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Catene

Attraverso i vetri dell’auto tutto scivola via. Non lascia traccia. Come i pensieri che si affollano nella mente di Elle, ogni volta che ha il tempo di lasciarsi andare. Come i ricordi della sua vita, tutto scorre, attraverso i vetri di un auto o attraverso i vetri della memoria. I ricordi. Tanti, tristi. è convinta di essere stata condannata, da sempre, ad espiare chissa quale pena attraverso un prezzo fisso: di sesso.

è rosso. L’auto si ferma. Qualcosa si muove intorno alle lamiere che circondano l’anima di Elle, e il suo corpo. Il mondo si muove intorno, ma è lontano, per fortuna. I minuti passano, la luce diventa verde. Prima. Seconda. Terza. Di nuovo la strada scorre sotto l’auto, anonima, nera, umida, fredda, durissima. Si sta chiusi nelle nostre auto come nelle nostre anime. Chiusi, e i finestrini sembrano aperture. Lasciano passare dall’esterno parti di realtà, ma certamente non lasciano uscire, nemmeno qualche pezzo del mondo di dentro. Niente.

Elle guida svogliatamente, vive svogliatamente. L’unica cosa che l’accende, talvolta è il sesso. Le emozioni forti, le sensazioni forti. Anche se non sempre si confessa che le emozioni forti che ha provato non erano poi cosi forti, non le hanno lasciato quasi nulla, a parte i ricordi. Qualcuno, ogni tanto, ritorna alla memoria. Storie che l’hanno vista protagonista, di cui è stata protagonista. Che l’abbia voluto o no, sono successe. Qualcuna strana l’ha apparentemente appassionata, l’ha presa. Adesso, tra un semaforo e l’altro, tra un incocio e uno stop le sue esperienze rivivono. Parecchie strane, incredibili. E il suo subconscio, affollato dalle esperienze e dai desideri e immaginazioni erotiche represse e compresse dall’educazione, dalla cultura, dalle frustrazioni, dalle imposizioni sociali e familiari, trasforma in sogni, che ogni notte intasano la sua mente. Tutte quelle sensazioni e ricordi e desideri sotterranei, di giorno, nella coscienza, nella consapevolezza quotidiana pilotata, scompaiono dietro gli schermi che tutto il suo mondo le fornosce e la obbliga a utilizzare. Uno sale dalle profondita psicologiche, e ripassa come un film davanti ai suoi occhi, incastrato tra il traffico e gli psicofarmaci…

…è un’ambiente strano, sembra il backstage di un teatro. Una grossa tenda di velluto nero. Pavimento di legno lucido. Elle ha la sensazione di vedere la scena in soggettiva, e come dall’esterno. Contemporaneamente. non sa esattamente cosa stia succedendo, ma si sente calma, tranquilla, come ci si sente a proprio agio nei sogni. Posti estranei e familiari allo stesso tempo. Abbassa lo sguardo, su di se. Per controllare che il suo aspetto sia… perfetto. Un fremito d’aria, un soffio, e la tenda si muove; il nero si muove morbido, piano. La tenda, le sfiora un fianco. La cosa le da un brivido. è come una carezza, di una mano leggerissima e liscia, quasi incosistente che però l’avvolege, calda, sinuosa. Si accorge della leggerezza del proprio abito.

Osserva, da sopra, le scarpe, nere, lucide, brillanti. più su le gambe. belle, lisce, lunghe.

è il momento; attarverso la tenda arriva ad un palcoscenico. Intorno il nero più profondo, assoluto. Ma si vede e vede le cose perfettamente, illuminate da una luce fortissima, accecante, bianca. Ma tutto intorno, il nero.

C’è qualcosa che attira la sua attenzione. Una sensazione strana ed eccitante allo stesso tempo. Percepisce la presenza di altre persone al di la del palco; sensazione di pubblico tutto intorno. Presenze fuse nel nero, tranquille, ferme, attente.

L’idea di essere osservata, di essere al centro dell’attenzione di un pubblico la eccita. Il suo senso dell’esibizione s’accende e accende i suoi nervi. L’idea di quella situazione, incomprensibile, surreale la spinge a desiderare ciò che ha sempre sognato, essere la protagonista di una esibizione hard. Mostrarsi in pubblico mentre regala e pretende il piacere.

La stranezza di questa esperienza, però, è che sa di non essere una porno-diva, una professionista, sa di essere quella di sempre, ma ora ha l’occasione di soddisfare le sue incofessate e più profonde fantasie. Questo le da uno stato di eccitazione mai provato finora. C’è la consapevolezza della mancanza delle conseguenze. Libertà di essere, anche se per una volta sola, una troia spettacolare.

Passata, la tenda svanisce nel buio e si trova, ed è al centro dell’attenzione. Da sola, ora come prima, ma sente gli sguardi intorno a se, su di se. Li percepisce al tatto. Morbide carezze voluttuose le sfiorano la pelle. Il centro della sua attenzione, improvvisamente, si sposta sulla figa. La sente che inizia a vibrare, viva. Sente le presenze che la sfiorano e l’accendono. Centinaia di mani la toccano. Leggerissime, le loro dita la sentono, seguono le sue curve, s’insinuano in lei. Gli sguardi libidinosi acquistano un peso, una consistenza, una presenza quasi fisica.

Entra in scena. Cammina attraverso il palco lentamente con passo sicuro, deciso, fermo. Il ticchettio dei tacchi a spillo di metallo s’assorbe nel nero intorno. Le accarezza la vita e morbido le sfiora la figa, il perizoma nero. Si osserva dall’esterno e la tua stessa immagine la eccita. Arriva a quello che sa essere il centro della scena.

Un abito di velo nero la fascia. Uno starno tailleur di leggerissima garza nera, corto a metà coscia, una scollatura le scopre le spalle, attillato sottolinea le forme e le curve. Abbastanza trasparente da lasciar intravedere.

I seni saltellano sotto, sospinti dai tacchi che flagellano il legno scuro dello stage. Si ferma.

Fulminei strappi si aprono nella sua mente attraversata dai pensieri dei presenti. Immagini cariche di voluttà si affollano dentro di lei e toccano, sfiorano, stimolano la sua voglia di sesso che sembra puntare decisamente a raggiungere e superare l’argine estremo.

Appare un letto.

Altrettanto improvvisamente ci si trova sopra. In ginocchio, col culo proteso, s’appoggia alla spalliera. Si guarda intorno, nel nero. Percepisce qualcuno intorno a se, ma è troppo nero per distinguere qualcosa. Sa però che si tratta di maschi, molti. Li sente dall’odore che hanno quando sono eccitati. Istintivamente allarga un po le gambe, ma resta nella stessa posizione. Sembra che i suoi desideri prendano forma in quella realtà appena la sua mente li porta allo stato cosciente. è il desiderio che materializza le cose. Molte delle sue inibizioni cadono. Scavando nel suo intimo capisce che sta cercando il piacere estremo. Ha sempre sognato di essere desiderata in questa maniera, di avere intorno dei maschi che sbavino per possedere il suo corpo, la sua anima, tutta lei stessa. Ha sempre sognato e desiderato di essere posseduta, presa, fatta, in ogni maniera possibile. Di essere la preda di cento predatori. Di sfuggire solo per aumentare il loro desiderio, di farsi prendere e possedere veramente tutta, corpo e spirito.

Ancheggia e si muove sinuosamente per provocarli. Le gambe leggermente aperte, nel gioco di trasparenze del velo nero, lasciano supporre lo spacco della figa coperto dai merletti delle mutandine che si insinuano tra le chiappe. Le tette, sospinte dal respiro che si fa più corto, sfregano sul tessuto di garza nera che ne sottolinea lo splendido profilo. I fianchi, tondi, evidenziano il merletto sottile ed elastico del perizoma. La pelle, delle spalle e delle gambe, riflette la luce accecante e bianca, mostrandone tutta la morbidezza. Seta bianca, viva e calda, profumata, incredibilmente liscia. I tacchi altissimi e a spillo brillano, e il contarsto del damasco oro e bianco del letto con le sfumature nere di lei, danno un’immagine complessiva estermamente fosca e provocante.

Stanno intorno e si muovono nel buio. Non li teme, anzi. Li aspetta. Sa che lei è la preda, ma come spesso accade le prede si trasformano in predatori se la bramosia di chi caccia supera il limite. è questo il gioco. Quello delle parti, soccombere e lasciarsi fare, e godere come una troia, prendendo il piacere che gli altri le danno, prendendo il piacere degli altri e facendolo suo, e con riconoscenza dare a loro il piacere, farli godere, soddisfarli, oppure, ha lei il comando, il potere, lei è la padrona del loro piacere, lo da, lo prende, a suo unico ed esclusivo volere.

La sua destra si sposta e sfiora il velo, scende sul fianco, l’accarezza; dalla tetta sulla pancia, scivola ancora più in basso. S’infila sotto la gonna, sotto le mutandine. Passa tra le labbra della figa, senza peli, liscia. è di nuovo fuori, scorre sulle mutandine, poi scivola ancora sotto, tutta la mano si intuisce tra il merletto nero, si muove, si agita piano, cerca di dare, di accendere. Il medio arriva al clitoride e inizia una carezza lenta, morbida, rotonda, insistente. La figa s’infiamma. Le labbra emergono dalla pelle liscia e glabra e si mostrano perfette, rosa, gonfie di voluttà. Sono i petali del fiore della passione che si aprono, si schiudono, si preparano ad accogliere, a catturare.

L’odore di maschi infoiati la eccita enormemente, le dita scorrono tra le labbra, ormai aperte e pronte a ricevere, e la figa inizia a colare goduria e voglia di cazzi. Ora, però, s’accorge che i suoi movimenti sono impediti. Come se fosse legata, ma non in modo stabile. Solo i suoi movimenti risultano estremamente rallentati. La volontà dei maschi sta prendendo il sopravvento. Lei ha perso, per ora, il potere. La sua voglia la rende prigioniera. è legata alla volontà di qualquno che non le permetterà di esprimere la sua. Può solo obbedire, in silenzio. Dare il piacere. Essere presa e, utilizzata, bagnata, fatta, riempita, rotta, può essere, solo a loro piacimento, usata.

Ma ecco, il primo le sfiora la spalla. In successione veloce percepisce le loro mani su di lei, che strusciano, toccano, s’infiltrano tra i suoi abiti e eccitano la sua pelle. I capezzoli, sotto il velo, s’induriscono e spingono il tessuto all’esterno. Qualcuno gliene pizzica uno. è un lampo che le attraversa il corpo, lo squarcia e la troia che è esce allo scoperto. Gli sguardi intorno, del pubblico, che percepisce distinti, la fanno impazzire. Ne sente i pensieri, di grandi cazzi, dritti e lunghi che le scorrono dentro; pali di carne che scivolano dai suoi passaggi, umidi e viscidi di umori profumati. Pensieri di lingue che scivolano sul suo clitoride, desideri di grandi cappelle rosa e turgide che appoggiate al suo buco del culo cercano di entrare, schizzi caldi di sborra che colano dalla bocca…

Tutti quei maschi eccitati. Li vorrebbe soddisfare tutti. Solo per soddisfare se stessa.

Sono vicinissimi, sul letto. Ora ne vede qualcuno, ma solo in parte. Spalle e braccia possenti che luccicano, gambe e mani e fianchi. I muscoli che guizzano, i riflessi della pelle bucano il nero. Prova a parlare, a chiedere, a pregare, ad implorare che le facciano, tutto. Li vuole. Li vuole sentire dentro, tutti.

Loro sanno che non può più aspettare. Stà perdendo il gioco del potere; la sua eccitazione, la sua voglia la fa preda. Capisce che nel momento in cui li ha voluti, desiderati, è diventata preda. Le catene del desiderio si sono serrate sui suoi polsi e sulle sue caviglie. La stringono. Non si può sottrarre. Schiava. Li implora ancora, ma loro sanno che nel momento in cui cederanno, saranno loro i servi. E loro, per ora, non lo permettono. Qualcuno le struscia la cappella turgida tra le chiappe. Una scarica erotica colpisce il suo buco del culo. Sbava di desiderio. Ne ha uno in bocca. Grosso, ma è solo un’attimo. Giusto il tempo di sentirlo, apprezzarne il gusto, e svanisce nel nero assoluto. Un’altro lacera la figa che s’allarga riempita, le scorre dentro per tutta la lunghezza. Tanta. Geme e spinge con tutto il corpo all’indietro per averlo fino in fondo. Per non perderlo. Uno, due colpi ed è fuori. Svanito. Intanto le presenze del pubblico si agitano. Mormorano. Guaiscono. Mugolano.

è alle spalle del letto, in piedi. Le gambe divaricate, il culo sempre piùproteso, mostrato, pronto. è una posizione che l’arrapa enormemente, essere presa da dietro, così in piedi. è una vacca porca che non può aspettare, non più. Vuole sentirsi penetrare da sotto, fino in cima. Farsi riempire la figa. Sa che la posizione le dona bellezza, di più, le spalle le gambe bellissime e il culo emergono dal buio. Le mani sempre legate alla spalliera. Si sente in balia dei maschi, dei cazzi.

Alle spalle il buio e i maschi proprietari. Ne sente i pensieri adesso; loro sono i padroni, lei ha tentato di sopraffarli, loro la puniscono. Cerca, allargando le gambe e protendendo il culo al buio, di convincerli che è la loro serva. Non vuole altro che soddisfarli, farli godere. Vuole bere la loro sborra, vuole che le scorra bollente tra le tette, tra le chiappe, nella figa, vuole che le schizzino sul viso, vuole sentirla scorrere e colare.

Non abboccano. Sanno che vuole soddisfare se stessa, che saranno solo utensili che una troia usa per soddisfare la sua fame.

E ancora la sua mente modifica la scena e quello che succede su quel palcoscenico. I suoi desideri si materializzano subito. I sensi di colpa s’affacciano prepotentemente alla sua mente, e un senso di difetto per la lussiria che la sta possedendo, si insinua tra la sua coscienza e i suoi desideri. Lei crede che quel personaggio, che impersona adesso, non le appartenga, non sia per lei. Godere di tanti maschi eccitati è troppo, anche se queste sensazioni, questa voglia di farsi fare così emerge direttamente dalla sua fantasia, da se stessa. L’eterno dilemma, l’etrna differenza tra ciò che siamo, e ciò che pensiamo dovremmo essere o ciò che le la nostra cultura vorrebbe che fossimo.

Folgorante, lo schiocco di una frusta lacera il buio nero. è suono e luce, viola. Scarica elettrica che s’abbatte sulle sue spalle. Trema. S’accorge che il dolore non è troppo forte. Sveglia, anzi, strane sensazioni, inaspettate. è il dolore che prelude al godimento. è furba e si lascia portare dalla sensazione del dolore. I nervi vibrano, s’accendono tutti. Colpi su colpi sulle spalle e sulla schiena. Adesso freme tutta. Il fuoco del desiderio è incontrollabile. Accetta a testa bassa le sferzate che continuano ad arrivare. Un senso di liberazione la pervade, la libera dalle preoccupazioni di prima, abbassa le ultime difese che la separavano dal prostrarsi completamente al demone che la stà possedendo.

L’esplosione è un dito che le entra in culo. Inesorabile, penetra nel buco e si insinua in lei. è una luce che diventa bagliore folgorante a ogni colpo che arriva. Non avrebbe mai creduto che si potesse godere cosi tanto, in questo modo. I padroni. La shiava. Il comando. Il subire. Abbandono alla volontà altrui e la perdita della propria. Dipendere, aspettare, favorire, accettare, volere. Nuovi scenari aprono le sue percezioni. Il corpo si dilata nella luce che straccia il buio intorno e che nasce da ogni colpo di frusta. L’abbandono, ora, è quasi completo. Il dito le affonda tra le chiappe, le allarga il buco, gentilmente le sale nelle viscere e la fa vibrare di puro piacere, mentre percepisce il palmo di quella mano che le sfiora e la tiene dal basso.

Di nuovo la scena cambia.

Ora, al posto del letto è apparsa una poltrona. Damasco d’oro. è seduta, i movimenti ancora impediti. Ha le braccia legate in basso alla spalliera, le caviglie ferme sulle zampe, le gambe risultano allargate. L’altezza dei tacchi che ancora indossa le rende i polpacci bellissimi, sottili le caviglie, immobilizzate da legacci invisibili, meravigliose le sue gambe. L’abito di velo nero è in terra, appena lo vede, svanisce. Le presenze incombono, tutto intorno.

Le sferzate di prima hanno reso i suoi nervi ipersensibili, ancora di più, se possibile. Ora sente la sua pelle, e ogni minimo contatto è devastante, libera fiumi di voluttà, prima imbrigliati dalle inibizioni, ora liberi di sbordare e inondare tutti gli ingressi del suo piacere, di liquida, bollente, incontenibile voglia.

Ricominciano le carezze, leggere, insinuanti, quasi incosistenti. Sono scariche elettriche che affondano, e fanno onde del suo piacere. Mani grandi e forti le afferrano le tette e le stringono in una morsa che non soffoca, ma libera. I capezzoli, quasi doloranti per l’erezione che subiscono, urlano. Altre mani, ruvide, frugano sotto le mutandine. Grosse dita si insinuano sotto il merletto nero, tra le labbra gonfie e grondanti, l’odore della femmina in calore si diffonde nell’aria, fortissimo. Altre dita sfiorano le tue coscie, le gambe tutte, che come ad un richiamo, si aprono favorendo ed implorando la soddisfazione. Adesso due le dita nella figa che sbrodola desideri non ancora saziati, altre ancora nel buco del culo. Fremiti le scuotono l’anima. Vorrebbe allungare le proprie mani per prendere qualcuno dei cazzi che le sfilano vicino, per fermare e catturare la possibilità di godere, finalmente. Vorrebbe liberarsi, vorrebbe prendere l’iniziativa, e soddisfare se stessa, dare finalmente pace alla bramosia che l’ha conquistata. Farebbe di tutto per essere soddisfatta, per porre fine al supplizio che la stàmartoriando.

Volta la testa da un lato, come se, con la bocca, cercasse quei cazzi che le stritolano la fantasia e rendono i secondi infiniti. Muove la lingua, maledetta succhiacazzi, la passa sulle labbra, la mostra ancora. Sa benissimo che i maschi, sebbene padroni, cederanno alle lusinghe della sua carne vogliosa, della sua, ora, insaziabile voglia.

Dal nero emerge una figura, irriconoscibile, una silouette controluce. Distingue le forme maschili, bellissime, sognate; delle spalle, delle braccia, fianchi, gambe mani testa, e nella luce accecante dello strano stage, si configura un cazzo, grosso, lungo, bellissimo e lucido. Profuma di sborra che sgocciola dalla cappella gonfia che vibra, ora, davanti alle sue labbra. Di nuovo la lingua. Poi, fulminea s’avventa con le labbra su quella cappella e la fa sua. è grande, calda, liscia, turgida. Resta li, ferma, stavolta; una mano la prende alla nuca e le spinge la faccia; il palo fremente penetra nella bocca, scivolando tra le labbra che s’allargano volentieri. Lo sente sulla lingua, passare per tutta la lunghezza; gode nella sensazione delle vene, della carne bollente e umida.

Adesso un senso di riconoscenza le sale dal profondo. Ringrazia il maschio che le concede il suo membro tra le labbra, con la maestria che l’esperienza e la gratitudine le danno. E con riconoscenza si concentra e prosegue abilmente.

Sposta la testa all’indietro, lo sente uscire piano attraverso le labbra; si ferma alla cappella, di nuovo la lingua si anima. Con la punta ne segue il contorno, ne segna la circonferenza all’attaccatura. Succhia e slingua con passione tremenda. Lo sguardo implorante rivolto a quella figura nera; non lo vuole perdere, lo vuole fino alla fine. Ancora su e giu con le labbra che scivolano dalla cappella alla metà del palo, troppo lungo per averlo tutto. Aumenta la velocità, della testa e della lingua; un movimento combinato che sente avere il suo effetto sul quel cazzone che trattiene in bocca. Dal buco sente il sapore della sborra che arriva. Accelera ancora, poi rallenta e lascia solo la lingua che lecca la punta come un gelato. Ora, incollata alla sommità del cazzo, lo succhia forte e con la punta della lingua sfrega il buco. Di nuovo dentro, poi fuori, poi ancora dentro; le labbra serrate intorno, la base della sua lingua agisce da dentro. è aumentato di grandezza. La cappella sembra scoppiare. Luccica nei riflessi della saliva che gli lascia intorno. Su e giu, su e giu, ormai è suo, lo sente che vibra, sente l’odore, il sapore. Le sembra di vedere i suoi occhi socchiusi nell’attimo prima del piacere. Dell’esplosione. Dello schizzo. è arrivata, se ne accorge dalla stretta sulla nuca che si irrigidisce e trema. Lo fa scorrere fuori fino ad avere le labbra chiuse sul buco che sta scoppiando. Improvviso, voluto, desiderato, anelato, lo spruzzo, il primo, arriva furioso. Le arriva sulla bocca socchiusa e le inonda il mento. Mentre il secondo già la colpisce sulla guancia, sente che il primo fiotto le cola dal mento sulla tetta, a gocce. Lo prende ancora in bocca, vuole sentire il sapore del piacere sulla lingua, in gola, tra i denti. è così. Altri spruzzi le inondano la bocca, le colano dalle labbra lungo il collo e sulla spalla. Alcuni momenti di piacere donati al suo padrone, ora spera solo che lui, loro, le donino la sua parte di godimento.

Le mani continuano a tempestarla. Le gambe si sono aperte completamente. Le dita che le frugano la figa non bastano più. La lussuria si stà trasformando in rabbia, furore erotico, schizofrenica impellenza di sesso.

La fantasia rivoluziona di nuovo lo stage. Ecco ancora il letto di prima. Si ritrova con i polsi legati alla spalliera, stavolta, però ai lati. Riesce a stare a quattro zampe, tirando indietro le ginocchia. è la posizione migliore per essere scopata da dietro, come le maiale si fanno fare. Infatti. Le presenze fin’ora impalpabili iniziano a materializzarsi sul letto, intorno a lei. I corpi si moltiplicano e lo spazio si riempie di maschi ferocemente infoiati.

Il suo ancheggiare, mostrare, sfiorarsi, farsi infilare dita, godere, implorare di prima ha avuto il suo effetto. Sembrano animali impazziti. Ne sente uno, ora, insinuarsi sotto le sue gambe. Ora gli sta a cavalcioni, con le cosce strette sulla vita. è un maschio enorme, dal fisico possente, enormemente alto, enormemente fornito. Larghe spalle e braccia forti la contengono da sotto, e lei, da quella posizione percepisce il suo membro, eretto, durissimo, tra le chiappe. Gli sta seduta sopra, ancora però lui le strofina il cazzo, le fa sentire la consistenza, mostra il premio alla sua pazienza. Lei vorrebbe spostarsi, vorrebbe muoversi, ma i legacci la tengono ferma in quella posizione e in balia di chiunque stia li, su quel letto, su quel palcoscenico. Ecco le mani del maschio la prendono dai fianchi. Si sente spostare di peso, completamente in balia di lui e loro che sente affollarsi alle sue spalle. Sente le braccia che la tengono ferma, sollevarle i fianchi. Sente la cappella turgida del maschio arrivarle tra le labbra della figa attraverso le mutandine che ancora indossa. Un dito sposta il tessuto, e la carne di lui le strofina il clitoride, catturando le gocce del piacere di lei che non riesce piu a rimanerle tra le viscere. Mugola di piacere e voglia, lo prega di possederla, finalmente, senza più ritegno, senza tregua, furiosamente, li implora, li supplica, tutti, tutti quanti.

S’avvicina l’epilogo erotico del suo sogno. Il possente maschio che le sta sotto, con mossa fulminea l’attrae a se, con forza, e con prepotenza glielo infila nella figa, completamente, fino in fondo la riempie di cazzo, durissimo, largo lungo vivo. Se lo sente dentro fino allo stomaco. Le straccia la carne, che non prova dolore per quanta voglia aveva accumulato nei momenti precedenti, sulla poltrona, sul letto, in piedi. Se lo sente scorrere dentro, lo sente arrivare alla cima, e i colpi che sente sono irresistibili. Deflagrazioni di gusto sopraffino danno bagliori di piacere infinito. Per forza di cose, data la lunghezza del membro che le sconvolge la fregna, è obbligata a seguire anche con il bacino, il movimento che lui, da sotto, la obbliga a seguire. Lo sente sempre di piu, scorrere in lei, lubrificato dagli umori che le colano dal sesso impazzito sulla verga e sulle palle del padrone che la sfonda da sotto.

Nel frattempo, altri membri, di pari dimensioni, le frullano intorno. Come volta la testa, da ogni lato riceve cazzi, in bocca, tra le mani, li sente strusciare sulle braccia, sulle spalle, sulle guance. Il momento tanto atteso finalmente è arrivato. La lussuria che la dominava sta per essere soddisfatta.

Ancora un colpo, da sotto, la fa vibrare, le scuarcia ancora il corpo, esplodendo piacere su tutti i maschi che la circondano. Ancora un colpo, da sotto, ancora una volta alza il bacino per prendere il cazzone dentro, dalla punta alla base, furiosa lo vuole sentire tutto penetrare in lei, ancora un colpo, ma nel momento in cui alza il bacino, nel momento in cui percepisce la tremenda cappella sulla sua figa, in quel momento due mani l’afferrano alla vita e la trattengono. Non ha il tempo di reagire, di capire, di assecondare. Resta cosi, con le chiappe aperte, e quel palo che prima cavalcava, fermo a metà strada. Serve solo un attimo, ad un cazzo enormemente bello, lungo liscio nero, duro da fare impressione, per entrarle furioso nel buco del culo. Il bellissimo uccello nero s’infila tra le chiappe di lei, facendosi strada nelle viscere, arrivandole in fondo. Lei lo sente entrare, lo sente scorrere, se lo sente dentro, fino alle palle che le schiacciano le chiappe.

Cambia il punto di vista, vede la scena dall’esterno. Si guarda su quel letto, cavalca un maschio bellissimo e enorme dal fisico statuario, vede il cazzo di questi devastarle la figa, vede le labbra allargarsi intorno a quel palo che le sfascia la carne. E vede un altro demone, stavolta nero, montarla da dietro col membro gigantesco conficcato nella carne bianca e morbida del suo culo, ne vede il buco dilatarsi intorno alla mazza che la scuote fino all’anima. Vede i due cazzi muoversi all’unisono dentro lei, li vede squarciarle le carni, ne sente il termendo piacere che le provocano. Vede altre presenze affollarsi intorno a lei, i loro cazzi dritti le sbattono sulle labbra, tra le mani, appoggiati, strusciati, schiacciati. Se li sente dentro, bollenti, bagnati, rigidi, e non può fare a meno di muovercisi sopra, non può smettere di provare piacere anche per il piacere che sta dando.

Monta l’orgasmo dal profondo, da dentro il piacere non può più essere contenuto, sta esplodendo, il tempo si sta fermando, i secondi si accatastano uno sull’altro scomposti dai cazzi che le fanno urlare questo godere fenomenale che l’ha catturata. Sente un fiotto che caldo le riempie l’intestino, lo sente da dentro, lo spruzzo che le riempie il culo di sborra, lo sente colare sulla mazza che la sta scopando tra le chiappe, sente adesso, venire, urlando anche quello che la sfonda da sotto, il caldo liquido schizza attraveso la figa ormai slabbrata dal terribile palo che la tiene, ne vede i rivoli densi colare sulla pelle glabra della sua figa, li sente tutti intorno schizzarle sborra addosso, sulle tette, sul viso, sulla schiena, la sente bollente e densa che scivola sulla sua pelle, che la bagna, la fradicia.

Sono queste le catene che la rendevano schiava, il piacere, suo e degli altri la tiene legata. Impossibile muoversi, impossibile ribellarsi, liberarsi. Non decidere, non scegliere, gli altri decidono e scelgono per lei, con le parole, che evocano godimento, con se stessi, col dare se stessi, con le fruste che lasciano segni rossi sulla pelle, segni di schiavitù, marchi di sudditanza, indelebili perche stampati per sempre sulla sua anima, segnali inequivocabili. Lei, la schiava dei maschi che le attraversano la vita, passano e lasciano altri segni rossi su di lei, e altri schizzi densi e bianchi dentro di lei.

E arriva anche per lei, il momento desiderato, sospirato. è un vento caldo che giunge da lontano e ti porta via, è una marea che sale piano, è una musica che piano giunge al crescendo finale che sconquassa gli strumenti, è una vibrazione che non si tiene, che ti porta via, è una sensazione che ti solleva e ti trascina con se, in una terra sconosciuta e nota, nascosta, vera, chiara se la raggiungi, indimenticabile se l’hai raggiunta, misteriosa se ne sei fuori. E viene, così, urlando e sbavado, imprecando, pregando, cantando, parlando, vivendo se stessa come una sconosciuta che incontri per caso…

…E in quel preciso momento scoppia un applauso, fragoroso, da platea enorme. Alcune luci si accendono sulla scena, l’ambiente si illumina parzialmente. Elle scopre che quello era un vero palcoscenico, un vero teatro, le presenze vere, il pubblico vero. Tutto vero. I maschi intorno, comparse vere di spettacolo porno, e forse anche qualcuno della platea. Lei è stata la diva del porno show. Si è fatta sopare e inculare e ha fatto pompini e seghe a cinque maschi infoiati, in pubblico. Di fronte ad almeno trecento persone. Trecento estranei.

Tutto lo scenario che la circondava sparisce. Tutto si ritira nel buio. Si assorbe nell’oscurità. Della sua fantasia, nella sua mente, nella memoria.

Il fragore del camion della mondezza che carica i sacchetti sotto casa, la riporta alla realtà. La luce del giorno disegna righe chiare parallele sul muro della stanza, dividendo a fette bianche e nere la familiarità della sua stanza da letto. Si riprende a fatica dal sonno, e contemporaneamente un senso di disfatta la prende da dentro. La disfatta. è strano che un’esperienza così coinvolgente lasci dietro se tali pensieri, tali sensazioni. Le catene. Le sente ancora stritolarle i polsi, le caviglie, l’anima. Catene, legacci, corde, manette. Serva di se stessa e di tutti coloro si sentano liberi dalla paura, perche lei, Elle, è schiava delle paure, che incosciamente salgono dal suo profondo, alla mente razionale. Paura. Terrore. Non si vive bene nel terrore, non ci si accorda col terrore. Ti tiene e non ti molla. Lo devi affrontare e vincere, se vuoi essere libera.

Un parcheggio, lo scontrino, la faccia secca e antipatica dell’impiegato che nemmeno la saluta, la scala mobile e il casino lontanissimo della città la cattura. Cammina svogliatamente, tra le strade, tra la folla che nemmeno la vede e nemmeno vede. Il cielo grigio autunnale si riflette sulle vetrine bagnate. Le nuvole, piatte e scure si colorano del tramonto. Cielo vermiglio, tra le goccie di pioggia che cade, pigra, monotona, silenziosa. Dai cornicioni dei palazzi liberty di quella strada colano rivoli di acqua scura, macchie di umidità si formano e deformano gli stucchi fatiscenti. Stucchi. Figure floreali smozzicate dal tempo si incastrano perfettamente nella nuova sensazione che Elle avverte in se. Prigioniera. Sente le sbarre di se stessa circondarla, sente la pioggia che scola dai cornicioni sul suo spirito, anch’esso freddo e fatiscente. Altre vetrine, altre esistenze dietro quei cristalli che celano le tristezze e lo sfascio di ogniuno. Gente, facce, mani, spiriti tristi, scuri nei loro pastrani sgualciti e rattoppati vagano nella vita senza direzione, senza lasciare segni. Altri occhi incrociano il suo sguardo. Fantasmi bui. I vicoli si susseguono, ogniuno uguale all’altro, identicamente lugubri. Case. Fantasmi di civiltà perdente, ammassate sulle teste di tutti, sulle anime. Prigioni di pietra in cui ci si rinchiude per paura. La paura degli altri ci costringe alla prigionia. Case. Stanze, tutte uguali, occupate da anime in pena che cercano scampo dai loro terrori. Bagni. Lerci quadrilateri di mattoni dove ci si ritrova soli con la nostra natura, dove ci si chiude per non mostrarsi vivi. Camere, mobili che contengono stralci di esistenze conservate per ricordarci di essere vivi. Letti, orrendi simulacri di affetto manifesto, fasulla voglia di costruzione, paure ed egoismo mascherati da amore per qualcuno. Le finestre, piccoli buchi che schermano l’esterno, sbarre, cancelli, recinzioni. Un bar, delle vetrine, dei tavoli, sembra vuoto. Entra. Un tavolo più appartato al lato di questa stanza che qualcuno ha il coraggio di definire bar. Elle si siede, crolla sfinita sulla seggiola che le sta piu vicina. La cameriera arriva. Strana persona, stona con l’ambiente. è giovane, una ragazza, non troppo appariscente, un corpo normale, almeno visto da sotto il grembiule da lavoro, che indossa. S’avvicina col blocco in una mano, la penna nell’altra. Non chiede nulla, sta lì, in piedi, al lato del tavolo e aspetta. Elle riflette e ordina la prima cosa che le viene in mente. Fino a quel momento non l’aveva nemmeno guardata in faccia, la cameriera Olga. Alza lo sguardo, per ringraziarla, e come nei migliori film, gli sguardi si incrociano, si scontrano, si fondono. Olga si gira, Elle resta sola con i suoi pensieri. Il suono della città rimbomba sordo dall’esterno. Torna la cameriera, lascia l’ordinazione sulla tovaglia. Sparisce. Resta in entrambe quella vena di curiosità che ogni tanto ti prende quando incontri qualcuno che accende la tua attenzione. Chi sarà, che farà che penserà come vive, che pensa che vuole… pensieri e domande comuni, tanto per distrarsi, l’una dalla sua depressione, l’altra dalla noia di un lavoro che la sfama soltanto. Esistenze che si incrociano.

Sono passati alcuni giorni, Elle siede su un sedile laterale del bus che la riporta a casa dal lavoro. Migliaia le facce che guarda, che vede, nessuna. Migliaia le anime che si sfiorano sui bus. Milioni, ma mai nessuna entra in vero contatto con le altre. I bus. Si entra, ci si appoggia a qualche cosa, si aspetta che la strada passi, che arrivi la fermata, si aspetta che la vita passi, il più indolore possibile. Dai finestrini si guarda la vita degli altri passare, si guarda, si osserva, si spera per le proprie cose, si pensa ai propri fatti. Basta aspettare e la vita se ne va, senza fatica tutto passa, spesso senza che ce ne accorgiamo. Oddio, le persone, che schifo. Elle li osserva distaccata, detesta la vita che la circonda, i nemici. La gente. Cose animate che invadono lo spazio, cercano di sopraffarti, pensando che serva alla loro sopravvivenza, non vedono che sono già morti, che non sono mai nati. I manifesti, le case, le facce, la gente, le fermate, la città. Tutto scorre dalle finestre del bus, tutto scorre dalle finestre della vita di Elle. Tutto scorre e mai si ferma. Mai ti trascina. Mai. I minuti passano tra gli strattoni che il mezzo ti infligge, tra le maleodoranti carcasse umane che ti opprimono. Improvvisi, due occhi bucano lo schermo di indifferenza che protegge Elle. Occhi. Sguardo interrogativo. Chi sei? Altrettanto improvviso arriva alla memoria il ricordo di quel bar, di quelle vetrine, dello squallore di quel pomeriggio. Olga. Senza che nessuna delle due se ne renda conto sono fuori, in strada. Camminano vicine in questa strada sconosciuta, in un tempo sconosciuto. Niente ufficio, niente lavoro, bar, vetrine, niente squallide ore in attesa di domani. Nasce qualcosa, in quell’istante, tra due persone che si trovano, così per caso, si incontrano due anime sole. Due vite, solitarie. La fatica del quotidiano diventa un ricordo, con una persona giusta vicino. Lo schifo. Viene, in questi casi, il dubbio che lo schifo sia solo un’idea nostra, che non sia reale, possibile. è la svolta che aspettavamo per rientrare nella vita vera, quella che vorremmo fosse sempre. Camminano vicine, chiacchierano. Sembra non ci sia bisogno del tempo per fortificare un’amicizia che solo pochi attimi fa non esisteva. Talvolta succede. E quando succede riprendi la fiducia nelle cose, torna, almeno la parvenza, di felicità. Con Olga, Elle sente che non c’è bisogno di troppe parole, si capiscono al volo, sono simili. La vita, sembra, non essere stata troppo gentile nemmeno con lei, e Elle lo sente, Olga lo sente. E camminano così, vicine, e il loro calore torna all’esterno, e si fonde, rivive. Elle e Olga. Olga e Elle. Non c’è bisogno di parole tra loro. Sono entrambe stanche delle cose, l’esperienza le rende vecchie amiche, non c’è bisogno di confrontare le ferite che ogniuna di loro porta sull’anima, e sul corpo. Reduci dalla battaglia del sopravvivere, si incontrano e semplicemente, si amano. L’una il rifugio dell’altra, il posto dove sedersi e contemplare il mondo mentre si sfascia, dove sedersi e riposare. Senza paura, senza preoccupazioni, senza controllo, senza fretta. Ci si siede e basta. Si sta bene anche cosi. Ogni tanto serve, riposarsi. Ogni tanto serve un po d’amore, fa bene.

Terzo piano, stanza 324, matrimoniale. Tv color, frigo che nemmeno apri, tanto c’è dentro sempre le stesse cose, letto uguale agli altri, armadio uguale agli altri, sedie e poltrona uguale agli altri. Finestra chiusa sul mondo che adesso resta fuori. Non serve. L’ha guidata Olga, li in quell’albergo, e Elle si è fatta portare dalle sensazioni che quell’essere, randagia anima di cameriera, le ha dato. Le ha mostrato.

Scende la sera, in quella stanza, scende prima, oggi. Le nuvole accelerano la fine della giornata. Lumi spenti. Luce viola che entra tra le tende bianche della finestra. I corpi delle due si tingono di blu, e i chiaroscuri segnano la loro anatomia, leggermente, delicatamente, morbidamente. Luce blu, pelle bianca. Bisogno d’amore. Tanto. La solitudine si scioglie, sparisce come l’acqua sporca va via nel buco del lavandino. Niente più parole, nemmeno quelle poche che hanno scambiato finora. Si guardano, negli occhi, e i loro sguardi sono uno. Attraverso gli occhi, passano le loro vite, le loro lunghe giornate passate in trincea, passate a leccare ferite inflitte dagli altri esseri che popolano la vita di tutti noi. Dai soprusi, dalle ingiustizie, dalla cattiveria, dalla solitudine, dagli abbandoni e dai tradimenti, dalla fiducia esaurita, finita negli squarci che la ferocia degli altri ha aperto nelle loro anime, oltre che nei loro corpi. Si guardano, e sorridono. Si sentono leggere, quasi felici, adesso, li dentro, vicine, amiche. Tranquille. Olga e Elle, Elle e Olga. E tutto il mondo sta la, tra loro due. Inconsapevolmente, Elle cerca l’amore e lo offre ad Olga, così come l’ha sempre conosciuto. Allunga la mano e una lunga carezza sulla pelle di Olga. Le sfiora le spalle, leggermente, scende sulle braccia. Di nuovo le spalle, il collo, e il bacio dell’amante coglie Olga preparata. Anche lei lo desiderava tanto. Un bacio. Uno, il corpo, adesso. Dopo il primo, un altro, più appassionato, più caldo del primo. Le labbra si sfiorano, si toccano, si uniscono, si sfiorano ancora. Leggerissime le lingue si conoscono. Giocano. Carezze lunghissime cercano nelle loro anime il risveglio dei sensi. Dita che scorrono sulla pelle, cercano, studiano, chiamano. Le labbra si uniscono, si legano e si slegano, toccano, assaggiano il corpo dell’altra. Senza fretta, pulite. Non c’è rabbia, o rassegnazione, non c’è obbligo, non c’e schiavi ne padroni. C’è qualcosa che sembra amore. Tra due donne. Tra due anime sole. Ancora baci, ancora carezze, stavolta, non c’è nemmeno l’egoismo dei rapporti che finora entrambe hanno avuto. L’egoismo di chi vuole solo il piacere e se lo prende dagli altri, lo pretende dagli altri. L’egoismo che è stato l’unico sentimento provato, con tutti gli altri. Finora. L’egoismo di chi si prende il proprio piacere dall’altro, perche tanto, non si può avere altro, nient’altro che piacere fisico.

Stanno cosi, vicine, sul letto che le ha viste avvinghiate fremere e godere l’una dell’altra. Elle, gli occhi chiusi, ripensa ai momenti appena trascorsi, tra le braccia di Olga. Ripensa. La vede ancora, sopra, le gambe divaricate con la testa tra le sue coscie, e la sua tra le coscie di lei. La sente ancora, quella lingua, piccola, morbida, viva, che le scava tra le labbra, che la sostiene nella ricerca di quell’orgasmo che non aveva mai provato. Non una esplosione di voluttà e lussuria, come coi maschi, ma una cima, una vetta di montagna vertginosamente alta e estremamente difficile da raggiungere, tanto difficile da non essere mai stata raggiunta, finora, almeno da Elle. La vetta. La stessa sensazione di vittoria, di grandezza, colossale visione, bellissima. Un orizzonte nuovo si è aperto agli occhi di Elle che non si vuole riprendere, galleggia ancora in quel piacere caldo che l’avvolge. Quella lingua, quei seni, duri che la toccavano. Quella pelle e quelle dita che l’hanno frugata dappertutto. Ogni tocco un lampo di piacere. Bravissima, Olga, le ha regalato la felicità. La sensazione del piacere appagato e dell’amore che resta, dopo. Dell’amore regalato, senza interessi. Ricorda la mano leggera di Olga che scorre sulle sue gambe, e le dita che la stimolano allegre e instacabili, tra le coscie, tra le chiappe, tra le tette. Ricorda il sapore di Olga, aspro, profumato di femmina, quando le è venuta sulla lingua, leccadola furiosamente sul clitoride. Il sapore di Olga. Buono. Ricorda le sue grida, quando, sfregando tra le labbra le ha infilato l’indice nel culo, e glielo ha mosso dentro, fino all’orgasmo, che l’ha sorpresa, così, con la testa di lei tra le sue gambe. Ricordi. è triste come ogni cosa, nella vita, sia costretta a diventare, un ricordo. Olga, un ricordo. E la vita torna la stessa di sempre. La vita da sola. Da sola.

E l’auto va, scorre sulla strada, silenziosa, e i riflessi della città, del mondo, passano lisci sulla vernice metallizzata, e catturano lo sguardo di elle, che guida, e cerca di sopravvivere. Lei va, verso una rappresentazione della vita, verso quel modello che conosce, l’unico che riconosce, e va. Guida nella città verso un’altra delle esperienze che lei avrebbe voluto le capitasse, ma che, come al solito, lei provoca. FINE

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