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Adorare

Con il suo arrivo Lorena scombussolò non poco l’ufficio, soprattutto nella sua componente maschile, sia per la sua innegabile procace bellezza che per l’abbigliamento provocante che amava indossare. Ma se i miei colleghi rimasero turbati, la nuova segretaria, che per l’invidia generale aveva la scrivania proprio di fronte alla mia, ebbe su di me un effetto a dir poco devastante.
A colpirmi non furono però le sue fattezze, da tutti lodate, né particolari anatomici che la resero ben presto famosa in tutta la ditta, ma, molto più semplicemente, le sue estremità. I suoi piedi, che a mia memoria non ricordo di aver mai visto sprovvisti di tacchi sotto i 12 centimetri, attrassero la mia attenzione sin dal momento del suo arrivo e il piacere che mi provocava anche il solo poterli osservare ebbe conseguenze deleterie sul mio rendimento lavorativo.
Che Lorena potesse non accorgersi di questa mia muta passione era praticamente impossibile, visto che più volte mi sorprese, o mi feci sorprendere, in lunghe e tenere occhiate. Né, per accentuare il messaggio, mi feci sfuggire qualche occasione per lanciare casuali ma mirate battute sulle sue calzature e il suo contenuto. E così fu lei, dopo circa un paio di mesi, a passare decisamente all’attacco:
“Ma ti piacciono proprio tanto i miei piedi, vero? ” mi chiese a sorpresa un giorno in cui ci trovavamo, fortunatamente soli, nell’archivio.
La vampata di rossore con cui accolsi la sua domanda valse come ammissione ben più del balbettante “Si-ehm-te ne sei accorta? ” che riuscii a farfugliare.
“E scommetto anche che ti piacerebbe-conoscerli meglio, più da vicino. O sbaglio? ” insistette Lorena.
“S-si” fu l’unico spezzettato monosillabo che riuscii ad emettere.
“Beh vedi, caro Enrico, non so se puoi considerarti fortunato o sfortunato, ” sogghignò “ma si da il caso che i nostri piaceri sembrano simili e complementari. Se c’è una cosa che amo particolarmente è quella di avere un ometto che si prenda cura delle mie estremità”
A quelle parole iniziai a scivolare lentamente verso il basso, immaginando di realizzare finalmente il momento tanto atteso, ma Lorena si scostò bruscamente, lasciandomi chino in una posizione insulsa.
“No, no, piccolo scarafaggetto. Vedo che non ci siamo ancora capiti. ”
Io rimasi a bocca spalancata e lei continuò
“Per un paio di piedi normali può anche bastare inginocchiarti e iniziare a compiere il tuo disgustoso lavoro, ma i miei piedi sono speciali. Sai io li considero divini, non sono forse una Dea per te? “. La mia testa iniziò a ciondolare in su e giù completamente priva di volontà.
“Allora, caro il mio insettino, se sai che le mie estremità sono sacre, ben comprendi che perché tu possa arrivare a toccarli è necessaria una vera cerimonia-o forse pensi che non meritino tanto? ” alluse ironica.
“No, no-hai ragione” replicai sempre più sconvolto dall’imbarazzo.
“Allora faremo le cose per bene e con calma. Ti aspetto a casa mia stasera alle 8, puntuale mi raccomando” e con un sorriso uscì dall’archivio, lasciandomi solo e inebetito, ancora curvo nella ridicola postura che avevo assunto all’inizio di quel dialogo surreale.
Alla sera, manco a dirlo, fui puntualissimo e Lorena mi accolse sorridente come per una normalissima visita di cortesia. Indossava una camicetta bianca che lasciava intravedere il seno di cui la natura l’aveva generosamente fornita, una minigonna inguinale nera, già altre volte catalizzatrice degli sguardi di tutto l’ufficio e un paio di sandali neri dal tacco infinito.
“Entra, o preferisci rimanere sulla porta? ” mi domandò sorridente.
La seguii all’interno dell’appartamento che era sicuramente modesto ma arredato con ottimo gusto e molto ordinato.
“Allora? Abbiamo un lavoro da fare, giusto? Anzi un bel compitino da imparare. Io direi di iniziare, perché, credimi, mi pari proprio digiuno e le cose da insegnarti sono proprio tante”.
“In effetti è la prima volta che-“, ma Lorena non mi lasciò terminare la frase e, dirigendosi verso una poltrona al fondo del salotto mi incalzò
“Seguimi! ”
Io trotterellai dietro di lei che prese posto sedendosi regalmente e poggiando i piedi su un piccolo rialzo foderato di raso.
“Dunque, caro Enrico, iniziamo subito con alcune piccole, semplici regolette. La prima è che, di fronte a me, per tutta la serata, tu dovrai stare sempre, e ripeto sempre, in ginocchio. Mi sembra la giusta posizione da assumere di fronte ad una Dea, vero? ”
Io, che ero a un paio di metri da lei, mi lasciai cadere sulle ginocchia, sussurrando un flebile “Si-certo”.
“La seconda regola mi pare perfino evidente a questo punto. Non credo che tu possa considerarti, vista la posizione in cui ti trovi, ” e sottolineò le parole con un sorriso “pari a me. Mi sembra un dato di fatto che io sono la Padrona e tu il servo. Per cui da questo momento potrai aprire bocca solo per rispondere alle mie domande o su mio specifico ordine e ogni tua frase dovrà sempre concludersi, te lo ripeto di nuovo, sempre con la parola Padrona. Chiaro? ”
“Si Padrona” riuscii a rispondere abbassando gli occhi per il senso di vergogna che provavo in quel momento
“Sai, io adoro il suono di questa parola. Padrona. Padrona. Padrona.
Te lo farei ripetere all’infinito perché riassume in se tutto il senso di potere che provo in momenti come questo. Ma ora veniamo al motivo per cui sei qui. Che la cerimonia abbia inizio! ” e scoppiò in una sottile risata.
Sempre a capo chino ascoltai le sue parole, un suono elettrizzante, magnetico, che mi fece capire che, qualunque cosa fosse accaduto da li in avanti, io ero ormai perdutamente, irrimediabilmente Suo.
“Enrico” e il suono del mio nome in quel momento aveva un sapore beffardo “spero vivamente che tu ti renda conto di quanto grande sia l’onore che mi hai chiesto. Anche il solo poter toccare le mie sacre estremità richiede da parte tua il raggiungimento di capacità che ora non possiedi e che io sono qui per insegnarti. Il tuo dovere è di imparare, per poter giungere ad essere degno di ciò che ti aspetta. Ti attende un’ascensione, alla cui vetta è posto l’empireo, la somma e unica gioia che illuminerà la tua squallida vita. Il cammino sarà lungo e irto di difficoltà ma io ti sarò guida e musa e ti aiuterò nei momenti più difficili”
Sempre immobile, la testa china, chiusi gli occhi e cercai di domare l’agitazione che mi dilaniava in quei momenti, ascoltando quello che ormai era diventato un monologo. Lorena continuò con tono fermo e sicuro: “Il primo passo è la PURIFICAZIONE. Tu non sei degno di avvicinarti ai miei piedi, piccolo, insignificante essere. Perché tu solo questo sei, vero Enrico? ”
“Si Padrona” risposi senza muovere un muscolo.
“L’unico modo che hai per renderti puro è quello di dimostrarmi la tua devozione, l’assoluta, incondizionata sottomissione. Per far questo ti dovrai avvicinare a me, alla mia divina presenza, venerandomi, baciando il pavimento che i miei imperiali piedi hanno calpestato poco fa. Questo gesto di umiltà profonda simboleggerà la tua nullità e ripulirà il tuo animo, soggiogandoti definitivamente a me che riconoscerai come unica e sola Padrona. Chiudi gli occhi e avvicinati ora, servo! ”
Allo schiocco di quelle parole, come un automa, portai la testa fino a sfiorare il suolo e deposi un bacio al freddo pavimento. Poi lentamente inizia a muovermi, a 4 zampe, verso di lei, continuando a baciare dove Lorena aveva camminato. Impiegai quasi un minuto a percorre un metro e mezzo. Ero circa a sessanta centimetri da lei, quando un suo ordine imperioso mi fermò, e io mi immobilizzai.
“Fermo! Ora ti sei avvicinato a me e rendendomi onore come hai fatto il tuo corpo si è purificato. ” Rimase qualche attimo in silenzio, poi continuò:
“Ora affronterai il secondo passo, che è quello della CONTEMPLAZIONE. Tu dici che ti piacciono i miei piedi, ma non hai avuto finora modo di ammirarli completamente, per comprenderne a fondo l’assoluta bellezza. Ora apri gli occhi e guardali”.
Rimanendo completamente immobile, mossi solo i muscoli delle palpebre per aprire gli occhi e mi trovai davanti la perfezione dei suoi piedi, ancora calzati nei sandali e poggiati sul piccolo cuscino. Iniziai a osservarli con vero e assoluto desiderio. Ero certo che il mio sguardo trasmetteva sincero amore. Ammiravo la perfezione delle dita, con le lunghe unghie perfettamente smaltate di rosso, le piccole pieghe che la pelle formava alla base di ogni dito, il collo sinuoso e slanciato, solo in parte coperto dai laccetti. Ero estasiato dal colorito omogeneo della loro pelle, che appariva allo sguardo morbida e vellutata. Spostai solo leggermente il capo prima da un lato, poi dall’altro per meglio poter godere della vista della parte interna ed esterna dei suoi piedi e poi, un po’ più in alto, dei malleoli della caviglia, ultimo baluardo che il mio sguardo non osò superare.
Rimanemmo così in assoluto silenzio per più di un quarto d’ora, lei morbidamente seduta in poltrona, io prostrato ad ammirare i suoi piedi sublimi. Mi resi conto dell’effetto che il trascorrere del tempo aveva su di me. Per prima cosa riuscii veramente a cogliere in tutta la sua interezza la bellezza di quelle estremità, poi, col passare dei minuti, mi riscoprii più tranquillo e pervaso da una nuova sensazione.
Imparai a controllare il desiderio impellente di lanciarmi addosso a lei e di riempire di baci quelle meraviglie intoccabili che avevo davanti L’eccitazione che avevo provato sin dal momento in cui ero entrato in quella casa aveva lasciato posto ad un senso di sottomissione molto profondo. Capii che io non ero li per soddisfare una mia pulsione, ma per omaggiare una vera Dea, che tutto ciò che stavo facendo e che avrei fatto non era per mio piacere personale ma perché era assolutamente, semplicemente, naturale. Perfino l’erezione che mi aveva assalito ora era scomparsa, non ero più eccitato ma convinto del nuovo ruolo che stavo assumendo.
Poi Lorena ruppe quell’irreale silenzio: “Bravo Enrico, piccolo mio servitore. Ora che hai compreso la maestosità dei miei piedi, sono certo che tu arda dal desiderio di omaggiarli come meritano, ma prima dovrai affrontare il terzo passo, quello della IMPLORAZIONE. Io per te sono una Dea e quindi è tuo compito dimostrarmi la tua devozione anche con le preghiere. Forza spremi il tuo cervello da insetto e supplicami con le giuste parole, affinché ti conceda il dono che tanto aneli”.
“Vi prego, concedetemi l’onore di baciare i vostri piedi, Padrona” biascicai. Il silenzio con cui Lorena accolse questo mio inizio mi spinse a continuare. “Sublime Dea, Padrona e Signora, ascoltate la preghiera di questo umile schiavo” improvvisai “che vi implora. Concedetegli di poggiare le sue labbra sulle vostre estremità”. Lorena appariva insensibile.
“Sacri sono questi piedi che mi stanno davanti, Padrona. Divinità autentiche di fronte alle quali mi prostro, Padrona. Essi sono per me fonte di gioia, Padrona. Nulla è comparabile alla loro bellezza, Padrona. Abbiate pietà di questo schiavo devoto, Padrona. Concedetemi, vi supplico, di dissetare la mia sete di adorazione e di dimostrare la mia fedeltà, Padrona”.
Ormai ero in trance e avrei continuato a salmodiare lodi in eterno, ma Lorena mi interruppe: “Pensa, Enrico, quanto grande è l’umiliazione che stai raggiungendo e quanto in basso sta scendendo la tua inutile persona, sempre che sia ancora possibile chiamarti così, dopo quello che stai facendo. Ora tu non hai più questo status, sei solo, semplicemente uno schiavo e, soprattutto, sei mio, io ti possiedo e posso fare di te qualsiasi cosa. Io sono la tua unica e assoluta Padrona”
“Padrona, Padrona, Padrona” ripetei ricordando quanto piacere potesse darle il suono di questa parola, poi, lentamente, iniziai a rendermi conto di quanto venivo umiliato e, senza quasi rendermi conto, sentii una lacrima scivolarmi lungo il viso.
“Padrona, non ho altro desiderio che adorare i vostri sacri e santi piedi. A loro va ogni onore e gloria, Padrona. Permettetemi di avvicinarmi e rendere loro omaggio, Padrona”
“Bravissimo piccolo schiavetto, sei un ottimo allievo e sono contenta di averti prescelto per l’iniziazione”. Le parole di Lorena mi resero inconsciamente felice. “Ora, perché la cerimonia possa continuare, devi liberare la magnificenza dei miei piedi. Sfilami le scarpe. Ma non osare nemmeno sfiorare la mia pelle o ti scaccerò immediatamente. ”
Avvicinai le mani tremanti ai suoi sandali e li slacciai il più lentamente possibile, prestando la massima attenzione a non toccare la pelle vellutata. Impugnando il tacco con la sinistra e accompagnando il movimento tenendo poggiata la suola sull’altra mano sfilai il sandalo destro. Poi ripetei l’operazione col sinistro. Ora i suoi piedi erano nudi sul cuscino, ma non osai avvicinarmi e tornai alla rispettosa distanza precedente.
“I piedi della tua Dea sono davanti a te, ora, schiavo. E tu dovrai affrontare il quarto passo. Quello della SUBLIMAZIONE. Ora avrai il primo contatto che non sarà però fisico, quel momento non è ancora giunto. Prima dovrai avvicinarti e inebriarti al profumo dei miei piedi. Inspira forte e a lungo, perché il loro aroma si imprima nelle tue narici e nella tua mente. Fatti pervadere, perché non potrai più farne a meno e da questo momento in poi desidererai risentirlo, in ogni momento, più di ogni altra cosa nella vita. Avvicinati ora”
Obbediente mi prostrai di fronte a lei, portando il naso a pochissimi centimetri dai suoi piedi. Attesi un attimo poi mi lasciai andare ad una lunga e profonda inspirazione. Un odore forte di sudato mi raggiunse e mi attraversò, come una scossa, il cervello. Ripetei l’operazione tenendo ben chiusa la bocca, quasi con la paura che parte di quel dolce effluvio andasse perso. Alla terza inspirazione non lo classificai più come un odore, ma come un profumo e se nemmeno all’inizio la cosa mi aveva dato fastidio, ora trovavo quell’aroma piacevole. Continuai a lungo sempre più felice di quello che stavo facendo. Mi sorpresi a pensare, in quei lunghi momenti di silenzio, che non desideravo altro, che non avrei voluto essere da nessun’altra parte. Persino il lieve senso di vergogna che mi aveva fin li accompagnato scomparve. Arrivai a credere che Lorena avesse unto quei maestosi piedi con una qualche sostanza, una droga senz’altro, che mi obnubilava i pensieri e annientava la mia volontà.
Passò un altro quarto d’ora di assoluta, assurda immobilità. Io che continuavo a respirare a fondo l’effluvio dei piedi della mia Padrona e lei assisa sul suo trono a godersi la scena, tronfia di potere e dominio.
“Scostati schiavo” ordinò improvvisa. Poi con tono più mellifluo continuò “La tua iniziazione procede bene piccolo schiavo mio. Per agevolarti il compito e far si che ti fosse più facile imprimerti nella mente l’aroma dei miei piedi, oggi non li ho lavati dopo il lavoro e la palestra. Sono certa che me ne sei grata e che forse vorresti potermelo anche dire, ma tu sei uno schiavo e non puoi parlare. So che sei obbediente e che terrai tutto dentro, piccolo, servile, umile Enrichetto”
Ero suo, completamente e lei aveva ragione; non ero nemmeno più una persona, ero solo malleabile creta tra le sue mani che le plasmava a piacimento per trasformarmi in ciò che voleva.
“Ora, schiavo, affronterai il quinto passo, quello più importante per te. Quello dell’OMAGGIO. Mi bacerai i piedi, per la prima volta, seguendo il dovuto cerimoniale, che dovrai ripetere in futuro ogni volta che te lo ordinerò. Deporrai il primo bacio, cominciando sempre dal piede sinistro, sul dorso del piede, quindi scenderai a deporre un secondo bacio sulle dita, poi risalirai per un terzo bacio sul collo del piede. Il bacio va dato con le labbra leggermente dischiuse, lentamente, senza respirare e con profonda devozione. Quindi ripeterai l’operazione con l’altra divinità. Sei emozionato piccola nullità? ”
“Si-Padrona” fui lesto ad aggiungere
“Bene, goditi il tuo momento”
Abbassai la testa e con studiata lentezza, iniziai a ripetere quello che mi era stato ordinato, seguendo attentamente le istruzioni. Era il momento che aspettavo da due mesi. Le mie labbra toccarono dolcemente la pelle del suo piede e deposero il bacio più devoto e umile che avevo mai dato. Quel gesto trasudava tutto il mio essere schiavo e soggiogato, era una sorta di firma sulla mia nuova condizione. Lo capii rendendomi conto che non provavo nulla. Avrei dovuto essere felice, per aver visto coronarsi il mio sogno, ma non era così e in un attimo di lucidità mi resi conto di cosa stava accadendo. Io non potevo godere di quello che stavo facendo, non potevo provare gioia o altri sentimenti perché ero divenuto solo e semplicemente uno schiavo.
Facevo tutto per obbedienza, per la natura stessa delle cose che la cerimonia di quella sera aveva cambiato. Come un coltello che non nutre nulla verso ciò che affetta o una scarpa insensibile verso la strada che calpesta. Io ero un oggetto, facevo tutto e avrei fatto tutto senza provare piacere o dolore, paura o ripugnanza. Avrei obbedito a qualsiasi ordine, avrei fatto qualunque azione che Lorena mi avesse richiesto perché ormai ero il suo schiavo e in tale condizione mi era impossibile comportarmi diversamente.
Terminai l’omaggio con fredda precisione e la mia Padrona riprese a parlare dando la sensazione di avermi letto nel pensiero:
“Non sei più nulla, Enrico. Sei solo mio, da ora in poi mi obbedirai sempre e anche quando sentirai l’impulso di ribellarti non potrai farlo. Capisci ora il potere assoluto dei miei piedi e perché era necessario il cammino che hai percorso? ”
“Si, Padrona” risposi
“Ora sei giunto alla vetta. Sei pronto per il passo definitivo: l’ADORAZIONE. Prendi in mano il mio piede sinistro e leccalo, ripuliscilo completamente, consuma la tua lingua di schiavo sull’oggetto dei tuoi desideri. Dimostra alla tua Padrona l’abisso di devozione in cui sei sceso questa sera”
Automaticamente presi il suo piede sinistro tra le mani e iniziai a leccarne il dorso con lunghe passate di lingua dalle dita sino al collo. Ripulii attentamente il lato esterno, poi quello interno.
Quindi mi trasferii sulle dita. Infilai tra di loro la lingua discostandole, ripulendo accuratamente gli spazi ad uno ad uno, quindi iniziando dall’alluce le presi in bocca dolcemente, avendo cura di non sfiorarle coi denti. Succhiavo avidamente un dito alla volta, ripassando con la lingua sotto le unghie. Poi fu la volta della pianta che percorsi prima nel senso della lunghezza in ambedue le direzioni, poi in quello della larghezza per migliorare l’opera di pulizia. Mi scoprivo ad affinare la tecnica facendo sempre seguire ad una passata più bagnata una meno umida, tenendo ben fermo il piede e movendogli attorno il capo. Infine mi occupai del tallone che cosparsi di abbondante saliva prima di detergerlo con la lingua aiutata dalle labbra dischiuse.
Persi completamente la cognizione del tempo e quando Lorena mi ordinò di smettere e passare all’altro piede avevo la bocca quasi secca e la mandibola che mi doleva. Posai sul morbido cuscino il piede sinistro e ricominciai col destro, ripetendo macchinalmente nello stesso ordine tutte le azioni. Fui preso nuovamente dal profumo del piede e dall’aroma, un gusto dolce e piacevole, di quanto andavo rimovendo nella mia opera di pulizia. Sensazioni che l’altro piede, ormai completamente deterso, non mi lasciava più da alcuni minuti.
Mi sfinii letteralmente, ma Lorena parve contenta del lavoro svolto.
Io fui assalito da una dolce sensazione di piacere che non derivava dall’aver avverato un sogno che da così tanto tempo mi seguiva, ma, molto più semplicemente, dall’aver fatto felice, con la mia obbedienza, la mia Padrona.
Trascorsi il resto della serata, che ormai era diventata nottata, a prendermi cura, devoto e umile, dei piedi di Lorena da cui non mi distaccai per diverse ore. Prima si fece fare un prolungato lavacro con acqua tiepida, acqua che dovetti poi bere ringraziandola. Quindi mi insegnò come darle piacere con un lungo e dolce, rilassante massaggio. Infine imparai ad utilizzare tutti gli attrezzi per la pedicure, che da allora, dovetti portare sempre con me, per essere pronto anche nel caso mi avesse chiesto qualche prestazione nei bagni dell’ufficio. Il premio finale fu quello dei ritagli delle sue unghie che, benevolmente, mi concedette di mangiare.
Da allora non passa giorno che non mi debba occupare dei suoi divini piedi, che conosco ormai alla perfezione, e non smetto mai di ringraziare Lorena per avermi insegnato come deve comportarsi uno schiavo di fronte ad una Dea. FINE

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