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Nel morbido cespuglio

Lasciò Roma di primo pomeriggio sulla propria Harley 883, le sue poche cose legate dietro, giusto il necessario per passare una breve vacanza.
Era settembre già inoltrato e voleva sfruttare quei pochi giorni di ferie che ancora gli rimanevano per fare un po’ di turismo itinerante.
Seguì la statale verso la Puglia finchè, nel tardo pomeriggio, raggiunse la periferia di Termoli. Lasciò l’ampia e comoda statale per imboccare la stretta e tortuosa strada costiera verso il Gargano, certamente meno veloce, ma altrettanto certamente più variata e gratificante. Lo scenario era impagabile e, se per qualche ragione doveva fermarsi e campeggiare, a ovest della strada la foresta s’articolava senza soluzione di continuità: paesaggio molto più ricco e vario di quello che poteva offrire una normale arteria di grande scorrimento.
Era sera quando raggiunse Vieste, dove si fermò per uno spuntino. Il sole stava tramontando velocemente e la nebbia s’alzava ad ammantare l’intera costa. Pensò di fermarsi per la notte, sapendo quanto fosse pericolosa la strada che l’aspettava, particolarmente con la nebbia. Ma ripensandoci, davanti a un bicchiere di birra e a un secondo sandwich, decise di arrischiare e di proseguire.
Ma fu un errore. Venti minuti dopo aver lasciato Vieste, l’oscurità calò su di lui e la fitta nebbia grigia faceva schermo alla luna e rimbalzava la luce del suo faro.
Procedeva ormai a passo d’uomo. Non avrebbe avuto senso tornare indietro: il pericolo sarebbe stato analogo, e una o due ore in più di viaggio a quella velocità non gli avrebbe fatto guadagnare granchè.
Poi sulla destra, il lampeggiare debole di una luce giallastra attirò la sua attenzione. Rallentò a titolo esplorativo.
Vide una macchina con i lampeggianti d’emergenza accesi e dentro una coppia che non si accorse del suo avvicinamento. Gianni picchiettò al finestrino e attraverso i vetri appannati notò un’improvvisa espressione di paura attraversare la faccia indistinta di un uomo.
– S… si… che.. che succede? – chiese l’uomo con voce incerta, tremante.
– è lei che me lo deve dire, – ribattè secco Gianni. – Passavo di quì e ho visto i lampeggianti in azione. Avete bisogno di aiuto? –
– No! – giunse biascicata la risposta. Poi una pausa e quindi un parlottare sommesso mentre Gianni girava la moto per riprendere la propria strada.
– Un momento! – Era una voce di donna che proveniva dall’altro lato della macchina. Voce di mezza età, titubante, ma meno incerta di quella maschile.
– Noi… noi speravamo che sopraggiungesse qualcuno disposto ad aiutarci, – continuò la donna. – La nebbia è troppo fitta per proseguire, ma non possiamo… o meglio, non vogliamo aspettare quì fino a domattina… –
– Cosa vorreste allora da me? – chiese tagliente Gianni, domandandosi poi perchè si mostrasse tanto duro con quei due. Avevano certamente ragione di mostrarsi diffidenti, intimoriti.
– Bè… – attaccò la voce maschile, – se ci facesse strada… se ci permettesse di accodarci a lei, le sarei enormemente grato. –
– Non esageriamo! Si metta in moto… Ma stia attento a non travolgermi: sarà impossibile superare i dieci all’ora. –
– Grazie, – disse l’uomo avviando il motore. – Starò attento, non si preoccupi! – E si mise in marcia.
La notte s’andava facendo sempre più buia e il nebbione più spesso e gli occhi di Gianni cominciarono a infiammarsi e a lacrimare. Infine dopo circa un’ora che procedevano a passo di lumaca, Gianni decise di rinunciare all’impresa. Non appena intravide una piazzuola sulla destra, lasciò la strada, subito seguito dalla macchina, e si fermò.
– Qualcosa che non va? – chiese dal finestrino la voce della donna.
– No. Voi potete proseguire, se lo desiderate. Io ne ho abbastanza di questo buio e di questa nebbia. Aspetterò quì il mattino. –
All’interno della macchina seguì un confabulare sommesso e concitato. Poi giunse di nuovo la voce femminile.
– Crediamo che la sua decisione sia la più saggia possibile, viste le circostanze. E la ringraziamo per il suo aiuto. Ma almeno salga… per passare la notte al sicuro nella macchina… –
– No grazie. Grazie lo stesso. – Gianni rise. – è così buio quì fuori che niente mi dovrebbe mettere paura… Sono convinto che non ci sia ormai anima viva in circolazione in questa zona. E oltretutto, mi piace dormire all’aperto. –
E cominciò a srotolare il proprio sacco a pelo. Dalla macchina non giunse nessuna replica e Gianni s’infilò nel sacco a pelo, si accese una sigaretta e cominciò a pensare all’assurda situazione in cui si era cacciato.
Gli giungevano soltanto il mugghiare del Tirreno che flagellava le rocce sottostanti e il bisbigliare del vento tra i pini che si stendevano tutt’intorno. Sensazione di freddo… e di libertà.
S’imbevette di tutte le invisibili meraviglie che lo circondavano e lo avvolgevano e la sua mente si librò nel tempo e nello spazio e fantasticò meravigliose, sognanti assurdità… come l’amore e la pace.
La sigaretta si ridusse presto a mozzicone. Si sentì bruciacchiare i polpastrelli e inaridire la gola. Spense il mozzicone. Chiuse gli occhi, si girò sul fianco e rivolse un casuale ” Buona notte ” ai suoi improvvisati compagni di viaggio nascosti in macchina.
– Buona notte a te – gli giunse nell’orecchio un bisbiglio femminile e Gianni per poco non balzò fuori dal suo sacco a pelo per la sorpresa.
– Cosa diavolo… –
– Sssst… Stà zitto. Mio marito s’è addormentato di botto, ma io volevo vedere a chi appartenesse la voce misteriosa giunta in nostro soccorso. –
Gianni aguzzò gli occhi per vedere. La faccia femminile era a pochi centimetri dalla sua, ma era lo stesso difficile delinearla nell’oscurità della notte. Nel buio gli parve comunque d’intravedere una donna di bassa statura, dalla carnagione scura, sulla quarantina, vale a dire quasi due volte la sua età, e spartanamente attraente.
La donna allungò le mani e gli strinse a calice la faccia. Poi s’abbassò verso di lui.
– Uhmm… – bisbigliò – sei ancora più giovane di quanto m’aspettassi. –
Gianni aprì la bocca per protestare, ma prima che riuscisse ad articolare un suono, si sentì formicolare dentro la lingua femminile. La baciò di rimando, dapprima istintivamente, ma poi in aperta risposta alla passionale smania di quella sconosciuta. Le loro lingue s’intrecciarono, il respiro si fece più affannoso e profondo, le mani esplorarono al buio. Poi si staccarono.
– Caspita! – ansò lei.
– Che forza! – le fece eco lui.
Si baciarono di nuovo. Le mani femminili cominciarono a rovistarlo e Gianni s’unì a lei nella frenetica esplorazione. Era sorprendentemente soda per una donna della sua età: in lei nulla di cadente e pure non portava il busto ma solo quello che sembrava essere un succinto reggiseno. Gianni le risalì con le mani le gambe, forti, lisce, senza calze, mentre lei armeggiava prima con la cintura e poi con la cerniera dei pantaloni del giovane. Raggiunsero insieme il rispettivo bersaglio, con sospiri profondi, reciproci. Le dita della donna cinsero calde il grosso, duro tronco del pene, mentre l’indice di Gianni s’incuneava sotto l’elastico delle mutande e sprofondava quindi in mezzo al pelo, sul monte di venere, e poi nella viscosa fica ribollente. E si baciarono ancora una volta, con decisione e a lungo, mentre le loro dita lavoravano febbricitanti e ispirate sul reciproco sesso.
Gianni cercò di liberarsi del sacco a pelo, poi s’inarcò per permetterle di sfilargli i jeans che infine scalciò dalle caviglie. Nel contempo il giovane le faceva scivolare sulle cosce le mutandine. E furono entrambi liberi.
E si ribaciarono avidi e passionali mentre entrambe le mani femminili erano sul sesso maschile e mentre due, e quindi tre, dita maschili impazzavano nel ribollire della donna. Questa infine si staccò bruscamente e convulsamente da Gianni.
– Oh, Dio… – ansò, – … oh, Dio… – Ritrasse le gambe e le spalancò. – Ti prego… – lo supplicò, – ti prego, leccami! … –
Gianni strisciò, prontamente in avanti, tra le gambe femminili, che rialzò e divaricò ulteriormente. Eccola, invisibile nel buio, ma esalante l’inconfondibile e pungente odore dell’eccitazione. Spinse ancora in avanti la faccia e si sentì solleticare il mento dai peli pubici. Eccola. Più in basso. Sporse e arcuò le labbra e il contatto con la tumida carne fu stabilito. La donna ansimò convulsamente. Le baciò profondamente il sesso, come prima le aveva baciato la bocca, facendola rabbrividire tutta. Le cosce si strinsero attorno alla testa, invitandolo a toccare profondità maggiori. E Gianni l’accontentò.
La sua lingua sembrava dotata di vita propria, guizzava dentro e fuori, leccava e sferzava quì e là, esplorava solleticante l’entrata del condotto vaginale mentre le labbra s’allungavano avvolgenti sull’intero sesso. Le incuneò le mani sotto le natiche sode e frementi per sollevare ad altezza più comoda il suo pasto caldo e frugarono il buchetto stretto e palpitante e Gianni cominciò quindi a succhiarla e a solleticarla con la punta della lingua. E a simile attacco la sconosciuta visitatrice della notte perse ogni controllo: s’inarcò e si tese e ondeggiò da parte a parte e si lamentò… pressando e strusciando il proprio sesso umido contro la faccia protesa di Gianni.
Poi lei si tese. Un gorgoglio sussurrato e le gambe scivolarono in abbandono sulle spalle del giovane mentre la fica s’articolava pastosa e morbida e indipendente e riversava il suo succo d’amore nella bocca lappante di Gianni.
Il giovane si tirò quindi sulle ginocchia e strisciò in avanti per affrontare e risolvere pure il suo problema impellente, esplosivo. Ma, d’improvviso e senza fornire alcuna spiegazione, la sconosciuta strisciò via… nell’oscurità nebbiosa della notte… verso la propria macchina.
– Ehi… – la inseguì sorpresa la voce di Gianni, mormorando, – … che ti prende? … –
Non un suono di risposta, solo il fruscio delle ginocchia sull’erba umida di nebbia.
La mano del giovane scattò in avanti alla cieca e cadde su una caviglia. Le dita del giovane si chiusero all’istante a morsa e la donna cercò inutilmente di liberarsi, dibattendosi frenetica, rabbiosa.
– Lasciami… andare, – sibilò lei, sottolineando con un violento calcio la parola finale. Gianni si chiese se fosse il caso di lasciarla veramente andare: se era tanto pazza, forse conveniva lasciarla perdere. Poi la mano femminile saettò verso di lui colpendolo duramente su una tempia e il piede libero della donna s’abbattè quasi contemporaneamente sul suo addome, sbagliandogli l’inguine di qualche centimetro soltanto.
E la rabbia montò in lui, dirompente.
– Fottuta puttana, – ringhiò Gianni sottovoce, – ti romperò l’osso del collo! –
L’afferrò per le gambe con la furia di un pazzo e la tirò, scalciante e imprecante, verso di sè, facendola strisciare sull’erba. Era piccola e magra, ma si dibatteva con la forza dell’animale in trappola che voglia sfuggire al proprio destino. Scalciava e si contorceva e mulinava le braccia, accompagnando l’azione con un diluviare incessante di imprecazioni e di epiteti. Ma la rabbia centuplicò le forze di Gianni il quale, quasi senza rendersi conto di cosa andava facendo, la strappò dall’erba e se la tirò in grembo, a faccia in giù, rotolandole la gonna intorno alla vita.
– Non farlo, – strillò la donna a sfida. – Non… –
Ma prima che terminasse di parlare, il palmo aperto di Gianni s’abbattè violento sulle natiche sode e dure.
– Oooohii! … – cominciò a protestare lei. Ma i colpi grandinarono su di lei con violenza sempre maggiore. La donna reagì all’attacco scalciando e divincolandosi tutta, con l’unico risultato di offrire un bersaglio migliore e di incrementare il piacere che Gianni andava provando. Le natiche, sode e piene, sembravano sciogliersi lentamente sotto il calore dell’attacco. Si fecero più elastiche e morbide e la resistenza femminile s’andò indebolendo. Il palmo continuava a calare con cadenza ritmica sul bersaglio, sollevando un calore tutto particolare.
La donna aveva ormai smesso di protestare. Le proteste, anzi, s’erano trasformate in lamenti di piacere e il sedere s’inarcava a benvenuto verso il rapido fuoco di sbarramento. Gianni si fermò. I lamenti assunsero il tono della supplica e il sedere si sollevò e fremette d’anticipazione. Il giovane allungò una mano tra le cosce della sua vittima: erano bagnate fradicie. Spinse quindi alcune dita nella fica: pozza gorgogliante di soddisfazione.
Si ricordò poi della sua gigantesca erezione, sempre più impellente e smaniosa di sbocchi.
– Fottuta puttana, – ripetè con ritrovata calma Gianni. – Te la stai godendo vero? –
Spingendola momentaneamente via, il giovane si mise in ginocchio. L’afferrò per il collo e le ordinò di sdraiarsi davanti a lui, a faccia in giù.
Seguì una breve pausa, rotta poi da una voce spaventata.
– Oh, no! … – esclamò la donna. – No, ti prego… non farlo… –
– Giù, ti ho detto, – grugnì Gianni, ributtandole la faccia sull’erba e prendendo posto fra le sue cosce distese e spalancate. Lei piagnucolò, ma la mano stretta attorno al collo la dissuase dall’opporre una qualsiasi resistenza. Gianni le infilò la mano libera sotto l’inguine, rialzandole la parte inferiore del corpo. Come guidata dall’istinto, la donna piegò in due le ginocchia e rimase con la testa a terra e il sedere che si alzava quale piramide bianca nella notte.
– Ottimo! – commentò lui. – E ora niente scherzi. Se ti muoverai o griderai, ti ridurrò a polpette! –
Distaccò le mani dall’inguine e dal collo, lasciandola completamente libera. La donna si guardò bene dal muoversi.
Le dita maschili la esplorarono, impazienti ma delicate. Scivolarono sopra i rilievi bianchi e tondeggianti delle natiche e poi sprofondarono nel misterioso solco centrale. Stuzzicarono la grinzosa apertura anale che si contrasse al tocco e poi si spostarono… verso il basso. Aprirono le tumide e bagnate labbra vaginali e si persero in giochi delicati con le sensibili pieghe interne di carne umida e viscosa, e la vagina boccheggiò come pesce fuor d’acqua e il clitoride tremò come di spavento. Il corpo femminile rabbrividì, brivido di piacere, ma, come le era stato ordinato, la donna non si permise un solo movimento volontario, nè diede in alcuna aperta invocazione d’aiuto.
Gianni si servì delle dita per dischiuderle maggiormente le labbra vaginali. Poi, con un colpo secco e improvviso dei fianchi, spinse in tutta la sua lunghezza il pene nelle profondità calde e avvolgenti della fica. Lei ansò, poi si calmò, ma i fianchi risposero istintivamente all’affondo. Presero a roteare davanti a lui e le rotazioni si fecero di più ampio respiro quando il pene cominciò ad alzarsi e ad abbassarsi come stantuffo, maestoso e instancabile.
E i due occasionali amanti si trovarono presto a muoversi insieme, secondo un ritmo via via crescente. L’unico rumore che vinceva il loro ansare rotto e gutturale, il battere ritmico delle cosce contro le morbide natiche sottostanti e lo zangolare delicato del pene, era il lamentarsi sporadico che sfuggiva dalle labbra femminili, labbra che lei si morse fino a farle sanguinare per smorzare le proprie grida di estatica libidine.
A un certo punto, la velocità di risposta dei fianchi di lei cominciò a superare quella impressa dallo stantuffo di lui. Lei era ormai irresistibilmente lanciata verso l’orgasmo, che avrebbe raggiunto con o senza di lui.
Gianni estrasse il pene fradicio di umori. Per la prima volta, dopo l’ordine ricevuto, la donna si lasciò sfuggire un leggero grido di bocca.
– Oooh… oh, ti prego… – lo supplicò. – Rimettilo dentro, ti prego! … –
E Gianni l’accontentò. Dopo essersi servito delle proprie dita per divaricarle quanto più era possibile le natiche, il giovane forzò d’improvviso la grossa testa del pene contro la grinzosa ed elastica apertura del retto. Alla successiva decisa spinta dei fianchi la donna urlò di dolore e strinse istintivamente il muscolo… provocando solo un aumento del suo dolore. Una nuova spinta ed un nuovo grido… mentre il glande violava lo sfintere ed iniziava ad affondare nell’intestino della donna.
— Che culetto fantastico… – mormorò Gianni sogghignando. – Uno dei migliori che abbia mai sfondato è stato gentile tuo marito a lasciarlo inviolato per me…. —
Continuò a spingere il pene nel culo della vittima che strillava e boccheggiava sentendosi allargare l’ano vergine a dismisura. Gianni, incurante delle grida e dei contorcimenti della donna, non si fermò finchè non riuscì a infilalarle il membro tutto, fino in fondo.
La donna non si dibatteva ormai più, conscia dell’inutilità del suoi sforzi, respirava forte con gli occhi serrati ed emetteva dei rochi lamenti, mentre ora il pene del giovane aveva preso a scanalarla nel retto.
— Coraggio non è successo nulla di grave tra qualche giorno starai meglio vedrai…. Non so come riuscirai a spiegare a tuo marito perché cammini così male….. ma non sarà un problema vedrai…. — Rise Gianni mentre aumentava la forza dei suoi affondo.
Le impastò con le dita la morbida carne delle natiche mentre il pene imperversava avanti e indietro in lei. La donna gridò incontrollabilmente, lamento tipico della persona che si senta violare per la prima volta il proprio ano vergine, e il suo intero corpo si trasformò in un ammasso informe di carne fremente, ondeggiante, in delirio. Le lacrime cominciarono a rigarle la faccia, lacrime di lancinante dolore e d’insopportabile piacere, e ondeggiò la testa da un lato a l’altro e mulinò le braccia, combattuta da opposte sensazioni.
Il pene di Gianni era semplicemente regale: si muoveva in lei maestoso, lacerandola in profondità. L’inebriante senso di potere, combinato alla meravigliosa sensazione d’orgasmo che andava ribollendo nelle sue viscere, lo portò a scalare nuove, vertiginose vette d’estasi sessuale. Vette così alte e inebrianti che dapprima Gianni non avvertì quasi il duro arnese che tentava d’incunearsi fra le sue natiche all’aria. Solo quando l’oggetto cilindrico gli ebbe dischiuso le natiche e fece pressione contro l’apertura del suo ano, Gianni reagì all’attacco.
Girando bruscamente il capo, il giovane intravide nel buio il maschio, che supponeva beatamente addormentato in macchina, sul punto di cacciargli il pene nell’ano. Gianni trasalì. E mentre si lanciava in un altro affondo nel retto della donna, si sentì arpionare pure lui. E il grido di Gianni si fuse con quello della donna… stesso lamento acuto, stridulo, rotto.
E scoparono in tandem. Mentre Gianni sprofondava implacabile nell’ano in delirio della donna carponi davanti a lui, l’uomo che aveva alle spalle gli riempiva il retto di carne turgida, palpitante, bruciante. Il loro fremere convulso sconvolgeva violentemente i tre corpi saldati, incastrati insieme. Poi, quando si ritrasse, Gianni sentì ritrarsi pure il pene che gli escoriava il condotto anale.
Forse… se si fosse fermato… ma non poteva fermarsi, si disse, pompa più forte, più deciso, più veloce, e che arrivi il coronamento….
E il ritmo si fece più forsennato, accompagnato da un coro selvaggio di lamenti e di grida.
Il suo pene dolorante era prigioniero del sedere invasato di una donna che aveva solo intravisto nel buio e di cui non conosceva neppure il nome, mentre il suo retto veniva metodicamente esplorato dal pene vendicatore del marito di quella sconosciuta. Gianni si trovava proprio nell’occhio di uno spaventoso ciclone.
Più velocemente, si disse.
– Mondo cane… fa male! – urlò il giovane.
Più in fretta. La donna s’era ormai trasformata in un animale che si contorceva perdutamente davanti a lui, che lo risucchiava con forza inaudita. Più velocemente. Il suo retto infiammato stava conoscendo un’agonia ultima, definitiva.
– Oooh… oooh… – singhiozzò Gianni. – Oh, mio Dio… fottuto figlio di puttana… –
Dentro e fuori, dentro e fuori. Si sentiva lacerare fin nel ventre, spaccare in due, rivoltare tutto… unica misera consolazione che la donna, la moglie di quel fottuto stronzo, stava vivendo le sue stesse atroci sensazioni, ma era una ben magra soddisfazione.
Poi d’improvviso, la donna s’abbandonò a capo in avanti, tremando convulsamente e rompendo in grida che nulla avevano di umano. Il suo ano si strinse a morsa intorno al pene e il terremoto che squassava quel corpo in delirio investì pure Gianni e dalle sue viscere si sprigionò d’improvviso un getto potente di sperma che si riversò schiumoso e irruente nell’intestino della donna… e intanto un’ondata di piena lo travolgeva posteriormente. Gianni chiuse gli occhi e strinse i denti… e mentre il vortice della donna in orgasmo gli risucchiava il pene, torcendoglielo e spremendoglielo, un altro pene esplodeva nelle sue viscere intorpidite una quantità inimagginabile di sperma. L’agonia era lancinante. Il piacere insopportabile. La donna cadde nella trappola dell’orgasmo multiplo e il suo furore sessuale spremette fin l’ultima goccia di sperma dal pene prigioniero di Gianni. E questi intanto si sentiva inondare di sperma… temette per un istante che gli potesse schizzare addirittura di bocca. Un mare di sperma… un oceano ribollente e viscoso di sperma che li ingolfava nell’oscurità e nella nebbia che impediva loro di vedersi a vicenda. Ovunque sperma schiumoso e dolore bruciante.
E piacere delizioso, meraviglioso.

Otto ore più tardi, l’alba rompeva il buio della notte e il grigiore della nebbia. Otto ore che videro Gianni, dormire solo a tratti, quando la spossatezza lo sprofondava in un temporaneo collasso.
Quando il sole si fu infine districato dall’orizzonte, il suo calore ricacciò nel nulla la nebbia e la sua luce si riversò a ondate, attraverso gli alberi frondosi, sul giovane, pago e calmo.
E Gianni potè così guardarsi intorno finalmente. Era solo nello spiazzo. L’auto con i due sconosciuti era sparita.
Raccolse con calma le sue cose, salì sulla moto e si rimise in viaggio lungo la tortuosa strada che costeggiava il Gargano. Poi, d’improvviso, buttò all’indietro il capo e scoppiò in una fragorosa e irrefrenabile risata. La vita era libera, meravigliosa. E buffa. Alla sua sinistra, l’azzurro e profondo Tirreno rimbalzava accecante lo scintillio del sole; alla sua destra, un esercito di alberi giganteschi s’addensava sul bordo della strada e sembrava sorridergli la propria approvazione: alberi che erano il cuore di una folta e vibrante foresta, foresta piena di creature con menti sgombre d’ogni preoccupazione, come Gianni aveva sempre desiderato che potesse essere la propria mente. E in quel momento sentiva che lo era. FINE

About Erzulia

Colleziono racconti erotici perché sono sempre stati la mia passione. Il fatto è che non mi basta mai. Non mi bastano le mie esperienze, voglio anche quelle degli altri.

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