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La gestante (parte 2 di 3)

Il colpo improvviso, violento, ricevuto sulle natiche impreparate ed indifese, inflitto proprio con quel righello, la fece piombare nella atroce realtà del guaio in cui si era cacciata.
– Vero che adesso spieghi ai tuoi colleghi, per filo e per segno, perché stai qui, in queste condizioni ed anche cosa li preghi di fare per salvarti dal casino in cui ti sei cacciata rischiando di trascinare anche tutti noi nello stesso disastro? –
Trattenendo a stento i singhiozzi la donna annuì, badando bene, però, di mantenere le braccia ben serrate al disopra della testa. Aveva già ricevuto due dolorosi ceffoni sulle mammelle quando, poco prima che entrassero i due colleghi, aveva accennato ad abbassarle per coprire, almeno con le braccia, le sue intimità.
Un altro violento colpo sulla giuntura tra cosce e natiche accompagnò l’esortazione del capo.
– Avanti, allora: sputa il rospo. –
Concetta, tra le lacrime, si decise a raccontare nuovamente tutto quello che aveva già confessato quella mattina: raccontò di quella sera in cui il Foti era giunto tardi per assicurare i nuovi pullman; dei vestiti a saldo; del perché non avesse sistemato tutto alla fine del primo mese; di come il capo, quella mattina, le avesse anticipato i soldi per sistemare la pratica.
– E basta così? Non devi aggiungere altro? –
Un altro colpo, ancor più violento dei precedenti, si stampò sulle sue natiche già doloranti incitandola a proseguire con la parte del discorso, per lei, più scabrosa.
– So bene, – riprese la donna con la voce interrotta dai singhiozzi – che dovrei essere denunciata per furto; che con il mio comportamento ho rischiato di far chiudere l’agenzia lasciando tutti voi senza lavoro; che per colpa mia tre autobus hanno viaggiato per due mesi senza assicurazione con tutti i rischi del caso. Ringrazio il Direttore per avermi concesso l’opportunità sia di rimettere tutto a posto, che di chiedere il vostro perdono. – poi, dopo un attimo di pausa continuò, più titubante di prima – So di non meritarlo per il grandissimo rischio che vi ho fatto correre, ma spero che se mi punirete come merito, poi sarà più facile per voi dimenticare questa brutta storia senza denunciarmi. –
Vallescura e Petroselli si guardarono allibiti: non sapevano cosa pensare; se credere o no alle parole appena udite, specialmente a quelle pronunciate alla fine del discorso.
I loro cervelli viaggiavano a mille, senza avere il coraggio di soffermarsi a valutare le favolose possibilità che le parole della collega stavano offrendo loro. Troppo bello per essere vero: l’occasione, presentata spontaneamente su un piatto d’argento, di esaudire i loro sogni più sfrenati e segreti.
– Dalle vostre espressioni, immagino già quale sarà la vostra risposta, ma per sicurezza voglio farvi ugualmente la domanda: volete che io denunci la signora Concetta per furto, truffa, malversazione e quant’altro gli avvocati vorranno inserire nella denuncia, oppure accogliamo, tutti e tre insieme, la sua richiesta di essere punita, immediatamente, purché mettiamo una pietra sopra a quel che è successo? –
Il Direttore si era nuovamente accomodato alla scrivania. Ormai era più che certo di avere in pugno la situazione. Certamente quel bocconcino di Concetta, anche se sformata dalla gravidanza, avrebbe voluto papparselo da solo, in tutta intimità, a modo suo, ma aveva bisogno di quei due per tenere a freno le chiacchiere che, in ogni modo, ci sarebbero state in agenzia: il rischio era troppo grosso; meglio dividere il piatto che rischiare qualche dolorosa grana.
– è ovvio che il suo avervi voluto ricevere completamente nuda, – proseguì a beneficio soprattutto di Concetta, prima che gli altri avessero il tempo di profferire parola, – sta proprio ad indicare la sua forte speranza che voi decidiate di concederle il nostro perdono punendola. In questo caso, naturalmente, ognuno di noi sarà libero di agire a modo suo, come meglio gli aggraderà, senza che lei si rifiuti di fare o farsi fare qualsiasi cosa ci venga in mente. Allora? –
A Vallescura già brillavano gli occhi per l’eccitazione. Sadica con tendenze lesbiche fin dalla prima infanzia, anche se, ogni tanto, non le dispiaceva farsi impalare da qualche grosso randello, aveva già lasciata libera la sua immaginazione sognando di fare a quella stronza tutto quello che non si era mai potuta permettere di fare alle sue occasionali compagne. Petroselli, d’altro canto, era noto come uno cui piaceva fare giochini particolari, per cui neanche lui si sognava di perdere una simile occasione. Bastò che i due si scambiassero un semplice sguardo per dare la risposta univoca.
– Visto che dobbiamo essere tutti d’accordo – disse la Vallescura molto scaltramente guardando fisso negli occhi il direttore – lasciamo l’ultima parola a lei. Io, da parte mia, sono talmente incazzata per il rischio che ci sta facendo correre, che non ci penserei due volte a denunciarla, ma poi, a ben pensarci, cosa le accadrebbe? La condannerebbero a un paio d’anni che, con le attenuanti diventerebbe uno; dopo qualche mese uscirebbe per buona condotta, mentre tutti noi staremmo ancora girando per trovare un altro posto di lavoro. No: forse sarebbe meglio farle capire a modo nostro che certe cose non si fanno; per questo, ci rimettiamo a lei. Se vuole denunciarla, a noi sta bene, se vuole che la puniamo e poi la perdoniamo, a noi sta anche meglio. Decida lei. –
– No, – ribatté molto perfidamente il direttore, ormai sicuro del fatto suo – visto che siamo tutti d’accordo, sia in un caso che nell’altro, a questo punto è meglio che a decidere sia l’interessata stessa. Allora, Concetta, cosa scegli? Vuoi che ti denunciamo o preferisci essere punita lasciandoti fare tutto quello che vorremo per, diciamo, le prossime tre ore? In quest’ultimo caso, – aggiunse per essere sicuro che la scelta della donna fosse quella che lui voleva, – ti garantisco che quando uscirai da questa stanza, non ci saranno i carabinieri ad aspettarti, ma potrai tornartene a casa, tranquillamente, come se tutta questa brutta faccenda non fosse mai accaduta e nessuno ne parlerà mai più. Ti è tutto chiaro? –
Concetta non sapeva se tirare un sospiro di sollievo o maledirsi per aver accettato di farsi punire per lo sbaglio commesso. Sapeva bene che tutte quelle domande non erano altro che una perfida messinscena. Quella stessa mattina, appena poche ore prima, uscendo dallo studio dell’Agente, già sapeva che sarebbe stata punita; glielo aveva detto lui a chiare note: < Io cercherò di rimettere a posto il casino che hai combinato, ma tu non credere che la passerai liscia. Ti darò una di quelle punizioni che te la ricorderai per tutta la vita e se ti ribelli ti mando in galera. Chiaro? >
Adesso la pantomima: perfidamente lui stava manovrando per far apparire che era lei stessa che chiedeva di essere punita. Tre ore: certo, le prossime tre ore sarebbero state brutte, ma, alla fine, tutto si sarebbe risolto per il meglio; tre ore passano presto.
Con il semplice annuire della testa indicò che il discorso era stato molto chiaro.
Durante la giornata, non aveva fatto altro che ripensare alle parole del capo ed alla situazione in cui si era cacciata; si era arrovellata il cervello per cercare qualche via d’uscita, ma non aveva travata nessuna alternativa alla punizione corporale promessa dall’agente. Poco prima della chiusura dell’ufficio aveva capito di non avere scampo e che doveva rassegnarsi: per quell’unico errore commesso, non poteva mandare a rotoli tutta la sua vita; non poteva rischiare di far nascere i suoi bambini in galera; non poteva rischiare di vederseli togliere; di perdere suo marito.
– Scelgo di essere punita – si decise a dire, con un filo di voce, immaginando già che il bruciore che aveva provato, sulle natiche, qualche istante prima, sarebbe stata poca cosa al paragone di quanto avrebbe dovuto sopportare di lì a poco.
Pur non avendo mai partecipato attivamente al “club delle chiacchiere”, così lei definiva i momenti in cui quasi tutti i suoi colleghi si riunivano per sparlare di tutto e di tutti, le erano giunte all’orecchio notizie sulle tendenze e gli orientamenti sessuali dei tre che ora stavano morbosamente scrutando la sua nudità, e, se era vera anche soltanto la metà di quanto si vociferava, le prossime ore, per lei, sarebbero state veramente brutte.
– Questa mattina, – spiegò il direttore sdraiandosi ancora più comodamente sulla sua poltrona, – quando la signora mi ha pregato di non denunciarla proponendo, in cambio, di essere punita per il casino che ha combinato, ho ritenuto opportuno farle acquistare degli oggetti che, conoscendovi, sapevo si sarebbero rivelati molto utili qualora voi aveste deciso di accettare la sua proposta. Avanti, – le ordinò indicando il pacco – mostragli cosa hai comprato per farti punire come hai richiesto. Ah, forse è anche il caso che spieghi bene l’uso di ogni oggetto così come te lo hanno spiegato in negozio. –
Concetta, già aveva patito le pene dell’inferno nel subire i commenti e gli sguardi ironici del commesso del sexy shop che, mentre glieli consegnava, si era divertito ad illustrare dettagliatamente quegli articoli molto particolari che il capo aveva già ordinato telefonicamente. Adesso, al solo pensiero di dover ripetere quelle spiegazioni, la donna si sentì sprofondare per la vergogna.
Con le mani tremanti, lacerò la carta dell’imballo sparpagliando, sulla scrivania, diverse scatole. Prese la prima che le capitò tra le mani e l’aprì. Quattro paia di manette caddero sul tavolo mentre la donna spiegava che potevano essere usate per legarla ed immobilizzarla come preferivano.
Aprì un’altra scatola e ne trasse una specie di grossa racchetta da tennis tavolo.
Gli occhi di Vallescura si accesero d’entusiasmo alla vista dell’attrezzo, ma perfida com’era, volle verificare fino a che punto Concetta era disposta ad umiliarsi.
– E adesso che dovremmo fare? Una bella partita a ping – pong? Credevo che stessimo qui per tutt’altra cosa. –
Concetta capì che quella strega si voleva divertire ancor di più alle sue spalle, ma non poté fare altro che correggere il falso equivoco.
– No, nessuna partita: se vorrete, potrete usare questa per sculacciarmi. –
– Vuoi dire che potremo farti un bel culo rosso fuoco? – chiese la Vallescura impadronendosi immediatamente della racchetta.
– Ma certo, – rispose per lei il direttore – il culo, le cosce ed anche le belle tette, se vi va; ma non solo questo, anche molto altro, vero Concettina? Avanti, continua far vedere che begli oggettini hai acquistato per farti punire. –
Con la morte nel cuore Concetta prese un’altra scatola; sapeva già cosa conteneva: un fallo in lattice di dimensioni equine.
Era rimasta sbigottita quando il commesso aveva prelevato quell’oggetto dalla vetrina. Mai e poi mai avrebbe immaginato che potessero esistere arnesi del genere.
Nella sua mente si fece strada, all’improvviso, l’immagine di lei, distesa a cosce larghe, mentre quell’orrendo mostro squarciava crudelmente la sua povera vagina. Senza rendersene conto le sue gambe si serrarono in un senso di istintiva protezione.
Il commesso, che evidentemente non era nuovo a quelle reazioni istintive, aveva chiaramente compreso il suo stato d’animo e ci aveva scherzato sopra in modo perfido assicurandola che dopo averlo usato un po’ di volte, non solo ci avrebbe fatto l’abitudine, ma che non avrebbe più potuto farne a meno.
Adesso stava lì, nuda, di fronte alle persone che sicuramente glielo avrebbero fatto provare, offrendolo quasi come fosse il massimo della dimostrazione della sua remissività.
– Non credo che per questo, – disse appoggiando il fallo sulla scrivania – ci sia bisogno di dare molte spiegazioni; se posso, però, vorrei pregarvi di non spingermelo troppo dentro; sapete, le mie condizioni, i bambini … –
– Stai tranquilla, – disse Petroselli precedendo d’un soffio la Vallescura che aveva allungato una mano per impadronirsi anche di quell’attrezzo, – sappiamo bene che sei incinta. Vedrai, che lo useremo in modo da non farti correre il minimo pericolo. – Poi, con uno strano luccichio negli occhi aggiunse: – Faremo in modo da far combaciare le tue necessità con il nostro piacere. –
Concetta si chiese cosa mai avesse voluto intendere con quella frase; stava per chiedere spiegazioni quando pensò che era meglio non sapere, non sarebbe servito ad altro che a preoccuparsi di più e in anticipo; tanto, le avrebbero sicuramente fatto qualsiasi cosa avessero voluto. Lei non era in condizioni di poter rifiutare alcunché.
La scatola successiva, che aprì, era di forma rotonda, somigliava ad una torta. Sul coperchio c’era una scritta alquanto pretenziosa: < Il cervello si nutre con le perle della saggezza; il corpo si appaga con le “perle del piacere” >.
Le “perle del piacere” non erano altro che una serie di palline di gomma ordinate in ordine crescente, dalla più piccola, di un centimetro di diametro, alla più grande, grossa come il pugno di una mano e collegate tra loro da segmenti, anch’esso di gomma leggermente flessibile.
Il commesso, anche in questo caso, si era dilungato nelle spiegazioni, evidentemente eccitato dall’imbarazzo che queste provocavano nella cliente. – Se lo lasci dire, signora: questa è stata un’ottima scelta. Vedrà quanto apprezzerà le sensazioni che questo semplice oggetto saprà regalarle. Potrà usarlo indifferentemente in tutte e due le entrate, ma di solito, voi signore, preferite usarlo nell’entrata posteriore; è proprio lì che si sentono maggiormente i suoi piacevoli effetti. La sua struttura semi rigida, le permetterà di infilarlo e sfilarlo, infilarlo e sfilarlo provocando un piacevolissimo massaggio anale. –
– Vedo che non ti sei fatta mancare niente, – la sfotté Vallescura saggiando la consistenza delle palline più grosse stringendole tra le dita, – vuoi proprio godere da tutte le parti: stai tranquilla che ce la metteremo tutta per accontentarti. Ma ce la facevate voi così porcellina la nostra brava ragioniera? Credevo di essere l’unica, in quest’ufficio, ad apprezzare cose del genere, ed invece… a vederla sembrava così pura e innocente. –
Concetta, dentro di se, aveva ingenuamente sperato che quell’oggetto, che per lei non aveva alcun significato se non quello di cose sporche e perverse, venisse ignorato dai colleghi. Le parole della donna, invece, le fecero capire che avrebbe dovuto, molto probabilmente sperimentare anche quello. Con la morte nel cuore, continuò la sua umiliante presentazione.
Aveva lasciato, per ultima, la scatola più grossa. Quando il commesso le aveva mostrato e spiegato con dovizia di particolari il contenuto, si era sentita morire dall’imbarazzo e dalla vergogna. E non tanto per l’oggetto in sé, quanto per gli accessori ed il loro utilizzo. – Questo, mia cara signora, è il kit più completo per clisteri che sia mai stato posto in commercio: sentirà che divertimento. – aveva concluso l’uomo rimettendo tutti gli oggetti in ordine nella scatola.
Con il volto in fiamme, posò sul tavolo una grossa sacca di plastica con annesso tubo e rubinetto e una serie di cannule dalle forme più svariate ma accomunate tutte da un unico denominatore: uno spessore enorme: la targhetta posta sulla più fina garantiva, come le aveva fatto notare il commesso, che misurava circa due pollici di diametro; a conti fatti, quasi cinque centimetri. Un grosso imbuto terminante con un tubo flessibile di circa un paio di metri fu deposto accanto alla sacca.
– E questo che minchia è? – Chiese Petroselli scoppiando in una sonora risata, – Che dobbiamo travasare il vino? –
Concetta, che aveva ardentemente sperato di non dover dare spiegazioni, si sentì sprofondare dalla vergogna.
– Ecco – spiegò con un evidente tremolio nella voce – il tubo si infila … dove sapete e poi con questa brocca – proseguì mostrando una brocca da circa un paio di litri, – si versa il liquido nell’imbuto tenuto in alto. –
– La cosa che non ho capito, tesoruccio mio – la schernì Vallescura con un ghigno beffardo sul volto – è dove va infilato il tubo. –
Il volto di Concetta divenne rosso porpora. Guardò il Capo, con gli occhi imploranti, quasi a chiedergli misericordia, ma non ottenne altro che un tacito invito a dare la spiegazione richiesta.
– Il tubo va infilato nel … nel culo. –
– Così, semplicemente? – insistette Vallescura impietosamente. Era evidente che conosceva perfettamente quel particolare modo di somministrare i clisteri.
– Sì, così com’è. – rispose rassegnata Concetta che stava finalmente intuendo che mostrarsi pudica e reticente non faceva altro che invogliare gli altri ad umiliarla sempre di più, – Si può infilare soltanto il tubo, oppure collegarlo ad una delle cannule. Il commesso ha detto che sono fatte apposta. –
– Bene, molto bene, – si compiacque Petroselli mentre sbirciava all’interno della scatola – che altre delizie ti sei procurata? –
– Ci sono ancora queste cannule particolari – proseguì Concetta estraendo due oggetti che depose accanto alle altre cannule, – questa, che sembra un catetere con due rigonfiamenti, quando è infilata … nel culo, – specificò guardando risentita la Vallescura, – si gonfia con questa peretta e i due rigonfiamenti, uno dentro e l’altro fuori dell’ano e impediscono al liquido di uscire; anche quest’altra, – proseguì mostrando un piccolo fallo di lattice, – serve ad impedire che esca del liquido, ma lo fa gonfiandosi completamente. In negozio mi hanno detto che si utilizza anche senza clistere, per dilatare l’ano. Ecco, ho finito. –
– Non direi proprio, bella mia, dobbiamo ancora cominciare. – Vallescura giocherellava con la racchetta che aveva in mano, evidentemente impaziente di dare il via alle danze. – Allora, – proseguì rivolgendosi agli altri due, – come vogliamo procedere? Il tempo scorre. –
– Sei impaziente, eh? Sì, anch’io non vedo l’ora di farmi fare un bel bocchino da questa pudica verginella, tanto per cominciare. –
– E va bene – intervenne il Direttore anche lui voglioso di divertirsi con la sua ragioniera – allora cominciamo a soddisfare il primo desiderio del nostro Petroselli. Hai sentito cosa vuole? Forza, datti da fare. –
Il comando era stato dato in modo brusco, che non ammetteva tentennamenti. Concetta, dal canto suo, cominciò a sperare che la serata si svolgesse tutta su quella linea: un paio di bocchini; forse una leccata di fica; qualche colpo di racchetta e le tre ore sarebbero volate via.
Quanto si sbagliava!
Petroselli, si sdraiò sulla poltrona mentre Concetta, obbedendo all’ordine del direttore, gli si inginocchiò tra le gambe. La patta dei pantaloni era gonfia e mostrava l’evidentissima eccitazione dell’uomo.
Timidamente, denunciando tutto l’imbarazzo che provava, la donna slacciò i pantaloni e con grande sorpresa vide che quasi metà del membro del collega fuoriusciva dall’elastico degli slip. “accidenti a lui, – pensò, – ma quanto ce l’ha lungo? È anche grosso; farò una fatica del diavolo a prenderlo in bocca. ”
– Che è? Sei rimasta impressionata dal bambino? – scherzò Petroselli, palesemente orgoglioso della sorpresa suscitata -. Su, comincia a leccarlo e a dargli un sacco di baci; può darsi che lo vedrai crescere ancora di più. –
La Vellescura si era avvicinata ai due; anche lei era chiaramente interessata all’articolo che Concetta stava liberando definitivamente dagli slip.
– Però, mica ti ci facevo così ben messo. Quasi quasi, la invidio questa stronzetta. –
– Non ti preoccupare, Vallescura, appena avrò finito di far divertire la nostra Concetta, se vuoi, farò divertire anche te: ce n’è per tutte e due. –
Concetta che, tranne quando facevano all’amore, non parlava di sesso neanche con il marito, non provò neanche ad immaginare cosa avesse voluto intendere il collega con quella frase: lei era già troppo impegnata a cercare il coraggio di toccare con la mano quel mostro che le pulsava davanti agli occhi; altro che prenderlo in bocca.
– Ehi, ma non sai neanche apprezzare la grazia di dio che ti si presenta davanti? Sei proprio una gran bigotta. Avanti, deciditi! Prendiglielo in bocca e fallo divertire, altrimenti comincio a divertirmi io. Se continui così, altro che tre ore: dovrai stare a nostra disposizione tutta la nottata-
La Vallescura fremeva per l’impazienza, e non sopportava di vedere il tempo trascorrere così inutilmente. Il Direttore, a quel punto, si rese conto che la sua segretaria non avrebbe mai fornito, volontariamente, quel divertimento che si era aspettato. Accennando alla racchetta che Vallescura aveva ancora tra le mani, decise di cambiare il metodo d’approccio.
– Credo che la nostra collega non si sia ben resa conto della situazione; io direi di darle una svegliata; anche la mia pazienza sta terminando, e mi sto pentendo dell’occasione che le ho offerto per evitare la galera. –
La racchetta piombò all’improvviso, con lo schiocco di una porta chiusa per un forte colpo di vento, sul culo proteso della povera Concetta mandandola a sbattere con la faccia sul cazzo rigonfio di Petroselli.
– Oh, finalmente ti sei decisa a toccarlo con la bocca. Ti ci voleva proprio quell’incoraggiamento. Adesso che lo hai ingoiato fino in fondo, muoviti, e di corsa, se non vuoi che la nostra amica continui ad incoraggiarti a modo suo. –
Il dolore causato dal tremendo colpo impiegò qualche attimo a raggiungere il cervello della donna, ma quando giunse, in tutta la sua devastante crudezza, le rivelò, in un istante, la cruda realtà della sua situazione. Soltanto in quell’attimo comprese appieno che non avrebbe dovuto fare o farsi fare soltanto cose sconce, come quella che stava per fare a Petroselli; quei tre erano dei veri sadici e avrebbero preteso da lei tutto il dolore e tutte le umiliazioni che avrebbero potuto infliggerle.
Aprì la bocca e, con gli occhi serrati per il disgusto, riprese tra le labbra quel grosso pezzo di carne. Già la sola cappella le riempiva la bocca, ma tentò ugualmente di fare del suo meglio. Cominciò a muovere la testa come le aveva insegnato Roberto; con lui, però, era tutt’altra cosa. Era un atto d’amore tra due persone che si volevano bene e cercavano di darsi reciprocamente tutto il piacere possibile. Adesso invece, Concetta si sentiva ne più ne meno che un oggetto; una di quelle bambole gonfiabili che non aveva mai visto ma di cui aveva sentito parlare.
Per qualche attimo nella stanza non si udì altro rumore che il respiro affannoso di Concetta che, impacciata dal suo pancione, faticava a stare china sul membro del collega.
Vallescura, sempre con la racchetta in mano, fissava le grosse tette pendule di Concetta che oscillavano seguendo i suoi movimenti. Il direttore, invece, sembrava più interessato al culo della sua dipendente che a tutto il resto: lo fissava con intensità, ammirando le due natiche carnose che si aprivano leggermente ogni volta che la donna si piegava per ingoiare una piccola parte di quel randello che le invadeva la bocca.
– Avevo pensato di farmi fare un servizietto anch’io, appena finito con te, – disse il Direttore rivolto a Petroselli, – come aperitivo non sarebbe stato male, ma se è questo il risultato, allora ci rinuncio. Non mi sembra che ti stia trattando con lo stesso entusiasmo e la stessa riconoscenza che merita una persona che la sta salvando dalla galera. –
– Ha proprio ragione, Capo. Questa è un’indecenza di bocchino. E che minchia; è dai tempi del ginnasio che non me ne fanno uno così schifoso. –
Concetta si sentì morire dalla vergogna e dall’imbarazzo. Sapeva che quelle frasi ironiche erano dette apposta per umiliarla, per farla sentire una nullità, ma in fin dei conti, che pretendevano? Che si sottomettesse alle loro porche voglie anche con entusiasmo?
– Voi maschietti pensate solo ai vostri piaceri – intervenne Vallescura con un sorriso stampato sul volto che contrastava nettamente con le parole dette – e non pensate mai a chi si dà da fare per voi. Siete proprio dei grandi egoisti. Quanto volete scommettere che se io mi occupo un po’ di lei, la qualità del servizietto migliorerà di molto? –
Senza attendere la scontata risposta, Vallescura prese un paio di manette dal tavolo con cui le imprigionò i polsi dietro la schiena, poi cominciò a stampare nuovamente la racchetta sulle carnose natiche della collega con colpi non violenti come i precedenti, ma continui e metodici.
I colpi, come immaginava la Capo Area, produssero contemporaneamente diversi effetti: Concetta, improvvisamente sbilanciata in avanti, si ritrovò con la bocca spalancata a contatto del pube dell’uomo e la gola completamente invasa dall’enorme randello; Petroselli, comprendendo le intenzioni della collega, afferrò la testa di Concetta imprimendole il classico movimento avanti e indietro, penetrandola sempre più profondamente, fregandosene dei conati di vomito che il suo membro le stava provocando e dei tentativi di grida che la donna emetteva ogni volta che la racchetta si abbatteva sulle sue natiche.
– Oh, adesso sì che ci siamo – sospirò soddisfatto Petroselli. – dai, continua a stimolarla, che poi ti ricambierò il favore. Dai che ci siamo! –
Infatti, dopo pochissimi altri colpi, Petroselli godè nella bocca di Concetta soffocandola con lunghi fiotti di sperma.
– Vai in bagno e datti una rinfrescata. – le ordinò il direttore appena costatò che aveva ripreso a respirare normalmente. – Voglio che sia bella arzilla mentre mi fai lo stesso servizio. –
Con la morte nel cuore Concetta si prese quell’insperato attimo di pausa, paventando, in cuor suo, la prosecuzione di quell’esperienza traumatica.
– Grazie cara, – disse Petroselli guardando negli occhi la Vallescura, – è stata una cosa fantastica: era meraviglioso come spalancava la bocca ogni volta che le sbattevi quella racchetta sul culo, ma credo che in quanto a soddisfazione, anche tu ti sei presa la tua parte. –
– Sì, – confessò la donna – mi sono divertita molto a mandarle il culo in fiamme. Ha visto, capo, come si appiattivano bene le sue chiappe ogni volta che la colpivo? Un vero spettacolo. –
– Allora, spero che non ti dispiacerà continuare a divertirti mentre sarà occupata col mio attrezzo; – rispose annuendo il capo dell’agenzia – non sarà come quello di Petroselli, ma, insomma, anche il mio fa bene la sua parte. –
– Non mi dispiacerà affatto – si precipitò a rassicurarlo la Vallescura – specialmente se mi permette di prendermi un’anteprima. – e, senza attendere l’immancabile assenso, si affrettò a slacciare i pantaloni dell’Agente, mettendo a nudo un randello, già bene in tiro, che aveva ben poco da invidiare a quello del collega. –
– Ma chi se la sarebbe mai immaginata tutta questa grazia di dio in quest’ufficio? Certo che siete stati proprio cattivi a tenere nascoste per tanto tempo queste meraviglie. –
– Ehi, Vallescura, che minchia fai? Mi metti le corna? Non avevi detto che volevi sollazzarti con il mio? Capisco che il capo è sempre il capo, ma insomma… vuol dire, allora, – concluse Pertoselli facendo finta di essere arrabbiato – che prenderò il posto tuo e ti incoraggerò mentre fai il servizietto al nostro direttore come tu hai fatto con Concetta. –
– Questa sì che è una bella idea – approvò il direttore anticipando la protesta di Vallescura – un bocchino con incoraggiamento è una cosa che non si può assolutamente rifiutare. –
La donna, a quelle parole, quasi si pentì dell’impulso che l’aveva a gettarsi tra le gambe del capo. Quel porco di Petroselli sicuramente ne avrebbe approfittato per divertirsi pesantemente alle sue spalle, anzi, per meglio dire, sul suo culo; ma ormai il danno era fatto: non poteva mica tirarsi indietro.
– Ehi! Io non ho bisogno di incoraggiamenti; – tentò di protestare guardando di malocchio il collega – non sono stata mica io a fare casino con i soldi. Quindi niente racchetta! – concluse inginocchiandosi tra le gambe spalancate del capo mantenendo ben stretta la racchetta in una mano.
– E chi te la toglie la tua racchetta; tienitela stretta. Credo che al capo piacerà di più quest’altro tipo di incoraggiamento: vero? –
Vallescura, impegnata ormai a cercare di prendere in bocca tutto il grosso armamentario del principale, non poté vedere che tipo di “incoraggiamento” avesse scelto il collega, ma, dalle pulsazioni del cazzo che aveva in bocca, temette che il suo piacere sarebbe stato inversamente proporzionale a quello del capo; decise quindi, di darsi da fare facendo in modo da farlo godere il più presto possibile.
Chinò la testa ingoiando gran parte di quel grosso randello di carne finché sentì salirle in gola conati di vomito. Sapeva bene che questo agli uomini piaceva molto.
Alle sue spalle, intanto, Petroseli si stava preparando per darle l’incoraggiamento promesso. Era stato parecchio indeciso tra il grosso fallo artificiale e le “perle del piacere”; alla fine aveva optato per quest’ultime: in fin dei conti, erano lì per divertirsi sulla pelle di Concetta, era lei che doveva essere punita, non la Vallescura.
Proprio mentre la donna rialzava la testa per prendere fiato, il perfido collega iniziò ad infilarle nell’ano la lunga collana ben lubrificata.
FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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