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L’amante guasto

Una pioggerella minuta bagna il parabrezza dell’autovettura. Seduto dinanzi al volante osservo le gocce di pioggia che cadono sul vetro. I miei pensieri sono come i disegni arabeschi, che l’acqua muta in continuazione sulla superficie del parabrezza. Aziono le spazzole del tergicristallo e cancello la trama che sta delineandosi.
Ho parcheggiato la Bmw nel piazzale antistante l’ingresso del cinema Capitol; una multisala di recente costruzione, ubicata nella periferia ovest della città, sulla Via Emilia.
La serata è fredda. Piove ininterrottamente da dodici ore. Le strade, causa la precipitazione sono completamente allagate. Per riscaldarmi tengo acceso il motore dell’autovettura.
I fari di due autovetture fanno capolino all’ingresso del parcheggio.
Nell’ oscurità notturna la luce dei proiettori è riflessa sul selciato bagnato; per un istante ne resto abbagliato.
Le auto percorrono il sentiero delimitato dalle strisce bianche e vanno a fermarsi poco distante dal punto in cui mi trovo. Alcune persone scendono dalle autovetture; scherzano, ridono. Gli uomini aprono le ombrelle e, insieme alle loro compagne, si dirigono verso la scalinata che immette nel cinema.
Sono irrequieto. Da un po’ di tempo osservo con insistenza l’orologio del cruscotto; le dieci sono passate da alcuni minuti. Luisa, come al solito, è in ritardo.
Ho deciso. Questa sera la faccio finita. Basta! Non sarà facile trovare le parole giuste, ma lo devo fare, assolutamente. è durata fin troppo a lungo la nostra relazione: tre anni.
Non sopporto più questi incontri furtivi, sono stanco della clandestinità.
Ho voglia di tornare a vedere la luce del sole.
Quei baci rubati che, all’inizio della nostra relazione, mi provocavano tanto turbamento, ora mi fanno solo soffrire.
Il nostro rapporto è andato consumandosi giorno dopo giorno, fino a sfinirmi. Desideravo averla tutta per me, ed invece, per tutto questo tempo, l’ho condivisa con un altro uomo.
Una Lancia Y di colore metallizzato imbocca il parcheggio. L’autista spegne i fari e lascia accese soltanto le luci di posizione. La riconosco; è la sua. Aziono la leva degli abbaglianti e do alcuni colpi di luce, in modo da indicarle il punto in cui mi trovo.
La vettura va a fermarsi nello spiazzo libero di fronte alla mia Bmw. Luisa apre la portiera e scende dall’auto. Sotto la pioggia, con la borsetta sopra il capo, che le fa da ombrello, si avvicina di fretta alla mia auto. La pelliccia di visone, aperta sul davanti, lascia intravedere le gambe, lunghe e ben affusolate, parzialmente coperte da una minigonna.
Le apro la portiera e lei s’infila dentro. Si mette a sedere sulla poltroncina e mi da un bacio sulla guancia.
– Ciao! –
– Ciao! Tutto bene? –
– Si. Ho detto a mio marito che uscivo con le mie amiche per andare al cinema. Lui, come al solito, non ha fatto domande –

Sorrido, a fatica. L’accenno al marito mi giunge ancora una volta come una pugnalata.

– I bambini? –
– Li ho messi a letto prima di uscire. Spero che mio marito non dimentichi di spegnere la tivù, altrimenti quei due birbanti restano svegli fino al mio ritorno a casa –

Questa, invece, me la sono cercata. Mica potevo esimermi dal fare un accenno ai suoi figli. So quanto si preoccupi della loro salute.

– Piuttosto. Che cosa facciamo? Abbiamo due ore da stare insieme. Cosa sta rimuginando la tua testolina? –

è allegra, felice, spensierata; a dispetto della mia malinconia. Ora le dico tutto.. Sì questo è il momento giusto.
La guardo negli occhi. è questo il momento più appropriato per parlarle.
Sto per farlo, quando, la sua mano, sembra precedere le mie intenzioni e va a posarsi fra le mie cosce. Conosco bene il calore delle sue mani e quanto siano prodighe di piacere.
Le dita strofinano il tessuto dei pantaloni. Risalgono la superficie delle cosce e vanno a fermarsi in prossimità dell’inguine.
– Cosa ha il mio Farfallone per essere così serio questa sera? –
Mentre pronuncia questa frase Luisa accosta la mano dietro il mio capo, infila le dita fra i capelli e decisa mi attira verso di se.
Le sue labbra sono morbide, calde, pastose. La bocca ha un sapore fresco.
Per un attimo ho la percezione del gusto di mentolo, probabilmente poco prima d’incontrarmi ha succhiato una di quelle pastiglie che servono a rinfrescare l’alito. Il bacio è tenero, appassionato. Le dita della mano s’intrufolano fra le radici dei mie capelli scompigliandoli.
– Mi sei mancato… tanto –
Questa volta sono io ad avvicinare la bocca alla sua. Le nostre labbra restano a macerarsi, fino a quando decido di penetrarla con la lingua.
Accosto la mano fra le sue cosce e percorro il tessuto delle autoreggenti fino a sfiorare le mutandine. Lei mi lascia fare. Le nostre lingue si cercano, ripetutamente, sfregandosi l’una sull’altra. La sua bocca è straordinariamente piccola. Provo piacere nell’aspirare e rincorrere la striscia di carne; lei fa altrettanto con me.
– Dai! Stai calmo. Siamo in un parcheggio. Ci possono vedere –
Sciolgo Luisa dall’abbraccio, giro la chiave della messa in moto e mi ritrovo a percorrere la Via Emilia in direzione di Fidenza.
La pioggia che fino a poco prima scendeva fine e a tratti, ora si è fatta più intensa. Le spazzole del tergicristallo si muovono celermente e a fatica riescono a tenere libero il parabrezza dagli scrosci d’acqua. Luisa sta appoggiata sulla mia spalla, docile, arrendevole, indifesa.
Ora le parlo. Le dico tutto. Ho deciso! Sto per farlo, ma ancora una volta, Luisa anticipa le mie intenzioni. Abbassa la cerniera dei miei pantaloni ed afferra l’uccello.
– Siamo già in tiro.. eh! – mi sussurra all’orecchio.
Certo che l’ho duro! Mi succede tutte le volte che sto con lei.
Mentre guido Luisa seguita a masturbarmi l’uccello. Poi, non contenta di ciò che stringe fra le dita, inizia a leccarmi il lobo dell’orecchio con la punta della lingua, provocandomi un violento solletico. Cerco di divincolarmi. L’auto sbanda sul selciato bagnato. Ho la sensazione di andare a fracassarmi contro uno dei tanti cartelloni pubblicitari che si trovano ai margini della strada. Istintivamente schiaccio il pedale del freno. L’auto gira su se stessa, fa due testa coda e va a fermarsi al centro della strada.
Resto per alcuni secondi immobile, terrorizzato, poi senza proferire alcuna parola rimetto l’auto in carreggiata e riparto.
Appena superato il ponte sul fiume Taro giro sulla destra e vado ad infilarmi in una delle tante carraie che costeggiano la sponda del fiume.
In prossimità di un frantoio, parzialmente illuminato dalla luce fioca di un lampione, scelgo di parcheggiare l’auto. Tutt’intorno lo spiazzo vi sono cumuli di ghiaia. Il posto lo conosco bene, ci vengo spesso con Luisa: è il nostro nido d’amore.
La luce del lampione, poco distante dal punto in cui ho parcheggiato l’auto, è una buona difesa contro sguardi indiscreti che di solito preferiscono l’oscurità.
La quiete di questo luogo sembra conciliarsi col discorso che mi sono preparato, ma appena spengo il motore Luisa mi è addosso.
Come suo solito non dice una sola parola. Infila le dita fra i bottoni della mia camicia e inizia a pizzicarmi i capezzoli.
– Avrei voglia di dirti una cosa – le sussurro.
-Dopo… dopo.. – mi fa lei.
Porta l’indice della mano sulle labbra, indicandomi di stare zitto. Si libera della pelliccia e la depone sul sedile posteriore dell’auto.
– Dai vieni qui… Farfallone –
Questa sera mi appare più bella che mai. I capelli lunghi e fluenti le cadono sulla scollatura della camicetta semiaperta. Sento il profumo che trasuda dai suoi abiti; è lo stesso di sempre. Infilo le dita fra le sue cosce. Lei le accosta e stringe la mano, strofinandosi contro.
Accarezzo le calze di lycra fino a lambire la sommità delle ginocchia.
Adoro soffermarmi sulla parte del ginocchio che si congiunge alla coscia, lo trovo particolarmente eccitante. Luisa inarca il corpo sul sedile, distende il bacino in avanti e la gonna si ritrae fino a scoprire la parte superiore delle autoreggenti.
– Ti piacciono? –
Ecco, siamo alle solite ora mi dirà dove le ha comperate
– Le ho acquistate in quel negozio di lingerie che sta sotto i portici di Via Mazzini. Sapessi quanto mi costano! –
Annuisco senza dare troppo peso alle sue parole. Continuo ad accarezzarle l’interno delle cosce. Lei, noncurante, seguita a descrivermi le qualità delle calze.
Non mi curo delle sue parole. Infilo la mano nella scollatura della sua camicetta e accosto le dita ad un seno. è gonfio, sodo. Lo tengo saldamente nella mano quasi a saggiarne la consistenza. Sto così, per qualche istante, fino a quando lei sovrappone le dita sulle mie e le accarezza.
– Sono belle sode questa sera –
– Beh! Sai com’è. Sta arrivando il periodo delle mie cose e allora… –
Si libera della camicia e del reggiseno, poi si mette ritta sul seggiolino, col busto piegato all’indietro. Porta le braccia sopra il capo e si osserva le tette, poi mi chiede un parere.
– Che dici ti piacciono? è anche merito della ginnastica che pratico in palestra se si sono rassodate. Non credi? –
Afferro fra le dita le mammelle. Sono solide, compatte. Ancora una volta sono attratto dai suoi capezzoli. Le mie labbra si posano prima su uno e poi sull’altro. Li succhio con avidità fino a provocarle una sensazione di dolore.
Luisa mi lascia fare. Sembra provare piacere da questi miei eccessi. Posa una mano sul mio capo e quando sto per ritrarmi mi attira nuovamente verso il petto come se fossi uno dei suoi figli. Afferro entrambi i seni con le mani e inizio a strofinare i capezzoli con la punta della lingua. Luisa sospira profondamente, più di una volta, a lunghi intervalli, specie nei momenti in cui premo con le labbra e poi coi denti l’apice dei capezzoli.
Il contatto con le sue tette suscita in me un particolare stato di eccitazione. Infilo la mano fra l’elastico delle sue mutandine e con la punta delle dita raggiungo la colonia di peli del pube, fino a sfiorare la punta del clitoride. Lo tocco. è turgido, gonfio. Scendo più in basso e infilo le dita nella figa; è bagna d’umore. Allontano la mano e intingo le dita, intrise del succo, nella mia bocca per gustarne il sapore.
Mi libero dei pantaloni e di tutto il resto; rimango nudo, con i soli calzini ai piedi. Luisa, nel frattempo, si è tolta la gonna e per paura che si possano danneggiare si è sfilata le autoreggenti, rimanendo con le sole mutandine.
Agendo sulle leve abbasso entrambi i sedili. Sto per coricarmi accanto a lei quando sono trattenuto dalla sua mano che preme sul mio torace.
– Non dici niente a proposito delle mutandine che indosso? –
Nella penombra osservo le mutandine di pizzo di colore nero e non mi sembrano molto diverse da quelle che le ho visto indossare altre volte.
– Carine. Sono nuove? –
– Sì. è un modello della Perla, sapessi quanto le ho pagate…. –
Infilo le dita nell’elastico e le faccio scendere. Lei solleva il bacino e accompagna il movimento delle mie mani.
Restiamo nudi l’uno di fianco all’altro, anche se ai piedi ho sempre i calzini.
– Senti freddo? – le dico.
– No, e tu? –
Non rispondo. La mano mi scivola su un seno; lo accarezzo. In quella posizione è leggermente appiattito, ma mi delizia comunque palparlo; i seni sono la cosa che apprezzo di più del suo giovane corpo. Lei afferra l’uccello e lo accarezza.
I movimenti della sua mano sono misurati, essenziali. Non ha fretta.
Circuisce i testicoli. Li palpa, fino al momento in cui la sacca raggiunge una certa consistenza. Le piace crogiolarsi con l’uccello. La lascio fare, senza interrompere l’opera delle sue dita.
– Girati dai –
Mi allontana con decisione, spingendomi verso il mio sedile. Risoluta si china su di me e infila l’uccello fra le labbra. La sua bocca è piccola, stretta. Ha l’accortezza di congiungere le labbra in modo da farle aderire tutt’intorno l’uccello.
La cappella scivola a fatica sul bordo delle labbra. Dopo alcuni ingoi Luisa affonda tutto l’uccello nella profondità della bocca, fino a sfiorare l’epiglottide.
Il ritmo delle sue labbra assume una modulazione regolare. Resto fermo, immobile e gusto il piacere che la sua bocca sa trasmettermi.
La sento ansimare. Distolgo le sue labbra dall’uccello e attiro la bocca sulla mia. La penetro ancora una volta con la lingua e lei fa altrettanto con la sua. Tremo. tremo in tutto il corpo. Prima d’incontrarla non avevo mai avuto questo tipo di scosse, almeno non di quest’intensità. Lei lo sa e fa di tutto per deliziarmi con i movimenti della lingua.
Con la mano cerco fra le cosce l’apertura della figa. Le sfioro le grandi labbra; sono lisce, morbide e impregnate d’umore.
Lei ha un sussulto. Mi morde sul collo, più volte, fino a costringermi a ritrarre il capo. Esasperato dalle sue provocazioni, mi sollevo e vado ad inginocchiarmi nell’angusto spazio dinanzi al sedile dove sta coricata. Le allargo le cosce e accosto la lingua sul basso ventre.
Con la punta del naso appoggiata sui peli del pube accolgo fra le labbra il clitoride e lo succhio. Scappuccio il tenero tessuto che lo ricopre.
Deposito un po’ di saliva e sfrego con la lingua l’apice gonfio e spesso.
Luisa ritrae le mani sul viso, si accarezza il volto e geme.
– Si! … Si! … mi fai godere. Mi piace quando me lo succhi.. –
Stimolato dalle sue parole spompino il clitoride senza un pause.
Luisa accosta le dita sulle mammelle e friziona i capezzoli eretti, contemporaneamente.
– Basta ti prego. Ti prego… Mi fai male… Ah… Ah.. Mi fai male.. –
Luisa tenta di liberarsi dal morso delle mie labbra dimenandosi col bacino, ma con le mani la tengo ancorata al seggiolino.
– Godo! . Godo! .. Cazzo! Cazzo!! Come mi fai godere –
Mugola come una cagna, disorientata dagli orgasmi che sembrano succedersi uno dopo l’altro.
– Basta! .. Basta…. –
Ancora una volta cerca di divincolarsi. Le sue mani premono sul mio capo e cercano disperatamente di allontanarmi.
Mi piace sentirla turbata, mi eccita la passione che mette nel respingermi.
è un gioco ambiguo il suo, sa che non la lascerò andare; a lei piace godere in quel modo.
– Si! .. Si! … Goodo… Goooodo! …. –
Luisa urla di piacere, ma nessuno in quel luogo sembra interessarsene; soltanto il mio cazzo, che freme dalla voglia di chiavarla.
Mi corico supino sul sedile. Luisa mi si mette a cavallo. Afferra l’uccello fra le dita e lo infila nella figa.
Lascio che sia lei a muoversi con le anche. Il suo respiro si fa affannoso.
Le mani appoggiano sul mio torace e stropicciano la carne attorno i capezzoli. La imito afferrandole le mammelle. Sono gonfie sode, piene di vita. Sto per parlare quando lei mi precede.
– Zitto! .. Zitto! .. Non parlare.. non parlare.. –
è lei a condurre il rapporto. La lascio fare, assecondandola nelle sue evoluzioni.
Il bacino le s’inarca e preme ripetutamente contro l’uccello. Ansima come una forsennata. Nonostante la serata fredda, ha la pelle madida di sudore.
Decido di assumere il comando della situazione. Mi siedo sul sedile e attiro Luisa verso di me interrompendo i suoi movimenti. Col cazzo infilato dentro la figa premo la bocca sulla sua. Le mie mani afferrano i suoi glutei. Muovo il suo bacino avanti e indietro, senza interruzione. Sento i muscoli della figa contrarsi sull’uccello e stringerlo in una morsa.
– Ti piace eh! Dillo che ti piace il mio cazzo –
– Sì! .. Sì! . -. mi piace! Solo tu mi sai fare godere –
Questa frase, che nelle intenzioni di Luisa dovrebbe essere un complimento.
Mi giunge, invece, come ulteriore conferma della presenza di un altro uomo fra noi.
Accelero i movimenti delle mani sui glutei fino a quando lei inizia a scuotersi.
– Sì… Così dai! .. Sì.. Sì… Vengo…. Vengooo… –
Anch’io sto per venire. A fatica sospingo via Luisa prima che accidentalmente possa sborrarle nella figa. Un brivido percorre il mio corpo. Lo sperma fuoriesce dall’uccello e va a cadere sul suo ventre. Lei si accovaccia su di me, prende l’uccello fra le labbra e sorseggia gli ultimi flutti di sborra, poi mi bacia sulle labbra, liberando nella mia bocca parte del liquido seminale che ancora tiene dentro di sé.
Restiamo in quella posizione per alcuni minuti, esausti, in attesa che il battito del cuore e il respiro ritornino nella norma.
– Hai freddo? Forse è meglio che ci copriamo con la tua pelliccia –
Prendo dal sedile posteriore il visone e lo dispiego sui nostri corpi nudi.
Restiamo avvolti nella pelliccia, l’uno accanto all’altro, sullo stesso sedile, in silenzio, scambiandoci di tanto in tanto alcune coccole.
I vetri dell’auto sono completamente appannati. La pioggia, che pareva essersi attenuata, ha ripreso a cadere con maggior intensità. Gocce d’acqua s’infrangono sulla carrozzeria e provocano un gran fracasso. Forse è il momento giusto per parlarle, per dirle che voglio interrompere la nostra relazione. Fra noi non c’è più amore. Continuiamo a vederci solo per abitudine. Ciò che ci tiene uniti è la passione, il sesso e null’altro..
Durante i nostri incontri non parliamo mai del futuro, evitiamo accuratamente di affrontare quest’argomento. Ci dilunghiamo, invece, a parlare di cose futili; pettegolezzi che riguardano perlopiù l’ambiente del nostro lavoro, forse non abbiamo altro da dirci.
– A cosa stai pensando? – mi sussurra lei
– Chi? Io? –
– Sì! Tu. Proprio tu –
– A niente. Pensavo che il tempo quando stiamo insieme scorre in fretta. Fra poco è già ora di tornare –
– Oddio! Che ore sono? –
– Mezzanotte –
– Dai! Andiamo. Rivestiti. è tardi! Devo essere a casa, entro mezz’ora, altrimenti mio marito s’insospettisce e mi fa un sacco di domande –
Torno ad occupare il mio sedile e mi rivesto. Luisa fa lo stesso infilandosi le mutandine. Poco dopo accende la luce della plafoniera. Abbassa l’aletta parasole e avvalendosi dello specchio di cortesia inizia a truccarsi.
Il vetro posteriore è completamente appannato. Premo il pulsante del lunotto termico e accendo il motore.
– Possiamo andare? –
– Un attimo! Un ultimo tocco e sono pronta –
Luisa fa scorrere il rossetto sulle labbra, le avvicina l’una all’altra facendo attenzione a distribuire la pasta colorata sulla superficie.
Ultimata l’operazione spegne la luce della plafoniera e rinchiude la borsetta. Inserisco la marcia, premo l’acceleratore della mia Bmw e l’auto si muove. Risalgo la strada ghiaiosa e mi ritrovo sulla Via Emilia, in direzione di Parma.
Ho fatto bene a non dirle niente fino ad ora. Il momento in cui ci saluteremo è sicuramente il più adatto per parlarle. Le dirò tutto. Lei non avrà molto tempo per replicare; in quel momento avrà troppa fretta di tornare a casa.
Le insegne luminose del cinema Capitol si fanno più vicine. Inserisco la luce di direzione di sinistra e mi porto al centro della strada. Al momento giusto, dopo che ho incrociato alcune auto, svolto dentro il parcheggio e vado a fermarmi con l’auto di fianco alla Y10 che sta ancora lì.
Non spengo il motore. è il momento di parlarle, ora non posso più tirarmi indietro.
– Ciao! Ci vediamo la prossima settimana. Ti telefono io – sussurra Luisa, poi si avvicina verso di me e mi bacia sulla guancia.
– Beh! Non dici niente – riprende.
Giro lo sguardo verso di lei. Osservo il suo splendido viso e finalmente trovo il coraggio di parlarle.
– La prossima volta che ci vediamo fammi un piacere. Indossa quel body di tulle nero trasparente che ti ho regalato per il tuo compleanno. Sai quanto mi ecciti vedertelo indosso –
Luisa apre la portiera, fa un gran sorriso e si allontana. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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