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La diciottesima buca

Stavo salendo con l’ascensore ed ormai mancava poco.
Avevo una certa agitazione, perché non si sa mai come vanno a finire certe cose…
Anzi, non si sa mai neanche se cominciano, finché non le hai fatte.
Certamente, ammesso che fosse andata in porto, sarebbe stata un’avventura eccezionale, forse indimenticabile, anche se ne avevo già viste un po’ di tutti i colori.
Era cominciato tutto durante una partita a golf.

Alla buca Due di un campo da Golf sull’Adriatico, mentre avevamo appena lasciato il Tee di partenza, raccolsi da terra una vischia, uno dei ramoscelli lungi e flessibili che vengono potati dai gelsi per rendere più frondosa la pianta.
Sarà stato lungo più di tre metri, e sembrava proprio una frusta naturale; liscia, lunga, elastica e… rumorosa.
Infatti, quando provai a vibrarla nell’aria, sentii il rumore esattamente come se si fosse trattato di uno scudiscio da domatore di leoni.
Giocavano con me due amici. Mirko e Sandra, marito e moglie espressione tipica della media borghesia, rispettivamente 40 e 35 anni.
Lui era bello, biondo, asciutto, dotato di una cultura classica piacevole e interattiva.
Lei, nera di capelli, un visino dolce per quanto severo, due seni normali sulla terza misura, il ventre piatto ed un sedere rotondo e decisamente femminile.
Giocavano abbastanza bene a golf, quindi sarebbe stata una giornata divertente
tuttavia, quando schioccai la vischia nell’aria dietro di loro, entrambi si girarono a vedere che cosa avevo fatto con un’espressione del tutto stramba e meravigliata.
“Cosa è stato? ” – Chiese Sandra, stringendo gli occhi con circospezione.
Mirko sorrise. –
“Cristo, sembrava proprio il rumore di uno scudiscio. Di quelli che fanno paura ai leoni. ”
Diedi un altro colpo per far vedere come lo provocavo e loro di nuovo parvero intimoriti ma attirati.
Continuammo a giocare facendo sentire di tanto in tanto la mia frusta.
I due amici erano tra i pochissimi che avevano letto un mio romanzo erotico, sapendo che l’autore ero io.
Al solito, avevo usato uno pseudonimo, che loro due conoscevano perché glielo avevo detto io stesso.
Era un libro di 300 pagine impostato sul sadomasochismo duro ma non estremo, e loro l’avevano trovato un capolavoro dicendo di essersi eccitati per quasi tutta la lettura.
Alcuni momenti avevano messo in pratica ciò che avevo scritto, ma non eravamo mai andati più in là in queste confidenze.
Non mi avevano neanche detto che cosa li aveva eccitati di più né tantomeno mi avevano suggerito altri spunti.
Avevo portato con me la vischia per nove buche, facendola schioccare per godere della liberazione che mi dava quello sfogo.
Sandra veniva turbata ogni volta, mentre Mirko si voltava a sorridere dell’effetto che le facevo.
Non vinse nessuno di noi tre la partita di golf, ma ci divertimmo un sacco.
Aria aperta, sport e latenti sensazioni erotiche…

Dieci giorni dopo, mi telefonò Mirko per chiedermi di incontrarlo al bar. Ci trovammo alle 18. 30 del pomeriggio.
“Senti, ” – disse, saltando i preamboli. –
“Io e Sandra avremmo pensato di coinvolgerti. ”
“Devo sentirmi lusingato? ” – Chiesi sorridendo affabile.
Poi, vedendo che non rispondeva, proseguii.
“Coinvolgermi in cosa? ” – Domandai più seriamente.
“Tu dovresti… Vorresti… Senti, le cose stanno così. Io e Sandra vorremmo che tu le frustassi il culo. Con una vischia. ”
Impiegai un po’ a mettere a fuoco. –
“Che cosa dovrei fare? ” – Chiesi alla fine, cercando di non imboccare la strada dell’imbarazzo generale.
Abbassò gli occhi, ma poi li rialzò, e con determinazione riprese a parlare. – “Con tutti quei colpi che l’altra domenica hai dato con la vischia, hai fatto navigare la fantasia erotica di Sandra. ”
“Io non pensavo… ”
“E la mia. ”
“La tua… ? ”
“Piace ad entrambi. ”
“Vuoi che ti vada a cercare una vischia? La troviamo anche qui da noi, in campagna, fuori città… ”
“No. Cioè sì, anche… Voglio dire che la vischia bisogna pur andare a prenderla da qualche parte. Ma quello che ti sto chiedendo è di usarla tu. Devi frustarle il culo. ”
Allora avevo capito bene.
“Senti Mirko, prima di infilarci un Cul-de-sac… scusa, in un vicolo cieco… ”
“Hai capito benone. Io e Sandra vorremmo che tu le frustassi il culo. Con una vischia come quella che avevi domenica. ”
“Senti, Mirko. Io sono un teorico del Sadomasochismo. ”
“Lo so. è per questo che… ”
“Voglio dire che in pratica… ”
“Non devi vergognarti di provare piacere nell’infliggere dolore ad una donna. ”
“No, non mi vergogno, ma ritengo che certe soglie non vadano superate. Non si sa mai come vanno a finire. ”
“Se è per questo non si sa neanche se cominciano, finché fai il timido. Forza. Pensa a cosa ci è costato in termini di pudore prendere questa decisione. Non fare lo stronfo e non buttare l’occasione. Sono cose che non si ripresentano due volte nella vita. ”
“Voi siete pazzi! ” – Dissi.
Ma ormai un senso irreversibile di gioia malvagia mi stava riscaldando l’inguine e il sesso stava reagendo in maniera piuttosto decisa.
“Può darsi, ma io ritengo che siamo normali. Piace a tutti tre e quindi è lecito. No? ”
“Sì, in linea di principio lo è… Ma perché io? ” – Mi accorsi di sperare che non cambiasse idea.
“Per quello che hai scritto e perché quello che hai fatto al campo da golf ci ha turbato. Non chiedere perché, ma hai fatto scattare l’interruttore finale. Non subito, ma la sera dopo abbiamo scopato pensando alle tue frustate che davi sull’erba, sulle sacche, sulla sabbia, ai cespugli… Abbiamo scopato quasi tutte le sere, ed ogni volta la tua presenza nelle nostre fantasie si faceva sempre più invadente. Alla fine, senza la tua partecipazione virtuale non ci eccitavamo neanche più. Ora abbiamo deciso di chiedertelo. Devi venire a chiudere il capitolo che ci hai fatto incomiciare. ”
Ero rimasto ad ascoltarlo senza parole, senza una ragione e senza una logica.
Ma non c’è logica nel sesso, se non nell’erezione che le sue parole mi avevano provocato.
Il cuore mi batteva all’impazzata dalla prospettiva annunciata e per questo mi vergognavo stupidamente.
“Vedo con piacere che la cosa ti attira. ” – Mi disse sicuro di sé indicandomi la zip dei pantaloni. –
“Vuoi venirne a parlare a casa nostra stasera? ”
Pensai rapidamente agli impegni che avevo ed eventualmente a come disdirli. Ma ero libero.
“Dopo cena, va bene? ”
“Alle nove? ”
“Alle nove. ”

Alle 21. 30 stavamo seduti nel loro salotto con un Armagnac in mano.
Era ottimo e stavamo parlando del più e del meno da un po’ cercando il modo di entrare in argomento.
Stavo iniziando a pensare che fosse stata un’idea solo di Mirko, quando Sandra ruppe il ghiaccio. –
“Te ne ha parlato Mirko? ” – Disse guardandomi in faccia portandosi poi alla bocca il grande bicchiere di Armagnac.
“Sì. ” – Dissi dopo un sorso studiato.
“E cosa ne pensi? ”
Poggiai il bicchiere, poi lo ripresi in mano.
Stavo per riportarlo alla bocca, ma prima volli rispondere. –
“Come dovrebbe accadere? ”
“Quindi accetti? ” – Chiese lei con una certa apprensione.

“Chiarendo bene i particolari, penso proprio di sì. ” – Avevo tratto il dado.
“Certo. ” – Intervenne Mirko. –
“Ovviamente abbiamo delle condizioni. ”
Sandra annuì guardandolo.
“Sentiamo. ”
“Noi decidiamo il giorno e l’ora. Tu dovrai procurarti le fruste necessarie. Quelle del tipo che hai raccolto al golf. Più di una, voglio dire, perché una sola potrebbe rompersi… ”
“So dove trovarle. ” – Intervenni.
Mi accorsi con eccitazione che ormai stavamo tracciando la sceneggiatura della performance.
“Bene. ” – Riprese Mirko. –
” Io la legherò e la metterò in esposizione a culo nudo. ”
Mi girai a guardare Sandra che sostenne il mio sguardo per poi seguire nuovamente Mirko nella sua descrizione.
“Io scandirò i colpi e tu dovrai colpirla sul culo ogni volta che te lo dirò. Ma attenzione, solo sul culo. Guai se le colpisci le gambe, mi raccomando. ”
“Mi posso esercitare, ” – mi affrettai a dire. –
“So quanto è doloroso. ”
“Non è per il dolore. ” – Precisò Sandra per farmi capire l’importanza. –
“Non voglio tracce. ”
“Possono rimanere anche sui glutei… ” – Sperai che avessero una risposta.
“No. Andranno via. ” – Precisò Mirko. –
“Non dovrai sbagliare. ”
“D’accordo. ”
“E smettere quando ti dirà di smettere. ” – Concluse Sandra.
“E se me lo chiederai tu? ” – Le domandai.
“Niente pietà. Sarò imbavagliata. ”
“Non voglio che la sentano. ” – Spiegò Mirko. – “In realtà piacerebbe ad entrambi che urlasse. ”
“Forse mi farebbe anche impietosire… ” – Azzardai.
“Ragione di più per imbavagliarla. ” – Concluse.
“Allora? ” – Chiese Sandra, soddisfatta di essere riuscita a proporsi e ormai certa che avrei accettato.
“Accetto. ” – Dissi. –
“Ma ho anch’io delle condizioni. ”
“Condizioni? ” – Chiese Mirko. –
“E quali? ” – Era accigliato.
Se pensava che io avrei solo dovuto esser loro grato, si sbagliava.
“Voglio una dichiarazione scritta che l’aveve voluto voi. ”
“Mi pare giusto. Poi? ” – Chiese più tranquillo.
“Altre quattro cose. Prima voglio vederle il culo. Voglio vederlo ora. Deve essere in grado di ricevere frustate senza pericolo di danni fisiologici e voglio assicurarmene. Secondo, quando la frusterò, voglio essere autorizzato a metterle le mani addosso. La palperò, Mirko. ” – Gli dissi. –
“Ti palperò, Sandra. ” – Dissi rivolgendomi a lei.
Non risposero.
“Terzo, userò il massimo della mia forza… ”
“Quarto? ” – Chiese Mirko, eccitato da quest’ultima battuta.
“Quarto, voglio maggiore libertà d’azione. ”
“Cioè? ” – Sandra si fece più attenta.
“Se vorrò interrompere, lo farò senza il vostro permesso. E se mi va, voglio poter dare un’ulteriore scudisciata a mia discrezione. ”
La parola scudisciata aveva impercettibilmente fatto sobbalzare Sandra e soddisfare Mirko.
“Accettiamo. ” – Rispose a nome di entrambi Sandra.
“Evviva! ” – Disse Mirko. –
“Brindiamo all’acordo più impegnativo della nostra vita! ”
“Cin cin. ” – Toccammo i bicchieri.
“Il culo. ” – Dissi poi.
“Il culo? ”
“Sì, devo vederlo. Ora. ”
“Ah sì. ” – Disse Mirko. –
“Come vuoi fare? ”
“Deve solo farmelo vedere. ”
Sandra si alzò, poggiò il bicchiere e mi si girò di schiena.
Poi sollevò pian piano la gonna a scoprire le gambe lisce e ambrate, su su fino a lasciarmi vedere le piegholine del sedere, ed infine, dopo aver dato alle cosce una posa elegante, il culo.
Non portava né calze né mutandine, il che mi fece pensare che qualcosa del genere se lo aspettava.
Rimase così,
lasciandomi a bocca aperta.
La guardai con avidità, ma talmente emozionato che non sapevo proprio cosa fare.
Il culo era rotondo, femminile, alto, e le natiche scendevano quel tanto che basta per coprire il piccolo incavo oscuro formato dall’attaccatura delle cosce.
La pelle era bianca, ma non si vedeva soluzione di continuità con l’abbronzatura delle gambe.
Non aveva nessuna imperfezione e mi resi conto che i vestiti non le rendevano onore.
Guardai le due fossette che rientravano a sagomare i contorni superiori, mentre un piccolo fremito lo rese vivo per un attimo.
Diedi un’occhiata al poco pelo che si riusciva a intravedere a protezione del sesso, e desiderai davvero di penetrarla.
Ma non erano quelli i patti.
Tuttavia me la sentii di chiedere una cosa.
“Puoi allargare un po’ le natiche e scoprire il… buco del culo? ” –
Mi meravigliai del mio coraggio.
Tenendo su le gonne, scese verso le natiche, le accarezzò una volta e poi le allargò con grazia.
Vidi l’intero solco e credetti di vedere il buchetto.
Un capolavoro.
“Grazie. ” – Dissi alla fine. –
“Sei stupenda. ”
Lei lasciò le natiche, poi fece scendere piano la gonna con civettuola apparente
controvoglia, e si girò. –
“Grazie a te. ” – Rispose.
“Allora? ” – Chiese Mirko fiero della moglie. –
“è frustabile? ”

Erano le 22. 30 di sera ed avevo suonato al loro campanello.
Era passata una settimana, ed io mi ero procurato subito le vischie e mi ero esercitato scrupolosamente colpendo uno sgabello di legno che avevo trovato in soffitta.
Mi avevano chiamato la sera prima, ed ora ero pronto, anche se sotto forte stress emotivo.
Venne ad aprirmi la porta Mirko.
Vestiva uno smoking che gli cadeva con un taglio impeccabile.
Io portavo pantaloni fumo di Londra ed una giacca blu doppiopetto con bottoni oro, senza cravatta e con un foulard al collo come mi avevano chiesto.
“Ben arrivato. ” – Mi disse affabile. –
“Mettile là. ” – Indicò le vischie. –
“Siediti. Questa è la nostra dichiarazione congiunta” – Disse porgendomi un foglio ed indicandomi la poltrona. –
“Ti va il solito Armagnac? ”
“Naturale. ” – Risposi.
Misi il documento in tasca, poi ci sedemmo a goderci un paio di sorsi.
Quando il nostro stomaco fu abbastanza caldo e rilassato, mi chiese se ero pronto.
Risposi di sì e diedi un’occhiata alle vischie. –
“Siamo pronti. ”
Appoggiato il bicchiere Napoléon, andò di là in camera da letto e vi rimase una decina di minuti.
Stava iniziando a montarmi una certa emozione da senso di colpa, quando uscì dalla stanza tirandosi dietro Sandra con un guinzaglio al collare.
Una musica “Old English” di sottofondo usciva discretamente dalla camera e per questo non chiuse la porta del tutto.
Lei era bellissima, anche se era bendata e imbavagliata.
Tutto ciò che aveva addosso era nero, compresi bende e bavagli; portava una T-shirt di marca, un paio di mutandine di pizzo che si intravedevano appena, calze autoreggenti con riga ed un paio di scarpe coi tacchi a spillo.
Camminava con l’eleganza di una donna che stava per andare sulla pedana di una sala da ballo.
Le mani erano incatenate dietro la schiena con dei bracciali di morbido cuoio nero uguale al collare, e lui la portava piano e imponente come un trofeo da mettere in mostra.
Erano entrambi consapevoli dell’effetto che la scena, attentamente studiata, stava facendomi.
Portata alla trave di legno che sorreggeva il soppalco del suo office, le slegò un polso, le portò le mani davanti, incatenò nuovamente i polsi al di là della colonna e poi le alzò le braccia fino a bloccare la catena in un grosso anello con moschettone che non avevo notato, alto abbastanza da farla stare perfettamente eretta.
Con le braccia alzate così, la T-shirt si era alzata di cinque o sei centimetri, scoprendo maggiormente le mutandine di pizzo nero che indossava.
Faceva fatica a stare ferma e i suoi movimenti la rendevano estremamente provocante.
Mirko si piegò e le mise delle pastoie da donna in modo da fissarle anche le caviglie alla trave.
Poi salì piano accarezzandole le cosce, dandomi un’occhiata fugace per godersi la mia eccitazione.
Giunto al culo, l’accarezzò. Indugiò prima su una natica, poi sull’altra. Infine si rivolse con me con fare deciso, alla James Bond.
“è tua. ” – Disse. –
“Divertiti con le mani. Quando hai finito ti darò gli ordini per
frustarla. ”
Mi avvicinai a lei col batticuore e mi portai vicino al culo, come per guardalo meglio.
Lei continuava a muoverlo come per trovare una posizione più comoda alla colonna, ed io sentii un forte desiderio di sodomizzarla.
Avvicinai una mano al culo, ma rimasi indeciso un attimo e lei – probabilmente intuendo la mia mossa successiva – diede un piccolo guizzo.
Aspettai che lo rilassasse e poi, finalmente, le presi una natica in mano.
L’avevo desiderato per sette giorni, e confesso di essermi anche masturbato pensandoci.
Il calore e la pienezza del gluteo mi trasferirono un’ondata di desiderio, che liberai palpandole vivacemente prima una natica, poi l’altra, poi entrambe.
Infilai un dito sotto alle mutandine e desiderai subito di toglierle.
Le presi con entrambe le mani e le strappai.
Lei ebbe un piccolo sobbalzo e si strinse alla colonna di legno.
Stringeva le natiche, quasi ad impedirmi di accarezzarle la fessura del culo, cosa che feci col taglio superiore della mano, scendendo
fino a sentire la presenza del pelo e l’umidità del suo sesso.
Il mio narcisismo godette del suo evidente stato di eccitazione ed indugiai un bel po’ prima sfregando le dita e poi il polso, stretto nella parte più femminile di lei.
Sollevai un po’ la T-shirt come per far vedere a Mirko che non avevo dimenticato il mio ruolo e le guardai il culo prima nel suo insieme e poi, con attenzione, il solo buco aiutandomi con le dita.
Ricordai che le donne lamentano sempre che ci si dimentica del seno quando si chiava, e allora passai le mani sul davanti standole dietro, salii fino a sentire i seni e prenderli in mano.
Assaggiai i capezzoli con i polpastrelli e lei ebbe un’altra reazione incontrollata, alla quale risposi una serie di palpate poderose e volgari alle tette.
Si agitò vivamente e sollevò un po’ la coscia destra stringendola alla colonna.
Avvertii che le mie manate la stavano facendo venire e continuai finché non ebbe delle contrazioni spasmodiche che dovevano preludere al suo orgasmo. Allentai la presa.
Scesi sul davanti fino a prenderle in mano la vulva e la sentii lasciarsi andare nella mia mano.
Poi infilai nuovamente le dita nella fessura del culo.
Con l’indice le toccai il buco del culo, lo penetrai piano per un centimetro, poi lo tolsi ed avvertii che avrebbe preferito che continuassi.
Andai sotto fino a prenderle nuovamente la vulva in mano di sotto il culo.
Era gonfia e pulsante.
Umida al punto giusto.
Non ci fosse stata la trave gliel’avrei presa in bocca.
Ma non era detto…
Mi inginocchiai, poggiai una guancia alla natica sinistra e la mano sull’altra.
Diedi un paio di mordoni studiati ai glutei, allargai le natiche e vi infilai il naso.
Poi mi portai avanti fino a leccarle il buco del culo.
Stavolta si mise a gemere, ma proseguii finché non mi si stancò la mascella.
Poi mi alzai e cercai Mirko.
Stava seduto in poltrona con l’Armagnac in mano e le gambe accavallate.
Capì che avevo finito e mi indicò le vischie.
Mi portai a loro e le presi in mano provandone una per una nella flessibilità e nella lunghezza.
Io sapevo già quale scegliere, ma sapevo anche che a Mirko quei particolari piacevano.
Presa la migliore, la feci vedere a lui che la guardò con attenzione e ne approvò la scelta.
L’appoggiai un attimo, poi estrassi dalla mia cartella di pelle un panno ed una
bottiglietta di Lasonyl.
Bagnai per bene il panno col disinfettante e mi portai al culo di Sandra.
Glielo appoggiai aperto sulla natica destra e il freddo umido la fece sobbalzare sui tacchi.
Poi passai sull’altra natica e strofinai ripetutamente bagnando più volte il panno.
Vidi Mirko che approvava la mia precauzione.
Finito, Sandra si fece guardinga, avendo compreso che era giunto il momento.
Io passai con il panno anche lo scudiscio che avevo scelto, poi mi misi in posa, attendendo disposizioni da Mirko.

Mirko appoggiò il bicchiere sul tavolino di cristallo, prese una sigaretta, se la mise alle labbra e l’accese.
Poi, mentre espirava la prima boccata, riprese in mano il bicchiere.
Diede un sorso e mi fece cenno di proseguire.
Mi tolsi la giacca ed arrotolai una parte delle maniche della camicia azzurra.
Mi sistemai a due metri da lei, a gambe divaricate, impugnando a due mani la vischia ed attesi.
Lui mi guardò a lungo, poi alzò ed abbassò il viso annuendo con solennità ed importanza. Spostò lo sguardo da me al culo di Sandra.
Era il via.

Presi la mira avvicinandomi con lo scudiscio al culo e mi concentrai sulla parte più bianca del corpo, in modo che il movimento delle braccia prendessero l’automatismo del colpo di golf. Il culo non aveva un solo neo fuori posto ed ero il primo a violarglielo.
Forza, mi dissi.
Hai un’occasione unica e forse irripetibile di spaccarle il culo.
Caricai il colpo inebirato dal potere che mi era stato dato, portando le braccia indietro ruotando il bacino.
Poi, con tutta la mia forza scaricai le mie energie in una tremenda scudisciata che si abbatté sulle natiche della poverina.
Avevo cercato di farle il maggiore male possibile.
Un sibilo nell’aria simile a quello che avevamo sentito nel campo da golf, uno schiocco secco ed echeggiante nella sala prodotto dalla canna che si impattava sulle natiche, un sobbalzo innaturale della bella donna verso l’alto e con la testa indietro, il rumore sordo del suo pube che sbatteva sulla colonna e il contraccolpo di lei che rimbalzava indietro, le cosce che saltavano oltre la colonna riportate giù dalla catena che le serrava le caviglie.
Il movimento l’avevo fatto passante, così al colpo che le avevo inferto si aggiungeva anche l’effetto dello striscio passante fino a termine della corsa.
Il bavaglio trasformò l’urlo di Sandra in un muggito prolungato e lacerante per quanto sordo.
Si dibatteva come un pesce in padella, ma io incurante del suo martirio cercai di osservare il suo culo dopo l’effetto disastroso del colpo.
Una riga rossa le segnava perfettamente orizzontale come a tagliarle il culo in due.
Pulsava come se avesse contrazioni e dovesse partorire.
Stringeva e schiudeva le natiche mostrando il buco del culo a me, il suo carnefice.
Dopo un paio di muniti la riga rossa era larga e gonfia, ma non c’era lacerazione. Sembrava che l’avessi sfiorata con un ferro rovente.
Lei urlava ed io cercai di sentire come rispondeva il seno.
Le tette, auscultate mettendo una mano sotto alla T-shirt, erano bollenti e trepidavano.
Pensando che non si accorgesse di me, gliele strinsi al massimo e solo allora parve in equilibrio tra il dolore e il piacere.
Sbatteva in qua e in là il capo come per farci sapere il suo “no, no, no… “.
Ma io mi limitai a sentire con l’esterno delle mani il risultato della prima scudisciata.
Era gonfia. Infilai un dito piano nel culo e sentii che la temperatura, come previsto, era leggermente salita.
Bene, pensai, ho fatto un bel lavoro.
Non resterà traccia.
Cercai la scarpa che aveva gettato distante e gliela rimisi.
Lei chinò il capo come per riprendersi umilmente di fronte a tanta violenza, ed io guardai Mirko.
Era come impietrito dallo spettacolo.
Poi si accorse che lo stavo guardando e mi fece segno di continuare.
Era quello che aspettavo.
Caricai il colpo ed attesi disposizioni.
Al suo cenno maestoso, scaricai un altro terribile fendente, che andò ad assestarsi vicino al primo, ma con effetti ancora più devastanti.
Lei sobbalzò, saltò come una rana, cercò di urlare ma le mancò il fiato.
Inarcuò la schiena come per allontanare il dolore.
Scosse la testa per farci fermare ed io mi rivolsi a Mirko per avere disposizioni. Fece cenno di continuare.
Andai al culo e cercai di sentire l’effetto.
Lei parve non sentirmi.
Le misi due dita sotto al culo e sentii il pulsare delle sue vene.
La sua vulva era gonfiata al parossismo.
Era meglio battere il culo finché era caldo.
MI allontanai e sferrai una terzo durissimo colpo.
Stavolta parve sbattere come se le avessi dato un colpo di catena.
Le ginocchia cedettero e lei penzolava dalle catene con cui era fissata in alto.
Mi girai verso Mirko. –
“Basta così? ” – Gli dissi.
E appoggiai la vischia che ormai in punta si era rotta in due linguette.
Diede un sorso e fece cenno di sì, con evidente malincuore.
Fu allora che volli dare un quarto colpo d’istinto, colpendola quasi dove l’avevo presa con il primo.
Non era svenuta, perché reagì saltando con le gambe larghe, che le catene le fecero richiudere di botto.
Stavolta, la perdita di controllo del proprio corpo le provocò una pisciata breve ma intensa.
Aveva svuotato la vescica in due o tre secondi.
Avevo finito.
Gettai lo scudiscio di gelso.
Srotolai le maniche, sistemai il foulard e indossai la giacca. L’abbottonai e mi avvicinai alla porta.
Mentre l’aprivo, vidi che Mirko si stava avvicinando a Sandra abbassando la zip.
Mentre la chiudevo vedevo che il suo pene si stava per dirigere all’invito che la natura ha messo alla base del culo dell’essere umano.

Tornato a casa, quella notte cercai di insidiare mia moglie.
Dovevo pur dare sfogo alla ipercarica di testosterone che avevo accumulato.
Si svegliò brontolando, al buio, cercando di capire cosa volevo fare con il pene in posizione di lavoro.
Dopo un po’ di resistenza, decise di placarmi e mi si mise sulla pancia e se lo infilò.
Lavorò con una certa eccitazione finché lei non venne gemendo di piacere.
Ma io non avevo avuto risultati.
L’esperienza di prima aveva reso tutto il resto scontato ed insignificante, e così ero riuscito a provocare l’orgasmo a due donne e ad un maschio senza raggiungere il mio.
L’uccello era su, ma non voleva venire.
Per fortuna mia moglie comprese che alla base di tutto c’era la stanchezza.
Me lo prese in bocca e mi fece venire con la più bella masturbazione di coppia mai inventata dalla natura.

Non li incontrai per alcune settimane, tanto che mi sentii in colpa al punto di pentirmi di tanto sfogo animalesco.
Poteva non essere più in grado di camminare.
Forse non poteva più evaquare, forse si era fatta ricoverare…
Come avrei dovuto comportarmi?
Mi ero scatenato come una bestia, forte di un documento sottoscritto dalla mia vittima e dal suo padrone.
Ci trovammo inaspettatamente a cena al circolo del golf, per festeggiare una manifestazione particolarmente importante.
Sandra sembrava perfettamente a posto e mia moglie chiese loro di cenare con noi, e questi accettarono di buon cuore.
Alla fine, dopo una serata impostata sull’allegria, decisi di fare una domanda in codice.
“Tutto bene? è da tre settimane che non vi vedo. Avete voglia di giocare con noi? ”
“No, senza di me. ” – Precisò mia moglie. –
“La prossima volta che giocherò a golf sarà solo in vacanza. Sono troppo stressata. ”
“Se vuoi giocare con noi, non ci sono problemi. ” – Disse allora Sandra. –
“Perché dopo cena non passate da noi a bere un Armagnac che ne parliamo? ”
“Vacci tu. ” – Mi disse mia moglie. –
“Io sono stanca. ”
“Mi spiace. ” – Sandra sembrava davvero rattristata dal suo diniego. –
“Vieni almeno tu. Ci facciamo due chiacchiere come l’altra volta, poi andiamo a letto. ”
“Vai. ” – Mi rassicurò mia moglie. –
“E accordatevi per 18 buche da qualche parte. ”
“Io e Mirko ne abbiamo parlato. ” – Disse Sandra in modo che io comprendessi l’antifona. –
“Ti invitiamo solo a patto che, alla fine, la diciottesima buca la chiudi anche tu. L’ultima volta l’ha imbucata solo lui. ” FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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