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Corto

Può anche essere romantico, anzi sicuramente lo è, ma non lo ricordo proprio come tale. Ricordo lo stupore di fronte allo spettacolo dei sipario di stelle che entravano dal tettuccio apribile ad illuminare i nostri corpi stanchi e sudati, che cercavano con le carezze di sfuggire alla calura dell’estate. Gli occhi sbarrati, la pelle inebriata di vita ad ogni respiro di aria che si intrufolava in quell’alcova di metallo, un sorriso ogni volta che gli occhi affondavano in quelli dell’altra, un fremito ogni qualvolta le mani scorrevano sulla gamba piano fino alla schiena, lo smarrimento della geometria sconvolta, o almeno così appariva, di una automobile vista da dove nessuno probabilmente mai l’aveva fatto. Il sonno pronto a colpire in qualunque momento, osteggiato solo dai fari di chi passava a quell’ora nella strada buia e fuori mano, dal rumore delle ruote sulla ghiaia, dall’eco dei rumori di quei poveri infelici che passano tutti i sabato a cambiare le gomme. Il motore, la luce che taglia il buio all’altezza dei finestrini, pochi secondi ed un’altra macchina ci sfila, con la radio alta, poi una grossa jeep, uno scooter. Due secondi ed è tutto finito, le stelle continuano ad essere l’unico strappo nel velo buio che la notte ha steso da tempo. Non vogliamo andare via, è qui che stiamo bene e dove vogliamo consumare le nostre energie, la nostra pazienza, la nostra passione. Ancora una carezza, ancora un’emozione. Poi una settimana. O forse anche dieci giorni. Ogni contatto tra i corpi diventa prezioso, unico. Quella che viene trasmessa è l’energia per arrivare alla prossima volta, è un ricordo che indelebile si scolpisce sul corpo e nell’anima. Domani, guardandomi allo specchio, vedrò come disegnati i percorsi vorticosi delle sue labbra sul mio seno, sul ventre, sul collo. Sentirò presenti i suoi baci sulla mia schiena, i sapienti massaggi sulle natiche morbide, l’odore dolce del suo piacere mentre la eccito con la lingua e si contorce mordendosi le labbra. Sto archiviano e catalogando ogni sentimento, nulla deve andare perso. Poi un attimo di paura, un istante infinito senza respiro, per pensare se anche lei sta facendo lo stesso; poi i suoi occhi mi ridanno fiato e sicurezza. Ok. Andiamo. Dai, è ora. Non possiamo aspettare di avere voglia. La mano vaga alla ricerca di qualche indumento, la spalla si piega in un movimento imprevisto, il dolore mi riporta bruscamente alla realtà dell’orologio, che urla con le sue cifre verdi che restano al massimo 4 ore di sonno prima di alzarsi di nuovo. E manca un’ora per giungere a casa. Altra macchina, ma la luce ci illumina per più tempo del solito, procede piano e ci punta addosso. La preoccupazione mi prende, ma la vista della camicetta sbottonata, del seno che orgoglioso vuole mostrarsi mi rapisce di nuovo. E devo baciarla. Giusto il tempo perché il curioso pilota, a zig zag nella stretta stradina, si infili a pochi metri da noi. Due voci, un uomo, una donna. Lei ride, lui parla uno strano dialetto. Qualche colpo di tosse e poi qualcosa che suona come un ordine. La voce roca dell’uomo si tramuta in mugolio e la nostra fretta si scioglie, nel silenzio della macchina. L’orecchio teso coglie rumori conosciuti, oscurati da parole sputate a mozziconi. Spiamo. Lei si spoglia, lui è piuttosto grosso. Spariscono i sedili e tra diverse bestemmie le loro figure si confondono. Un urlo squarcia quel tempo, lei sta gridando il suo dolore ma lui incurante continua ad agitare tutta l’auto con la sua massa oscillante. Lei piange, lui sbuffa. Vedo le braccia esili della ragazza che lo abbracciano e, non so come, lo cingono ad incontrarsi dietro la schiena. Continua a soffrire, ma sono certa che le lacrime che le staranno inondando il viso saranno come i coltelli che incidono tatuaggi rituali sui corpi delle tribù africane, scriveranno per sempre il valore di quell’uomo. Tace. Il suono sicuro e breve della portiera tedesca ci lascia capire che qualcuno è sceso. Al secondo suono li vediamo entrambi di fianco all’auto. Due figure nere, sproporzionate, che si abbracciano sotto le nostre stelle. Il suo seno preme contro la pancia dell’uomo che con una mossa grave la piega sul cofano. La guarda, gode del suo corpo. Il seno ora si mostra in tutta la sua maestà, ed una carezza mi sfugge su quello della mia compagna. La guardo e lei fa finta di niente, gli occhi inchiodati su quel curioso spettacolo; solo i muscoli della mascella tradiscono tutto quello che sta soffocando, mentre inarca la schiena per offrirsi meglio alla mia esplorazione. Le bacio una spalla, la mia guancia sulla sua pelle, vorrei riprendere tutto daccapo ma la sua espressione mi convince che la scena si fa sempre più interessante. Giro a malavoglia la testa e lei è la, con la schiena sul cofano, le braccia stese a toccare il parabrezza. Lui è in ginocchio, le gambe della ragazza leggermente divaricate sulle spalle, la testa affondata a raccogliere gli umori. I seni che sussultano, i capelli agitati dal movimento di tutto il corpo, il tentativo di vedere la scena, quasi fosse un film, per aumentare l’eccitazione. Pochi secondi e poi di nuovo un urlo, lancinante. Le mani spingono per allontanare l’uomo che con le braccia blocca le gambe in una morsa che sembra dolorosa. Riesco a cogliere la paura sul volto della donna, mentre il collo e le braccia rinsecchiscono, dal fondo della gola solo suoni di sofferenza, l’animale che vuol fuggire dalla tagliola che gli ha appena spezzato una zampa. Attimi, per me, chissà quanto per lei: le sue mani si aggrappano furiose ai capelli dell’uomo che di scatto si alza e la colpisce in volto e poi al corpo. Con una mano blocca i suoi movimenti e con l’altra la percuote mentre pronuncia rumori cupi, sordi e ripetitivi, una litania che accompagna la tortura. Trascina a terra la ragazza, con un piede le preme una mano per terra e spiccica degli ordini. Lei allora, con la mano stretta sotto il peso di tutto quell’uomo, si avvicina al suo membro e comincia a baciarlo, manovrandolo con la mano libera. La lingua gioca con le palle, ed il cazzo comincia ad indurirsi. Una macchina passa per la stradina, rallenta, se ne va. Lo prende in bocca e la fronte finisce per toccare quella pancia che col suo peso le massacra la mano. Lo ingoia fino in fondo per poi tornare su fino alla cappella senza mai farla sfuggire dalle labbra, il ritmo cambia sempre, ora veloce ora quasi statico. La verga dell’uomo e coperta dalla saliva che luccica sotto la luce delle stelle, lei non gli concede un attimo di pausa ed una mano ora le muove la testa ad indicare il tempo, finchè l’uomo si appoggia con la schiena alla portiera e la ragazza immediatamente caccia un urlo e cerca di liberare la mano ma subito la sua bocca è riempita dal grosso membro che non ha perso il suo aspetto turgido. Non passa un minuto che la testa della ragazza, agitata dalla mano, è colpita dai ripetuti schizzi di sborra, la lingua della partner che si prodiga di non perderne una goccia, il membro che le sparisce nella gola tra i mugugni di piacere. Appagato libera la mano e resta per qualche instante ad osservare la scena menandosi il mazzo ormai flaccido, poi senza aprire bocca sferra un calcio al ventre della donna che stramazza, mentre lui risale sulla macchina ed abbassa il finestrino. Tra una boccata e l’altra della sigaretta scambia una parola con la disgraziata e le passa un fazzoletto per la mano. Un minuto, forse due, ed anche lei risale a fianco del suo carnefice. Quando l’auto ci sfila lei alza gli occhi ad incrociare i miei, e in un attimo capisco che tutto quello era per noi. Non ho il tempo di girarmi e scopro che sono eccitatissima, il massaggio lento delle mie dita ha inturgidito il clitoride che manda segnali a tutto il corpo. Lei se ne accorge e mi accarezza. La sua lingua incontra la mia in una danza passionale, il mio seno stretto sul suo è agitato dal respiro che si fa più affannato, la mia mano sulla sua gola. Stringe. Una goccia di sangue scivola sull’unghia, la sua testa contro il finestrino. “Dobbiamo andare”. La strada scorre stanca sotto le ruote, illuminata dalle stelle e da meno romantici fari allo xeno, in auto con me solo i ricordi della serata presto soffocati dai pensieri sul domani, che verrà troppo presto perché possa affrontarlo senza stanchezza. Alla radio un vecchio blues è interrotto dalla pubblicità, mentre incrocio auto che viaggiano con gli antinebbia accesi a metà agosto. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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