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Il tradimento di Grazia

Nascosto nell’ombra di un portone, sotto una pioggia fastidiosa, Franco vide la lunetta sopra il portoncino della casetta a due piani, a qualche decina di metri di fronte a lui, illuminarsi.
Qualcuno stava scendendo le scale.
Dopo qualche secondo, la luce proveniente dall’interno del portone che si apriva, illuminò per un attimo la figura di un uomo che usciva. L’uomo chiuse con cura il portoncino alle sue spalle, si guardò in giro e poi si allontanò nel buio sotto il rumore della pioggia che continuava a cadere lavando le strade.
Ora Franco ne era sicuro e la certezza lo rese furente.
Grazia era la sua donna e nessuno poteva permettersi di portargliela via.
Il loro era un rapporto strano, Grazia era vergine quando lui l’aveva presa la prima volta, ma non era mai riuscito a ottenere amore da lei. Sentiva, anzi sapeva, che la ragazza lo subiva, ma aveva sempre sperato che l’indifferenza si placasse, che un giorno l’avrebbe avuta come lui la voleva.
Era la sola donna che, nel suo modo egoistico, aveva amato e se nei momenti di desiderio violento l’aveva soggiogata con la forza, con la volontà di distruggerla quasi, poi se ne era sempre pentito. Anche quando la umiliava a letto, Grazia non reagiva, lo subiva con sofferta rassegnazione, senza collaborare affatto. E dopo lui si sentiva sconfitto.
Per il resto la trattava bene: appartamento, denaro, divertimenti.
E adesso quell’uomo l’aveva. Franco era convinto che Grazia gli si fosse concessa di spontanea volontà. Forse lo amava veramente. Quel pensiero gli tolse ogni patina di cortesia, e le sue mani anelavano serrare una morbida gola. Avrebbe punito Grazia, poi sarebbe stata la volta dell’altro. Così la sua sconfitta sarebbe stata vendicata. Poi avrebbe trattato Grazia senza più cerimonie, senza più gentilezza.
Erano dieci giorni che non andava da lei, e se ne era astenuto pensando che quell’intervallo potesse giocare in suo favore, far sentire alla ragazza qualcosa per lui. Nel pomeriggio aveva provato un’ondata di desiderio di rivederla, e adesso quel desiderio era sadico, perchè lui sapeva che, durante la sua assenza, Grazia non solo non si era avvicinata a lui, ma se ne era staccata completamente.
Chiuse gli occhi per un lungo istante, poi trasse un profondo respiro e, sotto l’acqua che cadeva ora più forte, attraversò la strada, percorse i venti metri che lo separavano dall’abitazione di lei e bussò. Uno scatto metallico e il portoncino si aprì. Salì le scale.
Grazia gli aprì la porta e Franco ebbe l’impressione che la ragazza non lo avesse accolto con molta simpatia, l’infelicità era scritta nei suoi occhi nocciola. I lunghi capelli biondi erano piegati in dentro sulle spalle, e i lineamenti erano decisi e regolari. A parte la sua bellezza fisica, la ragazza aveva una certa aria di dignità e di gentilezza. Il suo corpo nel vestito di lana grigia era sottile e ben fatto, senza curve troppo provocanti. Franco la guardò, era adorabile.
– Ciao, Grazia – le disse. – Stavi aspettando qualcun altro? –
– Si capirai, ricevo tante visite io – gli rispose scherzando. Si era ripresa completamente.
– Pensavi che dovesse arrivare, forse, il nostro amico Roberto – le disse malignamente.
Grazia girò la testa verso di lui, era impallidita e la compostezza appena recuperata l’aveva abbandonata di nuovo.
Lo sguardo di terrore della donna gli disse tutto. Lui era senza fiato, con i nervi scossi. Sedette su una sedia e continuò a guardarla.
Franco riconosceva a Grazia un’istruzione superiore, qualità intrinseche. Tutte cose che a lui mancavano. Non sarebbe mai stato un “gentiluomo”. E in quelle ultime ore si era arrovellato il cervello pensando alle cose che in lui mancavano, alle qualità che non aveva mai posseduto. Roberto, invece, le possedeva, questo era il punto. Il complesso di inferiorità di Franco era accentuato. A che servivano l’autorità che esercitava sul posto di lavoro, la durezza, il denaro, se gli mancava l’educazione di Roberto?
– Che diavolo vuoi dire? – gli domandò Grazia, che non riusciva a controllare il tremolio della voce.
La faccia di Franco era una maschera di furore. La paura di lei gli diceva fin troppo.
– Lo sai benissimo – disse sottovoce. – Ho controllato i vostri movimenti, Grazia. E non mi sono piaciuti neppure un poco. –
Lei aveva strabuzzato gli occhi dal terrore. Cercò di mantenere le idee chiare. Ma non nutriva che paura e odio per Franco e amore per Roberto.
– Dunque ti piace, il nostro piccolo farabutto, eh? Ha classe lui, vero? Quella che piace a te, Grazia. Ma io non ce l’ho, è così, Grazia? –
La sua voce era minacciosa, tagliente come un rasoio.
– Quante volte è stato qui, Grazia? … Che cosa è per te? E tu… tu come sei a letto con lui, eh? –
Aveva alzato la voce e la seguiva per la stanza, man mano che lei indietreggiava.
– Se mi tocchi, griderò tanto da far saltare il tetto. – disse Grazia. Ma quando le si avvicinò, il grido non uscì.
– Rispondimi! – urlò infuriato. – Che cosa c’è fra voi due? –
Grazia non era in grado di emettere un suono e per punirla del suo silenzio le mollò un manorovescio sulla bocca.
– Rispondimi! … Rispondimi! … – urlò Franco facendo partire il secondo schiaffo.
La paura che Grazia aveva di quel bruto durava da tanto che poteva o continuare per sempre, o mutarsi improvvisamente in ribellione.
– Ci amiamo! – gli gettò in faccia.
Franco indietreggiò come se fosse stato colpito da una scudisciata. I suoi occhi duri balenarono di orrore, odio, incredulità. Infine covarono solo odio.
Rimase immobile, il corpo teso, come se da un momento all’altro dovesse cominciare a batterla o a tirarle calci fino a ridurla una massa di polpa.
– Come è cominciato? – alitò.
– Ci siamo incontrati in un caffè – disse Grazia in preda ad una fredda rabbia.
– E lui quando ti ha chiavata la prima volta, eh? Quando te lo ha messo dentro, quel suo cazzo eccitato? –
– La prima notte – gli lanciò Grazia. – Abbiamo fatto l’amore subito, la prima notte, perchè eravamo già innamorati. – Aveva contratto gli occhi. Ora che si era ribellata, non poteva tornare indietro e sapeva che ogni sua parola era una pugnalata per Franco. – L’ho condotto qui, a casa mia, – disse con gli occhi fiammeggianti. – E abbiamo fatto l’amore molte volte. è stato meraviglioso, Franco. Non come la tua masturbazione in me, Franco, mentre io ti odiavo. No, è stato meraviglioso perchè lo amavo. –
La mano di Franco calò per la terza volta sulla faccia della ragazza. L’uomo aveva gli occhi quasi fuori dalle orbite. La schiaffeggiò ancora, e lei, ansante, cercò di afferrargli il braccio per difendersi.
Il colpo seguente la raggiunse al plesso solare, facendola piegare in due prima che cadesse a terra. Ma Franco la colpì ancora, a calci, più volte fino a farle perdere quasi i sensi.
Poi la trascinò sul letto.
Lei lo guardò con disprezzo, mentre Franco le sollevava il vestito e le fregava le mani sulle cosce. Quando la toccò fra le gambe, lei rimase immobile.
– Perchè non hai le mutandine? – le domandò. Poi fece una risata cattiva. – Ti preparavi per me, eh? … o te le ha tolte lui, poc’anzi? –
Le sollevò il vestito fino alla vita e le guardò l’inguine ricoperto da una morbida peluria castana. Le carezzò i fianchi, il ventre, poi le diede dei pizzicotti crudeli.
– è l’ultima volta che vedo il tuo corpo – le disse. – Ma ne avrò molti altri. Tante donne sarebbero felici di accontentarmi. –
Si abbassò all’improvviso e le addentò una coscia. I denti affondarono nella tenera carne e lei sobbalzò e gridò. Lui rise per quella reazione improvvisa, spostò le labbra sulla coscia e diede un altro morso proprio sulle labbra della vagina.
Lei, gridando, cercò di respingere via la sua testa e l’uomo, ridendo, le tirò su il vestito, oltre i seni, oltre le spalle, costringendola a toglierselo. Le sganciò il reggiseno e si riabbassò sul suo corpo. Era un bel corpo.
Grazia giaceva rassegnata e indifferente ai maneggi di Franco, come tutte le altre volte. Il pensiero era rivolto a Roberto e a quanto avrebbe potuto fare se Franco non l’avesse sorpresa.
Franco si rialzò e cominciò a svestirsi.
– Non credo che qualcuno verrà a importunarci qui, Grazia dolcissima – le disse. – Quindi rilassiamoci e godiamocela. Almeno un ultima volta. –
Quando fu nudo, il suo pene era rigido e proteso.
– Mettiti in piedi – le ordinò. – Voglio guardarti finchè hai un aspetto che vale la pena guardare. –
Lei ubbidì, restando presso la sponda del letto e lasciando che gli occhi di lui la esaminassero avidamente. La fece voltare, le ammirò la vita sottile, le natiche alte e carnose.
Poi l’afferrò, cominciò a passare le mani sul morbido corpo, lungo i fianchi, sui seni, sulle natiche, sulle cosce. L’afferrò per i capelli, la costrinse a inginocchiarsi davanti a lui. Le dondolò il membro sulla faccia, le sfregò il glande umido sulla guancia, sogghignando. Grazia chiuse gli occhi.
– Apri la bocca – ordinò. E siccome lei era restia, le tirò i capelli e Grazia aprì le labbra, con un grido.
Franco spinse l’uccello contro la bocca, lo fregò un po’ sulle le labbra, poi glielo ficcò dentro.
– Succhialo sgualdrina – tuonò. – Avanti succhialo! –
Le tirò di nuovo i capelli, le spinse la faccia sul pene.
Le labbra cominciarono a muoversi. Lui sentì la suzione, che gli tirava il fallo come un magnete, vide le guance di lei incavarsi nell’atto, ebbe la voglia di ficcarglielo in gola, di soffocarla.
Le tirò ancora i capelli.
– Più forte – gracchiò. – Usa la tua linguaccia. –
La lingua avvolse il glande, morbida e decisa. Bocca, lingua, labbra, tutto era morbido, umido, caldo. Franco contrasse il sedere, spingendo il pene avanti, dando leggere stoccate.
– Delizioso. Veramente delizioso! – mormorò fra i denti.
Le sorreggeva la testa alla nuca, e le sfregava l’inguine sulla faccia.
– Ah, così, così! – mormorò.
Grazia succhiava il pene come se fosse stato un lecca-lecca. Sentiva l’asta dura che le riempiva la bocca, ne avvertiva l’ardore sotto la lingua. Cercò di non pensare a quello che faceva. Tornò col pensiero a Roberto, tranne quando si sentiva tirare i capelli e Franco la riportava al presente.
L’uomo continuò a spingersi in bocca sfiorando i denti con sensazioni eccitanti, mentre le teneva saldamente la testa.
Grazia temeva di soffocare o di vomitare da un momento all’altro. Le ginocchia cominciavano a dolerle, e la mascella le si era anchilosata come se fosse stata sottoposta allo sforzo di mangiare qualcosa di molto duro. I testicoli di Franco le sbattevano sul mento. Un odore pungente di sudore emanava dai genitali e la peluria sul ventre e attorno al pene la soffocava.
Franco, avvertendo l’ondata tumultuosa dell’orgasmo, irrigidì le gambe, stringendo le ginocchia assieme, contraendo i muscoli dei polpacci per cercare di bloccare i suoi fluidi che cominciavano a muoversi nel condotto spermatico.
Non voleva concludere così. Si ritirò dalla sua bocca.
– Bene, va sul letto – le ordinò con voce spezzata. – Allarga le gambe. –
Lei si rialzò e si lasciò andare di peso sul materasso. Franco le tolse il guanciale da sotto il corpo e glielo infilò sotto il sedere, così da metterla in posizione inclinata col bacino più alto delle spalle.
Franco esultava. Si accorse di desiderare ancora Grazia, anche se la costringeva a soggiacere alla sua violenza. Gli occhi avevano un balenio crudele. Ancora una volta poteva ferirla moralmente prima di darle ciò che aveva deciso: la morte.
Avanzò fra le sue gambe, le allargò le labbra della vagina, puntò il membro eretto come una spada, e si lanciò con tutto il suo peso.
– Aaaaaauuuuuhhhh! – Grazia emise un grido di dolore. Agitò il corpo come se fosse sulla sedia elettrica.
Franco ebbe l’impressione che la vagina ostile gli avesse graffiato il fallo. Ansimò, ma lo stretto canale gli diede subito sensazioni deliziose, e lui era così stimolato che aveva voglia di orinare.
– Com’è Grazia? – le disse ironico, spingendo in avanti il mento. – Ti scaricherò dentro un tale diluvio che ci affogherai. –
Grazia, impotente, dominata, temette di essere stata ferita dalla violenza della penetrazione. Si morse il labbro, girò la testa di lato per non vederlo. Pensò a quanto sarebbe stato bello perdere la propria verginità con Roberto, senza avere avuto altri. Quanto lo amava, quanto era diverso il suo amore!
Lei si sarebbe aggrappata a lui, avrebbe sentito l’irruenza della passione all’inguine, e non il dolore, l’umiliazione, come provava sempre con quell’uomo che violava con prepotenza le sue parti intime.
Questa volta Franco la prendeva come se volesse ammazzarla. Dava stoccate selvagge, impietose, e la sua faccia era contorta, una maschera di tensione e di sadismo.
L’uomo si sollevò dal seno, le spinse le gambe in su. Poi le strizzò le mammelle, le pizzicò i capezzoli brutalmente. E la guardava, traendo piacere dalle sue smorfie di dolore e dai suoi gemiti di sofferenza.
Continuò a dar colpi violenti, ruotando i fianchi, schiacciandosi contro l’inguine, godendo nel dominarla, nel farle del male.
La vagina di Grazia era infiammata, ribolliva come un inferno. La sua mente ruotava attorno al pensiero che forse lui voleva ucciderla. Voleva scoparla a morte.
Franco si trastullava ancora coi suoi seni, ma non la trattava come un essere umano. Zompava sulla sua carne come una tigre, le unghie affondavano, le dita strizzavano. Il dolore era acuto, un incubo di tormento che pareva non finire mai.
Franco si muoveva freneticamente in lei, vicino all’orgasmo. Vide le sue labbra, morbide labbra rosse sotto di lui e si calò come un falco a morderle. Poi le infilò la lingua in bocca e si mosse in quella cavità all’unisono con le spinte nella vagina. Le labbra di Grazia sanguinavano; lei tentò di muovere il capo, ma non potè far nulla.
Mentre il fluido gli si preparava dentro, come chi cerca di orinare e non riesce, lui si sollevò di nuovo, bofonchiando col respiro ansante.
– Grazia, Grazia! – pronunziò il nome con furore, quasi volesse distruggerla con la forza della parola.
Era in tale delirio che talvolta perdeva il ritmo e lasciava il pene immerso in profondità, ruotando i fianchi e agitandosi scompostamente.
Le labbra di Grazia si muovevano appena, come in stato di semi-incoscienza. Ormai il veleno stava per scaricarsi in lei.
Il canale si contrasse automaticamente attorno all’asta di carne eccitata e Franco ebbe la sensazione che il glande gli si gonfiasse in misura spropositata.
Poi esplose. Tremò tutto, colto dal delirio. Il canale riluttante gli mungeva lo sperma con una suzione deliziosa. Il getto aumentò. Lui gridò, strinse i denti. Le afferrò di nuovo un seno, glielo strinse con violenza, poi un tremito convulso accompagnò il suo momento liberatorio e gli ultimi getti di fluido.
Uscì da lei che giaceva esanime e abbandonata. Scese dal letto e si mise a passeggiare nudo per la stanza.
Poi si fermò e la guardò. La sua voglia di vendetta non si era del tutto placata e lo stato del suo membro, ancora semirigido nonostante l’orgasmo, ne era una chiara testimonianza.
Franco voleva ancora ferirla, umiliarla, offenderla a morte, prima di ucciderla. Immagini di quell’uomo che faceva l’amore con lei gli passarono per la mente, provocandogli una nuova erezione. Voleva ficcarglielo ancora dentro, ancora violentarla, costringerla a subire ancora una dolorosa violenza. Poi pensò che Roberto la possedeva in modo gentile, affettuoso e sperò di umiliarla profondamente, prendendola in un modo che il suo amante non avrebbe fatto.
Grazia giaceva immobile, gli occhi quasi chiusi, la faccia contusa e dolorante. Sentiva il suo sguardo su di se, sul suo corpo che giaceva nudo e abbandonato, sfinito dopo la violenza subita. Intuiva, sapeva che lui stava per prenderla ancora e il pensiero gli dava il voltastomaco. Ma era troppo debole per muoversi, per resistergli.
L’uomo le si avvicinò con un ghigno perfido sulle labbra, gli occhi da pazzo. Il pene era duro, turgido, nuovamente eccitato.
Lei si chiedeva vagamente perchè le sue parole di poc’anzi gli avevano fatto quell’effetto. Avrebbe voluto essere morta. Meglio se fosse fuggita con Roberto subito, quando lui glielo aveva proposto. Sentiva che sarebbe morta, che tutto sarebbe finito.
Poi Franco l’afferrò con tanta forza che lei gridò. Voleva che si mettesse in ginocchio. E lei nulla poteva fare per opporsi a quella forza demoniaca. Franco la teneva per la vita con mani di ferro. Sentì un pene d’acciaio premerle dietro, fra le natiche contratte allo spasimo. Si rese conto con improvviso orrore e umiliazione che Franco stava per forzarle il sedere.
Tentò debolmente di opporsi, ma fu inutile. Il pene vibrava, rimbalzava fra le sue natiche, le mani le stringevano crudelmente la vita. Sentì che lui spingeva, premeva per aprirsi un varco dentro di lei. Avvertì un senso di disagio, poi un insopportabile dolore. Gridò, urlò, si dibattè.
Era un’intrusione violenta, atroce, la lacerava con spinte crudeli, rapide. Grazia era dominata dal dolore e le pareva che le carni si spaccassero.
La bocca di Franco mormorava imprecazioni oscene. Ecco cosa faceva alla ragazza che era diventata di Roberto. Ecco cosa faceva alla restia, alla pudica Grazia. Così la distruggeva. Godendo del suo culo vergine. Così la umiliava veramente, nel profondo dei suoi sentimenti.
Intanto era riuscito a introdursi, anche se parzialmente dentro di lei, nonostante le urla parossistiche che gli spaccavano i timpani, nonostante lei si contorcesse come un anguilla sgusciante fra le sue mani.
Poco alla volta, incurante dell’agonia che le infliggeva, con stoccate violente e spinte inesorabili, riuscì a immergersi fino alla radice in quel budello rovente e strettissimo, restio a lasciarsi profanare. Aveva penetrato il canale più stretto che avesse mai sperimentato.
Strinse i denti, le spinse la faccia sul letto, le punì il culo che sporgeva in aria, verso di lui. Era un bel culo, pensò. Grazia era tutta bella. Ma lui l’avrebbe rovinata, distrutta.
Le ripetute spinte e le contrazioni impazzite del suo ano gli diedero saette di piacere; quando ritirava il membro, la pelle scorreva dandogli sensazioni incredibili e il canale lo avvolgeva in modo meraviglioso.
– Che cosa penserebbe Roberto se ti vedesse adesso? – gracidò ansante. – Ti piace nel culo, Grazia? – Gli occhi gli balenavano di pazzia.
Il dolore si era fatto cupo e continuo, e Grazia stava piegata sotto il peso di lui, piangendo in silenzio. Non avrebbe mai immaginato una simile umiliazione. Sentiva di non poter guardare più in faccia Roberto. Le sue natiche sentivano il calore del corpo di Franco che la premeva.
L’aveva presa in quel modo innaturale senza curarsi del dolore fisico e spirituale che le causava.
Ah, meglio morta, pensava. Sentiva il sapore salato delle proprie lacrime sulle labbra. A ogni stoccata di quel fallo, le si rinnovava il dolore; il pene pareva arrivarle nell’intestino, lacerarle le viscere. L’ano, dilatato a dismisura, la faceva uscire fuori di testa per il dolore insopportabile. Udiva il respiro affannoso, le oscenità, i pazzeschi riferimenti a Roberto che Franco pronunciava. Lei non poteva pensare a Roberto. Roberto apparteneva a un altra vita.
Quando Franco si fece più violento, lei urlò ancora con la faccia premuta sul letto, tossì. Temeva di vomitare, sentiva la nausea salirle dallo stomaco. Sperò che il cuore non le reggesse, che rimanesse là stecchita.
Franco era in delirio. Un sogghigno crudele, da folle, gli stirava le labbra. Per la prima volta aveva soggiogato Grazia completamente. Lo sapeva perchè si era accorto che lei aveva perso la facoltà di pensare, e si rendeva conto soltanto della violenza carnale, del dolore. Solo la sofferenza che le infliggeva era una realtà.
E lui sbatteva, spingeva, premeva per distruggerla, annientarla. Così si sarebbe ricordata di lui, per sempre.
Il suo organo era eccitatissimo, e l’estasi quasi insopportabile. Ma ormai il momento liberatorio era vicino. Aveva la faccia in fiamme, le cosce vibravano, il pene pulsava e pompava. Il suo inguine era un crogiolo di sensazioni, il corpo si contorceva, bruciava, vedeva sotto di se un fremere di spalle, biondi capelli sparsi sul guanciale, natiche candide in aria. Ma gli occhi gli si velarono: aprì la bocca, accelerò le spinte, poi esitò e infine la passione trovò il suo sfogo, irrorando con getti copiosi il retto della donna prostrata. Versò il suo veleno nella donna.
Quando finì, Grazia giacque singhiozzando sommessamente. La passione si era placata, e in Franco era rimasta l’irritazione e la consapevolezza che Grazia non era più sua, anzi gli era più lontana di prima.
Grazia si era calmata; quando Franco si era scaricato nelle sue viscere aveva creduto di svenire, ma non era stato così e ora le era rimasto il dolore, la dilatazione forzata dell’ano, l’infiammazione, la sensazione di avere ancora un corpo estraneo dentro. E la vergogna.
Non poteva guardare Franco. Si toccò con attenzione la parte dolorante, sobbalzò per il dolore. Ritirò la mano e si accorse schifata e nauseata che era sporca di sangue e di sperma. Cadde in una specie di dormiveglia comatoso.
L’uomo andò nel bagno e si gettò acqua in faccia, lasciando la porta aperta per controllare la donna. Contava di divertirsi ancora un poco. Era deciso a rovinare Grazia fisicamente e moralmente prima di chiudere con lei. Rimpiangeva di non averla abituata alla droga. Aveva sempre pensato di tenere la sua ragazza lontana da quel veleno. Ma ora la droga sarebbe stato il modo migliore per renderla sua schiava. Gli sarebbe piaciuto vederla in ginocchio e pregarlo di fargli un’altra iniezione, promettendogli tutto, guardandolo come un dio.
Tornò nella camera e guardò fuori dalla finestra, nella strada. Pioveva ancora e la pioggia si era fatta battente.
Grazia si mosse sul letto e aprì gli occhi. Franco si voltò e notò che si svegliava dal dormiveglia ancora confusa, guardando un mondo che non riconosceva. Sogghignò nel constatare la paura e l’orrore sulla faccia di lei quando lo vide e ricordò dov’era e che cosa era successo. La vide richiudere gli occhi e abbandonarsi nuovamente sul letto.
Senza staccarle gli occhi di dosso, Franco si rivestì lentamente. L’aveva posseduta più volte e adesso non aveva più stimoli sessuali. Voleva soltanto vederla agitarsi come un coniglio catturato.
Lei lo sentì aggirarsi per la stanza, e infine le parlò con voce rauca.
– Vestiti, ce ne andiamo. –
Lei girò la faccia e lo guardò.
– Perchè? … Dove andiamo? – gli domandò senza entusiasmo.
– In campagna da me. E là starai finchè non ci saremo occupati del tuo amante. –
Ci vollero alcuni secondi prima che la frase fosse assimilata dalla sua mente. Lo guardò, si mise seduta sul letto. Una fitta lancinante le arrivò dallo sfintere ferito. Come l’odiava!
– Cosa vuoi fargli? – Le si era contratto lo stomaco. Il nuovo pensiero aveva cancellato vergogna e dolore.
Franco sogghignò.
– Domani sera abbiamo un lavoretto da fare insieme, io e lui, all’Idroscalo. – le disse tutto allegro. – Quando andremo ai dock domani notte, lui scomparirà. Sarà facile perchè sai, là c’è molta acqua. Quando lo ritroveranno, non avrà più l’aspetto di una volta. –
Grazia lo fissava. Non riusciva a parlare. Credeva che il mondo le fosse crollato addosso prima, ma adesso era peggio.
– Non puoi… non puoi… – disse con un filo di voce.
Franco ridacchiò. Si era rivestito e si aggiustava il nodo della cravatta.
– Lo vedremo. – le disse. – Comunque se fossi in te non spererei di rivedere quel maledetto signor Roberto. –
– Non lo rivedrò. – Grazia gli rispose decisa. – Farò tutto ciò che vuoi. Resterò sempre con te, Franco. –
L’uomo fece una risatina ironica.
– Questo lo farai comunque. Fino a che io non sarò stufo di te. –
Lei si alzò e gli andò vicina. Gli occhi tradivano la sua angoscia.
– Franco, ti prego. Lascialo andare, digli che non ti serve più il suo aiuto. –
Franco la guardò truce.
– Ti preoccupi tanto vero? – le disse ironico. – Vuoi che lui ti chiavi ancora, eh? –
– Ti prometto, Franco, che non lo rivedrò più. Non penserò più a lui. –
Franco emise una risata gelida. Aveva gli occhi socchiusi, il sadismo gli stava prendendo di nuovo la mano. Mollò un ceffone a mano aperta che si stampò sul viso di Grazia. La ragazza accusò il colpo, barcollò, cadde seduta per terra.
– Stupida sgualdrina! – sbottò urlando. – Pensi forse di mercanteggiare con me? Nessuno può farlo. Io faccio ciò che voglio! –
Lo guardò negli occhi e gli vide il bagliore della spietatezza. Era tutta agitata, sconvolta, ma non poteva fare nulla.
Franco ridacchiò diabolico.
– Il problema, Grazia, non è lui, ma è cosa fare di te. Ormai non sei più la mia donna, e forse non lo sei mai stata. E non posso permetterti di continuare la tua esistenza ridendo alle mie spalle. Quindi che fare, Grazia? –
Lei lo fissava e mentalmente gli diceva: “Porco, porco, porco schifoso! ”
– Resta soltanto una cosa, Grazia – le disse. – Eliminarti. –
Rise malignamente.
– Mi si spezza il cuore che il nostro grande amore debba finire così, ma non c’è altra via. Sono convinto che sei d’accordo. Grazia. –
La ragazza aveva la mente agitata da un turbinio di pensieri. Cercava una via di salvezza. Possedeva una pistola, ma era nel cassettone, Franco la teneva inchiodata a terra e il cassettone era dal lato opposto della stanza.
– D’altronde devo aspettare fino a domani – continuò Franco. – Eppoi non voglio fare il lavoro qui. In campagna è meglio. Quindi adesso ce ne andremo di qui, domani sistemerò il tuo amichetto e poi ti darò un’altra piccola punizione, prima che tu vada al creatore… anzi no… mi è venuta un’idea –
Grazia rabbrividì. Desiderava non essere mai nata. L’orrore si aggiungeva all’orrore. Nel fondo del suo cuore si diceva che doveva in qualche modo aiutare Roberto.
– Non startene là, a meno che non vuoi altre botte. – le disse irato. – Alzati. –
Grazia si alzò e prese una vestaglia.
– Se fossi in te non mi preoccuperei di coprirmi – le disse. – Ti preferisco al naturale e poi dovrò spogliarti di nuovo. –
Franco andò verso l’armadio e frugò al suo interno.
Grazia sedette sul bordo del letto. Aveva dita tremanti e le pareva di essere ubriaca.
Franco si raddrizzò. Aveva diversi indumenti in mano, sciarpe, reggicalze, e cose del genere.
Si avvicinò alla ragazza.
– Ti consiglio di non opporre resistenza se non vuoi peggiorare le cose – le disse con rabbia. – Ora ti lego, tanto per semplificare le cose. Alzati e girati. –
Grazia lanciò un’occhiata disperata verso il cassettone che rappresentava ormai l’unica sua salvezza. Si chiese se Franco aveva dormito durante il suo stato di incoscienza, se lei aveva perso l’occasione di salvarsi. Opporsi adesso era inutile. Non sapeva cosa le avrebbe fatto. L’idea di altra violenza carnale la lasciò indifferente. Si voltò, mostrandogli la schiena.
– Unisci i polsi dietro – le ingiunse.
Cominciò a legarle le braccia con una sciarpa, le spinse la faccia in giù, sul letto e le legò le caviglie. Poi la rivoltò, le ficcò un fazzoletto in bocca e usò un’altra sciarpa per bavaglio.
– Questo dovrebbe tenerti calma – mormorò.
Grazia seguì i movimenti di Franco con lo sguardo. Tremava di nuova paura. Le pareva più pazzo che mai. I suoi duri occhi azzurri balenavano minacciosi, la bocca era aperta.
Franco tornò al cassetto dell’armadio e cominciò a spargerne il contenuto sul pavimento. Parve non trovare quanto cercava e i suoi occhi rotearono per la stanza e si posarono infine sul filo elettrico di un lume. Tolse la spina e lo strappò con uno strattone violento.
Guardò Grazia che a sua volta lo fissava con occhi spalancati. Mise il filo in doppio, poi rpetè l’operazione mettendolo in quattro.
– Questa sarà la tua punizione – disse con una calma glaciale. – Prima il piacere e poi… la punizione, Grazia. –
La ragazza tentò di dire qualcosa, ma le uscì soltanto un grugnito.
– Se potessi parlare – continuò Franco – presto imploreresti pietà. Ma temo, dolcezza mia, che dovrai soffrire in silenzio. –
Agitò due volte quella specie di gatto a quattro code in aria e il sibilo fece sobbalzare Grazia.
Un istante dopo la ragazza si diede una spinta e si rovesciò bocconi. La frusta l’aveva colpita sui seni procurandole un dolore acuto, pazzesco, che si ripercosse per tutto il corpo.
Grazia morse il bavaglio. Poi la frusta calò sulle natiche e il dolore la fece spostare sul fianco.
Lo spasimo intenso le strappò le lacrime. Contrasse il sedere sperando di calmare la sofferenza insopportabile. Avrebbe voluto gridare tutto il suo dolore, ma anche questo piccolo sollievo le era negato.
Franco sollevò il braccio e questa volta la colpì sul fianco con forza inaudita. La faccia di lui era un parossismo di malvagità, e pareva che stesse per avere un orgasmo.
– Sgualdrina, sgualdrina, sgualdrina – mormorava in un folle farneticare mentre le frustate si succedevano a ritmo sempre più veloce.
L’odio contro il potere che la ragazza aveva esercitato finora su di lui scoppiava nella violenza di quelle percosse.
Grazia si dibatteva sul letto, mugolando nell’angoscia. Il suo corpo stava diventando una massa di striature gonfie e violacee, una prigione di dolore. Avrebbe voluto fuggire dal proprio corpo, avere la forza di uno yogi, insensibile al dolore fisico, poter dominare spiritualmente la tortura della carne.
Ma era inutile. La sofferenza le sconvolgeva la mente, le riempiva il cervello di una confusione di suoni, e ogni frustata dapprima insopportabile, divenne meno dolorosa quando nella sua testa i suoni si fecero assordanti. Poi non sentì più nulla.
Franco stava quasi per avere un nuovo orgasmo. Mentre seguiva le frustate con la consapevolezza fisica delle sensazioni che la ragazza provava, il suo pene si era eretto e gli premeva nei pantaloni. Il ben noto eccitamento in petto e all’inguine gli crebbe man mano che il corpo della donna era più prostrato, contuso.
Osservava con avidità il calare della frusta sulla carne bianca, i segni che lasciava, i sobbalzi del corpo di lei.
Ormai non c’era parte in cui non fosse stata colpita: cosce, fianchi, stomaco, seni, dorso, natiche, polpacci, tutto era contrassegnato da segni rossi che formavano un disegno di righe incrociate.
Il braccio già gli doleva quando si accorse che la ragazza non si muoveva più. Ma lui non smise. Stava per venire e doveva continuare la fustigazione finchè non avesse raggiunto il culmine del piacere erotico.
Muoveva i fianchi avanti e indietro, accompagnando ogni colpo, poi irrigidì le cosce, si raddrizzò, spinse l’inguine in fuori.
Con la mano libera si cercò il membro, lo tirò fuori dai pantaloni e subito dopo ricominciò a calare colpi sulla ragazza.
Dondolava sui piedi, mentre le frustate si susseguivano violente. Il pene era teso, d’un rosso fiammeggiante, quasi purpureo in cima, ma aveva bisogno di una stimolazione esterna per arrivare all’orgasmo.
Fissò con occhi da pazzo i segni che la frusta aveva lasciato sulla carne della sua ex ragazza. Ogni segno pareva la contrazione di una vagina attorno al suo membro. Stava venendo! Maneggiò la frusta con maggior ferocia e poi gli sfuggì di mano, quando lo sperma esplose, descrivendo un’ampia parabola per cadere, fluido bianco e opaco, sulle natiche arrossate di Grazia.
Franco barcollò, il bacino ebbe contrazioni spasmodiche dopo aver scaricato le ultime gocce. Si piegò in avanti, poggiò le mani sulla sponda del letto, reclinò il capo esausto.
Così rimase per alcuni secondi. Poi si raddrizzò e guardò il corpo di Grazia. Piccole gocce di sangue affioravano dalle contusioni. La ragazza pareva svenuta, le lacrime le avevano bagnato le guance e il bavaglio. L’uomo sogghignò. Questo avrebbe dovuto farglielo molto tempo prima.
La sciolse dai legami, si voltò e si buttò a sedere in una poltrona. Quel corpo gli appariva ancora bellissimo, nonostante le ferite. Ma presto doveva sbarazzarsene. Una volta morta, lui non avrebbe più sentito il tormento, il desiderio di conquistare il suo corpo e la sua anima.
Prese un indumento fra la roba che aveva rovesciato per terra e si asciugò il pene flaccido. Guardò l’orologio. Si stava facendo tardi, era già qusi l’alba. Si sentiva debole, stanco e fu nel dubbio se fare un pisolino in attesa che lei si riprendesse. Decise di no. Avrebbe potuto rinvenire molto presto e magari incastrarlo. Le guardò ancora il corpo nudo e ferito, pensò persino di cospargerle le ferite di sale, ma non ne ebbe la forza. Si alzò e tornò alla finestra. Aveva smesso di piovere. Era soddisfatto di come si erano messe le cose.
Andò in cucina per bere un po’ d’acqua. Trovò un bicchiere nell’acquaio e lo riempì dal rubinetto. Bevve avidamente per calmare l’arsura e poi tornò nella camera.
Grazia si era svegliata ed era seduta sul letto, impugnava una pistola e la bocca nera e minacciosa era puntata verso di lui.
– Addio Franco, porco maledetto – riuscì a biascicare attraverso le labbra tumefatte.
Ebbe solo il tempo di vedere una vampata arancione e poi un dolore fortissimo gli sconvolse il petto. Vide buio e si accasciò al suolo senza dire una parola.
Grazia depose la pistola sul letto, afferrò la cornetta del telefono e compose un numero.
– Amore… – mormorò quando risposero dall’altra parte. – Vieni subito, ti prego. Ho ucciso Franco. – FINE

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