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La diletta cognatina

Girava gli occhi impauriti intorno alla stanza imbottita, in cerca di qualunque cosa le potesse dare aiuto, impossibilitata a parlare a causa del bavaglio che le ostruiva la bocca.
Ma se Rosanna era confusa, impressionata dalle rivelazioni di Gianfranco, fu ancor più terrorizzata quando questi si allontanò da lei per cercare qualcosa nella stanza. L’uomo frugò con gli occhi e quando vide ciò che cercava sogghignò. Si portò all’angolo opposto, si curvò e rovistò in una pila di armi e articoli di sadismo, tutte cose ideate per infliggere tormento e dolore a un essere umano.
Prese l’oggetto, si voltò tenendolo bene in mostra in modo che Rosanna vedesse di che si trattava. La vista di quella diabolica creazione le causò un’ondata di terrore e brividi nervosi la percorsero per tutto il corpo. Aveva il sudore freddo, la pelle d’oca e gli occhi fuori delle orbite.
– Grazioso, vero? – rise lui. – Era la passione di tua sorella. –
L’uomo andò avanti tenendo l’oggetto a mò di trofeo per darlo in premio a Rosanna Larini, distintasi nel compimento del proprio dovere. Ma Rosanna non voleva quel riconoscimento, quell’oggetto che Gianfranco carezzava amorevolmente con la punta delle dita.
– Tua sorella lo adorava – ripetè Gianfranco. – Vedessi come strillava quando glielo mettevo nel posticino dove lo metterò fra poco anche a te. –
Fece dondolare l’oggetto davanti al naso di Rosanna, la quale contrasse l’ano vergine e vulnerabile, strinse i muscoli dello sfintere.
Era un pene finto, di gomma plastificata color carne, di proporzioni enormi e perfettamente riprodotto nelle sue caratteristiche anatomiche. La somiglianza con un vero pene era fantastica. Ma Rosanna non lo considerò un oggetto artistico.
No, quel fallo non era una creazione di bellezza e di abilità. Era un esempio di depravazione e, pur soffocata dal bavaglio, Rosanna cominciò a mugolare e protestare, tentando di indurlo alla ragione.
Ma i suoi singhiozzi gutturali e soffocati non servirono, ne le valsero i contorcimenti del corpo da una parte e dall’altra nell’inutile tentativo di staccarsi da quella specie di croce alla quale era saldamente attaccata.
– Già, questa stanza è davvero soffocante. Ho dovuto chiudere le grate dell’aria condizionata quando ho imbottito le pareti – disse Gianfranco ridendo. – Perciò non c’è da meravigliarsi se sudi tanto, proprio come una maialina da macellare. –
Le girò attorno un paio di volte sorridendo sornione ai suoi contorcimenti.
– Scommetto che gradiresti qualsiasi cosa piuttosto che questo grosso arnese piantato nel sederino. – aggiunse poi. – Oh, si, mi divertirò un mondo con te, Rosanna. Tua sorella lo chiamava il “soggiogatore” perchè, quando glielo ficcavo nel culo, diceva che si sentiva veramente umiliata, soggiogata, sotto il mio controllo. –
Durante questo discorso, e i suoi commenti salaci, Rosanna aveva continuato a fissare l’oggetto in questione. Il pensiero che quell’uomo avesse costretto sua sorella a farsi sodomizzare con quel fallo da stallone lungo venticinque centimetri era sufficiente a farla star male.
Ma peggio ancora era che quell’uomo volesse praticare quell’atto umiliante e doloroso anche su di lei. Tirò forsennatamente sui legacci, ma invano.
Si affacciavano tante angosciose domande nella sua mente e soprattutto perchè Gianfranco si stava accanendo tanto su di lei?
L’aveva attirata in casa sua con una scusa, l’aveva sopraffatta, legata, imbavagliata. L’aveva incatenata a una specie di croce di legno fatta con un palo infisso nel pavimento con un asse inchiodata di traverso e ora la stava minacciando di atroci sevizie. Perchò faceva il possibile per terrorizzarla? Anche perchè una cosa erano il terrore e la crudeltà mentale, e un’altra l’aggressione fisica, specialmente anale.
Fu Gianfranco a fare la mossa successiva.
Evidentemente, immaginò Rosanna, era soddisfatto di averle cavato ogni goccia di paura dal corpo sudato e tremante. Posò momentaneamente a terra il pene artificiale, e con le mani libere afferrò il bordo superiore delle mutandine che Rosanna ancora indossava.
Gianfranco teneva saldamente la presa nel ridotto indumento di nylon. Rosanna abbassò lo sguardo incredula e trattenne il fiato. Lui lanciò un grido di eccitazione e strappò l’indumento dal corpo. Non si curò di toglierlo, ma lo lacerò ai fianchi e lo tirò via.
Rosanna abbassò gli occhi, rossa fino alla radice dei capelli, perchè non voleva che lui notasse la sua vergogna e il suo accentuato terrore. Il suo gioco era diventato torbido, squallido, degradante, peggiore della tortura mentale o delle frustate.
Lo sodomia, lo sapeva, rientrava in una categoria di tormento tutto a sè.
Ma sapeva anche di non poter sfuggire alle sue grinfie. Purtroppo il bavaglio ficcato in bocca non le consentiva di implorarlo e di tentare di farlo desistere.
– Niente male, Rosanna, niente male – sogghignò Gianfranco. Tese la mano e passò le dita sulla peluria ricciuta del suo pube, carezzò le labbra della vulva. – Ti piacerebbe se ti toccassi e ti facessi eccitare, vero? –
Impossibilitata a rispondere, Rosanna rimase immobile, l’ano contratto e chiuso. Non staccava gli occhi dal grosso fallo di gomma che Gianfranco aveva ripreso in mano, e l’idea di riceverlo dietro gli dava i sudori freddi.
– Ehi, ehi, ti stai eccitando, sorellina! – commentò Gianfranco, mentre le sue dita si muovevano languidamente sulla carne molle di Rosanna.
In effetti col prolungarsi di quelle carezze e manipolazioni Rosanna non potè evitare di sentire sorgere il piacere sessuale, risvegliarsi l’estasi erotica. Fremette sotto l’azione delle dita di lui che disegnavano intricati ghirigori lascivi dentro la sua natura ormai umida, o si spingevano ad accarezzare pigramente il clitoride che andava gonfiandosi di desiderio.
Nonostante tutto, si stava bagnando, si stava eccitando. Rosanna non voleva che accadesse, non voleva mostrargli che, pur nel dolore e nel panico, era pienamente capace di avere stimoli sessuali. Eppure non potè farci niente.
Rosanna impallidì, mugolò d’eccitazione, e tentò di dimenticare l’atto futuro, la promessa di abuso, la prova sodomitica che le pendeva sul capo.
Ma quando l’ebbe portata a un passo dall’orgasmo, Gianfranco ritirò la mano e lasciò la presa.
Passò dietro a lei per spingerle il corpo di lato in modo che non appoggiasse col sedere sul palo verticale della croce, che le serviva anche da protezione.
– Era piuttosto piacevole, vero Rosanna? – le disse ridendo. – Ma ti garantisco che questo – e le pizzicò le natiche contratte e dure – sarà una vera festa… per me almeno. –
A quelle minacce, Rosanna si irrigidì e sbirciò indietro allarmata. Vide e sentì Gianfranco che le allargava le natiche, esponendo il solco bruno e l’orifizio rugoso e contratto.
Un dito lungo e nodoso si fece strada, bruciante, nel suo retto violandole l’ano e facendola sobbalzare per la stilettata di dolore che la colpì all’improvviso.
Ma il dolore pur lacerante del dito nel sedere fu poca cosa in confronto al dolore che provò subito dopo.
Perchè fu allora che, dopo aver estratto il dito, Gianfranco mise in atto i suoi propositi di tortura. E Rosanna cominciò a gridare dietro il bavaglio, e gridò con la forza della disperazione, come mai aveva gridato in vita sua.
Un leggero strato di saliva bastò a lubrificare quel mostruoso fallo di gomma. Ma non servì affatto ad attutire il dolore straziante che Rosanna sentì appena Gianfranco le ebbe introdotto il brutale strumento nell’ano.
Glielo sbattè dentro con forza, gridando di piacere folle, felice di violare una zona mai toccata nè usata. Rosanna stava piangendo per il dolore, e intanto cercava di controllare lo sfintere.
Ma i suoi muscoli anali dovevano lottare contro la forza di Gianfranco, che in breve ebbe la meglio e la usò laddove nessuno mai aveva osato penetrare. Un dolore devastante le si diffuse nel canale allargato e torturato, Rosanna si sentì svenire, cercò di rilasciare, di allentare i muscoli, non potendo impedire a Gianfranco di fare quello che aveva progettato.
– Deve essere terribilmente doloroso, vero dolcezza? – le mormorò Gianfranco vicino all’orecchio.
Spinse ancora e inserì altri cinque centimetri del pene finto, arrivando quasi al secondo fascio di muscoli anali che collegano il retto al colon e all’intestino cieco. Rosanna voleva svenire ma non riusciva a cadere nella beata incoscienza.
– è talmente allargato, è incredibile! – commentò Gianfranco guardandole il buchetto oscenamente dilatato e continuando a forzarla, come se eseguisse un esperimento fisiologico, non un atto di terrore e di sadismo. Guardò in su verso la faccia di Rosanna.
– Fa male, dolcezza? … Si, fa male. Lo vedo dalla tua faccia. Scommetto che in questo momento vorresti morire vero? Ti senti scoppiare la pancia, è così? Ti senti allargare il culo… – e detto ciò allungò una mano e grattò con le unghie la superficie pulsante del suo clitoride.
L’atto le strappò un altro grido di dolore; le unghie incidevano, ferivano come lo strumento infernale che aveva dietro. Rabbrividì e chiuse gli occhi.
Gianfranco sganciò le strisce di stoffa che tenevano fermo il bavaglio e liberò la bocca di Rosanna da quel tappo fastidioso. Rosanna sentì dolore alle mascelle, la lingua gonfia e infiammata, la bocca arida, impastata. Ansimò, tremò, incapace di parlare anche se ora non aveva più il bavaglio.
– Non ti piace tanto, vero dolcezza? – le chiese Gianfranco, muovendo il pene finto a stantuffo dentro il suo retto.
Rosanna non sopportava quelle frasi irridenti che lui le mormorava non meno di quel fallo sproporzionato zeppato nel suo ano infiammato e dolorante.
– Scommetto che ne preferiresti uno vero, Rosanna! – dichiarò l’uomo e, senza una pausa nel ritmo, tirò via bruscamente il grosso arnese di tortura. A Rosanna parve che col pene finto le portasse via anche il retto. Boccheggiò, gli occhi le si riempirono di lacrime, ma appena le pareti del canale si furono riunite, non più tese e infiammate dall’oggetto degradante, Gianfranco si affrettò a togliersi i pantaloni.
– Oh Dio, no, no! – gridò d’un tratto Rosanna, ritrovando la voce. Il solo pensiero di essere brutalmente violentata da lui bastò a stravolgerle giudizio e ragione. Si mise a gridare e le sue furono grida di terrore e di panico, rauchi gorgoglii, suoni gutturali. Ma la stanza era come una tomba, una cripta.
Le sue grida frenetiche non andarono da nessuna parte, ma tornarono nelle sue orecchie, nella sua testa. Continuò a gridare, ma nessuno la udì, nessuno venne in suo aiuto. Era sola in balia di un pazzo e attraverso occhi velati vide Gianfranco liberarsi delle mutande e mettere in mostra un pene rigido e vibrante che la riempì di spavento.
Gianfranco la tolse dalla croce e la fece cadere bocconi, con polsi e caviglie ancora legati.
Le liberò le mani e i piedi dai legami; appena si sentì libera Rosanna tentò di strisciare a quattro zampe verso la porta chiusa, oltre la quale c’era per lei la libertà, ma all’improvviso fu bloccata dal peso del corpo di Gianfranco che montò a cavalcioni su di lei come un cavaliere sul suo cavallo.
Le legò nuovamente i polsi, togliendole ogni speranza di libertà. Poteva dire soltanto di essere in posizione più comoda perchè ora le braccia erano riunite davanti al corpo, non dietro.
Ma era sempre imprigionata, alla sua mercè.
L’ano le bruciava e le dava fitte di dolore insopportabile. Uno strattone alla sua lunga chioma bionda bastò a soggiogarla. Rosanna si immobilizzò, si raggelò e a quel punto Gianfranco volle prendersi il suo divertimento.
Quando Rosanna guardò da sopra la spalla, ansante, e più impaurita che mai, vide l’uomo avvicinarsi col suo membro dondolante proprio dietro di lei.
Fu una magra consolazione pensare che quel pene non era mostruoso e grosso come l’altro. Era d’altronde un pene di rispettabili dimensioni, ma quello importava meno che non sapere di essere sodomizzata da un uomo. Rosanna si lamentò pateticamente. Perchè le faceva tutto questo?
– Pietà, pietà, ti supplico – disse con voce rauca. – Perchè, dimmi perchè, che cosa ho fatto? –
– Che cosa hai fatto? … Che cosa hai fatto, dici? Te lo dico subito sgualdrinella. Tu hai la colpa di essere la sorella di quella puttana di mia moglie!! Di quella stronza maledetta che mi abbandonato. Mi ha piantato lo capisci? … e non potendomi vendicare su di lei, sei tu che ne fai le veci. Sei tu a subire le conseguenze della fuga di quella maledetta troia!!! –
Rosanna tornò a guardarlo, incerta se provava pietà o rabbia, commiserazione o ostilità. Per quanto aveva visto era senz’altro pazzo.
– Ma… cerca di ragionare, ti prego! Non puoi prendertela con me, non puoi addossare a me la colpa della fuga di Giorgia. Che c’entro io? Cosa ti ho fatto di male? … Ti prego ascolta, cerca di ragionare… –
Ma Gianfranco non l’ascoltava.
Sputò nel palmo della mano e si passò la saliva sull’asta rigida. Dopo essersi lubrificato, si accucciò dietro Rosanna il cui sedere era ben in mostra.
Rosanna tentò di portarsi avanti carponi per sottrarsi al dolore dell’offesa. Ma l’uomo le afferrò le cosce e la tirò a se, pronto a sbatterle il grosso membro nell’ano contratto.
Rosanna aveva teso anche i muscoli delle natiche, stretto il solco, serrato con tutte le sue forze il buchetto, ma la forza diabolica di Gianfranco la sopraffece. Con un selvaggio grido di gioia l’uomo diede una spinta feroce e metà della sua asta eccitata s’immerse nel canale rettale.
Il dolore fu intollerabile. Rosanna stava per accasciarsi, ma tentò di divincolarsi, arcuarsi, espellere quell’arnese crudele e bruciante che invece avanzava e s’insinuava in profondità, bloccandole il retto come se fosse un ferro incandescente.
Non resse più allo spasimo terribile e cominciò a gridare e a gridare con quanto fiato aveva in corpo.
– Oh, si, si, così va bene – disse Gianfranco piegandosi in avanti con abbandono scatenato e abbracciandola stretta per l’addome. – Urla, urla se vuoi… ma fatti sfondare… Voglio sfondarti… Urla ancora, dai, fammi sentire che ti sto aprendo il culo… fammi sentire tutto il tuo dolore…. –
Rosanna continuò a gridare mentre si sentiva grattare le pareti già infiammate del canale asciutto e corrugato. I testicoli di Gianfranco, carichi di sperma, sbattevano di tanto in tanto contro la vagina contratta di Rosanna. Più si spingeva in profondità, più Rosanna sentiva aumentare il dolore e le lacerazioni.
La stanza cominciò a girarle intorno e Rosanna fu colta da sensazioni di disgusto, di odio per se stessa, perchè non era in grado di impedire che la stuprasse con piacere demoniaco. Ormai Gianfranco aveva spinto il pene fino alla base, fino ai testicoli e stava torturando le viscere di Rosanna.
Ma ancora più del dolore fisico Rosanna sentiva la vergogna, l’umiliazione, la degradazione, la natura perversa dell’atto.
Gianfranco cominciò a dare colpi precisi, cadenzati, uno dopo l’altro. Mugolava come un cane in calore, sbavando di libidine, mentre proseguiva con le spinte ritmiche nel budello stretto e infiammato.
– è piacevole, cara cognatina? – ansò l’uomo aggrappato come un lupo famelico alle sue terga. – è bello grosso vero? E io so come muoverlo, so come fare per farti godere di una bella inculata! –
Le parole di derisione erano poca cosa a paragone del dolore che l’uomo le causava. Chiuse gli occhi, si morse il labbro inferiore, tentò di controllarsi, di non parlare, di non lamentarsi. Ma quando ebbe raggiunto il limite della sopportazione, Gianfranco era appena agli inizi del suo godimento.
L’uomo accelerò il ritmo, diede colpi di pistone terribili nell’ano della sua vittima. Fu allora che, mentre Rosanna era sul punto di svenire, che Gianfranco le passò una mano sotto la pancia, andandole a posare il palmo aperto sulla vulva e cominciando poi a stuzzicarle con le dita la vagina asciutta, mentre continuava a degradarla, violentandola con piacere malvagio, sadico.
Ma se non altro Rosanna fu un po’ distolta dal dolore che ogni spinta dell’uomo faceva aumentare. Aveva gli occhi pieni di lacrime, e attraverso il velo del pianto e la ragnatela di terrore guardò la rozza croce dove era stata appesa fino a poco prima, aggrappandosi a lei come simbolo di liberazione e sperando con tutte le sue forze che tutto finisse al più presto.
Sebbene Gianfranco mantenesse il suo ritmo propulsivo e Rosanna fosse disgustata, umiliata, usata con crudeltà, la carezza dell’uomo ai suoi genitali non mancò di sollecitare un certo piacere nella vittima. E il piacere aumentò man mano che le carezze si facevano più profonde, più precise, più stimolanti.
Ora avrebbe voluto poter dominare il dolore per dedicarsi tutta a quel sottile piacere che nasceva strisciante all’interno della sua vagina per irradiarsi fin nei suoi lombi martoriati.
– Ti piace, eh, sorellina! – le disse rauco Gianfranco. – Ti piace sentirtelo sbattere nel culo. Ti piace farti sfondare dietro. Lo sento da come ti stai bagnando, porca! –
Ma le parole importavano poco. La sofferenza, quella si, e la presenza di lui dentro di lei, riempivano i pensieri di Rosanna che rantolava in preda a dolori indicibili.
Avrebbe voluto estraniarsi, allontanarsi con la mente da quell’agonia lunghissima. Ma Gianfranco non le dava tregua e il dolore aumentò ancora mentre lui continuava a scanalarla nel retto ormai sanguinante.
Tentò di ignorare il dolore bruciante, le spinte violente di Gianfranco che affondava nel suo canale torturato, il sangue che le colava sulle cosce causandole un folle prurito e di concentrarsi solo sulle stimolazioni che la sua mano continuava a elargire alla sua vagina. La peluria sulle cosce di Gianfranco grattava i glutei di Rosanna in modo fastidioso, mentre l’uomo, che la montava come una bestia, gridava con gioia demoniaca: stava per venire, per scaricare la sua pioggia di sperma.
Quanto andò avanti così non potè dirlo. Era fuori di se, posseduta da dolore e piacere, i due poli opposti dello spettro sessuale. Ma alla fine Gianfranco raggiunse la fine della sua cavalcata, non potè trattenersi oltre.
E quando ebbe l’orgasmo, Rosanna chiuse gli occhi e cadde sul pavimento. Non ce la fece più a tollerare il dolore fisico, il tormento mentale. Rimase accasciata così mentre Gianfranco le riempiva l’intestino di sperma bollente e gridava, nel furore dell’orgasmo, finendo nell’estasi ciò che aveva cominciato con tanto piacere.
Il piacere perverso di infliggere una tortura degradante.
FINE

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