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Dalla festa al dessert

L’altro giorno sono andato ad una festa. Era il compleanno di un’amica che adora il fetish in tutte le sue forme. Aveva invitato una quindicina di persone. Al telefono mi disse di prepararmi perchè finalmente voleva organizzare il suo compleanno come aveva sempre sognato. Le chiesi se la festa prevedeva un comportamento particolare o un abbigliamento adeguato ma mi rispose che avremmo saputo tutti del tema della festa, ma nulla di più. Anzi, avrebbe pensato lei ai giochi che l’avrebbero animata.

L’invito mi fu spedito a casa pochi giorni prima del sabato. Era molto semplice e non parlava di nessuna condizione per l’ingresso. L’indirizzo non
era presente, ma dietro al biglietto c’era una mappetta che illustrava come raggiungere il luogo. La sera ero molto incuriosito di cosa sarebbe successo al party. Pensai che anche gli altri dovevano avvertire quella sorta di tensione e curiosità e questo avrebbe reso l’atmosfera molto più eccitante.

Arrivai verso le 21. Il luogo era un casolare in aperta campagna. Nel parcheggio attiguo già erano parcheggiate tre o quattro macchine. Evidentemente doveva ancora arrivare qualcuno. Mi aprì la padrona di casa in jeans e maglietta. Mi stupii della sua tranquillità. Mi disse di entrare. Le feci gli auguri e mi presentò alle due ragazze che non conoscevo. Oltre a loro c’erano altre due coppie che conoscevo da qualche mese. Mi erano state presentata da lei ad una cena. Alcuni erano seduti, altri in piedi. Mi fu offerto un bicchiere di prosecco e facemmo tutti un piccolo brindisi. Le due ragazze erano amiche della padrona di casa. Sapevo cosa questo volesse dire. La padrona di casa era stata a lungo la schiava di un mio amico. Il loro rapporto era finito da un anno ma era rimasta in amicizia con alcune schiave che le erano state presentate dai padroni amici del suo padrone. Le altre coppie dovevano essere caratterizzate nello stesso modo. Conoscevo i gusti della padrona di casa e sapevo che tutti gli invitati erano padroni o schiave. Perchè la festa riuscisse come la padrona di casa desiderava, era necessario che qualcuno non si conoscesse in modo diretto. C’era bisogno di mantenere un po’ di sorpresa.

Via via arrivarono gli altri. Verso le 22 eravamo tutti. Complessivamente 14 persone, 8 uomini e 6 donne. Tra di esse la padrona di casa, che ci tenne subito a chiarire che avrebbe avuto un ruolo da arbitro. Non avrebbe fatto nulla di più del maestro di cerimonia. Credo volesse mantenersi un po’ in disparte in modo da poter apprezzare ogni aspetto di quelli che continuava a chiamare i giochi. Eravamo tutti ansiosi di sapere di che giochi si trattasse. Nonostante fossimo tutti adulti, facevamo finta di non capire di che tipo di giochi si trattasse.

La padrona di casa ci offrì un pasto in piedi. Nulla di che, solo qualche cosina per darci l’opportunità di chiacchierare e socializzare un po’.

Era la prima volta che partecipavo ad un party a tema e me li aspettavo molto diversi. Ho subito avuto la sensazione che anche alcuni dei presenti erano abituati a feste profondamente diverse. Mi colpì il fatto che nessuno di noi era vestito in modo particolare. Chi in jeans, chi un po’ più elegante, eravamo tutti intervenuti a quella che sembrava una normalissima riunione di amici. Le donne non avevano tacchi alti o minigonne vertiginose. Nessuno aveva ancora introdotto alcun argomento particolare; fatta eccezione per la padrona di casa che aveva accennato ai “giochi”, senza per altro far capire di che tipo di giochi si trattasse. Nessuno di noi voleva far cenno a cosa sarebbe potuto succedere. Proprio come se tra di noi ci fosse stato qualcuno all’oscuro di tutto e non si fosse potuto dire nulla per non scoprirsi. Il pasto era accompagnato da un buon vino rosso. Tutti ne bevemmo e l’atmosfera iniziò a distendersi. Tutti cercavano di far amicizia con coloro che ancora non conoscevano. Mi resi conto che nell’aria c’era una grande eccitazione dovuta al fatto che tutti sapevano che c’erano dei ruoli ben precisi ma nessuno aveva ancora parlato di nulla che non fossero le solite quattro chiacchiere di circostanza. C’erano solo due coppie; questo in qualche modo aumentava l’interesse di tutti gli altri.

A mezzanotte in punto la padrona di casa chiese silenzio. Alcuni di noi avevano ormai perso la speranza che si trattasse di una festa a tema e iniziavano a pensare si trattasse solo di uno scherzo. Subito capimmo che la padrona di casa voleva che iniziassimo a divertirci. Fece un discorso breve in cui finalmente iniziò a parlare di quello che tutti attendevamo ma nessuno di noi aveva osato proporre. Ci disse che aveva chiamato per festeggiare il suo compleanno tutti quelli, tra coloro che conosceva, che avrebbero apprezzato quel tipo di festa. Ci spiegò che non eravamo troppi perchè così ci saremmo potuti divertire di più e che voleva che ci rilassassimo e divertissimo quanto più potevamo.

Le sue parole generarono un’eccitazione enorme. è difficile da spiegare, ma ora finalmente sapevamo tutti che non si trattava di una festa tradizionale. Sapevamo che tra di noi non c’era nessuno che non gradisse il nostro modo di divertirci. Non eravamo più obbligati a fingere.

Su richiesta della padrona di casa le sei donne presenti si allinearono in piedi. Sembravano schierate come se dovessero farsi passare in rassegna. Noi stavamo seduti intorno al tavolo, chi su una poltrona, chi su di uno sgabello. La padrona di casa passò alla prima ragazza un foglio. Le disse che doveva leggerlo ad alta voce e, se ne condivideva i contenuti, dire che credeva in ciò che aveva letto. C’era un silenzio carico di tensione. Mi meravigliai di scoprire quanta tensione potesse esserci nonostante non fosse successo assolutamente nulla. Anzi, credo che la tensione fosse dovuta proprio al fatto che fino a quel momento non era successo nulla. Il fatto che sei donne, schierate davanti a noi, seppur tutte vestite dovessero leggere ad alta voce un breve testo sembrava umiliarle tantissimo. Forse perchè era la prima cosa della serata che “dovevano” fare. Il testo diceva più o meno che chi lo leggeva era maggiorenne, si sentiva una schiava, godeva nell’eseguire ordini di altri, godeva nell’essere umiliata in privato ed in pubblico; che adorava l’idea di essere usata in tutti i modi e che avrebbe voluto passare tutta la notte da sottomessa.

La lettura durò pochi minuti. Mentre una ragazza leggeva le altre restavano immobili, come se si vergognassero per lei. Non credo che nessuna di loro si fosse mai trovata in una situazione simile. L’umiliazione di leggere una cosa ad alta voce era dettata soprattutto dal fatto che sembrava una riunione normalissima di vecchi amici. Probabilmente ognuna di loro aveva un giro di amici che non sapevano dei loro gusti. In un certo senso ognuna di loro si sentiva come se stesse confessando i propri gusti sessuali ad una festa in cui nessuno ne sapeva nulla. Probabilmente alcune di loro non sapevano neanche che gli uomini presenti non erano intervenuti ad una festa tradizionale ma sapevano cosa stesse accadendo.

Dopo la “lettura” l’ambiente era completamente trasformato. Dalla speranza si era passati tutti all’euforia. Venne introdotto il primo gioco. La padrona di casa disse che aveva bisogno di quattro schiave. Da questo momento le iniziò a chiamare così fino alla fine della serata. Il gioco si chiamava “La Scatola”. La padrona di casa sorteggiò quattro schiave e disse loro di spogliarsi. Loro si spogliarono tranquillamente al centro del salone. Tutti gli altri rimasero vestiti. La cosa mi stupì molto. Immaginavo che il momento nel quale le schiave si sarebbero spogliate sarebbe stato un momento particolare. Immaginavo che qualcuno avrebbe dato loro un ordine. Invece nulla di tutto questo; semplicemente la padrona di casa aveva letto i loro nomi e aveva detto loro di spogliarsi. La luce era accesa e nessuno si era curato di abbassarla; esattamente la stessa luce con cui avevamo pranzato. Credo che le ragazze si vergognassero moltissimo. Ognuna era spinta a continuare a spogliarsi dal fatto che lo facevano anche le altre. Nessuna aprì bocca. Sapevano di venire ad una festa in cui il loro corpo sarebbe stato in qualche modo utilizzato, guardato, forse ammirato, così avevano tutte biancheria intima ricercata. Una aveva un reggicalze, altre due avevano calze autoreggenti. Una aveva dei normali collant ma era senza mutandine. Ovviamente lo notammo tutti. Sicuramente quando si era vestita per andare alla festa aveva immaginato una situazione diversa. Pensai che forse qualcuno le aveva ordinato (o chiesto? ) di non indossare mutande o forse non poteva indossarle per un periodo predeterminato. In fondo si trattava di una schiava. Chissà cosa c’era dietro. Le ragazze rimasero con la biancheria intima addosso. Non per ribellione o perchè non avessero capito che era stato chiesto loro di levarsi tutti i vestiti, ma semplicemente perchè sembrava naturale. Ognuna di loro si era immaginata qualcosa di diverso per la serata e nessuna immaginava che qualcuno le avrebbe volute semplicemente nude.

Con molta calma la padrona di casa disse:
“Dovete restare completamente nude”.
Non aveva autorità nel dire questo. Tutti sapevano che il suo ruolo era sempre stato di schiava e nulla nel suo comportamento lasciava pensare che avesse un ruolo diverso. Semplicemente era colei che sapeva come sarebbe andato avanti il “gioco”. Era la maestra di cerimonie, niente di più nè niente di meno. Così tutte ubbidirono e si spogliarono completamente.

La padrona di casa si ritenne soddisfatta ed andò di là a prendere qualcosa che le sarebbe stato utile.

Eravamo esterrefatti: avevamo davanti quattro schiave, completamente nude. Altre due ragazze erano in piedi, vestite. Tutti osservavamo le ragazze nude come se non ne avessimo mai viste. Eravamo tutti eccitatissimi. Fui sicuro che la padrona di casa era riuscita ad ottenere l’effetto voluto. Probabilmente le quattro avrebbero desiderato avere un contatto, anche minimo con qualcuno di noi, ma sapevano che avrebbe rovinato l’ambiente. Non potevano chiedere nulla, dovevano solo aspettare. Dopo un minuto che a tutti era sembrato un secolo la padrona di casa tornò con una sorta di cubo di legno. Lo aprì in qualche modo e quando lo posò al centro del salone ci rendemmo tutti conto di cosa si trattasse. Erano quattro gogne unite per i lati in modo da formare un parallelepipedo. In pratica si trattava di quattro pezzi di legno, disposti a quadrato, con i buchi per la testa e per le braccia. Mancavano le parti superiori che avrebbero dovuto chiudere le gogne, ma la padrona di casa andò nuovamente di là e tornò con quattro tavole di legno. Le basi delle gogne e le tavole avevano dei piccoli anellini alle estremità in modo da essere fissate e chiuse mediante lucchetti.

La padrona di casa fece inginocchiare la prima schiava e l’aiutò a mettere il busto in avanti così da posare il collo e i polsi nei mezzi buchi del primo lato del quadrato. Successivamente prese una delle tavole e la fissò sopra la testa ed i polsi della schiava. Fissò due lucchetti alle estremità. In questo modo la prima schiava era assicurata alla gogna. In pratica stava a quattro zampe con i polsi e la testa inserite nella gogna di legno. Credo che il fatto di non avere altro appoggio oltre alla gogna le desse un po’ di fastidio per il peso del busto. I seni penzolavano in modo invitante.

Le altre tre schiave furono messe nello stesso modo ai restanti lati del quadrato. La situazione era particolarmente interessante perchè le schiave potevano guardarsi tra di loro e toccarsi le mani all’interno della scatola, mentre non riuscivano a guardare fuori. Noi da fuori intravedevamo i loro visi e vedevamo i loro corpi completamente nudi ed esposti. Una di loro in modo particolarmente eccitante teneva le gambe un po’ larghe in modo che noi vedessimo tutto.

Fu data ad ogni uomo presente una racchetta da ping pong e fummo invitati a iniziare a riscaldare le quattro ragazze. Per ora le quattro sarebbero state al buio. Fu messa una tavola sulla parte superiore del parallelepipedo. In questo modo non potevano guardare chi girava dietro di loro e non avrebbero potuto capire chi le avrebbe colpite. La tavola che fu messa sopra il quadrato con le teste delle ragazze era di forma circolare. La sensazione complessiva era quella di un tavolo da pranzo formato da un ripiano e da un piede parallelepipedo da cui uscivano quattro corpi nudi. Ci congratulammo con la padrona di casa perchè si trattava veramente di una splendida scultura viva.

La quattro ragazze potevano parlare, lì dentro, e noi non le avremmo sentite. Iniziammo a scaldare i sederi con le racchette da ping pong. Si trattava comunque di schiave abbastanza bene addestrate. Non so se per via dei nostri colpi che non erano poi così forti, o per via delle racchette da ping pong che in qualche modo attutivano il colpo, ma sembravano abbastanza tranquille. Pensai che dovevano urlare un po’ dentro la loro scatola, ma da fuori non sembrava sentirsi nulla. Era molto divertente perchè senza che ci fossimo messi d’accordo, si era creato una sorta di verso per girare. Noi giravamo in fila indiana dando pacche sul sedere che avevamo più vicino. Da dentro non dovevano capire che c’era un’alternanza e probabilmente si chiedevano come mai i colpi fossero così diversi tra loro.

Ci volle un bel po’ perchè la prima di loro iniziasse a muoversi un po’. Questo aumentò la nostra eccitazione e quel culetto iniziò a prendere una doppia dose di sculacciate. Uno di noi fece notare alla padrona di casa che i nostri colpi sarebbero andati meglio a segno se le gambe delle schiave fossero assicurate in qualche modo. La padrona ne convenne e tirò fuori quattro manici di scopa e della corda. Legammo le caviglie della schiava che si agitava alle estremità di uno dei manici in modo che le gambe fossero ben divaricate. Il suo peso restava sulle ginocchia ma le caviglie larghe la costringevano in una posizione che sembrava abbastanza stabile. Visto il funzionamento con lei, applicammo lo stesso tipo di legame alle altre. Mi chiesi se dentro la scatola le quattro si stavano dicendo quello che noi facevamo fuori o se semplicemente non parlavano.

Lo spettacolo ora era ancor più invitante. Non solo avevamo questi quattro culetti che puntavano nelle quattro direzioni cardinali, già un po’ rossi, ma vedevamo i loro sessi belli aperti davanti a noi. In questa situazione ricominciammo a girare ed a colpire i culetti. Ovviamente quella che aveva iniziato a muoversi era considerata la più “interessante”. Camminando ci scambiavamo battute sui culetti e su quanto erano diventati rossi. Ad un certo punto uno di noi iniziò una sorta di partita di ping pong. Diede una sculacciata un po’ più forte dicendo ad un altro di rispondere. L’altro rispose con una sculacciata più forte sul gluteo che aveva davanti. Così continuo per qualche altro minuto. Nel frattempo la padrona di casa aveva messo un po’ di musica soft che rendeva la situazione ancor più divertente. La padrona di casa aveva dato all’altra ragazza una macchina fotografica, così ogni tanto vedevamo un flash.

Fu alzata la tavola che chiudeva la scatola nella parte superiore. Le ragazze erano tutte scompigliate. Le mani formavano una sorta di catena: ognuna trovando le mani dell’altra accanto alle proprie, le aveva strette. La padrona di casa disse che il riscaldamento era servito a renderle più sensibili per poterci divertire di più nel gioco vero e proprio. Fu preso un frustino da equitazione. La padrona di casa la diede ad uno di noi e gli chiese di scegliere un culetto ed usarla. Lui non se lo fece dire due volte e schiocco un bel colpo. La ragazza ebbe un sussulto ed urlò. Allora la padrona di casa spiegò che per il gioco sarebbe stato più divertente dare diversi colpi ma più leggeri, così da far durare di più il divertimento. Così illustrò il gioco. Uno di noi sarebbe entrato nella scatola senza pantaloni nè mutande. L’altezza delle pareti del parallelepipedo era tale che le quattro ragazze sarebbero state col viso proprio all’altezza del membro di quello che stava al centro della scatola. Con le gambe nella scatola e il busto fuori, quello che stava al centro doveva indicare un culetto. Un altro di noi, da fuori doveva dare su quel culetto una frustata. Se la ragazza avesse urlato sarebbe stata costretta a prendere in bocca il membro e cercare di far venire l’uomo che stava al centro della scatola. Mentre cercava di farlo venire sarebbe stata colpita da tutti noi con le racchette da ping pong che avevamo a disposizione. Se dopo un minuto non era riuscita a farlo venire il gioco sarebbe continuato con un altro uomo.

Uno di noi iniziò andando al centro della scatola. Gli altri si raccomandarono di sporcare la schiava il più possibile in faccia se fosse venuto, in modo da far divertire tutti i presenti. Indicò un culetto a caso. Non quello della schiava che si era dimostrata più sensibile in precedenza. Forse perchè voleva assaporare il gusto del gioco e con lei riteneva che fosse troppo facile ottenere un urlo. Indicò una a caso che venne colpita con un bel colpo di frusta. La ragazza emise un mugolio, senza urlare. La padrona di casa ci disse che avrebbe dovuto urlare a bocca aperta per dover fare la penitenza. La frusta aveva lasciato un segno sul culetto della malcapitata. L’uomo al centro guardò il viso di una schiava e ne indicò il culetto. Partì un altro colpo, ma neanche questa schiava urlò. Allora l’uomo al centro indicò lo stesso culetto. Altro colpo, gemito, ma ancora nessun urlo. Ogni uomo aveva a disposizione tre colpi. Così lui se li era usati tutti. Uscì dalla scatola non senza essere dispiaciuto. Aveva il membro bello dritto e sicuramente iniziava a desiderare che fosse preso in bocca da una delle schiave. La padrona di casa disse che dovevamo essere pazienti perchè così ci saremmo divertiti più a lungo con i nostri “oggettini”.

Il secondo di noi indicò la stessa schiava che aveva ricevuto la prima frustata. La ragazza non urlò. Lui voleva divertirsi ed indicò subito la ragazza che era sembrata più sensibile in fase di riscaldamento. Arrivò una bella frustata. Tutti avevamo voglia di iniziare a vedere come lo prendeva in bocca. Lei si agitò veramente molto, emise un gemito prolungato, ma non urlò. Allora l’uomo al centro della scatola indicò subito lo stesso culetto. Arrivò subito una seconda frustata, almeno forte quanto la prima. Lei non doveva aspettarselo visto che ne aveva appena ricevuta una e urlò. Subito se ne pentì, ma la sorpresa le aveva giocato un brutto scherzo. Tutti andammo dietro di lei con le nostre racchette. Eravamo sette, così un paio decisero che avrebbero colpito con le stesse racchette i seni. Lei prese in bocca il fallo dell’uomo al centro della scatola ed iniziammo a colpire. Il suo corpo si dimenò molto. L’uomo era eccitatissimo, doveva essere veramente divertente imbavagliare la schiava con il suo sesso mentre noi la colpivamo. I visi delle altre quattro schiave a pochi centimetri dovevano aumentare l’eccitazione. Evidentemente la schiava non fece un buon lavoro. Del resto un minuto era veramente poco, nonostante lui fosse eccitatissimo. Fatto stà che la padrona di casa (che aveva una piccola clessidra di quelle che si trovano nei giochi da tavolo) fece un cenno e noi smettemmo di colpire la schiava.

Toccava al terzo. Fui sorteggiato io. Entrai nella scatola eccitatissimo. Le donne erano tutte scompigliate. Si tenevano le mani. Appena entrai guardarono in alto per veder chi fossi. Come se questo facesse qualche differenza. Indicai per tre volte il culetto dell’unica ragazza che ancora non aveva ricevuto alcuna frustata. Si aspettava che prima o dopo toccasse a lei, così quando ricevette la prima frustata non emise alcun suono. Probabilmente aveva capito anche cosa fosse successo alla sua amica con la seconda frustata così non si fece cogliere di sorpresa dalla seconda frustata. Quando indicai per la terza volta lo stesso culetto, l’uomo che dava le frustate capì che volevo assolutamente violare quella bocca e diede una bella frustata, simile a quella che aveva dato all’inizio. La schiava emise un piccolo urlò che basto per infliggerle la punizione. Vidi che aprì la bocca e me lo prese in bocca ancor prima che gli uomini si fossero disposti dietro di lei ed avessero iniziato a colpirla con le racchette. All’inizio aveva preso il mio membro con voluttà, come se volesse dimostrarmi quanto fosse brava. Quasi con aria di sfida. Sapeva che io ero stato la causa delle tre frustate e sembrava odiarmi. Sperava di farmi venire in modo da essere liberata. Infatti il regolamento prevedeva che la schiava che avesse fatto venire un uomo sarebbe stata liberata dalla gogna. In questo modo si otteneva dalle schiave il massimo di attenzione nel fare bene ciò che erano costrette a fare. Quando gli altri iniziarono a colpirla non riuscì più a succhiare con voluttà, ma si limitò a gemere tenendo il mio membro in bocca. Sembrava estremamente sensibile alle racchettate sui capezzoli. Aveva due bei seni penzolanti così credo che i due uomini che la colpivano sui seni stessero dando dei bei colpi forti. Il tempo passò e uscii dalla scatola eccitatissimo per quanto stava succedendo ma felice di non essere venuto. Tutti volevamo che il gioco durasse quanto più possibile così come consigliatoci dalla padrona di casa.

Il quarto fece dare due frustate che non ebbero alcun esito e poi fece frustare la ragazza che sembrava la più sensibile di tutte (forse semplicemente la meno allenata). Ormai sembrava incapace di controllarsi e dovette prendere in bocca anche il membro di quest’uomo. Tutti ci divertimmo a colpirla e ad osservare come si dimenava. Probabilmente sapeva che ci stava facendo eccitare più delle altre. L’uomo non venì. Tutti ci raccomandammo con gli altri uomini di usare quella schiava solo se si sentivano convinti di non venire perchè non volevamo che uscisse dal gioco. Lei sorrise e disse che non era giusto. Tutti d’accordo considerammo il fatto che aveva parlato come un affronto. In effetti il gioco diceva che non avrebbe dovuto aprir bocca. Così applicammo un turno di punizione anche senza che dovesse tenere il membro di qualcuno in bocca. Senza quindi aver l’opportunità di uscire dalla gogna.

Gli altri quattro continuarono il gioco, ma nessuno venne al primo giro. Fu chiuso il cubo con la tavola e la padrona di casa ci portò una cosa da bere. Era molto eccitata e felice che la sua festa stesse riuscendo proprio come se l’era immaginata. Bevemmo tutti con quei quattro culi rossi che ci guardavano e la padrona di casa disse se non pensavamo che sarebbe stato divertente applicare qualche altro elemento alle schiave per il secondo giro. Le chiedemmo cosa avesse, ma disse che non aveva badato a spese per l’occasione della festa ed aveva un po’ di tutto; qualunque cosa ci fosse venuta in mente avrebbe trovato il modo di usarla. Eravamo indecisi. Avevamo quei culi belli aperti davanti a noi e i seni penzolanti. Potevamo decidere ciò che volevamo. Uno propose di divertirci un po’ con i capezzoli, ma non tutti eravamo d’accordo. Li trovavamo poco a portata di mano e poco visibili. Preferivamo divertirci un po’ con quei culetti che erano tutti belli esposti. Decidemmo che avremmo iniziato a riempire i buchi delle quattro ragazze. Al prossimo giro avrebbero avuto un fallo di gomma inserito nel sesso, a quello dopo ci saremmo occupati del buchino più piccolo. La padrona di casa portò quattro grossi falli di gomma. A noi sembravano fin troppo grossi per l’uso che se ne doveva fare, ma lei disse che così le schiave si sarebbero divertite di più. Inserimmo il primo fallo in una delle ragazze. L’inserimento fu facile perchè, nonostante le dimensioni dell’oggetto la ragazza era bagnatissima. Tutti ci complimentammo con la padrona di casa. La ragazza non ci poteva sentire, ma in un certo senso ci stavamo complimentando perchè il gioco stava riuscendo. Subito ci rendemmo conto che c’era il problema di tenere i falli in posizione. Infatti le ragazze erano molto lubrificate e avevano i manici di scopa che tenevano le gambe belle larghe. Automaticamente i falli uscivano fuori. La padrona di casa disse che avremmo potuto usare una cordicella o una catenina ma che così avremmo rovinato le frustate che dovevano ricevere sul culetto.

La serata era governata da una sorta di senso estetico che pervadeva ogni gioco. Ogni volta cercavamo di fare in modo che ciò che accadeva fosse il più artistico possibile. Forse perchè la schiava che non era delle quattro nella scatola faceva foto e tutti volevamo che venissero bene. Fatto sta che quando la padrona di casa ci disse che avremmo rovinato l’estetica di quei bei culetti rossi se avessimo usato delle cordicelle ci trovò tutti d’accordo. La padrona di casa disse che aveva un’idea e tornò con delle canne di bambù e delle piccole tronchesi da giardinaggio. Applicammo alla schiava che aveva già il fallo dentro una canna della lunghezza giusta per tenerle il membro di gomma ben infilato. L’altra estremità era collegata ad un anellino che era a metà del manico di scopa che teneva larghe le gambe della schiava. Evidentemente i manici erano stati pensati anche per questo scopo. Fatto sta che eravamo tutti contenti della soluzione che teneva il fallo di gomma ben dentro la schiava. In men che non si dica avevamo realizzato lo stesso marchingegno per le quattro schiave. Eravamo tutti contenti della nostra realizzazione e non vedevamo l’ora di ricominciare a divertirci. Fu deciso che il tempo della penitenza veniva raddoppiato. Questo faceva sì che colpissimo più a lungo la schiava soggetta alla penitenza, ma le dava più opportunità di far venire l’uomo che teneva in bocca. Fu sollevata la tavola circolare che chiudeva le teste delle schiave al buio ed il primo di noi entrò nuovamente nella scatola.

Forse nel momento in cui erano al buio le schiave si erano parlate; forse l’attesa le aveva tranquillizzate; forse tutte sapevano che quando uno di noi avesse voluto che una lo prendesse in bocca avrebbe indicato quella che più si era dimostrata cedevole; fatto sta che i primi tre di noi non riuscirono a farle urlare. è vero che non indicarono quella che dava loro la possibilità maggiore. Il quarto ed il quinto riuscirono a fare urlare due schiave. Era particolarmente divertente vedere le racchette colpire il sedere delle schiave mentre erano tutte aperte con il membro artificiale inserito dentro. Ogni colpo faceva spostare leggermente l’oggetto così da fare una sorta di massaggio.

Il quinto venne copiosamente in faccia alla schiava cui era toccato prenderlo in bocca. La schiava non poteva muovere la testa da quella posizione, ma non sembrò averne nessuna voglia. Sorridente e felice prese il getto in faccia con la bocca aperta come per prenderne la maggior parte in bocca. Fu aperta la sua gogna e le fu levato l’attrezzo che aveva dentro. La padrona di casa le disse di andarsi a lavare bene. Il gioco sarebbe continuato con le altre. Non fu montata la parte superiore della gogna della schiava che aveva vinto il gioco, così da questo momento in poi tutti noi potevamo vedere bene cosa accadeva dentro la scatola. La ragazza con la macchina fotografica potè fare diversi primi piani delle ragazze coi membri in bocca e tutti noi traemmo ancor più eccitazione dal vedere i visi delle schiave che venivano colpite o che dovevano sottostare alle racchettate. Una sorta di patto non scritto faceva sì che chiedeva la frustata alla schiava più sensibile solo chi si sentiva che non sarebbe venuto presto. In questo modo proprio con quel bel culetto rosso ci saremmo potuti divertire più a lungo. La padrona di casa rincuorò le schiave dicendo loro che teneva un tabellone con i punteggi e che, nonostante noi padroni fossimo liberi di divertirci come volevamo con questo gioco, la serata avrebbe permesso di lavorare sui limiti di ognuna delle ragazze presenti.

Si chiuse il secondo giro. Tutte e quattro le ragazze avevano subito la penitenza almeno una volta e proprio la schiava più sensibile l’aveva subita ben tre volte senza mai riuscire a far venire l’uomo. Si vedeva che era esausta, ma sorrideva felice. Evidentemente era contenta di testare i suoi limiti. Il sedere le faceva sicuramente molto male, ma la situazione la divertiva ed eccitava molto. Per via dell’assenza di una delle quattro ragazze, non era più possibile chiudere la scatola per decidere come fare il terzo giro, così decidemmo molto rapidamente, nonostante sarebbe stato più divertente applicare qualcosa alle ragazze senza che loro lo vedessero. Decidemmo di riempire l’altro buco disponibile di ognuna di loro. Le ragazze stesse sembrarono contente della nostra idea. A dire il vero questo non ci fece troppo piacere. Avremmo preferito se non fossero state così tranquille. Evidentemente avevano sbagliato i loro calcoli. La padrona di casa portò tre code collegate ad un fallo con un restringimento, di quelli che si usano per le pony slaves, in modo che non escano. La misura del fallo sembrava bella grande. Evidentemente in qualche modo era adeguata alla padrona di casa ma non è detto che sarebbe andata bene a tutte le tre schiave. In effetti non fu facile inserire il fallo di gomma nei tre buchini. La forma dell’oggetto faceva sì che fosse particolarmente difficile inserirlo e che successivamente stesse ben fermo nel suo alloggiamento in modo più comodo. Iniziammo dalla ragazza che era stata più sensibile. Sembrava avere il buchino un po’ più largo delle altre. Infatti il fallo entrò in modo abbastanza agevole. La seconda era molto più stretta. Evidentemente non era gran che preoccupata perchè aveva visto che la ragazza accanto a lei non aveva sofferto troppo. Si sbagliava. Quando iniziammo a spingere disse che le faceva male ed urlò forte. Nonostante il fallo fosse stato spalmato di vaselina dovemmo allargare il buchino con le dita un paio di volte molto lentamente, prima di far entrare bene la cosa. Anche per la terza schiava l’intrusione non fu certo facile. Eravamo tutti eccitatissimi dalla situazione e dal vedere le schiave con quelle code belle penzolanti. Le urla delle due schiave che avevano il buchino meno “allenato” avevano sovreccitato l’atmosfera. La schiava che aveva dimostrato di avere il sedere più sensibile era contenta di aver mostrato a tutti di essere la più allenata almeno per quanto riguardava quel buchino. Fu deciso che le penitenze del terzo giro sarebbero durate un tempo triplo rispetto al primo giro.

Le schiave erano in una posizione veramente eccitante. Avevano le teste ed i polsi nelle gogne, le gambe tenute belle larghe dai manici delle scope, un fallo tenuto dentro da una piccola canna di bambù nel sesso ed una coda di crine di cavallo dietro. Quei corpi così combinati e noi tutti vestiti intorno, ognuno con la propria racchetta in mano ed uno con la frusta creavano una situazione veramente eccitante. La tranquillità della padrona di casa che sembrava completamente a suo agio e l’altra schiava che faceva le foto contribuivano a rendere veramente surreale quello che stava succedendo.

Durante il terzo giro due di noi vennero. Furono “eliminate” due schiave, tra cui quella che aveva dovuto prendermelo in bocca e la più sensibile. Quando le venne in faccia l’uomo che teneva in bocca, urlò di felicità. Il tempo in cui doveva essere sculacciata era appena iniziato e c’erano altri due giri di clessidra, così continuammo a sculacciarla per tutto il tempo nonostante l’uomo fosse già venuto. Urlava felice ad ogni colpo. Le lacrime le scendevano sulle guance, ma era felice di non essere rimasta per ultima e di ricevere in faccia tutto il succo di uno dei suoi padroni. Quando la slegammo era tutta sorridente e ringraziò delle attenzioni che le avevamo dato. Ci c FINE

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