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La cortina di ferro

Marta è felice, ha accompagnato il marito ad una convention a Vienna, lui sarà impegnato per un paio di giorni ma poi si sono ritagliati altre quarantotto ore solo per loro, alloggiano in un palazzo d’epoca trasformato in grandhotel, che trasuda un piacevole profumo ottocentesco, di tradizione asburgica.

La camera ha il letto a baldacchino e lei si tuffa vestita, assaporando il suadente piacere di un incontro morbido, elegante e sofisticato, che molti anni prima era ad appannaggio della sola nobiltà.

Chiude gli occhi ed ancora una volta ritorna prepotente un ricordo della sua giovinezza che, a distanza di più di un decennio, ristagna indelebile in un angolo della sua mente, è un segreto che si porta dentro e che non ha condiviso con nessuno, nemmeno con suo marito.

Corre l’anno 1972 e Marta adesso è vicina alla trentina, è una bella donna mora, ha un pube coperto da folta peluria nera, arruffata ed intrigante, le cui propaggini si diramano fino a lambire il solco dello splendido culo; era già ben formata anche diversi anni prima quando con sua madre aveva raggiunto Berlino Est per far visita ad una giornalista amica di famiglia, rimasta intrappolata dall’altro lato della capitale dopo l’innalzamento del muro.

Erano anni difficili, il clima di guerra fredda era molto avvertito, appena scese da un taxi malandato che le aveva accompagnate fin sotto il portone dell’amica, in un pomeriggio grigio, non ebbero nemmeno il tempo di suonare il campanello, vennero prelevate brutalmente da una squadra di agenti della polizia segreta e sbattute dentro un furgone.

A nulla valsero le proteste di Livia, la madre di Marta, che parlava correntemente il tedesco, che anzi si beccò un paio di spintoni prima di essere zittita; le avevano accusate di essere delle spie e Livia, anche per tranquillizzare la figlia, si era rassegnata a far buon viso a quegli scalmanati nella certezza che avrebbe chiarito l’equivoco non appena fossero arrivate in caserma.

Nel freddo sedile in ferro del furgone, una accanto all’altra, guardate a vista da due agenti dal volto truce e con la pistola spianata, non ebbero il coraggio nemmeno di un sussurro durante il quarto d’ora abbondante che si rese necessario per arrivare a destinazione: un tetro edificio recintato con il filo spinato e protetto da guardie armate.

Vennero spinte dentro e fatte sedere su una panca in ingresso, qui passarono altri trenta interminabili minuti prima che fossero accompagnate, attraverso un lunghissimo corridoio con le pareti scrostate, fin davanti ad una porta in ferro che pareva corazzata, oltrepassata la quale si trovarono in uno stanzone vuoto: Marta venne trattenuta da un agente e la madre dovette entrare in una porta sul fondo ove in un locale angusto vi era una tavola ed una sedia.

Qui potrà chiarire ogni cosa con il maggiore disse una delle due guardie che la scortava, Livia si rivolse lo sguardo alla figlia per tranquillizzarla, prima di varcare la porta che le era stata indicata.

Si trovò al cospetto del maggiore Max, un impettito quarantenne in divisa con stivali lucidi e neri, viso squadrato, capelli corti e biondi, occhi di ghiaccio e sguardo impenetrabile; Livia aveva fretta di chiarire l’equivoco, avrebbe anche preteso le scuse per il ruvido trattamento degli agenti, stava per aprir bocca ma il maggiore la anticipò: tolga tutti i suoi vestiti e li metta sulla sedia!

L’incredulità ed il rossore si propagarono nel volto di Livia che fissò l’ufficiale con occhi spalancati prima di mormorare: ……ma, ma, è impazzito…. come si permette, voglio un avvocato, anzi voglio parlare con la mia ambasciata, sono una cittadina straniera con regolare visto di ingresso……..

Nelle mani dell’uomo, fin prima nascoste dietro la schiena, fece capolino un piccolino frustino, la colpì sui seni strappandole un gemito di dolore, in parte soffocato dal terrore che si era impadronito di lei, mentre la voce del maggiore aleggiava cupa: qui non ha alcun diritto, lei è una spia come la persona che stava andando a trovare, potrebbe restare a nostra disposizione qualche giorno come per vent’anni, dipende dalle indagini che abbiamo in corso, ma anche da lei, dal come collaborerà, e questo vale anche per sua figlia!

Livia sbattè due volte le palpebre per convincersi di non essere nel mezzo di un incubo, poi esitante si tolse l’impermeabile ponendolo con cura sopra la sedia, immediatamente dopo fu la volta della giacca del tailleur, quindi la gonna; il maggiore la guardava impassibile, dal suo sguardo si intuiva che era abituato a non avere fretta, nei suoi occhi anodini traspariva solo la consapevolezza del potere, indiscusso ed assoluto.

Ella rimase una frazione di secondo immobile con addosso l’elegante sottoveste color porpora, sotto la quale si intravedevano le mutandine ed il reggiseno in pizzo, accompagnate dalle calze nere tese verso le giarrettiere.

Il frustino si librò nell’aria spaventandola, il maggiore non la colpì ma si limitò a poggiarlo su una spalla per scostare la spallina, Livia impaurita si affrettò a denudarsi, togliendosi anche calze e giarrettiere con movimenti che la costrinsero a piegarsi e mostrare senza veli i suoi più intimi segreti.

Livia era una donna pudica, nemmeno con il marito, fintanto che era stata sposata, aveva mai avuto comportamenti trasgressivi, anzi erano proprio l’opposto della sua forma mentis, si sentì perciò ancor più disgustata e impotente, quando il maggiore ordinò: si volti e si pieghi sulla tavola che debbo perquisirla!

Con un leggero moto di stizza Livia ubbidì, la tavola di legno massiccio era fredda e le sue tette ebbero un piccolo sussulto non appena vi si appoggiarono, con la coda dell’occhio vide il maggiore che si infilava un guanto di gomma cosparso di unguento, ebbe una mezza sincope ed il sangue le si gelò quando lui aggiunse: apra le gambe!

Ella dischiuse le cosce al pari di un tremulo fiore alle prime luci del mattino, l’uomo in divisa si appostò dietro di lei e due dita lunghe e sottili si intrufolarono tra la rigogliosa peluria del pube arrivando a toccare le grandi labbra della fica.

Con un moto lento e sistematico scivolarono profondamente dentro di lei, che in un gesto istintivo di difesa si alzò sulla punta dei piedi, ottenendo l’effetto contrario in quanto avvertì quelle dita gommose penetrarla nel più sconcio dei modi.

Gli occhi si bagnarono riflettendo sul corpo tremante una crescente angoscia, quelle dita estranee la stavano insudiciando, ma quel che più la esasperava era la lenta ed inesorabile eccitazione, che non riusciva ad arginare per il sapiente andirivieni della mano dell’ufficiale.

L’uomo in divisa dava l’impressione di non accontentarsi del ridondante profluvio che inzuppava la fica della sua vittima, continuò la lenta tortura sempre con lo stesso ritmo, ascoltando nel respiro affannoso di Livia il vicino momento dell’orgasmo.

Boccheggiante Livia pensò che quell’umiliante esame ginecologico fosse finito, ma il maggiore aveva in mente dell’altro, la mano guantata si spostò sul sedere e le dita scivolose si insinuarono entro le natiche fino a raggiungere il foro più sensibile.

No la prego, biascicò Livia con la bocca impastata di saliva.

Il maggiore ritirò la mano e la schiaffeggiò sul culo, poi aspettò qualche frazione di secondo e la schiaffeggiò di nuovo, ripetendo il gesto una terza volta prima di sferzarla con le parole: mi pare che non abbia ben capito in che guaio si è cacciata, le ho già detto che deve collaborare se vuole uscire in tempi brevi da qui, fino a prova contraria lei è una spia e resterà nostra prigioniera assieme a sua figlia per tutto il tempo necessario alle indagini.

Non aveva mai voluto essere toccata dietro, neanche nei momenti più belli con suo marito, l’aveva sempre considerata una cosa sporca, ora però temeva per Marta e raffreddò persino il respiro aggrappandosi con le mani sul bordo del tavolo: il maggiore accolse la sua resa entrando trionfante con due dita nell’ano.

Si alzò nuovamente in punta di piedi cercando di attenuare il bruciore che le dita provocavano mentre si spingevano sempre più a fondo, torcendosi all’interno di quel canale riottoso: l’esame rettale fu molto più lungo di quello vaginale, il buchetto stretto era infiammato al pari del suo viso quando Max decise che quella specie di visita ispettiva era conclusa.

Le porse un corto camice da indossare, sembrava più un baby doll che lasciava ampiamente scoperte le sue graziose femminilità, spiegandole che così vestita ed a piedi nudi sarebbe stata accompagnata in cella: dica a sua figlia che fino al termine delle indagini resterete prigioniere, le anticipi che adesso dovrò ispezionare anche lei.

Livia cadde in ginocchio ai suoi piedi, abbracciò le gambe per implorarlo, il volto si posò sui pantaloni cozzando contro l’uccello duro; in quel momento avrebbe fatto qualunque cosa pur di risparmiare la figlia dalla disgustosa visita, ma il maggiore fu inflessibile: si alzi se non vuole che le strappi la pelle con la frusta, queste ispezioni sono imposte dal regolamento che vige all’interno di questa caserma, sta a lei consigliare sua figlia di rendere più facile il compito che questa divisa mi impone.

Marta corse ad abbracciare la madre che si era riaffacciata nello stanzone, aggrappandosi intimorita nel vederla così conciata; Livia cercò di quietarla dicendole che erano nei guai perché ritenute spie, così come la loro amica giornalista che era stata arrestata qualche giorno prima: dobbiamo aspettare con rassegnazione che tutto si sistemi, non appena avranno approfondito le indagini saremo certamente liberate.

Ho detto al maggiore che tu non parli bene il tedesco sebbene lo capisci, lui comunque deve farti una ispezione corporale, glielo impone il regolamento, ti prego bambina mia non fare opposizione, lo so che è una cosa ingiuriosa ma devi accettarla per evitare ritorsioni peggiori, su vai adesso io ti aspetterò in cella.

Marta venne strappata dalle braccia della madre da una delle guardie e spinta dentro la stanza ove sulla sedia notò i vestiti che la mamma prima indossava, avvertì lo sguardo penetrante del poliziotto e restò bloccata con il corpo scosso dai singulti.

Deve spogliarsi, può mettere i vestiti sopra quelli di sua madre.

Malgrado le raccomandazioni della mamma Marta considerò troppo oltraggiosa la richiesta, con l’eccezione di un’unica volta con un suo coetaneo ella non era mai stata vista completamente nuda da un uomo, non riusciva a concepire che ciò potesse accadere, si girò tentando di impugnare la maniglia della porta in un vano quanto inutile tentativo di fuggire.

Max l’afferrò ancor prima che riuscisse a raggiungere la maniglia e poiché ella tentò di scalciare perse la pazienza e la immobilizzò sopra il tavolo ammanettandola con le mani dietro la schiena; sopraffatta dalla forza dell’uomo e dalla disperazione, si calmò in pochi minuti anche perché ogni piccolo movimento le provocava delle fitte ai polsi stretti dalle manette.

Merita una severa lezione, oltre che una spia è anche una ribelle, ma qui troverà pane per i suoi denti.

Si sentì sprofondare dalla vergogna quando il maggiore le sollevò la gonna sulla schiena, solo le candide mutandine, arruffatesi nella breve colluttazione, erano rimaste a protezione delle sue intimità; i colpi della frusta stirarono il leggero indumento senza attenuare il bruciore che penetrava sulla pelle, Marta singhiozzò sconsolata per tutta la durata della punizione, al termine della quale rimase sfinita ed esausta.

Restò immobile e sgomenta anche quando avvertì la mano dell’uomo scostare il bordo delle mutandine sul davanti, boccheggiò non appena le dita affusolate si fecero strada tra le peluria scivolando lungo la fichetta, si lasciò masturbare incollando la bocca sul tavolo per non far sentire il suo respiro asmatico, quel porco la stava facendo eccitare malgrado lei tentasse di estraniarsi.

L’insistenza di quei movimenti leggeri la stavano portando verso il piacere ultimo, le gambe si erano afflosciate ed ella aspettava l’estremo riflusso sulla fichetta già inzuppata, ma l’aguzzino le tolse anche quello che ormai era diventato un suo desiderio, fermandosi e staccandosi prima che raggiungesse l’orgasmo.

Il tono incolore della voce del maggiore la disincantò: adesso le tolgo le manette e voglio che si spogli subito qui davanti a me.

Senza alcun ulteriore incitamento Marta si denudò arrossendo vistosamente quando le venne ordinato di mettersi in posizione sopra il tavolo.

Vide anche lei rabbrividendo che si infilava il guanto di plastica, le lunghe dita scivolarono facilmente nella stretta micina riprendendo il lento movimento che era stato interrotto a mano nuda; Marta si scoprì ad aiutarlo con un dondolamento spontaneo, si stava eccitando di nuovo e ciò per un certo verso anzichè disgustarla le piaceva.

Max si fermò ancora una volta prima di farla godere, un dito si spostò all’ingresso del buchetto grinzoso ed ella cominciò a gorgheggiare degli con delle esclamazioni di stupore non appena la falange sdrucciolevole fu pigiata dentro il culetto.

Ansimò vistosamente quando il dito si spinse oltre lo sfintere incalzando il culo, non aveva mai sperimentato niente di simile, la sensazione del lungo dito che la stava frugando le mandava delle stilettate al cervello, non riusciva a prender fiato ed era costretta a respirare a bocca aperta mentre roteava spontaneamente il posteriore come se volesse farlo entrare più a fondo.

L’esame rettale era stato lungo ed accurato, ed aveva lasciato Marta incredibilmente stupita, quasi contenta, ansante ma insoddisfatta al tempo stesso.

Per oggi basta si metta questo, disse il maggiore porgendole un corto camice uguale a quella che aveva fatto indossare a sua madre, se vi comporterete bene le indagini potranno risolversi in tempi brevi, altrimenti potrebbero durare anche degli anni.

Così dicendo il maggiore sporse le mani entro la scollatura agguantando e stringendo i capezzoli tesi; Marta si mordicchiò le labbra senza fiatare consentendo all’ufficiale di sussurrare: vedo che comincia a capire, signorina.

Fu questione di un attimo, la mano di lui raccolse quella della ragazza spostandola sopra i pantaloni: Marta conosceva quel turgore avendo avuto modo di fare delle seghe ad un giovane amico, questa volta però le dimensioni era spropositatamente più grandi e non riuscì a bloccare un lungo brivido che scivolò sulla spina dorsale.

Max per la prima volta divenne meno rude di fronte all’evidente arrendevolezza della ragazza, si sedette sulla sedia sopra i vestiti di madre e figlia, si aprì velocemente la patta e riportò la mano di Marta all’interno.

Con il volto infuocato e lo sguardo chino Marta iniziò a carezzare il prepuzio che fuoriusciva dall’elastico delle mutande, il maggiore si sporse appena di lato girando l’interruttore della luce, la stanza restò rischiarata da un neon di fondo i cui riflessi giallognoli esasperavano la graziosa silhouette della ragazza.

Si slacciò la cintura ed aprì i pantaloni allargando le gambe: tiralo fuori tutto e bacialo!

Marta strattonò all’ingiù le mutande con la stessa frenesia che l’aveva presa la prima volta in cui glielo aveva chiesto il coetaneo, avviluppò il pene nel palmo e si chinò con le labbra sul glande roteando appena la lingua per saggiarlo; il gusto di fondo le era noto, questa volta però l’intenso afrore di quell’uomo maturo quasi la stordì.

Era ancora eccitata dalle precedenti manipolazioni interrotte prima dell’orgasmo, e seppur con qualche maldestro passaggio dovuto all’inesperienza, cominciò il più importante pompino della sua vita, fin quasi soffocandosi nel tentativo di ingoiarlo fino alla radice.

Max la sollevò prima dell’attimo fuggente, la rivoltò sopra il tavolo e le sborrò sul culo, innaffiandolo con lunghi fiotti di sperma che poi spalmò con le mani sulla morbida pelle delle natiche.

Furono assegnate su due celle diverse, non potevano vedersi nè sussurrarsi qualche parola di conforto, poi la stanchezza e lo sfinimento presero il sopravvento, madre e figlia si appisolarono, nessuna delle due aveva assaggiato la schifosissima minestra passata loro attraverso le sbarre.

Per Marta fu una notte sufficientemente tranquilla se non per due sporadici risvegli di soprassalto, a cui erano seguiti brevi dormiveglia con il ricordo nitido, persino eccitante, dell’incontro con l’ufficiale, prima di ricadere nel sonno, per Livia invece fu una notte da incubo.

Il maggiore aveva deciso per lei un trattamento assai diverso da quello della figlia, voleva esasperarla fino a farle perdere quel poco di dignità che le era rimasto, aveva perciò comandato alle guardie che venisse controllata di continuo, in modo da farle passare una notte in bianco.

Era stata svegliata molte volte dal rumore delle chiavi che aprivano con un sordo frastuono i catenacci della cella, dopo ogni visita tentava di mettersi quieta sulla branda cercando di riprendere sonno, ma capita l’antifona l’orecchio rimaneva teso, in angosciosa attesa di risentire il rumore dei passi di una guardia che tornava ad avvicinarsi.

Per primo era arrivato un omaccione grande e grosso sulla cinquantina, le era sembrato un orco e si era stretta sotto la coperta, non avendo all’inizio ancora ben intuito quale fosse lo scopo di quell’improvvisa comparsa dentro la cella.

Ogni tanto una prigioniera discreta borbottò l’omone strappandole di dosso l’umida coperta in fustagno, Livia rimase sbigottita a guardarlo nella penombra della cella, con gli occhi spalancati; bella ficona nera soggiunse osservandole il pube mentre la sovrastava trattenendo tra le mani il mazzo di chiavi.

Con la più grossa di queste, in ferro lucido, cominciò a frugarla dentro la passera, spingendola a fondo e facendola girare dentro la vagina, che venne usata al pari di una serratura; Livia ansimava terrorizzata per la sofferenza e l’insultante vergogna, biascicò alcune implorazioni che non sortirono alcun effetto, anzi l’omone appoggiò le ginocchia sulla branda ed estrasse il cazzo flaccido dalla patta già aperta.

La testa le venne torta verso l’uccello e dovette imboccare quel maleodorante pezzo di carne con ripugnante ribrezzo, lo sentì ingrossarsi e sbattere in gola, l’unico sollievo fu l’attenuarsi dell’azione rovistatrice della chiave entro la vulva per il progressivo abbandono della guardia sotto l’effetto del pompino.

Non le era mai piaciuto farsi sborrare in bocca, lo detestava, questa volta però lo percepì come il minore dei mali, ora lui aveva smesso di torturarle la fica, con entrambe le mani le tratteneva la testa, Livia non capiva più nulla, il dolore per i capelli tirati e le ginocchiate al petto, che nella foga lui le dava, la stavano stordendo.

L’omaccione prese a scoparla in bocca furiosamente, con sempre maggiore violenza, ad un certo momento il dolore divenne insopportabile ed il cazzo le fu spinto in gola ancor più brutalmente, per fortuna era giunto all’apice ed un fiotto caldo si disperse tra le tonsille e l’ugola.

Lo sperma scese impietoso fino ai polmoni, con uno scatto disperato Livia riuscì a sottrarsi tossendo e sputando, lentamente riprese a respirare normalmente, aveva il volto impiastricciato ed alcuni colpi di tosse le avevano fatto uscire la sborra anche dal naso.

Stava ancora piangendo sommessamente quando sentì i passi di una seconda guardia avvicinarsi alla cella, era assai più giovane dell’altro ma non certo meno brutale, le ordinò di sollevarsi in piedi e di togliersi il camice, cosa che Livia fece in una frazione di secondo ormai incapace di qualsiasi reazione, pur se la sua indole pudica fece sì che spostasse le mani sul davanti per coprire il pube.

La guardia le smanacciò il culo un paio di volte prima di sedersi sulla branda, ordinando di tenere le braccia sopra la testa e le gambe larghe; prima furono i capezzoli ad essere maltrattati dai ruvidi passaggi delle sue mani nodose, poi fu ispezionata la fica come se la guardia fosse alla ricerca di oggetti proibiti, infine la fece girare e piegare per svolgere diligentemente la verifica del buco più sensibile.

All’improvviso la giovane guardia si infuriò, forse pregustava l’idea di incularla ma la trovò troppo stretta per il suo arnese e fu costretto a desistere per non spellarsi l’uccello; le pizzicò le natiche prima di sbatterla a ridosso della parete, la obbligò a star appoggiata con i palmi sul muro e con le cosce larghe, si tolse la cintura dei pantaloni e le mollò una decina di cinghiate.

Livia sentì il glande teso come una sciabola che si affacciava sulla peluria, la guardia l’aveva abbrancata da dietro strizzandole i seni, la fronte sbatteva sulla sua nuca costringendola con la faccia al muro, venne stuprata così con violente bordate che le sconquassavano il ventre, finendo insudiciata dallo sperma che si liberò dentro la vagina con la stessa intensità di un mare in tempesta.

Alle prime luci dell’alba non ricordava nemmeno più quante e quali guardie avessero abusato di lei.

Marta guardò la madre mentre venivano portate fuori dall’area delle celle, restò qualche attimo instupidita ad osservare quel viso ancor giovane stravolto dalle profonde occhiaie; Livia si limitò a sussurrare che non aveva chiuso occhio senza nulla accennare a quanto successo, anche per non preoccupare oltre la figlia.

Vennero portate in una specie di refettorio ove fu servito loro un vassoio con una scodella di caffelatte e del pane duro, poi furono avviate alle docce e poterono finalmente pulirsi sotto gli occhi indiscreti di alcune guardie, le quali sghignazzavano divertite ogni qual volta madre e figlia si insaponavano là dove la folta peluria nera, bagnandosi, celava a mala pena i loro preziosi scrigni.

Mentre si stavano asciugando prima di indossare due tuniche pulite con analoghe fattezze di quelle indossate per la notte, Livia vide arrivare l’omone che per primo aveva abusato di lei nella notte, la prese per un braccio spostandola dietro degli armadietti in fondo alla stanza, che non erano così profondi da nascondere le loro figure completamente.

A Marta non fu difficile intuire quello che stava accadendo nel vedere le ginocchia della mamma che uscivano davanti agli stipetti, mentre era accucciata con la schiena appoggiata alle piastrelle: il movimento dell’ingombrante sedere dell’omaccione faceva capire che la stava scopando in bocca.

Mano a mano che il ritmo cresceva anziché provare un senso di ripulsa sentì che si stava eccitando, le pareva incredibile ma i segnali erano troppo chiari ed inequivocabili, il vedere sua madre trattata in quel modo le stava scaldando la fichetta: fu costretta a lenire quelle fitte asciugandosi profondamente dentro il cespuglio nero, ove le grandi labbra erano bagnate da liquido diverso da quello dell’acqua della doccia.

Livia aveva il volto infiammato non solo per qualche spruzzo di sperma trangugiato alla fine della scopata in bocca, ma anche per la vergogna di sentirsi addosso lo sguardo indagatore della figlia mentre venivano avviate lungo un altro interminabile corridoio, che le portò dentro una stanza ove le stava aspettando l’impettito maggiore che avevano conosciuto il giorno prima.

Vennero legate ai polsi con delle corde che scendevano da un anello al soffitto, con le braccia sollevate, e separate da un divisorio in legno in modo che non potessero vedersi; la luce venne spenta e la stanza rimase nel buio più fitto, poi all’improvviso si rischiarò la stanza accanto, che solo in quel momento si accorsero divisa da una parete specchiata.

Distesa nuda su un tavolaccio, legata mani e piedi a croce, una donna che le due prigioniere riconobbero subito nella loro amica giornalista, aveva il corpo segnato dai lividi, sui capezzoli due pinzette collegate con dei cavi sui quali scorreva la corrente elettrica, l’espressione tesa del volto mutò in consapevole terrore non appena entrò una donna in camice bianco.

Questa donna alta e bionda era la dottoressa Eva, non ancora trentenne, fedele collaboratrice del maggiore; lasciò partire una scarica che elettrizzò il corpo della povera donna, alla quale rivolse una domanda avvicinandosi all’orecchio, che loro poterono ascoltare trasportata da un altoparlante: allora ti decidi a confessare spia?

Vogliamo sapere quanti segreti militari da portare hai passato in questi anni alle due italiane?

No, no, loro non c’entrano nulla con la nostra organizzazione sovversiva, vi ho già detto tutto, sono affiliata al gruppo che ben conoscete e che vuole combattere il comunismo, ma che non ha alcun legame con i paesi occidentali.

Eva impugnò un corto manganello in gomma dura e la colpì duramente sulle cosce facendola singhiozzare, poi glielo infilò nella fica, scopandola a fondo, si interruppe non appena giunse la voce del maggiore attraverso l’interfono: rasale la fica e mettile un paio di pinzette dentro, vediamo se le volute di corrente entro la vagina le schiariscono il cervello!

Livia restò tramortita come se fosse lei al posto dell’amica, si scosse nel sentire il cazzo scoperto dell’ufficiale che le sfiorava le natiche mentre la sua voce vicina ad un lobo, volutamente nemmeno troppo sussurrata affinché potesse arrivare alla figlia oltre il divisorio, disse: vi auguro che confessi altrimenti potrebbe toccare anche a voi la stessa sorte!

Potrebbero non essere sufficienti le visite che ho in mente per voi oggi, debbo cercare all’interno dei vostri buchetti così stretti e rigidi, può darsi che nascondiate delle microchips, ma state certe che noi lo scopriremo, violando e forzando con ogni mezzo questi stupidi pertugi!

A Marta giunse l’esclamazione della madre che venne solo intaccata dalla punta violacea del glande appoggiatosi sullo sfintere, poi delle implorazioni sommesse, ma Max si era già spostato dietro alla figlia.

Intanto Eva aveva insaponato la fica della giornalista e si stava apprestando a radere la peluria con un rasoio a lama, che brillava pericolosamente nella sua mano; il maggiore lacerò le spalline del camice di Marta facendolo scivolare a terra, le scostò i capelli ed addentò la nuca, la ragazza avvertì l’uccello sbattere sul sedere mentre con una mano le avvolgeva un seno e con l’altra raggiungeva la fichetta, incredibilmente colma di umori.

E tu cosa sei disposta a concedermi per evitare che ti faccia torturare?

Tutto, tutto, bisbigliò Marta con un filo di voce, tale comunque da essere udito anche da sua madre.

Tutto cosa, senti come sei eccitata, a differenza di tua madre a te piace sentirti costretta, e magari anche assistere a scene violente vero?

Sì, sì, boccheggiò Marta che si stava contorcendo dal piacere.

Adesso ti slego puttanella, voglio che me lo succhi come hai fatto ieri!

Livia si sentì svenire, con gli occhi guardava oltre la parete specchiata ove all’amica erano state agganciate due pinzette sulle grandi labbra della fica appena rasata, mentre con le orecchie cercava di captare ogni minimo rumore che giungeva dall’altra parte del divisorio.

Vide l’amica svenire dopo un urlo strozzato, quando la corrente elettrica le bruciacchiò la fica tosata, un attimo prima però era riuscita a borbottare quello che la crudele dottoressa voleva sentire: sì, sì, è vero, anche loro sono delle spie!

Nel contempo ascoltò con nitidezza il rumore simile ad un onda di risacca che le labbra di sua figlia emettevano allungandosi lungo l’asta tesa del maggiore, fu questione di pochi secondi perché dovette concentrarsi ad arginare la veemenza di Eva, che era uscita dalla stanza accanto piombandole alle spalle silenziosamente.

Tocca a te lurida spia, sibilò Eva abbrancandola da dietro, adesso ti porto di là a salutare la tua amica, vedrai che confesserai anche tu i crimini che hai commesso!

Mentre si afflosciava terrorizzata tra le braccia di Eva, che stava sciogliendo i legacci, Livia ascoltò in trance le parole della figlia, che ora era stata fatta appoggiare alla parete vetrata: sì, sì, prendimi, stuprami, violentami, fammi godere, spaccami, oh sì, sì, ancora, ancora!

Con gli occhi annebbiati dal piacere Marta vide sua madre nuda nella stanza accanto, era impaurita e tremava come una foglia d’autunno prima di staccarsi dal ramo, lei solitamente così rigida ed altezzosa, ridotta ad una nullità che si limitava ad implorare pietà.

In lei si scatenò la libidine che stava portandola alla conclusione dell’amplesso con l’uomo in divisa, quando vide sua madre che accettava, con evidente arrendevolezza, di prostituirsi con la dottoressa pur di risparmiarsi le torture annunciate.

Accettò persino con disinvoltura il bacio di Eva ed il lungo viaggio della lingua che si intrecciava con la sua, si lasciò piegare sopra la branda ove giaceva ancora svenuta la giornalista, i polsi le vennero legati dietro la schiena, infine l’ordine giunse perentorio e cristallino, offuscando la mente di Marta che era stata appena inondata dalla sborra vischiosa del maggiore: adesso leccala, voglio che la svegli con la lingua!

Le sembrò un sogno vedere la lingua della madre svicolare fuori dalle labbra per inumidire il pube, che pareva la pungesse con i corti peli da poco rasati che brillavano sulla pelle irritata, ma quel che più la stupì fu osservare con quanto trasporto si dedicava a quella missione, senza più alcuna necessità che le venisse ordinato.

Eva aveva rimesso le pinzette sui capezzoli della giornalista mentre Livia continuava a slinguarla e succhiarla, fece passare alcune brevi folate di corrente elettrica che scossero appena il corpo tramortito della donna, trasmettendo qualche brivido anche alla lingua dell’amica.

Marta aveva continuato a gonfiare le pareti della vagina, allungandosi lentamente sull’asta ancora turgida del maggiore, il quale rispondeva con deboli movimenti susseguiti all’eiaculazione; furono sufficienti pochi minuti per riprendere lena, egli non aveva più dubbi, si era ritrovato per le mani una troietta in calore nelle vesti di vittima smaniosa di soddisfare il proprio carnefice.

Intanto la dottoressa si stava dedicando con maggior insistenza sul posteriore di Livia, usando il manganello con fin troppo evidente gusto sadico, prima picchiandola e poi forzandole fica e culo; Marta guardò incredula l’aguzzina che si apprestava a cavalcare sua madre, la cui schiena cominciò ad arcuarsi riflettendo scosse sulla dorsale come se venisse sodomizzata, solo quando Eva si ritrasse vide il tozzo membro che luccicava insudiciato davanti alla transessuale.

Livia e l’amica giornalista vennero usate per molti giorni, in quella tetra caserma, come latrine, alle guardie aizzate da Eva venne concesso tutto e di più, per Marta invece la prigionia si trasformò in un legame carnale con il maggiore, in cella aspettava con ansia il momento in cui veniva portata al suo cospetto, le costava sofferenza farsi prendere didietro anche se alla fine prendevano forma alcuni accenni di piacere che la ripagavano delle fitte che ristagnavano sul suo fondo schiena.

Sua madre perse la vita in un incidente stradale pochi mesi dopo la fine di quell’avventura che l’aveva irrimediabilmente segnata, Marta si era convinta che si fosse suicidata fuoriuscendo di strada ad alta velocità; a lei invece la vista di una divisa qualsiasi produsse per diversi anni ancora, uno stato di agitazione quasi paralizzante, che spesso si tramutava in sfacciata eccitazione.

Una volta fu fermata ad un posto di blocco, la vista di tanti poliziotti con i mitra spianati la lasciò stordita, non riusciva nemmeno a rispondere alle domande che le rivolgevano, credettero che la sua preoccupazione fosse dovuta a qualcosa di losco che cercava di nascondere, venne fatta scendere dall’auto ed infilata in un furgone al cospetto del comandante per essere interrogata.

Cosa nascondi, della droga vero, vuoi tirarla fuori da sola o vuoi che la cerchio io?

Marta si limitò a dei cenni negativi con la testa ma il terrore che luccicava nei suoi occhi venne colto dal comandante come una tacita ammissione; fu piegata di schiena sul piccolo tavolino-scrittoio dentro il furgone, nemmeno una sillaba uscì dalle sue labbra ingorgate di saliva mentre le manacce dell’uomo aprivano la camicetta palpugnando le tette abbondantemente fuoriuscite dal reggiseno.

La nascondi dentro le mutande vero sgualdrina?

I jeans vennero strappati fino a scivolare per terra lungo le caviglie, ove già erano cadute le scarpe, Marta non indossava calze ed al poliziotto fu sufficiente uno strappo laterale per sbarazzarsi delle mutandine che si raggomitolarono esanimi sul tavolino.

Il comandante deglutì un paio di volte soffermandosi eccitato a guardare lo splendido panorama pubico che gli si parò davanti, le dita carnose indagarono frettolose alla ricerca di un bottino che non c’era, evidenziando solo la straripante eccitazione che inondava quella passera scura.

Troia, troia, ecco cosa volevi nascondere, sei una cagna in calore, biascicò il comandante sfoderando l’uccello duro, Marta sbattè ripetutamente la testa sulla parete interna scivolando all’indietro sul tavolino durante le ficcanti fiondate che le sfondavano la fica, godette senza soluzione di continuità per tutta la durata dell’amplesso, boccheggiando e contorcendosi ad ogni passaggio del pene a cui si accompagnavano stringenti manipolazione dei seni.

Il comandante si ritrasse all’ultimo istante spruzzandole di sborra la folta peluria ed innalzando il getto anche sul petto fino a sfiorarle la gola; Marta restò con la bocca socchiusa, aspirando affannosamente, gli occhi erano intensamente lucidi non più per la paura ma per l’eccitazione che ancora le gonfiava il petto.

Lo sguardo trasognato di Marta pareva implorasse una irriducibile voglia interiore di essere ulteriormente sbattuta e maltrattata, il poliziotto la osservò qualche attimo stupito prima di sbottare: puttanella, devi essere in arretrato da molto, non ti basta vero?

Marta riuscì solo a sbattere le palpebre prima di essere trascinata giù sul pavimento del furgone, lo imboccò senza esitazione avvitandosi con lingua su quel piolo leggermente ammorbidito, facendogli ritrovare un vigore ancor più intenso e duraturo di quello iniziale, esasperando così la libidine del comandante.

Distesa a pancia sotto aspettò con ansia di essere frugata dalle dita umide che scivolarono prepotenti dentro il pertugio facendola sobbalzare dal piacere, incredulo di tanta remissività di cui non si spiegava le motivazioni, il poliziotto cominciò a sculacciarla facendola rimbalzare sul tavolino.

Per la prima volta dopo quasi venti minuti fece capolino la voce roca di Marta: pietà, pietà, basta, basta…….

Era una voce flebile ed insicura, quasi trasparente una volontà opposta che alimentò la foga dell’uomo, il quale esaurì la sua rabbia quando le natiche divennero violacee, solo allora impugnò la verga spasmodicamente tesa indirizzandola verso il tenebroso buco che accolse il prepuzio contraendosi impudicamente.

Vuoi che te lo sbatta nel culo vero sgualdrina, vuoi sentirlo rovistare dentro le tue viscere, oh sì dimmi che ti piace farti inculare, borbottò il comandante mollandole un pugno sulla schiena mentre il cazzo affondava senza resistenze nel canale rettale.

Sì, sì, ancora, di più, singhiozzava sconvolta dal piacere Marta, che avvertiva l’avvicinarsi di un nuovo orgasmo.

Nel centro di Vienna, fintanto che il marito è impegnato nei lavori del convegno, Marta passeggia all’interno del quartiere degli antiquari, specchiandosi nelle vetrine ed osservando con tipica avidità femminile le preziosità in esse contenute.

Cambia percorso e sotto il tepore di un tenue sole primaverile prosegue lungo la strada delle sedi diplomatiche, sono tutti palazzi austeri inframmezzati da giardini fioriti, oltre i quali si scorgono alcune costruzioni più moderne, grandi ville attorniate dal verde, una in particolare attira la sua attenzione, ma non fa in tempo a focalizzare la targa che identifica quella ambasciata, viene sfiorata da un auto nera che si infila all’interno di un cancello carraio che sta aprendosi lentamente.

Ha un sobbalzo come chi teme di essere investita, guarda dentro il cortile la macchina che si ferma slittando sul ghiaino, il portone in ferro si sta chiudendo automaticamente ma prima che la vista le sia preclusa riconosce la persona che sta scendendo dalla portiera posteriore: è il maggiore Max.

Seppur dopo tanti anni quella vista la mette in subbuglio, fa fatica a mantenersi in piedi, si appoggia al muro perimetrale ed inquadra la targa in ottone che campeggia davanti all’ingresso: è una sede diplomatica della DDR.

Passano quasi dieci minuti prima che riesca a trovare un minimo di tranquillità interiore, un susseguirsi di pensieri le affollano la mente, vorrebbe allontanarsi in fretta da quel luogo ma una forza interiore la blocca, quando suona per entrare non si rende nemmeno conto perché lo stia facendo, viene accolta da una donna vestita di grigio e dallo sguardo sospettoso che le chiede in che cosa possa esserle utile.

Cerco il maggiore Max, borbotta Marta con tono insicuro.

Non c’è nessun maggiore Max qui dentro, risponde seccata la donna, a che titolo cerca questa persona? Lei chi è mi dia le sue generalità!

L’avevo conosciuto a Berlino, mormora intimidita Marta, declinando nome e cognome.

Solo allora quella specie di arpia si decide a smanettare sul telefono nero che tiene sullo scrittoio dell’ingresso, Marta ascolta con il cuore in gola le frammentate telefonate della donna che compone diversi numeri prima di guardarla dritta negli occhi, l’espressione imperscrutabile trasuda un mezzo sorriso sadico, poi le rivolge di nuovo la parola: mi segua, forse il colonnello Max Reinhart potrà riceverla più tardi.

Marta ha paura quando dopo aver infilato un paio di corridoi l’impiegata apre una porta che conduce nello scantinato, ha un attimo di riluttanza ma ormai è troppo tardi, la donna coglie la sua indecisione, la prende per un braccio e l’accompagna nella discesa attraverso i gradini leggermente umidi, mentre sussurra: dovrebbe sapere che chi entra in questi luoghi perde la propria libertà, qui non siamo democratici come voi occidentali, il nostro è un regime autoritario.

Arrivano in fondo alle scale, adesso Marta trema visibilmente riconosce quei posti come dei luoghi di prigionia simili a quelli della caserma di Berlino, percorrono un altro corridoio e poi viene introdotta in una ampia stanza adibita a cella di tortura, che trova incredibilmente uguale a quella in cui era stata segregata la giornalista amica di sua madre.

La stanza è rischiarata da una sola lampadina che pende dal soffitto, la donna dal naso grifagno svela in un attimo tutta la sua arrogante protervia: conosci le regole, vero?

Marta annuisce e comincia a togliersi il leggero soprabito poggiandolo sull’unica sedia vuota, sono attimi di tensione che accrescono la sua insicurezza, è stata una scriteriata ad infilarsi di nuovo in quel luogo che la farà penare come in passato, questo pensiero l’affanna ma ha anche lo straordinario potere di infiammarle il ventre, avverte un rigurgito di umori che le allagano le mutandine, si è appena tolto il vestito ed è costretta a serrare le cosce per contenere il profluvio.

La donna osserva i fremiti che scuotono il suo corpo, ne ascolta il respiro corto che in pochi secondi si affievolisce liberandola dal piacere ormai incontenibile, le molla un manrovescio apostrofandola: puttana, questo non è postribolo, siamo in una prigione e tu sei una detenuta!

Io…. io, balbetta Marta, sono venuta spontaneamente, non sono una prigioniera, volevo rivedere il maggiore Max……..

Un altro manrovescio le infiamma anche l’altra guancia: silenzio, non ti è concesso di parlare, la persona che cerchi ci raggiungerà più tardi, ti ho già detto che è diventato colonnello!

è la stessa improvvisata carceriera che finisce di spogliarla, abbassando le spalline della sottoveste e slacciando il gancio del reggiseno, lasciando così libere le grosse tette dure.

Marta viene fatta distendere sul tavolaccio e guarda con occhi velati dalla paura gli attrezzi di tortura appoggiati su alcuni alti sgabelli in legno, solleva le braccia sopra la testa e si lascia serrare con degli anelli di ferro.

La lesbica osserva con avidità quel bel corpo fremente, è da diverso tempo che non le capita un bocconcino così prelibato, le abbassa lentamente le mutandine scoprendo la rigogliosa foresta nera che già aveva intravisto sotto il tessuto; le dita affondano perentorie, non è una masturbazione ma il gusto di scorgere la paura che assale la prigioniera.

Le mani si muovono arroganti manipolando con forza le parti più sensibili, Marta si limita a sospirare profondamente temendo ritorsioni più cruente: quello che la esaspera sono le folate di piacere che riverberano dentro di sé, mano a mano che la donna incrementa la sua azione.

Intuisce che l’aguzzina è molto sadica dalla veemenza con cui le ha cacciato un cuneo dentro il culo, soffre e gode contemporaneamente dimenandosi sul tavolaccio in preda a delle convulsioni che diventano spasmodiche nel momento in cui le vengono agganciate sui capezzoli due pinzette che si collegano con lo strumento che trasmette la corrente elettrica.

Il dolore sui seni è insignificante rispetto a quello che l’aspetta: no, no, ti prego, mormora Marta con gli occhi supplichevoli, ma l’altra ha già girato la manovella, trasferendo solo un modesto assaggio di scarica che la fa scuotere appena, alimentando gli umori vaginali.

Vuoi che continui o preferisci leccarmi la figa?

Marta la guarda un attimo interdetta e ciò basta alla donna per liberare un’altra scarica.

Sì, sì, tutto quello che vuoi, sussurra Marta.

La carceriera si sfila le mutande e si inginocchia sopra la sua testa, sotto la gonna Marta si orienta con la lingua alla ricerca della larga fessura, usa tutta la sua abilità per cercare di soddisfare le impellenti voglie della lesbica, che ad un certo punto si allarga le natiche con entrambe le mani invitandola a leccare il buco del culo.

Piegata in avanti la donna usa il cuneo che le aveva infilato nel culo per penetrarle anche la fica, la incita a spingere a fondo a lingua e nel contempo si abbassa ad azzannare la clitoride mentre continua a sconquassarla; la carceriera è vicina all’orgasmo quando Max entra nella stanza, Marta si accorge della sua presenza solo quando il glande affonda nel suo culo.

La lesbica si solleva esausta dopo un copioso orgasmo, Marta rivede il suo aguzzino in divisa, le tiene le gambe sollevate ed ora se le è appoggiate sulle spalle, continua a stantuffarla, insultandola, mentre la sottoposta riaccende la macchina infernale che trasferisce volute di corrente, brevi ma cocenti; Marta ha la vista appannata, si affloscia svenendo qualche attimo dopo aver sentito lo sperma disperdersi nel canale rettale.

Quando si sveglia è sola nella stanza, ha i capezzoli bruciacchiati, di tanto in tanto si affaccia il colonnello Max, la interroga, la sevizia, la stupra.

Nei giorni seguenti i giornali parlano della scomparsa di una donna italiana a Vienna, se ne sono perse le tracce, il marito è disperato e le ricerche proseguono affannosamente, lei è già stata trasferita dalla prigione austriaca a Berlino, qui rimarrà segregata per molti anni, fino alla caduta del muro. FINE

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