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Il riscatto di Antonella

Valerio fermò l’auto nella pineta e discese sulla sabbia ricoperta di aghi di pino. Si avvicinò allo stagno dove si rifletteva la luna ed a passi lenti e le mani nelle tasche dei pantaloni di lana bleu costeggiò l’argine.
Era alto, asciutto, il suo viso rifletteva un aspetto maschio, un po’ crudele.
Non si sentiva altro rumore all’infuori di quello degli aghi di pino che secchi dal sole scricchiolavano sotto i suoi passi.
Si fermò vicino ad una piccola capanna di legno col tetto ricoperto di lichene. Una sola porta senza battente. La luna, posta di fronte, rischiarava l’interno. Una tavola rustica e due panche dove brillava la sabbia portatavi dal vento.
L’uomo si appoggiò contro lo stipite ed ascoltò la notte. Ad un tratto, da lontano, si sentì il rumore di un motore, la luce dei fari apparì, poi scomparve, poi il silenzio.
Bentosto apparvero due forme lungo lo stagno, che procedevano in direzione della capanna. Un uomo, di media taglia, vestito di scuro e una donna, avviluppata in un mantello con cappuccio nero. I due giunsero vicino a Valerio che, silenzioso, baciò la mano tesa della donna dove brillava una fede matrimoniale. L’uomo, dai capelli grigi, gli strinse la mano, si presentò:
– Moroni. –
– Molto lieto! – rispose Valerio.
Tutti e tre penetrarono nella capanna e sotto il cappuccio, Valerio distinse i tratti fini d’una giovane donna sui trent’anni, il viso molto dolce e gli occhi che luccicavano di uno strano bagliore.
Essa guardò intensamente Valerio, poi, lentamente si voltò e andò nell’ombra della capanna dopo aver deposto sul tavolo alcuni oggetti che teneva nascosti.
Valerio si avvicinò ed accarezzò il cuoio di un frustino flessibile, d’uno scudiscio dalle lunghe corregge, dei braccialetti di cuoio ai quali erano fissate delle corde. Poi si tolse il pullover ed offrì il dorso nudo, muscoloso. Fece scivolare il pantalone e come un atleta mostrò la sua maschia nudità: il suo ventre piatto, il suo pube peloso dove pendeva una verga lunga e massiccia che riposava su due coglioni rotondi e gonfi. Afferrò lo scudiscio e lo provò, facendolo sibilare nell’aria tiepida.
Moroni si era seduto nell’ombra su una panca e guardava Valerio che nel frattempo aveva respinto la tavola e lanciato le corde dei braccialetti al di la di una trave.
– Antonella! –
La donna fremette all’appello del marito, buttò indietro il cappuccio e Valerio vide meglio il suo viso. Ella avanzò sotto la trave, guardò Valerio poi suo marito e con gesto brusco si tolse il mantello.
Era nuda. Solo un paio di calze a rete inguainavano le sue gambe splendide, i piedi piccoli calzavano due scarpe di vernice con tacchi alti. Una groppa opulenta emergeva, rotonda, carnosa, nuda, bianca. La vita si assottigliava, prolungandosi per il busto marmoreo, sul quale spiccavano due grossi seni rotondi leggermente pendenti, con dei capezzoli erti bruni con un aureola scura. Sulla testa aveva un piccolo nastro di velluto nero che le stringeva i capelli biondi in una crocchia morbida e ondulata.
Valerio contemplava, ammirato, lo spettacolo delizioso e voluttuoso. Gli occhi della donna, invece, guardavano il ventre dell’uomo, dove, sotto l’eccitazione, la verga cominciava a erigersi, enorme, la più grossa che ella avesse mai potuto immaginare; un randello di carne bianca, rigonfio in mezzo, che si assottigliava un po’ alla base con un glande lungo e largo, sporgente, di carne purpurea.
Di già Valerio le era vicino e delicatamente prendeva i polsi e li fissava, alzando le braccia carnose, ai braccialetti. Le corde scivolarono sulla trave, sollevarono le braccia e bentosto la donna si trovò in trazione illuminata dalla pallida luce lunare che entrava dalla porta. Il pube biondo leggermente prominente formava una macchia sotto il ventre candido.
Valerio fissò le corde che la sostenevano in modo che lei, solo issandosi sulle punte dei piedi, poteva alleviare un poco lo sforzo della trazione sostenuta dalle braccia e le spalle, poi avvicinandosi alla donna, le accarezzò con le mani le carni offerte.
Essa lo sentì contro di se, con la verga eretta che le batteva sul ventre o sulle natiche a secondo che lui le accarezzasse il corpo davanti o dietro. Egli conosceva le carezze sapienti, i punti sensibili dove farle, i centri d’eccitazione di un corpo femminile.
Le baciò le labbra con un lungo bacio lascivo che la fece gemere, poi le afferrò i capezzoli, stirandoli con la bocca e succhiandoli.
Si sollevò prese nelle sue mani i seni offerti e lentamente, con gli occhi fissi negli occhi della donna, cominciò a stringerli nelle sue palme, a tirarli e a palpeggiare i globi carnosi. Talvolta, tenendo i seni per le punte, li faceva urtare l’uno contro l’altro, ascoltando il rumore delle carni gonfie e spiando sul viso ansioso di Antonella le contrazioni mute di sofferenza che egli sentiva salire. Ella resisteva.
Moroni, silenzioso, con gli occhi lucidi di voluttà, guardava il corpo di sua moglie torcersi dolcemente fra gli ostacoli.
A poco a poco dei gemiti sordi si levarono nella capanna, mentre il corpo sembrava preso da spasimi nervosi. Valerio tirava pizzicandoli i capezzoli esangui, i seni si tendevano, lisci come due coni sotto la trazione intensa.
Allora essa gridò.
Valerio ebbe un rantolo di soddisfazione e lasciò ricadere le due mammelle, strinse la donna e le morse le labbra afferrandola per i fianchi palpitanti e aspirando l’ansito del suo petto, poi la sua bocca discese sui seni e di nuovo martirizzò i capezzoli con piccoli morsi, aspirando con forza la carne delicata, riempiendosi la bocca fino alla gola e facendo rantolare la donna, convulsa.
Infine Valerio si alzò, andò a prendere lo scudiscio, si mise sul fianco, il braccio alzato si abbassò trascinando le corregge che si schiacciarono sul petto di traverso lasciando lunghi segni sulla carne.
Un grido, subito represso, un sobbalzo del corpo appeso, una danza lubrica delle carni scosse da fremiti spasmodici, la bellezza del dorso, splendido, oscillante nella luce lunare.
Il braccio infaticabile fustigava con precisione quei dolci oggetti, fatti per le carezze.
Colpendo dal basso in alto egli sollevava i globi, mentre dalla gola di lei uscivano dei gemiti di donna torturata ed il corpo si torceva in una danza voluttuosa.
Moroni guardava con intensità quello spettacolo allucinante, egli indovinava quello che sua moglie doveva sentire sotto i colpi, ma bisognava ch’ella soffrisse affinchè quell’assegno falsificato che si doveva trovare nelle tasche di Valerio, in quei vestiti negligentemente buttati sulla tavola, ritornasse nelle sue mani.
Ed i seni ballonzolavano in tutti i sensi, malgrado il loro peso e la loro massa, e Valerio si eccitava e fustigava a tutto andare mentre la donna rantolava sotto il bruciore ardente che si irradiava dal suo seno torturato. Cosa importavano le grida in quel luogo deserto ad alcuni chilometri dalla città? Chi avrebbe potuto immaginare che in quel capanno di caccia una donna flagellata si torceva di dolore davanti ad una mano impassibile, pagando con la sua onta i debiti del marito.
Dopo un tempo che a lei parve interminabile lui si fermò, leggermente ansante, e vedendo ingrandire gli occhi della donna, spiando la traccia delle lacrime sul suo viso e sul suo petto pieno di striature rossastre, le si avvicinò nudo contro il il busto bruciante e le baciò le labbra gementi.
Sotto le sue dita egli sentì le tumefazioni che gonfiavano la carne satinata di inumerevoli strisce testimoni della fustigazione atroce.
La sua verga eretta si schiacciava sul ventre fremente di lei, la quale la sentiva e tentava di scostarsi. La sua mano si posò sul pube, scandagliò il pelo, allargando le labbra del sesso umido e caldo, compiacendosi a sfiorare le carni indifese.
Poi si ritirò, si pose dietro di lei e le palpò le natiche che si torcevano nude tentando di evitare i suoi tocchi. Nella notte si udirono alcune sculacciate sonore, poi alcuni lamenti perchè, come per i suoi seni, Valerio maltrattava le carni preparandole al castigo che voleva infliggerle. Un dito inquisitore sfiorò l’ano in fondo al solco profondo e caldo, lei si irrigidì, tendendosi disgustata, nello sforzo di sfuggire a quella carezza contronatura.
Il dito spinse leggermente mentre lei ansimava, poi più decisamente, infiltrandosi nel pertugio e facendo emettere alla donna uno strillo di dolore e di dolorosa sorpresa. Quella presenza dentro di lei le provocava un fastidio mai provato e un bruciore intollerabile.
Valerio aveva introdotto solo la prima falange del dito indice, era di una strettezza incredibile e sentiva il suo dito stritolato dalle contrazioni dell’ano.
Tolse il dito e immerse la sua verga rigida fra i globi, sfiorando col glande il buchetto e con una voglia folle di violare la verginità di quegli intestini, ma si trattenne, non era ancora il momento.
Poi riprese lo scudiscio.
Di nuovo, con un sibilo, le corregge si abbatterono sulle carni bianche.
Egli colpì con forza e velocemente con colpi precisi, avviluppando la massa opulenta delle sue natiche sotto i colpi del cuoio flessibile.
Ella gemette mordendosi le labbra e cercando di resistere a quel male che le stava facendo infiammare il culo. Le corregge s’immergevano nella carne e Antonella rantolava per la sofferenza, il calore intenso che irradiava la sua groppa le faceva emettere dei lamenti soffocati a stento dalla sua volontà di non dare soddisfazione al suo torturatore. Il sedere danzava, splendido, le coscie si aprivano e si chiudevano incontrollate e Moroni vedeva, davanti ai suoi occhi, la più splendida danza del ventre che si possa immaginare.
Ad un tratto la donna lanciò un grido acuto, la bocca le si spalancò, i suoi occhi si rovesciarono, il suo corpo, per un istante rimasto immobile, sussultò in una torsione inaudita.
Valerio, lasciato lo scudiscio, aveva preso il frustino e lo aveva abbattuto di traverso sulle natiche della donna. Aveva colpito forte e già una riga profonda marcava i due globi di carne. Il braccio si alzò di nuovo e il frustino si abbattè nuovamente sulla donna all’attaccatura delle natiche facendola sobbalzare e gridare istericamente. Egli continuò a dare colpi su colpi sulla parte inferiore della schiena, sulle natiche e sulla parte superiore delle cosce.
Antonella ormai urlava senza più trattenersi, il suo corpo sussultava e si agitava in tutti i sensi cercando di sfuggire a quei colpi che la stavano massacrando. Un dolore inaudito si irradiava dalle parti colpite.
– Basta! … Vi prego Basta! … –
Il grido le era sfuggito, alla fine, incontrollato e lei stessa subito se ne pentì. Non voleva dare questa soddisfazione a quell’uomo.
Valerio si fermò sorpreso e dopo un attimo di riflessione che a lei sembrò lunghissimo, le diede un ultimo colpo di una violenza inaudita, che le fece emettere un grido prolungato di agonia, mentre il suo corpo tremava e si torceva incontrollato per il dolore che le era arrivato dritto al cervello.
Lui gettò il frustino in un angolo quindi si pose dietro a lei che sentiva la verga enorme scivolare per tutta la sua lunghezza fra i globi delle sue natiche martoriate che sussultavano per il dolore dello sfregamento. Le palpò i seni da dietro ancora brucianti.
Moroni si alzò e in ginocchio davanti a sua moglie le fissò alle caviglie due braccialetti di cuoio, baciandole le coscie e il pube, poi fissò due corde ai braccialetti e ad una ad una si mise a tirare, obbligando la donna ad allargare le gambe.
Come un’X di carne la femmina si offrì magnifica nel chiarore lunare. Valerio le liberò i polsi ed avvicinò la tavola rustica. Fece chinare Antonella in avanti che gemette esaurita e ripiegò la testa sulle proprie braccia incrociate sulla tavola. Ma le caviglie bloccate le impedivano di chiudere le coscie.
China in avanti, offriva agli occhi di Valerio la visione deliziosa della sua groppa passiva, allargata, dove si intravedevano le labbra del suo sesso e il buchetto dell’ano quasi invisibile tanto era stretto.
Con le dita lui le carezzò il sesso poi, frugando fra i suoi abiti, prese una lampada tascabile e chinatosi dietro la donna, l’accese.
Ebbe allora la chiara visione dell’intimità della donna, la quale fece oscillare la groppa superba, come se cercasse di sfuggire allo sguardo lubrico di Valerio, mentre i suoi muscoli si tendevano invano per chiudere le coscie, cosa impedita dalle caviglie bloccate.
Valerio contemplò l’ano strettissimo a lungo, immaginò la violenza che voleva farle subire e godette mentalmente di questo mentre il suo cazzo rigido palpitava imperiosamente.
Allora si alzò, spense la lampada e la ripose, quindi andò a collocarsi contro la donna curvata sulla tavola e con gli occhi chiusi. Subito dopo lei sentì la verga battere contro il suo sesso, un gemito sordo, una torsione del corpo, uno scatto in avanti, un grido e la verga penetrò dentro di lei toccando il fondo della vagina.
Cinque centimetri almeno non poterono penetrare nel suo ventre tanto il membro era lungo.
Le carni distese mordevano la verga dalle vene sporgenti. La donna mugolava per il dolore della penetrazione e si mordeva le labbra per non gridare.
Di fronte a Valerio, seduto sulla panca, Moroni guardava con una stretta al cuore il possesso di sua moglie.
Valerio fece scorrere nel ventre palpitante la sua carne gonfia, praticando un coito lento che gli permetteva con una rotazione del ventre, di scandagliare tutte le pieghe intime del sesso contratto sulla sua verga.
La donna cominciò a essere presa da un vago senso di desiderio e di lussuria e rantolò, vergognandosi di questo, ma istintivamente si tese per favorire la penetrazione che continuava a essere comunque dolorosa per le dimensioni di lui.
Rilassò i muscoli e poi li strinse sulla carne che la lavorava nella parte più profonda e intima della sua persona. Si offrì, sperando almeno di provare meno dolore se non proprio piacere, al possesso e Valerio, con un va e vieni regolare, accarezzava intanto con le dita le grandi labbra abbandonate alla sua lussuria.
Egli resistette al piacere che sentiva salire, il suo dito si mise ad accarezzare il clitoride ormai rigido di lei accelerando la voluttà che sentiva montare nel corpo della donna, sentì salire rapidamente il violento spasimo, la sentì gemere tutta e contorcersi e contrarsi sulla verga come per fermare un movimento inesorabile che voleva impedire.
Valerio strinse i denti, ritirò il suo dito dalla clitoride, posò le sue mani sulle natiche tremanti e uscì da lei che rimase boccheggiante e sorpresa.
La sentì gemere disperata per non essere riuscita a raggiungere l’orgasmo che sentiva ormai vicino. La donna ormai in fregola si agitò cercando di riacciuffare il palo che l’aveva abbandonata, rantolava senza sosta. Egli resistette al godimento e sculacciò le natiche piene, lascive e offerte.
Lasciò che lei si calmasse poi appoggiò il cazzo sull’ano.
Il glande lo coprì tutto debordando largamente sull’orifizio pieghettato.
Antonella indovinò la violenza orribile che l’attendeva e si rialzò.
– No! … Questo NO! … Giacomo ti prego! –
Moroni si alzò, venne dall’altro lato della tavola, afferrò al di sopra i polsi di sua moglie e la curvò in avanti. La groppa si tese, salì, il glande si posò di nuovo sull’ano.
Un rantolo d’impotenza uscì dalla gola di Antonella, Valerio afferrò a piene mani le natiche di lei, si piazzò bene, si arcuò, respirò, poi con forza spinse la sua verga contro il culo.
I fianchi della donna si contrassero, la sua testa abbassata si alzò, i suoi occhi sembravano ingrandirsi sotto l’effetto di una angoscia intensa. La sua bocca si spalancò e un grido, un solo grido inumano, profondo e stridente insieme, ma che non finiva più, uscì mentre Moroni vedeva il ventre nudo di Valerio che, con un movimento lento, inesorabile, penetrava sempre più nell’intimità anale della donna.
Antonella, impalata, sentiva scivolare in se la verga smisurata, mentre un dolore atroce si dipartiva dal suo ano disteso che, come una gola, inghiottiva la carne rigida del maschio alle sue spalle.
Il glande era già scomparso nel suo deretano e con lui alcuni centimetri di carne. Il rigonfiamento a centro della verga forzava di nuovo i muscoli sfinterici, distendeva all’estremo limite la bocca stretta del suo ano vergine fino a quella sera, e scivolava, scivolava… Oddio, ma quanto era lungo! …
Alla fine l’ano si richiuse a poco a poco su quella colonna di carne, sentiva le sue natiche schiacciate dal pube di lui, era tutto dentro!
Il dolore era disumano credeva di svenire da un momento all’altro, stranamente era come se le fosse arrivato in gola ne sentiva addirittura lo strano sapore in bocca e le salirono conati di vomito.
Valerio lasciò riposare i propri muscoli tesi per lo sforzo di quella introduzione. Era lo sfintere più stretto che gli fosse mai capitato di sfondare. Sentiva le contrazioni dell’ano della donna serrargli la verga come in una morsa.
Passò un dito attorno allo sfintere che circondava la sua verga e sentì dell’umido, si portò il dito al naso, lo annusò e poi lo leccò percependo il gusto dolciastro del sangue. Le aveva spaccato l’ano e la sentiva sotto di se piangere sommessamente e gemere. Egli accarezzò con le sue dita nervose le natiche tremanti, i fianchi e il ventre come se cercasse di sentire attraverso le carni la sua verga all’interno di lei.
Poi le palpò i seni sotto il petto come due otri pieni e duri stringendo i capezzoli ancora indolenziti e rigidi. Quindi si rialzò, e con le mani posate sulla groppa tesa rinculò, guardando attraverso la luce bluettata della luna la sua verga che usciva dal culo della donna. La ritirò fino al glande, assaporando lo strofinamento potente dei muscoli rettali che lo stringevano, poi la spinse con forza di nuovo dentro fino in fondo.
Un nuovo urlo si levò dalla donna che giaceva con la testa sul tavolo e che ormai si trovava immersa in un lago di dolore.
– Muoio! … Vi prego non resisto! … Uscite! … Aaiih! … NO! … NON VOGLIO! … Aaah! … Aaah! … Aaah! … –
Ora Valerio la stava sodomizzando con forza, con spinte violenti e regolari che facevano uscire la verga per più di metà per poi infilarsi nel suo retto martoriato fino in fondo. La teneva per i fianchi e lei urlava ad ogni affondo.
Piangeva a dirotto, le lacrime le bagnavano il volto e sgocciolavano sulla tavola, teneva gli occhi chiusi sperando che quel martirio finisse presto. Stringeva i muscoli dell’ano nel vano tentativo di espellere quella sbarra infuocata che le stava procurando il dolore più tremendo della sua vita. Neanche quando aveva partorito aveva provato un dolore così atroce.
Le fitte le partivano dall’ano e si spandevano per tutto il corpo arrivando perfino alle dita contratte dei piedi e soprattutto al cervello in ondate incessanti. Gemeva e guaiva come un animale ferito e ad ogni affondo lanciava un urlo disperato. Disfatta e distrutta si augurava solo che quella cosa atroce e sconcia finisse presto.
Per sua sfortuna la cosa non finì presto.
Valerio la sodomizzò a lungo alternando movimenti lenti e dolorosissimi a violente spinte veloci, alcune volte usciva il membro completamente per sfondarla nuovamente con cattiveria e lei urlò, si dibattè cercando di sfuggirgli, e si lamentò per tutto il tempo.
Alla fine Antonella non aveva più voce per urlare e ormai disfatta emetteva solo un lamento continuo misto a singhiozzi. Una voluttà intensa intanto saliva in Valerio, lasciò la groppa e solo la verga lo riuniva ormai al corpo urlante di lei mentre la impalava con violenza dilaniandole l’ano. Godeva della violenza che stava infliggendo alla moglie di quell’uomo che continuava a fissare inebetito la scena.
La donna sentiva battere la verga mostruosa in fondo ai suoi intestini. I colpi profondi risuonavano nella sua testa. Un rantolo ininterrotto sfuggiva ormai dalla sua gola infiammata per il troppo urlare. I suoi polsi si torcevano nelle mani di suo marito. Cercò di distendersi tutta verso il maschio allargando le natiche per cercare di alleviare quel tormento. Valerio accelerò la cadenza dei colpi e un rumore lubrico si levò dominando l’ansare del maschio e i rantoli incontrollati della femmina.
Poi venne lo spasimo terribile, l’uomo non resistette più sentendo salire dentro di se l’orgasmo inarrestabile; la inculò a grandi colpi profondi e rudi strappandole altre urla, le gambe gli ballavano, le sue mani tremavano, dei rantoli profondi uscirono dalle sue labbra, ormai sentiva la donna annientata. Con una spinta finale si immerse completamente nel culo di lei ormai vinto e con un rantolo inumano di voluttà venne, lasciando zampillare dentro il suo retto lo sperma a lungo trattenuto. Curvo su di lei, pizzicandole le mammelle gonfie, mordicchiandole il collo carnoso, gustò la voluttà suprema di sentire lo sperma sfuggire dal suo corpo con spruzzi violenti.
Rimasero entrambi ancora un po’ attaccati, lui ansante e lei piangendo sommessamente.
Moroni era andato a risedersi all’ombra. Valerio poi si rialzò, sempre piantato nel culo della donna, accarezzò il corpo ancora palpitante, agitando la verga ora dolcemente nel di lei intestino.
Frattanto, la luna, abbandonando la capanna si era nascosta dietro la cima dei pini, facendo immergere la stanza in un’ombra densa e scura.
La verga si rimpicciolì e Valerio la estrasse dall’ano sanguinante della donna che emise un gemito. Lei sentiva ancora il buco aperto, che non riusciva a contrarre senza fitte acute che le strappavano le lacrime, mentre l’aria fresca leniva un po’ il suo bruciore, rimase prostrata sulla tavola incapace di fare un movimento e piangendo sommessamente.
Moroni si alzò, uscì. La luce esterna rischiarò per un momento il viso tormentato dell’uomo.
Dopo qualche minuto Valerio fu al suo fianco, in silenzio, rivestito. Egli tese un foglietto a Moroni che lo prese lentamente e lo fece scivolare in tasca.
– Noi siamo pari. – mormorò Valerio – Nessuno saprà mai ciò che è successo prima… e dopo… –
– Grazie. – mormorò stancamente Moroni.
Valerio esitò un momento, poi strinse la mano all’uomo e si allontanò nella notte dirigendosi verso la sua auto. FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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