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C’e’ tempo per dimenticare

– Ciao Diana, fai buon viaggio e ricordati di tornare a trovare tua madre ogni tanto, non vorrai aspettare il prossimo natale. –

– Certo mamma, non ti preoccupare tornerò sicuramente per il tuo compleanno, ciao, ci vediamo. –

Diana, chiuse la porta delicatamente e si diresse alla mercedes parcheggiata in strada, a pochi metri dal piccolo cancelletto in ferro battuto. Avviando l’auto osservava quel quartiere borghese e tranquillo: quanto tempo. A dire il vero erano passati tredici anni, non felici forse, ma almeno era stata libera di respirare, lontana dalla cappa di ipocrisia che permeava quei luoghi. Piccola cittadina, piccolo quartiere periferico a ridosso della chiesa, a ridosso della falsità. è grande il tempo, è la migliore delle medicine. Esso ti fa amare chi un tempo odiavi e scombussola i ricordi, mischia le emozioni e annulla i dolori o li rende flebili e lontani. Dove era nata, la “normalità” aveva eretto la sua sede; qui tutto succede apparentemente alla luce del sole ma è al buio dove le cose accadono veramente, lei, questo lo sapeva bene, l’aveva imparato presto e a proprie spese. Da poco era tornata alla casa in cui era nata, da poco aveva riallacciato il discorso interrotto con suo madre il giorno del suo ventesimo compleanno, grazie ad Andrea e al suo amore per la famiglia, per le tradizioni. Andrea che non voleva che lei perdesse le sue radici: – Diana, è importante la famiglia, non dimenticarlo mai -. Ora la attendeva un cammino lento e doloroso, un percorso che avrebbe ridato a sua madre un posto nel suo cuore e che forse avrebbe fatto ritornare suo padre un uomo e non il maiale che lei aveva conosciuto.

è incredibile come la gente reagisce ai soprusi, alle sopraffazioni e alle violenze. Era incredibile come ella fosse riuscita ad uscire da quel tunnel distruttivo che quasi l’aveva uccisa. Passò davanti al piazzale della chiesa e la memoria le restituì scene della sua adolescenza, quando, alla domenica pomeriggio scappava in chiesa per seguire le funzioni pomeridiane, solo per sfuggire al padre o al fratello.

– Che hai da piagnucolare? Non dici niente quando papa ti tocca, ora farai anche a me quello che hai fatto ieri sera a lui. Su fammi divertire un po’, le donne servono a quello, sai, troietta. Fammi divertire senno lo dico a tutti… e non piangere che mi bagni il cazzo con le lacrime. –

Ricorda ancora Diana, con un moto di tristezza; la rabbia e l’odio era andati, persi nel tempo. Ricorda quel fratello che ora non c’è più, quel fratello più grande di quattro anni che seduto a cavalcioni su di lei le brandiva il pene eretto sulla sua faccia, glielo strusciava sul viso, sulle labbra, spingendo con forza finche lei non apriva la bocca ingoiandolo. Aveva forse otto anni quando capì per la prima volta che le carezze di suo padre non erano il segnale dell’amore figliale; c’era qualcosa che non andava, qualcosa che la faceva sentire in imbarazzo, un po’ sporca dentro. Lei taceva, subiva le carezze, subiva le mani che la penetravano e col tempo imparò anche a simulare il piacere purchè la lasciassero in pace. Papà sapeva fare male senza lasciare alcun segno, papà agiva sulle paure di una ragazzina immatura più che sul suo corpo. Diana ricordava bene la felicità che l’aveva presa quando il padre fu ricoverato a seguito di un incidente, uscì di strada e se ne stette tre mesi in un letto d’ospedale, immobilizzato, per tornare poi a casa sopra una sedia a rotelle. Anche lei era in quella macchina, per lungo tempo credette di essere stata la causa dell’incidente dal momento che papà era troppo occupato a frugarle fra le gambe per aver il tempo di guardare la strada. Uscì indenne da quella macchina semidistrutta. Era felice, felice come mai lo era stata fino a quel momento, aveva quindici anni. Era libera, tranquilla, almeno così credette. Paolo non era di questo avviso però, e glielo disse alcune settimane più tardi. Glielo disse entrando in camera sua con l’accappatoio aperto e il cazzo ballonzolante, oscenamente teso ed esposto alla sua vista. – copriti maiale – gli aveva quasi urlato lei – cosa vuoi da me? , vattene -. Paolo la guardava per nulla intimorito, eccitato all’inverosimile – dai non fare la santarellina sorella, lo so cosa facevi con papà, ti ho vista mentre glielo succhiavi in garage, che ti credi? , ti ho sentita mentre gli dicevi che aveva un bel cazzo, che ti piaceva. Ti ho sentito ansimare mentre te lo infilava nel culo… ora voglio la mia parte puttanella. –

Diana non seppe che dire, che fare. La faccia di Paolo stava diventando simile a quella di papa, uguale a quella di papà. Diana non sapeva reagire, non aveva mai auto il tempo di imparare. Diana cedette.

Fermò la macchina sul piazzale antistante la chiesa, scese e chiuse a chiave il mercedes avviandosi al bar. Quella volta non aveva voglia di tornare subito a casa da Andrea, c’era qualcosa che la tratteneva in quei luoghi, antichi ricordi che bussavano alla sua coscienza. Sedette in uno dei tavolini liberi, di fronte alla vetrata, e ordinò un caffè lasciando che il suo sguardo vagasse libero come i pensieri che si inseguivano furibondi fra le sinapsi dei suoi neuroni. Sullo specchio posto a lato del tavolo rimiro la sua figura. Una splendida bambola bionda le restituì l’occhiata; era vestita con un giaccone di pelle di buona fattura, i capelli biondi e ricci raccolti e bloccati da un basco, due occhi azzurrissimi. – Sono proprio una gran fica, non c’è che dire – penso fra se con un filo di malinconia– si, una gran fica molto costosa -.

Il suo appartamento, la macchina, i tanti vestiti, le cure che ella dedicava costantemente al suo corpo, l’unico capitale della sua azienda. Tutto questo le era costato una fortuna, una fortuna sudata in anni di lavoro. Letteralmente sudata, passando fra innumerevoli letti, succhiando una gran quantità di cazzi, passando in tutte le situazione erotiche che una mente umana potesse concepire. Dodici anni di professione avevano dato i loro frutti. Si era allontanata da casa dopo l’ennesimo litigio con la madre, una madre che la rimproverava di essere diventata una volgare donnaccia, una che andava con gli uomini per succhiar loro denaro. Che coraggio! proprio lei veniva a rimproverata? Come erano arrivate in casa quella pelliccia di visone e la collana che orgogliosamente portava al collo? Questo le chiese brutalmente prima di sbatterle porta in faccia e allontanarsi per sempre da quella casa, questa almeno, era l’intenzione che aveva avuto allora. L’aveva accusata di essere una puttana. Lei, cieca e sorda ai suoi muti richiami, lei che non voleva vedere cosa succedeva sotto ai suoi occhi e cercava altrove amore e affetto. Ipocrita.

Il tempo… il tempo modifica leggermente le cose, le sensazioni che ci legano ai ricordi, fino a falsare il passato. Non avrebbe mai immaginato, mai, di poter amare un altro essere umano, di amarlo così tanto come ora amava Andrea. Non avrebbe immaginato mai che avrebbe potuto provar piacere a star seduta allo stesso tavolo con sua madre il giorno di natale, e di sentire il calore di quella situazione. Non avrebbe mai immaginato, infine, di potersi riconciliare col ricordo dei maschi della sua famiglia, di provare pena per suo padre e per suo fratello. Sembrava che vi fosse stata un’intesa fra i due. Uniti e solidali nel tentativo di stroncare ogni sua minima ribellione e separatamente occupati ad abusare del suo corpo. Era sicura che fra loro non vi fosse stato alcun accordo palese, solo una interessata congiura del silenzio. Il padre sapeva quello che Paolo faceva a lei così come Paolo aveva sempre saputo del padre. Era stata la loro piccola schiava e continuò ad esserlo fino al giorno in cui Paolo morì. Ricordava bene tutto, come se stesse accadendo nuovamente sotto ai suoi occhi: quella sera paolo aveva portato a casa i suoi amici più intimi, il suo piccolo gruppo di bastardi. Aveva diciassette anni allora, e quegli amici del fratello li conosceva “biblicamente” da un anno. Ragazzi normali, con famiglie normali, con un lavoro e nessuna remora morale, nessuna considerazione per lei. Paolo l’aveva iniziata a loro qualche tempo prima ed ormai era diventata una consuetudine, quando era possibile, passare il venerdì’ sera scopando la bella sorellina di Paolo, raccontandosi storie schifose bevendo e fumando hascisc. La sua doppia vita era diventata una cosa normale per lei; studentessa inavvicinabile di giorno e schiava del fratello di notte. Quel venerdì sera la casa era libera da ingombranti genitori; papà in clinica per esami, mamma in giro con qualche danaroso amante per tutto il fine settimana. Entrarono in casa alle nove, già ubriachi. Paolo quella sera le disse sarcasticamente che le aveva portato un po’ di lavoro a casa. Lei accettava ormai qualsiasi cosa tanto era succube del fratello. Quella sera era diverso però, pareva avessero organizzato una festa, una festa a sue spese. –metti su questa cassetta disse Antonio – uno dei bastardi, – vedrai quanto sarà eccitante, vedremo se sai fare anche tu quelle cose -. Quella sera non parve finire mai, le ordinarono di spogliarsi, sparsero molti oggetti nel salotto e la obbligarono a raccoglierli, uno ad uno, lentamente, divaricando le gambe esponendosi per loro in tutta la sua femminilità. Preparo loro da bere e da mangiare standosene sempre nuda al loro cospetto. La fecero sedere fra di loro frugandola e porgendole i loro cazzi da succhiare. – brava Diana, succhialo, bevi tutto il mio sperma, facci vedere che sei più brava di quelle puttane del film -. Lei succhiò e ingoiò. La fecero stendere sul divano penetrandola a turno mentre un altro le infilava il pene nella bocca. Diana non esisteva più quella sera, non sapeva ormai quanta gente vi fosse in quella stanza, non sapeva di chi era il cazzo che stava ricevendo fra le cosce, chi la stava sodomizzando in quel momento, di erano gli schizzi di sperma che le colpivano il viso, beveva e fumava ciò che le davano senza chiedere nulla. – Ciuccia piccola troia, ciuccia, siii, lo si vede che ti piace, si vede quanto sei puttana. – Quelle parole erano una specie di ritornello, e lei succhiava, succhiava completamente annullata da quella orgia parossistica.

Furono sei ore di sopraffazione, sei ore in cui ella arrivo a godere molte volte, sentendosi un oggetto, una macchina costruita per dare piacere, totalmente immedesimata nel suo ruolo di schiava, nel suo ruolo di macchina. Fumarono hascisc e bevvero un mare di birra quella sera i suoi aguzzini, decidendo, ormai verso le tre passate, di levare le tende per dirigersi verso una vicina località marittima, tronfi della loro potenza. – Domani pomeriggio, quando torno, voglio trovare tutto in ordine… capito troietta? Altrimenti… per te saranno rogne tesoro – furono le ultime parole che udì da Paolo. Non torno più a controllare se Diana avesse ripulito quella stanza, non diede più alcun ordine. Il gruppo fini la serata all’uscita della doppia curva, all’altezza del chilometro 25. Abbatterono un grosso albero finendo contro la cancellata di una vecchia villa settecentesca.

In paese la notizia fece molto rumore, la gente nè fu sconvolta. Fu un bel funerale dopotutto. Quattro bare color mogano finemente intarsiate furono trasportate dagli amici del bar. Il parroco fece un bellissimo discorso sulla volontà del signore di unirci a lui pur nella inperscrutabilità dei suoi disegni e la gente malediva la sfortuna e la morte che si era portata via quattro giovani nel fior fiore delle loro vite. Anche il quotidiano locale pubblicò un toccante articolo in cui si faceva riferimento alle troppe morti del fine settimana e un sociologo ebbe a disquisire sulla questione. Al funerale molti piansero quelle quattro giovani vite innocenti, lei no.

– sei Diana, vero? … Diana Grimaldi, non ti ricordi di me? –

quella voce la strappo ai suoi pensieri, ne fu quasi contenta – si, sono io… ahh, ciao Mario, quasi non ti riconoscevo più, prego siediti, che mi racconti? Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo visti? –

– tanto, quasi non ti riconoscevo più anche io, forse dodici anni… però … madre natura è sempre stata generosa con te Diana, mi sembri ancor più bella di come ti ricordavo, ma che fai ora? Sei sposata? –

– Lavoro… nelle, nelle pubbliche relazioni Mario. Seguo i personaggi importanti quando viaggiano e gli organizzo dei soggiorni tranquilli e soddisfacenti. No, non mi sono sposata, credo di essere allergica ai matrimoni, e tu? –

Era tornata quella di sempre, spigliata e a proprio agio. Mario fu un toccasana, la liberò dai ricordi in cui era piombata e la fece divertire con alcune storielle sugli abitanti del paesetto. In fondo i paesi non cambiano mai. c’era tutta una casistica ormai consolidata su storie di corna, scandali e scandaletti vari. Le fece trascorrere una mezzoretta rilassata e tranquilla. Inevitabilmente poi la discussione divenne più personale, in fondo era un vecchio compagno di liceo che voleva sapere qualcosa della vecchia compagna.

– ogni tanto mi sei venuta in mente sai? e parlando con Rossana, che ora è mia moglie, ricordavamo i tempi del liceo… non sei mai tornata in paese però, non ti si è vista nemmeno al funerale di tuo padre tre anni fa, nessuno sapeva dove eri –

– non lo sapeva nemmeno mia madre Mario. Non è che sia stata molto in famiglia in questi ultimi tredici anni, all’epoca del funerale stavo in America. –

Volle assolutamente accompagnarla alla macchina e offrirle il caffè che aveva consumato. Lo lascio fare, era abituata ad uomini che le offrivano qualsiasi cosa, faceva parte del suo lavoro. Prima di andarsene però Mario parve esitare, arrossì un poco e alla fine, un po’ imbarazzato, prese un cartoncino dal portafoglio. Lei riconobbe immediatamente uno dei suoi bigliettini da visita e osservo attentamente, il vecchio compagno di liceo che si trasformava in cliente. – Beeeene – disse sorridendogli – allora non sei totalmente disinformato sulla mia persona –

– Me lo ha dato un amico… fidato, non preoccuparti… dice, dice che i tuoi, ehmm, servizi sono i migliori che lui abbia mai provato, mi piacerebbe provarli pure io, immagino che sia la realizzazione di un vecchio sogno – concluse con una specie di sorriso.

Diana assunse la sua migliore aria professionale e lo guardò, tentando di scioglierlo. Con un sorriso gli disse – chiamami domani bello, il mio numero c’è l’hai no, vedrò di trovarti un… buco, ok. Ciao Mario, ti aspetto quando vuoi. –

Mentre imboccava la superstrada per la grande città non sapeva se ridere o dispiacersi per la conclusione di quell’incontro. Lo ricordava quel Mario, aveva fatto di tutto per uscire con lei. Lei però non avrebbe mai potuto amare un uomo, mai. Al massimo li poteva usare, spolpargli carne e portafogli insieme, renderli docili e dipendenti. Usarli così come era stata usata dando loro apparentemente ciò che chiedevano, senza che essi potessero mai scalfire il suo cuore. Solo Andrea aveva potuto, solo Andrea aveva saputo coglierla; la sua bocca era la cosa più dolce che ella avesse mai assaggiato, il suo corpo magro e spigoloso la rapiva ogni volta di più. Si perdeva fra i suoi piccoli seni, fra le sue gambe, alla ricerca del nettare che solo un altra donna ha dentro di se. Solo abbracciata a questa meravigliosa donna ella riusciva a librarsi e a staccare la coscienza dal suo passato.

C’è tempo, c’è tempo per dimenticare, fra le sue braccia. FINE

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