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Dominata

Stefania era una bella e brava ragazza di 26 anni, laureata che frequentava spesso la piscina infrasettimanalmente, il tardo pomeriggio, appena uscita dal lavoro, al fine di rilassarsi e tonificare il suo corpo, già piuttosto bello di suo.

Alta, diritta e slanciata Stefania misurava 172 cm di altezza per 52Kg di peso, magra ma tonica; aveva due gambe lunge e bellissime, un sedere alto e sodo, seno proporzionato e braccia armoniose ed eleganti. Portava i lunghi capelli corvini spesso legati a coda di cavallo e aveva due limpidi occhi grigio-verdi.

Alla piscina non erano poche le ragazze ad invidiarle il fisico, dalle invidiose teenager alle frustrate impiegate quarantenni. Stefania era tra l’altro la più alta di tutte le frequentatrici della piscina.

Almeno fino al giorno in cui arrivò Lea.

Studentessa e giocatrice di basket, Lea aveva solo 16 anni, dieci meno di Stefania.

Ma era gigantesca.

Aveva una statura e delle proporzioni che, già rarissime in un uomo, erano eccezionali per una donna e semplicemente incredibili per una ragazzina che aveva appena sedici anni.

Alta 2, 02 metri e pesante 104 Kg Lea era esattamente 30 centimetri più alta di Stefania e due volte più pesante. Non era bella quanto Stefania ma era muscolosa, e molto agile e prestante.

Frequentava la piscina come svago dopo il basket, sua vera attività principale e non aveva molta voglia di studiare. Come molte coetanee, aveva un carattere ed un atteggiamento improntati alla arroganza, alla superficialità ed alla cafonaggine, come tipico purtroppo di molte moderne teenager. Molto diversa insomma dalla matura, tranquilla ed equilibrata Stefania.

Quest’ultima, che passato come tutte il primo momento di sorpresa nei confronti di una così inconsueta nuova arrivata – che si seppe presto essere la terza donna più alta della Nazione e la minorenne più alta in assoluto – divenne suo malgrado oggetto delle attenzioni della gigantesca ragazzina, attenzioni che, purtroppo per la povera Stefania, parevano essere tutt’altro che benevole.

In breve Lea prese di mira Stefania, si pensò per invidia del suo essere la ragazza più bella della piscina, o per il giovanile risentimento della fancazzista e ignorante teenager rispetto alla ragazza posata ed istruita.

La prendeva in giro, le rispondeva in malo modo, la apostrofava, la provocava apertamente. Stefania lasciava correre, apparentemente per la dovuta tolleranza della persona seria ed ormai adulta nei confronti della giovanissima malmatura, ma in parte forse anche per il timore di una esile ragazza di 1, 72 m e 52Kg di fronte ad una muscolosa giovane alta più di due metri e pesante più di un quintale, sia pur di dieci anni più piccola. Quel che è certo è che l’atteggiamento di paziente compatimento che Stefania riservava alle provocazioni della gigantesca teenager finiva per esacerbare quest’ultima ancora di più. Di giorno in giorno la giovanissima giocatrice di basket diveniva sempre più ostile nei confronti della bella Stefania, che iniziava a preoccuparsene seriamente.

A volte, quando era con le sue amiche e vedeva Stefania passare, Lea la bloccava sfottendola in pubblico, nel grande atrio della piscina:

– “Oh, guardate chi c’è, la nostra secchiona nuotatrice fallita! “- esordiva suscitando le sguaiate risate delle sue coetanee – “Che cazzo nuoti a fare; non l’hai capito che sei troppo scarsa? ! ”

Sempre sorpresa ed impreparata di fronte ad un fare così arrogante di una ragazzina verso una persona con dieci anni di più Stefania glissava, ma non sempre serviva: un giorno Lea osò addirittura afferrarla per un braccio, tirarla a se con forza che la fece trasalire e dirle:

– “Oh, stronza, sto parlando con te, non mi hai sentito? ”

– “Lasciami il braccio”- rispose Stefania cercando di mantenersi calma, ma suo malgrado turbata dall’evidente convinzione che il suo esile arto non aveva nessuna possibilità di sottrarsi a quella mano forzuta

– “Ah si eh? Se no tu cosa mi fai? ” – riprese Lea arrogante

– “Smettila, hai capito? ” – replicò ancora Stefania senza raccogliere

La situazione si tese un po’, si assieparono un certo numero di astanti, intervennero altre persone ed infine, con una smorfia schifata, Lea lasciò andare Stefania, che non riuscì a trattenersi dal massaggiarsi il braccio stretto.

Una volta ancora Lea sorprese Stefania che prendeva uno snack da un distributore automatico, si fece avanti sovrastando la povera ragazza, che pareva nana al confronto malgrado il fisico slanciato e l’oltre 1, 70 m di statura, e le strappò lo snack dalle mani esclamando:

– “Grazie! ”

– “Hey, è mio! ” – protestò Stefania, ma Lea, tranquillamente rispose

– “Ah si? Vieni a prendertelo allora! ” – E alzò il lungo braccio muscoloso ben sopra i suoi 202 cm di statura

A Stefania fu subito chiaro che per riavere la sua merenda avrebbe dovuto sostenere uno scontro fisico, e non era il caso, sia perchè non è quello che una matura ventiseienne fa solitamente con una ragazzina maleducata, sia perchè evidentemente si rendeva conto che le avrebbe prese di santa ragione. E così lasciò perdere.

Una altra volta ancora, in coda all’uscita dal complesso, Lea le arrivò dietro e con una formidabile manata la spinse avanti di quasi due metri, mandandola a sbattere contro le schiene delle altre persone in coda, per poi vociferare:

– “Hey sapientona, si spinge così la gente? ” – e sghignazzò al rossore impotente di Stefania.

Ma il peggio per la povera Stefania veniva in piscina. Negli spogliatoi Lea le stava sempre addosso, la spingeva, la sollevava, la buttava per terra, rideva di gusto alle sue proteste sempre meno rimproveranti e sempre più isteriche.

Lea si serviva delle sue soverchianti statura, stazza e forza fisica per umiliare Stefania in tutti i modi. Stefania iniziava ad essere seriamente turbata: umiliata in quel modo da una mocciosa ignorante! Peccato che fosse una mocciosa di due metri per un quintale, con la passione del basket.

Ormai Stefania stava attenta ad evitare la gigantesca teenager, standole il più alla larga possibile e guardandosi sempre le spalle. Non sempre però bastava.

Un giorno, mentre Stefania mostrava soddisfatta ad alcune amiche negli spogliatoi il suo nuovo acquisto, un magnifico costume nero, pezzo unico dal disegno sportivo ed elegante che faceva risaltare più che mai l’elegante fisico slanciato della ragazza, Lea arrivò nei paraggi. Una delle ragazze con cui parlava fece appena in tempo ad avvertirla (… ” occhio che c’è Lea… se ti vede ti disintegra… “) che la colossale teenager le piombò alle spalle e, passatole le lunghe e scattanti giovani braccia forzute una sulle spalle ed una tra le gambe la sollevò e la capovolse in un lampo, tra lo stupore e l’indignazione delle impotenti amiche della ragazza.

– “Aaah! Lasciami! Mettimi giù, mettimi giuuù! ”

Alle urla di Stefania facevano eco quelle delle amiche, che strillavano a loro volta:

– “Lasciala, lasciala! ”

Ma Lea, senza darle ascolto, parlò beffarda:

– “Allora, facevamo le fighette con le amiche eh? Con questo bel costume da merdona eh? ”

E, agguantato in una mano il costume nuovo di zecca dalla schiena iniziò a torecere e tirare sino a quando non si sentì uno strappo: L’aveva rotto.

Lea aprì le braccia e Stefania ricadde al suolo, umiliata e rabbiosa per l’incredibile sgarbo subito.

Con uno squarcio sulla schiena il costoso costume alla moda era già da buttare a poche ore dall’acquisto.

Ormai Stefania non ci vedeva più dalla collera. Ormai senza controllo prese a urlare:

– “Maledetta stronza, adesso me lo ripaghi! ”

Non avrebbe dovuto dirlo.

La gigantesca ragazzina strinse i pugni ed in due passi le fu addosso. Le afferrò il collo in una mano e la sbattè contro il muro, dove la alzò da terra sino a portare il viso contratto e sofferente della ragazza alla stessa altezza del proprio rosso di collera, e le vomitò in faccia un fiume impetuoso di insulti e minacce:

– “A chi cazzo dai della stronza, bastarda puttanella sfigata? !!! Eh? Dimmelo, dimmelo ancora se ci riesci! | Io ti spacco la faccia sai? Ti ammazzo di botte hai capito? Chi cazzo credi di essere eh, laureata del cazzo? Grandonna del cazzo eh? Fai la superiore eh? Sai dove te la infilo io la tua laurea? ? ? ”

Stefania tremava. Ragazza per bene, posata e tranquilla non aveva mai sperimentato alcun tipo di violenza in vita sua e ora, per mano di una ragazzina di 16 anni troppo cresciuta, stava vivendo il più grande shock della sua vita. Tutta la sua calma razionale, la sua istruzione ed il suo buonsenso evaporarono come per magia e la sventurata si sentì come un cucciolo stordito e minacciato. Non era più la ragazza lauerata e autosufficiente che lavora, ma una cucciolina nella tempesta con un disperato bisogno di aiuto, di rifugio in qualcosa o in qualcuno di più grande e forte, di materno o paterno insomma.

Quando Lea la lasciò, non sentì neanche le sue amiche che, sempre tenendosi prudentemente fuori portata, redarguivano la giovane gigantessa, un po’ vergognose di non aver tentato di fermarla

(“Ma sei impazzita! ? La stavi strozzando! Vuoi che chiamiamo la polizia… “)

Senti invece, come una melodia meravigliosa, le parole che Lea pronunciò, apparentemente per scusarsi, ma in realtà per approfittare del forte shock e dello stato di confusione psicologica della povera Stefania, a coronamento di un disegno che portava avanti da tempo, mentre alle astanti sembrarono solo incredibili ed inaspettate parole di scusa, per la prima volta uscite da quella bocca villana.

Disse Lea, fingendo commozione per Stefania che, rannicchiata contro il muro tremava come una foglia e teneva gli occhi fissi da terrore:

“Oh cazzo, no… hey, no, senti, mi dispiace! Volevo scherzare un po’, non sono abituata a sentirmi dare della stronza e mi sono incazzata… scusami, hai ragione, te lo ricompro il costume! ”

Stefania iniziò a respirare a fondo cercando di smettere di tremare e Lea, con inaspettata dolcezza le disse:

– “Ti ho fatto male? Scusami sai! Va meglio ora? ”

– “Va meglio, va meglio! ” – interruppero le amiche di Stefania – “Contenta adesso? Vattene che è meglio! ” conclusero soccorrendo Stefania, che a stento si reggeva in piedi.

Lea, che le avrebbe volute fare a pezzi per l’intromissione seppe trattenersi. Era ad un passo dal successo che da tempo agognava. Perciò ribattè calma:

– “Avete ragione, ho sbagliato, è colpa mia. ” – E poi, rivolta a Stefania – “Ascoltami, io e te dobbiamo parlare… voglio… voglio scusarmi davvero per tutto, io non volevo, io non credevo, io non sapevo che ci soffrivi cosi… accetti le mie scuse? ”

E Stefania, incapace di spiegare persino a se stessa l’enorme sollievo che provava a quelle parole le rispose:

– “Si, va bene. ” E parve calmarsi.

Lea se ne andò e Stefania a poco a poco si riebbe. Le amiche ritennero l’incidente chiuso ed esortarono Stefania ad approfittare dell’attitudine alle scuse di Lea per farsi ripagare il costume. Apparentemente tutto sembrava risolto a favore di Stefania, ma nel suo intimo quest’ultima sentiva che i rapporti con la teenager erano rovesciati: Ora era lei la grandonna che deve capire e perdonare mentre Stefania si sentiva come intimamente retrocessa allo stadio infantile: Tanto aveva fatto un singolo scoppio di violenza, senza nemmeno materiali conseguenze.

E Lea lo sapeva e ne approfittò come aveva progettato da tempo.

Quando, al termine del nuoto in piscina le due si incontrarono negli spogliatoi, la giovanissima giocatrice di basket aprì le danze:

– “Oh! Stefania… vieni, vieni qui! ” – Disse sorridente ma esprimendo in effetti un ordine al quale la ragazza senza capirlo obbedì arrivandole di fronte – “Senti… “- continuò l’altra cingendole le spalle nelle forti mani enormi con fare solidale, ma che trasmise immediatamente a Stefania la sensazione delle soverchianti statura, stazza e forza fisica di Lea – “Mi sono comportata molto male con te… sai, ho un caratteraccio, non studio un cazzo, sono molto viziata ed in fondo ti invidiavo… per questo ce l’avevo con te… sono stata stronza, e hai fatto bene a dirmelo. Ti ricomprerò il costume puoi giurarci. Ti ripagherò anche le merende che ti ho fregato… ” – Nel parlare, la gigantesca Lea camminava e conduceva Stefania verso il fondo degli spogliatoi, nei camerini dove di solito non c’è mai nessuno, salvo che quando la piscina è pienissima – “Ma soprattutto ti chiedo scusa e spero che potremo essere amiche anche se hai dieci anni più di me… ” – Stefania, che si sentiva stranissima, sollevata ma indifesa nello stesso tempo, rispose:

– “Si certo, non ti preoccupare… capisco. ”

– “Pace fatta, allora? ”

– “Si… pace fatta! .

– “Bene… ”

Qui Lea, apparentemente per suggellare le frasi di rappacificamento si protese verso Stefania e l’abbracciò. E Stefania, senza capire perchè, si abbandonò inerte a quell’abbraccio.

E Lea ne approfittò subito.

Calando dall’alto sul viso di Stefania la baciò sulle labbra, un lento e lungo bacio appassionato.

Ci vollero alcuni secondi prima che Stefania, tutt’altro che lesbica, realizzasse con orrore quello che stava succedendo: una gigantesca teenager le stava succhiando le labbra! E con orrore ancora maggiore constatò che un blocco psicologico, fortissimo, invalicabile, che andava aldilà della semplice e pur presente paura fisica della giovane ed enorme amazzone, le impediva di opporre la minima resistenza alla cosa. Si sentiva inerme, dominata. Una specie di sindrome di Stoccolma.

E Lea continuò ad approfittarne. Continuò a baciarla con passione, le infilò la lingua in bocca ed iniziò a far scendere le mani enormi sul suo corpo esile e slanciato, minutissimo nell’abbraccio della giovane giocatrice di basket. Iniziò a lisciarle i fianchi, a palparle le cosce. Poi, con lenta determinazione le infilò una mano nel costume (non il pezzo unico strappato, un due pezzi verde che Stefania usava di solito) facendo scendere le lunghe dita dure sulle chiappe morbide della ragazza. Iniziò a strizzargliele con forza crescente per poi infilare le dita nel solco delle natiche. Quando i polpastrelli di Lea arrivarono all’ano di Stefania questa iniziò a gemere e Lea smise di baciarla. Stefania volse lo sguardo a Lea, inorridita ma silente. Sembrava volesse parlare ma non sapesse la lingua. E Lea la prevenne.

– “Mi piaci Stefania, mi piaci. è stato un inizio un po’ burrascoso ma quello che conta è che ora sei mia. “- Lo disse con dolcezza, ma era comunque perentorio. E proseguì a carte scoperte: – “Si, voglio avere una storia con te, solo un avventura lo capisco, tu non sei lesbica come me, ma voglio comunque una storia. Breve, ma la voglio, e soprattutto… voglio te! ”

A tali sconcertanti rivelazioni, che precipitavano la da una situazione assurda ad una ancora più incredibile, Stefania non rispose che con pochi mugolii confusi e piagnucolanti. Ma Lea li troncò ben presto: – “Dai, andiamo agli spogliatoi! ” E si incamminò.

E Stefania, come un automa la seguì.

Gli spogliatoi erano un grande ambiente suddiviso in più cubicoli da una serie di divisori in legno e materie plastiche. Giunta di fronte ad una delle porte Lea, che accompagnava dolcemente la tremebonda Stefania tenendole una mano sulla schiena, la aprì e fece passare prima Stefania, mentre questa entrava però le calò una delle sue forti mani enormi sul sedere, strizzandole leggermente i glutei nei succinti slip verdi.

E Stefania capì che sarebbe stata inculata da una ragazzina lesbica di 16 anni e 2 metri per 100Kg abbondanti.

Una volta dentro Lea abbracciò con forza l’esile corpo di Stefania sollevandola come nulla ed iniziando a baciarla con forza e passione, incoraggiandola ad aprire la bocca e lasciarla penetrare dalla sua lingua. La baciò per diversi minuti dopodichè la mise a terra sempre più confusa e sconvolta, le appoggiò il mento sulla nuca, che giusto a quella altezza arrivava, ed iniziò a lisciarle il corpo con energiche carezze sui fianchi, sul ventre, sulle cosce.

Era una scena alquanto singolare: Una bella e matura ragazza, sino a poco tempo prima la più alta della piscina col suo metro e sttantadue ridotta ad un giocattolino sessuale nelle mani di una lesbicona che la annichiliva letteralmente in stazza e statura, ma denunciava chiaramente nelle fattezze la sua età di ragazzina.

Ragazzina che però si faceva sempre più focosa ed iniziava a ripetere, ossessivamente:

– “Quanto sei figa Stefania… quanto sei figa… cazzo se sei figa… sei una bella figa… una bella figa… sei proprio figa… figa se sei figa… ”

Stefania tremava e respirava a fondo. Le mancava non solo il coraggio, ma anche la stessa idea di tentare di ribellarsi: mai nella sua vita si era sentita così totalmente dominata ed impotente di fronte agli eventi.

Con visibile sforzo Lea si staccò da lei e guardandola eccitata disse sorridente:

– “Dai, spogliati adesso. Ti voglio nuda! ”

Stefania esito, senza tuttavia riuscire ad aprir bocca per protestare. E Lea la incoraggiò subito:

– “Coraggio… slacciati il reggiseno… e tirati giù le mutandine! ”

Lentamente Stefania ubbidì, seguita dai sospiri estasiati della gigantesca teenager, il cui viso avvampava sempre più alla vista delle grazie di Stefania. Quando fu completamente nuda, Lea esclamo:

– “Che gran pezzo di figa sei, Stefania! ” – sforzandosi per non saltarle addosso subito.

Stefania aveva un gran freddo, dovuto più alla situazione che alla nudità del suo bel corpo longilineo ed aggraziato, al quale la famelica teenager si avvicinava sempre di più.

In un attimo le arpionò le tette con le grandi mani, massaggiando energicamente con le lunghe dita forti i sodi, rotondi e proporzionati seni di Stefania. Lì palpò, li strizzò, li leccò e li mordichhiò a lungo per poi inginocchiarsi davanti a lei ed avventare la bocca bramosa sul pube della ragazza, dieci anni più grande di lei.

Le impastricciò i peli della figa a furia di leccarla, le insinuò la lingua tra grandi e piccole labbra, scese a leccarle l’interno delle cosce. Fremeva di bramosia quando, incollata la bocca alla figa della paralizzata Stefania iniziò a succhiare, succhiare, succhiare…

Stefania stava ritta e rigida, mentre alle sue lunghe e bellissime gambe stava aggrappata una ragazzina due volte più pesante di lei che le succhiava la figa.

Un incubo.

Eppure era vero.

Presto Lea volle andare a fondo, e costrinse la sua vittima ad una lunga serie di rapporti vaginali e soprattutto anali.

– “Stefania… voglio fare l’amore con te. ” – esordì seria.

– “Hey, hai capito? ” – Chiese poi dandole un buffetto sulla guancia, visto che la vedeva pietrificata – “Adesso noi due scopiamo! No, non guardarmi così”, fece poi notando l’espressione attonita della ragazza – “Lo so che non sei lesbica, ma non ti preoccupare. Tu lasciati fare e ci penso io. La lesbica sono io. E siccome sono lesbica uso le dita. Te le infilo nella figa, e poi nel culo, che è la mia parte preferita. Tu stai buona, Ok? Vedrai che ti piacerà, anche se non sei lesbica. ”

Detto fatto prese in braccio Stefania alzandola come se sollevasse una scatola di polistirolo vuota e, messasi a sedere sul panchetto del cubicolo, infilò una mano tra le lunghe e splendide cosce di Stefania, iniziando ad intrufolare le dita verso la sua figa. La raggiunse e vi infilò con decisione due dita, iniziando a muoverle armoniosamente su e giù. Le pizzicò il clitoride, le sladinò le labbra le stimolò con forza le pareti vaginali: Stefania fu in breve portata sulla soglia dell’eccitazione. Aveva il viso arrossato, le tette indurite, i capezzoli in tiro e Lea capì che era il momento.

La distese sul pavimento e vi si coricò sopra, iniziando ad impastarle il culo con le mani. Le palpò il culo con crescente bramosia e poi, si rialzò in piedi sollevando Stefania per le ascelle.

– “La vita! ” – le sussurrò spiritata – “afferrami la vita con le gambe e le spalle con le braccia e tienti! ” – Stefania, ormai un giocattolo sessuale nelle mani della mastodontica ragazzina lesbica – ubbidì.

Quindi lea passò il braccio sinistro dietrò la schiena di Stefania, tirandola a se, e le afferrò le chiappe con la mano destra. Continuò a palpare per un po’ poi fece scendere l’indice tra le chiappe ed iniziò a frizionarle l’ano, con forza sempre maggiore. Poi la ridistese a terra, le divaricò le chiappe ed inziò a baciarle l’ano ed a leccarglielo, lubrificandolo a dovere. E riprese infine a frizionarlo con le dita. Solo quando Stefania fu sufficientemente dilatata, con forza e determinazione le infilò il dito nel culo, spingendolo a fondo mentre Stefania spalancava la bocca il un singulto strozzato e sbavava sul pavimento sentendo il retto riempito e palificato da quel dito lunghissimo.

E finalmente, in un progressivamente crescente su e giù del dito, Stefania fu inculata ripetutamente, una, due, cinque, dieci volte… perse il conto… ormai tutto ciò che sentiva era il muscolo ad anello dello sfintere che si contraeva e dilatava assecondando le spinte di quel dito potente ed implacabile.

Verso la fine perse i sensi, ma Lea la svegliò sussurrandole all’orecchio:

– “Hey Stefania! è tardi. Andiamo a casa. ”

Lei la guardò sconfitta e rassegnata, e Lea le sorrise scanzonata dicendole:

– “Grazie Stefania… è stato bellissimo… hai un culo fantastico! ”

Per Stefania furono due settimane di fuoco.

Lea le aveva chiaramente spiegato che quella era la lunghezza fissata della loro love story. E se lei non diceva niente a nessuno, Lea si impegnava a rispettare i termini.

Non che avesse concretamente pensato di denunciare la cosa, sottomessa com’era, ma quel discorso troncò ogni possibilità. Meglio un incubo lungo una settimana che uno lungo tutta la vita, e Lea, le aveva fatto capire, non avesse avuto quel che voleva l’avrebbe perseguitata a vita, nè sarebbe stato facile provare cos’era realmente successo. E Stefania accettò.

Da fuori sembrava fossero diventate buone amiche, ciascuna recitava bene la sua parte.

Ma appena rimanevano sole, lestissima Lea infilava le mani nel costume di Stefania, in cerca delle sue tette, delle sue chiappe, della sua figa, del suo buco del culo.

A volte si azzardava a palparla anche in piscina, lasciando l’acqua a celare al pubblico i palpeggiamenti. Fuori e dentro gli spogliatoi , una volta appartate lontano da occhi indiscreti, le elargiva lunghi baci appassionati.

Nè le stava addosso solo in piscina.

In quelle due settimane l’accompagnava al lavoro e la andava a prendere, portandola sul suo enorme scooter, dato che, ovviamente, a 16 anni non aveva la patente.

Fecero un sacco di giretti assieme, che finivano irrimediabilmente nei parchi, dietro i cespugli, dove il culo di Stefania doveva darsi un gran da fare per soddisfare la fame di penetrazione delle forti dita della gigantesca teenager giocatrice di basket.

Ma il peggio per Stefania era quando Lea la portava a casa sua, quando i suoi non c’erano.

Nel suo regno non aveva freni, nulla limitava la bramosia sessuale della ciclopica ragazzina.

La faceva girare nuda per casa, la ammirava e fotografava nuda nelle più disparate scene domestiche, interrompendo più volte tali servizi per violentarla. La sollevava, la lanciava in aria, la trascinava, la capovolgeva ostentando la spaventosa differenza di forza. La portava in camera sua, dove la sbatteva nuda sul letto fatto, le saltava sopra e la inculava per ore.

O in cucina, dove la inculava a 90° sul tavolo o in piedi contro il frigorifero.

Le offriva gustose colazioni, pranzi, merende, cenette, ma a volte Stefania era costretta a farsi infilare il cibo nel sedere, quando possibile. Poi Lea la rovesciava sul tavolo, le spremeva il ventre con le mani titaniche e rimangiava ciò che la sventurata spremeva fuori dal culo, dopo che ciò le era appena stato con forza ficcato dentro.

Facevano la doccia assieme, o meglio Lea lavava Stefania sotto la doccia o nella vasca, strofinandole sempre con passione culo, tette, figa e cosce.

Facevano anche ginnastica assieme, e Lea si divertiva a farla volare come una bambola di stracci, annichilendola con la sua forza enorme pur senza mai farle male.

Facevano anche altro, a volte scambiavano quattro chiacchiere, guardavano la TV o sentivano la radio, ma Stefania era sempre sottomessa e raramente Lea resisteva più di mezz’ora senza saltare addosso alla sua vittima. Dormirono insieme alcune notti, che per Stefania erano cavalcate selvagge dove lei era il cavallo, un cavallo sventurato che doveva sopportare la cavalcata di una amazzone pesante due volte il proprio destriero, o meglio, come amava dire Lea, della propria puledrina.

Lea, studentessa di ragioneria somara, ne approfittò anche per farsi dare qualche lezione di matematica aziendale dalla matura laureata, che con timore reverenziale cercava di riacquisire le sembianze della ragazza arrivata che sostiene la teenager fancazzista. Ma Lea stava attenta solo per metà lezione, poi, invariabilmente, e stimolata dal fatto che in base alle regole di casa Stefania doveva darle lezione completamente nuda cominciava:

– “E se te la infilassi nel culo quella biro li? ” – esordiva a volte allegramente.

Oppure: – “Si, si questo va sotto radice… come tu sotto di me… che ti inculo! ”

O ancora: – “Ho sfondato il tetto di spesa massima? E se ti sfondassi il culo invece? ”

E infine il classico: “Si, ho capito ma… com’era nell’esercizio di prima? ” – O qualcosa di analogo, ogni volta diverso ma che costringeva Stefania ad allungarsi sul tavolo per prendere un altro quaderno alzando il sedere dalla sedia. E la mano di Lea, solo apparentemente distratta, arrivava implacabile chiusa a pugno col medio alzato a colpirle il culo e centrarle l’ano.

Stefania cercava di glissare per ritardare il più possibile il momento del sesso, che però arrivava inesorabile.

Durò così due settimane, quanto Lea aveva detto.

E poi, dopo un ultima inculata selvaggia, Lea lasciò Stefania libera e non si videro più se non incidentalmente e senza implicazioni di sorta.

Per Stefania fu un incubo di due settimane.

Ma non potè fare a meno di notare che, passato il trauma si sentì da allora molto più libera e disinibita nei rapporti sessuali con gli uomini, ai quali concedette finalmente il suo delizioso culetto che aveva anzi imparato a fare andare con grande bravura e, che ci crediate o no, visse la sua vita sessuale molto meglio, da allora. FINE

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