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Il collegio

– Vedrete, signorina – disse la donna anziana, girandosi appena, una smorfia sul viso, l’aria di divertirsi un mondo. – Non è così brutto come si crede. E almeno sarete sicura di prendere il diploma. Questo ve lo posso assicurare. –
– Ah! – rispose Annalisa, ancora incredula di trovarsi in quella situazione assurda.
Nella sua testa risuonavano ancora gli insulti rabbiosi di suo padre, le parole minacciose. Non l’aveva certo risparmiata e lei aveva avuto l’impressione che suo padre fosse stato felice di cogliere quell’occasione per sbarazzarsi di lei.
– è la prima volta che entrate in un collegio? – chiese la donna.
– Si – rispose Annalisa, desiderosa di concludere il dialogo con quella detestabile donna.
L’altra non sembrò affatto felice di quella risposta, sperava che Annalisa le mostrasse maggior rispetto. Annalisa si chiese se forse avrebbe dovuto chiamarla “signorina Ferri” o usare un altro termine.
Ma nessuno le aveva detto niente e se aveva commesso un errore, non se ne sentiva responsabile. Si chiese chi mai avesse avvertito suo padre della sua relazione con Giorgio. Forse la professoressa di ginnastica, che l’aveva vista un giorno in compagnia del suo amante… Forse qualche compagna di classe?
Era meglio non chiedersi più come era accaduto. Il risultato era quello. I suoi genitori avevano deciso di mandarla a finire gli studi in un collegio lontano, conosciuto per la severità e la buona riuscita delle sue ospiti,
In lei si stava facendo strada una paura che non riusciva a definire… Eppure, fino a quel momento, l’autorità non l’aveva certo spaventata. E non c’era motivo perchè la spaventasse ora, anche se la prigione nella quale stava per essere rinchiusa sembrava così orribile, come le avevano detto.
Avrebbe visto da sola.
– La disciplina non ha mai fatto male a nessuno – riprese la direttrice del collegio con un tono ancora più freddo. – Al contrario, forma, vedrete, forma… –
Lasciò la frase in sospeso e lasciò Annalisa con un leggero senso di angoscia.
– … Quanti anni avete signorina Marini? – continuò poi senza distogliere gli occhi dalla strada.
– Diciotto…. fra due mesi – rispose Annalisa, esitante.
Prima di partire per il pensionato, suo padre non aveva trovato nulla di meglio che chiuderla nella stanza del primo piano, privandola di tutto, trattandola come una serva o peggio. Era stato particolarmente duro per Annalisa che non era abituata a stare giorni interi senza uscire, senza andare a ficcare il naso in qualche nuovo posto. Ed era stato particolarmente difficile perchè non aveva più visto un volto amico, più parlato ad una compagna, più inteso ridere, più ironiche osservazione o complimenti e soprattutto, niente più Giorgio. S’era rifugiata nel sogno, nel piacere solitario, consumando il suo corpo per trovare la droga necessaria a resistere.
Ed ora, sola sul sedile posteriore della berlina scura, passò con delicatezza la mano destra sotto la gonna, sfiorò le cosce risalendo dolcemente verso l’inguine, scostò lievemente il cavallo delle mutandine, carezzando la pelle, sfiorando le labbra appena slargate della vulva. Affondò un dito nella fessura vaginale e si masturbò di nascosto.
– Se lo ricordi, la disciplina forma – riprese la donna che sembrava avere voglia di parlare. – Guardate me, per esempio… –
Annalisa non l’ascoltava più. Il suo indice si muoveva lesto e sentiva già l’umidità appiccicarlesi alla falange e riscaldarla. Chiuse gli occhi, vide la lingua di Giorgio e il pene eccitato del suo amante. Si immaginò mentre faceva l’amore con lui, mentre la eccitava, le carezzava il corpo dappertutto, le offriva le delizie dell’estasi.
– … Eppure oggi, credetemi, non è più difficile di prima… –
L’unghia graffiò il clitoride e fece scaturire il succo. Le natiche si sollevarono appena per permettere al dito di affondare di più. L’umore bagnò la punta del dito e la ragazza fremette, presa dalla voglia atroce di gridare, di muoversi, di rotolarsi sul sedile….
La calma tornò in lei. Una nuova pace, una specie di equilibrio, come una forza che le restituiva tutta la sua personalità e le faceva intravedere il futuro con speranza, con libertà.
– … Oh si, la disciplina è quella che ci vuole, se ne accorgerà… Ah, siamo arrivati – disse finalmente la megera.
Un portale di ferro si aprì.
Il veicolo affrontò una breve discesa sotto gli alberi, girò a sinistra, scese ancora un po’, girò a destra e si fermò su un piccolo piazzale. C’era una specie di castello cadente che ostentava una facciata orribile, smorta, fredda.
Una suora inserviente aprì la portiera della guidatrice e Annalisa dovette sbrogliarsela da sola. Nessun sorriso l’accolse, nessun saluto. Afferrò la valigia e seguì le due donne che sembravano averla dimenticata. Oltrepassata la porta del fatiscente castello, superato l’androne buio, salì i venticinque gradini di una scala di marmo e arrivò ad un lungo corridoio, lugubre e deprimente.
– Dormitorio numero due, Marini, letto quattordici – disse la suora senza nemmeno guardarla.
Avanzò nel corridoio, sola, entrò nell’immensa camerata, poggiò la valigia a terra per osservare le due file parallele di letti. Il cuore le batteva. Una lacrima scivolò sulla guancia. Comprese che in quel posto non sarebbe stata felice.
Il regolamento era semplice: le ragazze non avevano alcun diritto, punto e basta.
Le compagne non le rivolsero quasi mai la parola, scambiandosene qualcuna tra loro di tanto in tanto, quando le sorveglianti, tutte suore, guardavano altrove e non potevano vedere quanto accadeva nelle file. Eppure le sarebbe piaciuto parlare con qualcuna delle ragazze che erano con lei, non fosse altro che per conoscerne il nome.
Fu servita la cena. Il refettorio era lugubre come le classi e come la camerata. Il silenzio era spezzato soltanto dal rumore del carrello sul pavimento di mattoni. Il cibo era semplicemente insipido e Annalisa non riuscì a mangiare molto.
La sorvegliante passò ancora una volta e arrivata all’estremità della grande sala, battè le mani. Le ragazze si alzarono e si misero in fila. Un secondo battere di mani e si avviarono in silenzio verso la scala.
Quando Annalisa fu all’altezza della suora dall’aria severa, si sentì afferrare, letteralmente tirare all’indietro e mandò un grido di paura.
– Marini! – urlò la direttrice che era andata ad accoglierla alla stazione e che adesso era arrivata alle sue spalle senza farsi sentire. – Non crederete di comportarvi in questo modo qui? ! Eh no, proprio no! –
Annalisa non capì.
Le altre ragazze non si girarono nemmeno per vedere cosa fosse accaduto. Continuarono ad avanzare silenziose verso la scala per salire al dormitorio.
La direttrice afferrò Annalisa per i capelli e la costrinse ad avanzare nella corsia di centro fino al tavolo dove era stata seduta poco prima. La donna le strofinò la faccia sul piatto di cibo quasi intatto.
– E allora! – disse minacciosa scuotendo con brutalità la testa di Annalisa sul piatto. – Pensate che questa roba vada ai maiali? –
Annalisa avrebbe voluto reagire, ma la donna aveva una forza insospettata e lei provava troppo dolore. Le sembrava che i capelli le si staccassero dal cranio e che il cuoio capelluto le sanguinasse. Le lasciò fare quello che voleva senza reagire e si ritrovò in ginocchio, il viso all’altezza del piano di marmo incrinato, il piatto sotto il naso.
– Avanti mangiate – ordinò la signorina Ferri senza lasciare la presa.
Annalisa fu costretta a succhiare il liquido viscido come una bestia, il naso nel piatto, il mento sporco di zuppa. Quando ebbe finito, la vecchia arpia la tirò di nuovo perchè si alzasse e finalmente la mollò.
– Adesso sparecchierete tutte le tavole – disse con aria gelida quella sgradevole figura. – Poi laverete il pavimento. –
Annalisa abbassò lo sguardo per nascondere il lampo di collera che brillava in fondo ai suoi occhi, non certo per non vedere il ghigno dell’altra. E subito ricevette uno schiaffo formidabile che si stampò sulla sua guancia.
– Marini – riprese ancora la zitella. – Non potrete giocare con me. Non saremo mai amiche noi, vi avverto. Quando vi parlo voglio che mi rispondiate convenientemente. –
La ragazza fu costretta a sollevare la testa e a mormorare un “si” timido prima di ricevere un altro schiaffo più violento del primo.
– Si, signorina Ferri. – si affretto allora a dire Annalisa, mentre le lacrime si affacciavano nei suoi occhi e capendo che non le avevano affatto mentito, quando le avevano parlato del regime quasi militare del collegio.
La donna tacque e si girò per uscire dalla stanza e lasciare Annalisa al suo dovere. Passando lanciò qualche ordine alla suora sorvegliante e disparve.
Per due ore, Annalisa pulì a fondo il refettorio e alla fine era così stanca da desiderare soltanto di infilarsi tra le ruvide coperte del suo letto.
– Finito – disse la sorvegliante senza attendere risposta. – Avanti seguitemi. –
Annalisa salì i gradini della scala dietro il sedere dell’inserviente e fu costretta ad annusare la puzza di sudore mischiata a quella di abito talare che quell’altra emanava con abbondanza. Avanzò nel corridoio fino al dormitorio numero due. Lì , davanti alla porta chiusa, la suora le tese una camicia da notte di ruvido tessuto e incrociò le braccia, forse aspettando qualcosa.
La ragazza salutò educatamente e fece per entrare nella camerata.
– Eh no! – fece la sorvegliante con un sorriso cattivo. – Niente effetti personali in dormitorio. Dovete spogliarvi in bagno e riporre gli indumenti nell’armadietto corrispondente al letto. –
Annalisa notò solo allora i piccoli armadi in ferro disposti da una parte e dall’altra della porta del dormitorio. Cercò il bagno, ma non dovette affannarsi troppo perchè la sorvegliante aggiunse:
– Solo che ora è troppo tardi per andare in bagno, spogliatevi qui. –
La ragazza restò immobile scorgendo sul viso della suora un ghigno strano, una smorfia di piacere sadico, come se quella gioisse nel costringere la nuova pensionata, nel dominarla così facilmente.
– Avanti – le disse aspramente. – Non vorrete che passi qui tutta la notte? –
Allora Annalisa fu obbligata a spogliarsi, girandosi un poco per evitare un’umiliazione eccessiva, non di certo per pudore. Ma quando dovette togliersi anche le mutandine e, del tutto nuda, voltarsi ugualmente per prendere la camicia da notte che la sorvegliante le porgeva, scorse la scintilla di piacere negli occhi severi.
La sorvegliante trattenne a stento il desiderio di pizzicare i capezzoli dritti per il freddo dell’allieva e guardò con rimpianto la camicia da notte che copriva il seno sodo, il pube folto, le gambe perfette, il corpo giovane e desiderabile. La spinse nel dormitorio.
A tentoni Annalisa avanzò verso il suo letto e si infilò sotto le coperte. Ascoltò il silenzio della stanza rotto solo dal russare di una suora che dormiva in fondo alla stanza enorme, dietro un paravento.
Si addormentò.

Era immersa nel sonno più profondo, quando si svegliò di soprassalto, scossa da mani aggressive che la sollevarono dal letto. Avrebbe voluto urlare, ma si rese conto di essere imbavagliata. Una striscia di stoffa le serrava le tempie e le impediva anche di vedere quello che stava succedendo.
La trasportarono per qualche minuto ed ebbe l’impressione di essere trascinata in una cantina fetida, fredda. Fu deposta finalmente sul suolo umido e le fu tolto il bavaglio e la benda. Attorno a lei, appena rischiarate dal lume di una candela, una ventina di ombre la paralizzarono. Ebbe paura. I suoi occhi si abituarono alla penombra e potè distinguere più chiaramente le persone che l’attorniavano.
– Siamo il gruppo delle anziane – pronunciò la voce forzatamente grave della figura che le stava di fronte. Portava la stessa sua camicia da notte e aveva una specie di cappuccio bianco, come tutte le altre, che le copriva interamente la faccia, lasciando liberi solo gli occhi che si intravedevano da due fessure.
– Tu sei una pivellina, – riprese un’altra voce, cercando di dare un tono serio alla sua sonorità quasi infantile, – sei l’ultima arrivata. Ti sottoporremo alle prove delle matricole. –
Annalisa fu sollevata. Era una cosa che si faceva dappertutto, che non aveva niente di strano, e che lei preferiva al risveglio di poco prima, in piena notte.
Due incappucciate le si avvicinarono e le sollevarono la camicia da notte fino a scoprirle totalmente il corpo. Si vergognò di tutti quegli sguardi puntati su di lei e portò una mano a coprire il pube, mentre l’altro braccio correva a nascondere il seno. Ma subito due altre incappucciate la presero per le braccia e la obbligarono a lasciare le mammelle e l’inguine alla vista di tutte.
La portarono, trascinandola di peso, sul fondo della stanza che sembrava molto grande e con il pavimento in terra battuta e potè vedere una sorta di grossa tavola di legno fissata al suolo, con due fori ai lati e un buco più grande al centro. Era una gogna!
Tutte le ragazze si avvicinarono allo strumento di tortura medievale quando le due più forti la trascinarono fino alla gogna. Si rese conto allora che la stanza continuava oltre la gogna e che le tenebre nascondevano di certo altre lugubri meraviglie dello stesso genere. Erano di sicuro le vestigia di un’antica camera di tortura che era servita in altri tempi.
Le due incappucciate la costrinsero a chinarsi, quando una terza ombra sollevò la parte superiore dello strumento. Piazzarono la testa nel buco grande, le mani nelle aperture laterali e fecero ricadere la parte superiore, chiudendola di lato con un semplice uncino di ferro arrugginito. Era prigioniera e non poteva muovere il resto del corpo. In ginocchio, come una bestia, cominciò a sentire la durezza del pavimento ferirla.
Le altre incappucciate si avvicinarono, le sollevarono la camicia da notte, denudandola e poi si denudarono a loro volta, tenendo però i cappucci per non farsi vedere il viso.
Una ventina di corpi nudi, diversi, alcuni ben modellati, altri meno accarezzati dalla natura. Tutte però offrivano alla vista un seno sodo, più o meno grande, tutte avevano un triangolo riccioluto sul basso ventre, un cespuglio di peli in disordine al di sopra della fessura della vagina. Ma c’era tra loro un corpo laido, grasso, eccessivo nelle forme, pesante nelle rotondità. Il ventre enorme e i peli abbondanti rigonfiavano una specie di gobba sopra una fessura più ripugnante di quella di una vecchia prostituta. I seni, invece, erano paradossalmente piccoli.
Annalisa osservò la ragazza in questione, provando per lei pietà. Almeno, pensò, non le sarebbe stato difficile riconoscerla nel dormitorio o altrove. Sembrava essere unica nel suo genere.
La grassona dovette accorgersi dello sguardo di Annalisa fisso sul suo corpo deforme e mosse una frusta per farla schioccare sul pavimento, per far intendere alla giovane che non doveva più guardarla.
Un’incappucciata battè le mani, come aveva fatto la sorvegliante alla fine della cena. Un grosso pouf fu deposto a qualche centimetro dal viso di Annalisa, la grassona con la frusta si pose dietro di lei, all’altezza delle natiche.
Annalisa intuì terrorizzata che sarebbe stata frustata, ma non capì l’utilità del pouf, non prima che una delle incappucciate venisse a sedercisi e spalancando le cosce senza pudore, le offrisse alla vista una vagina già spalancata e umida.
La viziosa sollevò le gambe al di sopra dell’asse della gogna e poggiò i polpacci sul legno, all’altezza delle mani di Annalisa, finchè il suo sesso fu sufficientemente vicino alla bocca della vittima. Il suo odore femminile salì alle narici della nuova allieva quando l’altra avvicinò l’inguine contro la sua faccia per farsi leccare.
Annalisa non affondò subito la lingua tra le cosce dell’incappucciata e quando ricevette il primo colpo di frusta, ebbe l’impressione che si trattasse ancora di una goliardica punizione. Tese allora l’estremità della lingua e la infilò appena tra le labbra molli della vagina offerta.
Ricevette allora una serie di colpi violenti sul sedere, sulla schiena, sulle cosce. Non resistè più, smise di leccare e urlò straziata.
– Ci devi procurare l’orgasmo – disse quella che s’era presentata per prima. – Altrimenti la punizione sarà ancora più terribile per te. –
I colpi di frusta continuarono e prima che potesse decidersi a infilare la lingua tra le pareti pelose della giovane collegiale, l’altra le si avvicinò ancor di più e si strofinò contro di lei fino a quando gli umori le bagnarono il viso imponendo al suo naso una puzza asprigna, una mescolanza di urina e di succhi femminili.
Allora fece penetrare la lingua nella fessura lubrificata della ragazza e s’affannò a leccarla, a succhiarla, sentendo che ogni volta che quella provava piacere, cessava la tortura della frusta. Al contrario se il suo affannarsi non risvegliava certe sensazioni, la grassona la frustava più violentemente, cercando di colpire le parti delicate e sensibili delle cosce e del ventre.
Annalisa cercava di muoversi per sfuggire ai colpi, tentando di evitare le corregge che sembravano divenire sempre più dure, come se la grassona acquistasse mano a mano una tecnica più perfetta. Presto la ragazza incappucciata si agitò più spasmodicamente davanti al suo viso e la frusta non le lacerò più la carne, con grande rammarico della carnefice. Annalisa schiacciò la bocca sulla vulva gonfia e succhiò con violenza, con piccoli brevi colpi infilava la lingua per strofinarla contro le pareti grondanti della vagina disgustosa.
La ragazza si contorse, arrivò all’orgasmo con un ultimo grugnito grottesco, poi allontanò il corpo dal viso bagnato di Annalisa e si alzò, sudata.
Subito un’altra ragazza si installò sul pouf e allargò le cosce per offrire il suo menù alla vitima cher comprese solo allora che avrebbe dovuto far godere tutte le altre lì riunite. Tutte, senza eccezione. Tese la lingua e sfiorò l’ano leggermente umido di sudore prima di infilarla nella profonda fessura.
I colpi di frusta ricominciarono a torturarle la pelle della schiena, delle natiche, le corregge di cuoio le procuravano una sofferenza atroce che non poteva sopportare e che la spingeva a far godere la ragazza il più rapidamente possibile, cercando di prolungarle l’estasi per offrirsi qualche minuto di riposo.
Ne aveva già soddisfatte una buona dozzina e si sentiva sempre più debole. Non riusciva nemmeno più a mantenere la sua posizione da bestia e spesso le incappucciate erano costrette a richiamarla all’ordine perchè s’era messa accucciata, seduta sulle sue cosce, come un cane, come aveva l’impressione di essere.
Incollata contro il suo naso, la vulva della nuova cliente puzzava ancora di più di quella delle altre, come se la ragazza non si fosse lavata da parecchio. Subito però capì che la ragazza le offriva le ultime perdite maleodoranti delle mestruazioni. Torse il muso, disgustata, ma fu convinta a passare all’azione tanto le frustate divennero più precise tra le cosce, contro il sesso. Per fortuna riuscì a portare all’orgasmo quella ragazza sporca prima di quanto avesse sperato e prima di svenire per il dolore delle staffilate che stava ricevendo.
Fu il momento della grassona di installarsi sul pouf schiacciandolo più di quanto non avessero fatto le altre e mostrando ad Annalisa un sesso mostruosamente gonfio.
L’ano si schiacciò contro il suo naso. La grassa allieva assaporò un piacere sadico nel contorcersi, nello strofinarsi contro il viso a lungo, prima di lasciarla cominciare. Poi la vagina si piazzò contro la bocca ed ella sentì l’odore particolare della giovane. La lingua toccò appena la fessura chiusa, le grandi labbra erano le più tirate di tutte le altre e dovette fare uno sforzo considerevole per arrivare a separarle, per toccare la vulva, mentre la frusta ricadeva maligna sulle sue natiche ormai diventate cremisi, sulle sue cosce rigate da innumerevoli segni e arrivando a sfiorarle il sesso.
La giovane grassona piantò le dita nella fessura e la spalancò definitivamente per permettere ad Annalisa di lavorare in profondità. Ebbe l’impressione che la bocca fosse risucchiata dagli intimi recessi della collegiale e che la sua lingua non sarebbe stata lunga abbastanza per arrivare a leccarla tutta.
Eppure ci si mise d’impegno.
L’appendice muscolosa si infilò nella carne molle, sfiorando appena il bottone gonfio del clitoride e cercando di raschiare più precisamente le pareti interne. Il corpo della grassona fremeva, eccitato. Ma Annalisa non arrivò a farla godere rapidamente e dovette sopportare la sua puzza per parecchio, accettando più volentieri le frustate che gli umori che fuoriuscivano dalla vulva.
Alla fine anche la grassona ebbe l’orgasmo grugnendo come un maiale scorticato, come se non avesse mai avuto un vero orgasmo. Una gran quantità di umori puzzolenti dilagò sul viso ormai esausto, riempì la bocca. Annalisa dovette succhiare e per quanto cercasse di sputare quel liquido infame, non potè impedirsi di ingoiarne una buona parte.
La viziosa enorme si abbandonò sul pouf e restò immobile, affannata, felice. Un getto di urina calda bagnò il viso di Annalisa quando la grassona si lasciò andare scoppiando a ridere.
Annalisa ormai era allo stremo delle forze, aveva le ginocchia scorticate e sanguinanti, non sentiva più la lingua, ormai atrofizzata dal troppo lavoro, la schiena, le natiche e le cosce le mandavano vampate di dolore bruciante ed era ormai prossima a venir meno.
Le altre aprirono la gogna, le infilarono la camicia da notte e, dopo essersi rivestite a loro volta, la riportarono in dormitorio, senza far rumore.
L’indomani negli sguardi delle compagne le parve di vedere la stessa scintilla di piacere che aveva visto brillare la notte precedente nel sotterraneo. Ma ora i volti delle ragazze sembravano ostentare tutti una sgradevole superiorità, come a volerla umiliare ancora. Eppure sapeva che non tutte avevano partecipato alla riunione segreta e cercando di indovinare chi vi aveva partecipato, era portata a supporre che tutte fossero state nel sotterraneo con lei.
Soltanto la grassona era facilmente individuabile, e quando vide quel corpo enorme provò disgusto, una repulsione che non aveva eguali, che le fece venir voglia di romperle addosso una sedia.
La grassa collegiale si rese conto di essere stata individuata perchè il suo viso impallidì. Non era più la torturatrice trionfante della notte, ma soltanto un essere avvilito cui dispiaceva di non poter passare inosservato.
Annalisa la disprezzò.
La mattinata si svolse nelle aule a studiare.
Dopo il pranzo la sorvegliante battè le mani e tutte le ragazze si diressero in fila verso la porta della stanza. Una luce di libertà brillava nei loro volti e quando tutte si ritrovarono nel piccolo giardino che serviva come luogo di ricreazione, le ragazze sembrarono eccitate e subito formarono gruppi ciarlieri e divertiti.
Annalisa, isolata, le guardava, spiava le risate di scherno, capì che non avrebbe avuto da loro nessun segno di amicizia, di cameratismo. Era nuova, e sentiva che non sarebbe stata accettata subito, del resto non ne aveva nemmeno lei voglia.
– Mi chiamo Claudia – disse timidamente una voce alle sue spalle. Si voltò e vide una ragazza che le tendeva la mano e che lei non rifiutò.
Annalisa la guardò cercando di indovinare se anche lei avesse preso parte all’orgia di quella notte, se anche lei aveva preteso di farsi leccare dalla nuova arrivata, ma non riuscì a definire lo sguardo della sua compagna, a capire se era ipocrita o sincera. Restò all’erta.
– Cosa ti hanno fatto questa notte? – chiese Claudia con gentilezza. – Trovano sempre qualcosa di terribile per le nuove arrivate. –
Annalisa non rispose, si guardò attorno, per indovinare i pensieri, cercando di capire perchè Claudia era venuta, spontaneamente, troppo forse, a parlarle. Ma non riuscì a vedere che sguardi aggressivi, pieni di odio.
Un’altra ragazza passò accanto a Claudia.
– La regola, Claudia! – mormorò, poi se ne andò verso il suo gruppo, girandosi in tempo per vedere Claudia che alzava le spalle e l’espressione interrogativa dell’altra.
Annalisa guardò la sua nuova compagna cercando di capire cosa mai volesse dire quello strano messaggio che le era stato quasi sussurrato nell’orecchio, furtivamente.
– Quale regola? – chiese innervosita.
– Oh, non arrabbiarti! – le rispose Claudia, con indifferenza. – è un’altra delle idiote invenzioni delle anziane. La regola vuole che per una settimana non si deve rivolgere la parola ad una nuova arrivata. –
– Ah! – disse Annalisa che ora capiva perchè nessuno le aveva parlato. – Ma cosa si rischia quando non si osserva la regola? –
Claudia sorrise.
– Un pegno, un biasimo, una sanzione – riprese. – Ma ho l’impressione che con me non oserebbero. –
Annalisa avrebbe voluto sapere perchè e parlare ancora con quella ragazza che ora le pareva veramente sincera, ma la sorvegliante battè le mani, dando così il segnale di rientrare.
Il resto della giornata passò abbastanza tranquillo.
E venne la notte.

Era di nuovo nuda davanti alle incappucciate silenziose e il suo corpo che portava ancora i segni delle frustate rabbrividì. Riconobbe la grassona e scoprì nei suoi occhi la stessa scintilla sadica della notte precedente. La ragazza sembrava più sicura che nel pomeriggio, come se bastasse un cappuccio per sentirsi possedute da una forza soprannaturale.
– Sarai sottomessa alla seconda parte dell’iniziazione – disse quella che sembrava essere il capo della banda. – E sarà l’ultima se ti mostrerai coraggiosa come ieri. –
Annalisa ebbe voglia di ridere. Quell’aria di sufficienza la divertiva e non si spiegava come quelle ragazze, che non erano certo più anziane di lei, potessero spingersi fino a quel punto.
La cerimonia ebbe inizio.
Annalisa fu liberata per un attimo quando due ragazze le si misero a fianco per sorvegliarla. La grassona prese un paniere profondo posto accanto al muro, passò in mezzo alle compagne e ognuna depose qualcosa nel cesto. Poi lo coprì con uno straccio e Annalisa potè vedere sporgere tante cordicelle. La grassona depose il cesto di fronte ad Annalisa, a qualche centimetro di distanza.
– Tira una delle cordicelle – ordinò la capo del clan, con un gesto solenne del braccio.
Annalisa esitò, trovava divertente quel gioco e voleva sapere cosa c’era all’altra estremità delle cordicelle, ma allo stesso tempo avvertiva una certa ansia e uno strano senso di angoscia pervaderle il corpo.
Ne scelse una e tirò con forza, estraendo tanti oggetti diversi che caddero sul pavimento di terra battuta. All’estremità della sua cordicella era attaccato un oggetto pesante. Lo guardò sorpresa, e gli occhi le si dilatarono per la paura.
La grassona afferrò il grosso pene finto e lo sollevò al di sopra della testa per mostrarlo alle altre.
Era un affare enorme, ben più grosso di una verga in erezione, ma con il glande gonfio e con piccole protuberanze sparse un po’ dappertutto. Era molto più lungo di un pene normale e sembrava particolarmente minaccioso, aggressivo, spaventoso. La grassona mostrò l’oggetto ad Annalisa con uno sguardo malizioso di viziosa soddisfatta.
La vittima capì allora che intendevano infilarle quel membro enorme nella vagina e le vennero i sudori freddi, tremò pensando all’effetto di quella penetrazione.
Si lasciò trascinare, inebetita, fino in fondo al sotterraneo e si trovò davanti ad uno strumento di tortura più strano della gogna della vigilia. Una specie di cavallo senza maniglie da palestra, montato però su una bassa cassapanca di legno. Ai lati pendevano grosse corregge di cuoio nero. Nel suolo, ai quattro lati dell’aggeggio, erano fissati grossi e pesanti anelli di ferro arrugginito.
Annalisa si sentì spingere e fu costretta a mettersi con il ventre contro il cuoio ruvido e imbottito dell’attrezzo e a schiacciare il viso e le mammelle contro l’estremità superiore.
Il capo clan battè le mani.
Le legarono i polsi agli anelli infissi al suolo e, slargate le gambe, fissarono anche le caviglie. Quindi passarono le corregge sopra la sua schiena e la bloccarono definitivamente sopra l’attrezzo di tortura. Non poteva muovere più un muscolo e si sentiva più inerme e vulnerabile che mai. Il suo sedere era offerto, aperto, senza pudore, senza dolcezza. Le labbra della vagina erano slargate e rabbrividì di vergogna più che di dolore, sapendo che in quel momento tutte le incappucciate fissavano la sua intimità, senza pudore, forse con desiderio.
L’enorme membro artificiale apparve davanti al suo viso, minaccioso, tenuto da una mano femminile curiosamente contratta sul fallo, come se il semplice contatto con quell’arnese fosse sufficiente a dare eccitazione, come se quel coso mostruoso facesse parte del corpo stesso.
Vide che il pene era fatto di gomma dura e quando l’estremità del glande, con una piccola fenditura, si spinse contro le sue labbra senza violenza, si lasciò penetrare senza difficoltà, ma dovette forzare la bocca a spalancarsi fino a farsi dolere le mascelle perchè l’arnese riuscisse a infilarsi. Lo sentì scivolare sulla lingua, sfregare il palato, urtare la gola, spingere per introdursi ancora, temette di soffocare, boccheggiò annaspando, tossì: quel fallo mostruoso sembrava volesse arrivarle fino all’esofago.
Annalisa comiciò a sussultare mugolando impazzita, si tese tutta stirando le gambe, credette di stare per morire…
Finalmente il fallo fu tirato un po’ indietro e potè inspirare rumorosamente un po’ d’aria nei polmoni, le veniva da vomitare e le faceva male la gola, ma la ragazza incappucciata non le diede tregua e cominciò a muovere il membro finto nella sua bocca con piacere, come se quell’affare stantuffato senza pietà fino in gola, le procurasse un piacere crescente, quasi un orgasmo. Poi ritirò il membro bagnato e lo tese ad un’altra ragazza che guardò Annalisa con gli occhi che brillavano di felicità.
La vittima restò con la bocca spalancata credendo che le avrebbero infilato di nuovo il pene tra le labbra. Ma vide la seviziatrice andare verso la parte posteriore del suo corpo, passare sopra la gamba sinistra fissata all’anello e installarsi fra le sue cosce spalancate, tremanti. Sentì che il membro si incollava al sesso e stava per penetrarla con violenza, capì che la giovane incappucciata non l’avrebbe certo risparmiata e avrebbe esercitato sul suo corpo tutta la volontà distruttrice di cui sembrava animata, chiuse gli occhi tremando e si preparò al peggio.
In effetti il glande gigantesco premette contro la vagina, scartò le labbra e sfregò vigorosamente il clitoride. Ma la penetrazione si arrestò lì e l’affare mostruoso uscì dalla sua carne sfiorandola. L’umidore del manganello che aveva appena leccato le procurò una piacevole sensazione che non durò molto.
Il capo della combriccola battè ancora una volta le mani, pronunciando un “Ora! ” autoritario, definitivo.
Subito la forma fallica si appuntò contro il sedere di Annalisa, scivolò brutalmente nel solco e si fissò tra le sue natiche, proprio al centro del suo culetto, sull’ano contratto.
Annalisa, capendo solo in quel momento quello che quelle sciagurate stavano per farle, si tese tutta terrorizzata, cominciò ad urlare ma in quella maniera fece godere quelle ragazze che provavano uno straordinario piacere nel vederla già soffrire ed agitarsi come una bestia impotente che stava per essere immolata per la soddisfazione del clan. Si contorse spasmodicamente e si rese conto che in quel modo non riusciva che a farsi martirizzare i polsi e le caviglie strette dalle corde. Si calmò. Il glande strofinava appena l’ano strettissimo, tutto contratto dal terrore e approfittò per riposare un momento.
Violentemente il fallo la urtò e si inserì un poco nel buchetto restio facendola soffrire atrocemente. Fino a quel giorno, nessuno aveva mai sfiorato il suo posteriore.
Le ragazze si resero subito conto della difficoltà che l’arnese avrebbe incontrato per affondare nel sedere della vittima. Il membro non era stato lubrificato che dalla saliva ormai quasi asciutta di Annalisa e l’incappucciata spinse ancora con sadica ferocia fino a quando il glande slargò progressivamente FINE

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