi accorsi che più mi stringevo e più il suo dito faceva fatica a scorrere aumentando il bruciore. A poco a poco quel massaggio volgare all’interno del mio corpo divenne prima sopportabile e poi lentamente rilassante e infine estenuante, quasi languido.

– Sei un porco… – mormorai con la bocca contro il vetro. – Mi stai facendo il culo col dito… mi… mi sento le viscere sconvolte… – mi vergognavo maledettamente di quello che mi stava facendo. Avvertivo un leggero stimolo ad andare di corpo.

Ad un tratto sfilò il dito dal mio sedere e dopo qualche attimo sentii una cosa calda e dura appoggiarsi contro di me, al centro delle mie natiche.

Eccolo!, il momento era giunto, mi sentii perduta e cercai di voltarmi con uno sforzo disperato.

– Bonetti, NO!… per favore desisti, ti prego non lo fare… ho una fifa tremenda, non farmi male!… –

– Stai buona, Roberta, cercherò di farti soffrire il meno possibile, cerca piuttosto di stare calma. –

Era facile a dirsi a parole, mica era lui che stava per prenderlo nel sedere. Mi irrigidii sentendo il pericolo alle porte, strizzai il muscolo dell’ano. Sentii il glande allargarmi, tendere la carne, strinsi i denti, mi sforzai di resistere serrando spasmodicamente le chiappe, mi sforzai di non gridare. Sentii aumentare  la forza della sua spinta, il membro fece un piccolo passo avanti nel canale. Soffocai un urlo di dolore. Bonetti si arrestò un attimo.

– Ti faccio male? – mi chiese.

– Si… si, accidenti, mi fai male. Ma è proprio necessario? Non puoi  desistere? – cercai di farlo smettere.

– Su, su, dai cerca di prendere la medicina da brava bambina. – la sua risposta sarcastica mi ferì più del dolore che provavo in quel momento.

Bonetti spinse ancora e stavolta urlai sentendomi lacerare. Gli occhi mi si velarono di pianto.

– Ti faccio male, Roberta, lo so, ma ti devo sfondare… – le sue parole mi arrivavano da lontano, ovattate dalla nebbia di dolore che mi offuscava la mente. -Questo culetto è molto stretto, ma ancora un piccolo sforzo e sarà adatto al mio cazzo. Lo sarà, … Ti aprirò tutta… –

Avvertii il dolore farsi più straziante, lui aumentava la violenza ad ogni mio lamento, ma non riuscivo a trattenermi sotto quegli affondi laceranti, avrei voluto fuggire, scappare, correre via nella notte, ma avevo i polsi strettamente legati e lui con il braccio passato attorno al mio corpo mi teneva bloccata contro di se.

Ben presto fui in sua balia. Mi sentii afferare per i fianchi e cominciò a sodomizzarmi con furia crescente. Sentivo il pene introdursi, ad ogni affondo, sempre più nel mio intestino sconvolto da fitte inaudite. Non riuscii più a trattenermi e urlai tutto il mio dolore con la bocca schiacciata contro la spalliera del sedile. Mi sentivo straziare, squartare, sentivo le viscere lacerate dagli affondi violenti che mi infliggeva. E più ancora del dolore mi mortificava la vergogna, l’umiliazione di quell’atto violento e infame che stava perpetrando su di me. Mi divincolai infuriata, cercai di sfuggirgli.

– Basta… Basta, maledetto… non ce la faccio più!!… esci ti prego, mi stai uccidendo!!… –

– Resisti, resisti Roberta, apriti, fatti inculare… – mi rispose lui, abbracciandomi stretta per l’addome. – Urla, urla se vuoi… ma fatti sfondare… –

Mi resi conto che non avrei avuto tregua, nessuna pietà, nessuno sconto di pena e in quel momento sentii che il membro era arrivato a lacerarmi totalmente, si era introdotto sino in fondo dentro di me, mi faceva impazzire dal dolore, mi sembrava di sentirlo arrivare fino allo stomaco.

Bonetti cominciò, faticosamente, a fare avanti ed indietro per raggiungere il piacere, mentre io sentivo crescere dentro di me l’umiliazione per quella posizione e quel dolore martellante che mi sconvolgeva le viscere… Maledissi Alberto che con la sua stupidità mi aveva cacciato in quella situazione diventata mostruosa, agghiacciante. Sentii accelerare i movimenti del pene dentro di me, piansi a calde lacrime.

– No, piano, no…  – implorai singhiozzando, cercando ancora una volta di farlo ragionare. – Non spingere così… Non così in fondo… Mi fai male… Basta!… –

Non rispose, ma lo sentivo ansare affannato.

– Vieni, per favore vieni, ora… Non fare ancora avanti e indietro… Ti prego, No… Ormai mi hai avuta, basta per favore… fermati!!! –

Continuava imperterrito a scavare dolorosamente dentro le mie viscere urlanti.

– Basta!… Ti prego… BASTA!…  Non ce la faccio piùùùùù!!!! – ero ormai allo stremo, mi sentivo venir meno e temevo di svenire da un momento all’altro.

– Ecco… sto per venire…. – mi soffiò sul collo.

Lo sentii aumentare il ritmo dell’andirivieni lacerante, digrignai i denti lanciando urla soffocate …

Infine si svuotò dentro di me, conficcato sino all’elsa nel mio retto infiammato, in quel canale strettissimo, che mai avrei pensato di dover concedere ad un uomo. Lo sentii pulsare, mi sentii bagnare dentro e poi allagare da un liquido tiepido, mi sentii insozzata, sporca, infangata.

Rimase qualche istante ancora incollato alla mia schiena, poi lentamente scivolò fuori, lasciandomi spossata.

– Slegami, ti prego… sono sfinita, a pezzi… –

All’improvviso un fascio di luce inondò la vettura. Bonetti, che era ancora quasi sdraiato sopra di me, sollevò di scatto il capo al di sopra della linea del finestrino, quindi imprecò.

– Teppisti! Giovinastri! –

Mi rimisi a sedere con uno sforzo delle reni, rossa in viso e ansimante e dolorante.

– Slegami, svelto! –

Affannato, mi voltò su un fianco e prese a armeggiare con la corda che mi legava. Tremavo di paura; attraverso i capelli davanti agli occhi vidi una figura fuori dal finestrino.

– Svelto, Bonetti, svelto! –

Armeggiò ancora, sentivo le sue unghie sulla pelle. Qualcuno cercava di aprire le portiere dall’esterno, ma per fortuna le avevamo chiuse tutte. Riconobbi con terrore la giacca rossa del teppista che mi aveva puntata nel localaccio, poco prima.

Finalmente sentii allentarsi la morsa della corda. tirai i polsi e mi liberai. Mi voltai veloce ad afferrare il blazer, infilandolo mentre Bonetti tirava su il sedile e si spostava sul suo, tutto nella luce dei proiettori di un’automobile ferma a poca distanza da noi. Mi infilai le mutandine come un lampo, battendo con le ginocchia contro il vano portaoggetti.

Finalmente Bonetti riuscì a mettere in moto la 164 e ad allontanarsi dal parcheggio mentre i teppisti picchiavano pugni sui cristalli. Infilai la gonna, continuando a ripetere a Bonetti, tutto rosso in viso, che era uno stronzo. Tornati sulla statale, fuori dal parcheggio, tirai giù il vetro del finestrino per gettare fuori il maledetto cordino con cui mi aveva legata. Riuscii a riassestarmi, strofinandomi i polsi arrossati, così che quando gli ordinai di lasciarmi lontano dalla porta di casa, per far si che Alberto non mi vedesse arrivare sull’auto del capo, ero più o meno in ordine.

Mentre la 164 di Bonetti si allontanava, mi fermai sulla soglia, cercando di ascoltare se mio marito fosse già arrivato a casa, mi sentivo sfinita e dall’ano mi arrivava un dolore pulsante, martellante.

Le finestre erano buie. Presi coraggio e aprii la porta, entrando nell’ingresso a luce spenta. Mi sfilai le scarpe per non fare rumore, entrando in cucina per un bicchiere d’acqua.

Alberto era là che mi aspettava, seduto al buio.

FINE

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Storie sexy raccontate da persone vere, esperienze vere con personaggi veri, solo con il nome cambiato per motivi di privacy. Ma le storie che mi hanno raccontato sono queste. Ce ne sono altre, e le pubblicherò qui, nella mia sezione deicata ai miei racconti erotici.

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