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Si sentiva tanto troia quella sera

Si sentiva tanto troia quella sera mia moglie; “una grande troia sfondata” anzi, come ripeteva. Avevamo scelto il tipo da incontrare, Giorgio, fra una ventina di risposte pervenute ad un nostro annuncio. La sua era una lettera decisa, con un turpiloquio che l’aveva arrapata; a corredarla, una foto del suo corpo nudo, con un cazzo enorme e tesissimo. Non si vedeva il viso, come invece avremmo voluto, ma in fondo (fu sempre lei a parlare): “è solo la minchia quella che mi interessa! “.
La BMW di Giorgio si affiancò alla nostra auto nello spiazzale del Motel AGIP di Ognina; si, era gradevole anche in viso. Lo invitammo a salire in macchina e lui prese posto nel sedile di dietro. “Davvero ti piace tanto leccare la fica ed inculare? “, esordì lei, facendo riferimento al contenuto della sua lettera. “Beh, direi di si”, fece lui un po’ imbarazzato.
Io mi godevo quella scena. Era davvero eccitata (lo capivo da come muoveva le gambe, scoprendo spesso le cosce, dal suo sguardo e dalle sue labbra, che manteneva costantemente umide con la lingua) e con decisione arrivava al dunque, con quel maschio che, evidentemente, le piaceva, e che le piaceva scandalizzare. Vidi la sua mano poggiarsi sul ginocchio di Giorgio e carezzarlo, lieve lieve. “Era davvero il tuo quel cazzone della foto? “, chiese, e intanto la sua mano s’era spinta fino ad accarezzargli la patta dei pantaloni. Lui, vinta ogni timidezza, era leggermente scivolato sul sedile per facilitarle il compito, e lei, senza alcuna remora, gli aveva impugnato il cazzo, sia pure attraverso la stoffa dei pantaloni. Con l’altra mano afferrò la mia e, aperte le gambe, se la portò sulle mutandine, premendosela contro.
La situazione s’era fatta davvero complicata, con tutta quella gente che passava e che, da un momento all’altro, avrebbe potuto rendersi conto di quanto stava succedendo. Misi in moto e mi diressi verso casa. Durante il tragitto, sia pure breve, non smise di accarezzare Giorgio, e sostituì la mia mano con la sua nell’opera automasturbatoria.
Appena entrati, davanti al grande specchio che c’è nella saletta d’ingresso, mia moglie e Giorgio si abbracciarono, cominciando a baciarsi lingua in bocca. La sua mano, fra i loro corpi, continuava a toccare il cazzo di lui. Io mi avvicinai da dietro a lei e, lentamente, le sollevai la gonna. Sotto aveva un delizioso paio di slip grigi e due calze dello stesso colore rette da un reggicalze nero. Era arrapante vederla, anche riflessa nello specchio, mentre muoveva i fianchi per pomiciare con lui, con quel contrasto fra la biancheria scura e la sua pelle bianca. Le tolsi le mutandine (e lei mi facilitò il compito, alzando le gambe senza smettere di sfregarsi contro lui) e le feci scorrere un dito all’interno della spacca del sedere.
Giorgio, leccandole il collo, le afferrò con le mani le natiche e gliele tenne ben allargate. Mi abbassai la lampo dei pantaloni e tirai fuori l’uccello, ch’era già duro; glielo feci sentire contro i glutei e dentro le natiche. Lei ansimava, continuava a strusciarsi decisa con Giorgio e venne a tastarne la consistenza, passando una mano dietro.
Passammo in camera. Mia moglie si sedette sul letto e volle che noi due ci sedessimo al suo fianco. Girava la testa ora dalla mia parte ora dall’altra, leccandoci il viso, succhiando la nostra lingua, ed intanto le sue mani ci smanettavano le minchie che io e Giorgio avevamo, doverosamente, di fuori. La sentivo calda e, dopo averla spogliata (ma lasciandole calze e reggicalze), le strizzavo tette e capezzoli, facendole anche male, perché sapevo che così le piace. Giorgio le massaggiava la fica e lei allargava le gambe a più non posso per renderglielo più agevole.
Mi alzai in piedi sul letto, sopra di lei. Giorgio le si era inginocchiato fra le cosce e le stava slappando la passera facendo un rumore arrapantissimo. Io, reggendole la testa con una mano dietro la nuca, le davo i coglioni da leccare e ciucciare, cosa che lei facevi doviziosamente, le massaggiavo la faccia con la mazza e gliela passavo spesso sulla lingua che teneva di fuori. “Fottimi la bocca”, fu il suo rantolo. S’inclinò un po’ indietro, poggiandosi sui gomiti, ed io, tenendole la testa, infornai la minchia nella sua bocca aperta e capiente, andando avanti e indietro come se fosse stata la fica, che invece, in quel momento, eruttava litri di liquido sulla lingua di Giorgio. “Vacca, vacca, sei una vacca troia, una puttana”, le dicevo mentre lei, visibilmente, si godeva la lingua nella fica ed il cazzo in bocca.
Giorgio abbandonò la fica e venne a mettersi anche lui a portata della sua bocca. Ed allora si scatenò sulle nostre minchie; le carezzava scoppolandole e ne carezzava le palle, le insalivava per bene e se le cacciava in gola a più non posso. Avremmo potuto sborrare subito, ma non era ancora il momento. “La vuoi nel culo vero troiona? “, le dissi, sapendo di eccitarla ancora di più. “Si, si”, fece lei, e dicendolo si mise alla pecorina e mi offrì il buco, allargandosi una natica con la mano. Mi misi dietro di lei e, sputandola sopra, la lubrificai. Poi le appoggiai il cazzo sul buco del culo e lo feci scivolare dentro. Spingeva indietro con i fianchi e, a bocca aperta, gridava la tua libidine. E in quella bocca Giorgio venne a cacciare la sua minchia. Non ce la faceva più a trattenersi e se ne venne così, con un uccello in bocca ed un altro fra le chiappe. Era soddisfatta ed aveva con se due cazzi ancora in tiro, pronti a continuare; e questo teneva alta la sua libidine. Ci invitò a masturbarci. Si appoggiò con la schiena alla spalliera del letto e si godette la scena di noi due nudi, seduti dall’altra parte del letto, che si smenazzavano l’uccello. Io, che ero arrapatissimo, andavo su e giù con la mano, velocemente; mi fermavo ogni tanto per non venirmene e mi carezzavo i coglioni. Giorgio, che aveva compreso quanto la eccitava vedere un uomo minarsi la minchia, lo faceva lentamente, guardandola negli occhi. Si stringeva il cazzo alla base, con le dita di ambedue le mani, e lo faceva vibrare. Lo scoppolava lentamente e gliene mostrava la cappella paonazza. E lei cercava di eccitarci ancora di più. Si bagnava le dita di saliva e si spremeva le poppe, strizzandosi i capezzoli. Si allargava e sollevava le grandi labbra, per mettere in mostra la fica. Alzava le gambe e, da sotto, con le mani, si allargava le natiche e si penetrava il culo con un dito. La foia era al massimo. “Perché non ce la facciamo insieme”, disse Giorgio, rivolto a me. “Vuoi fare un sandwich? “, le chiesi retoricamente. “Si, forza, facciamo un bella doppia penetrazione ! “, fece lei. Mi sdraiai e lei si venne a coricare su di me. Le allargai una natica con la sinistra, mentre con la destra indirizzai il cazzo contro il suo ano. “No”, disse Giorgio con l’uccello in mano ed inginocchiato fra le nostre gambe, “mettiglielo nella sorca”. Io capii immediatamente quali erano le sue intenzioni e lo capì anche mia moglie; ficcarle tutt’e due i cazzi davanti. L’avevamo fatto una volta a Reggio Calabria, e c’era piaciuto, anche se poi non l’avevamo più fatto, perché c’era sembrato un’esagerazione proporlo ad altri amici. Ma ora ne aveva voglia anche lei. Le penetrai la fica e Giorgio appoggiò la sua minchia sull’apertura di essa, che, naturalmente, era ingombra del mio uccello. “Mettimelo dentro, anche se mi fai male! “, gli diceva. Si allargò la sorca e c’infilò dentro due dita, toccando il mio cazzo che la turava. Poi le ritrasse portandosele alla bocca, e Giorgio spinse. Non fu agevole, ma alla fine entrò anche lui. Né mia moglie né io potevamo muoverci troppo, a causa della nostra posizione, per cui a scopare era quasi esclusivamente Giorgio, ma il tutto era d’una libidine infinita. Capivo perfettamente come lei doveva sentirsi profondamente, infinitamente troia. Era lì, con la sua parte più desiderata piena zeppa, ingolfata, infarcita di cazzi!!! Certo, probabilmente era più una libidine di cervello, che fisica. E perciò le piaceva tenere le mani fra i nostri corpi, per toccare quei due uccelloni ficcati completamente dentro di se. “Sono troia, sono una grande troia!!! “, mugolava infoiata. Mi passai la mano da sotto la gamba e mi agguantai la radice del cazzo, venendomene per primo dentro di lei. Giorgio aumentò il ritmo della chiavata e se ne venne anche lui. Le liberammo la fica ed io mi tolsi da sotto di lei. Rimase a cosce aperte e con il pacchio dolorante, ma pieno di quelle due sborre mescolate! . Si cacciò due dita dentro e estrasse quel cocktail denso, portandoselo alla bocca. Intanto, con l’altra mano si sfregò il clitoride, fino a sborrare anche lei. FINE

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