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La gestante (parte 3 di 3)

La Capo Area, attenta a tutte le chiacchiere di corridoio, sapeva che il collega aveva una particolare propensione per i culetti femminili, non fu, quindi, colta di sorpresa dal corpo estraneo che lentamente si faceva strada nel suo intestino, anzi, il ritmico allargarsi e stringersi dell’ano attorno alle palline di plastica iniziò subito a procurarle una sorta di perverso piacere, diverso e nettamente maggiore di quello che provava quando, nelle serate di solitudine, utilizzava un analogo strumento di solitario piacere.
Mancò poco che Concetta, rientrando, la trovasse ancora china sul cazzo del capo e con le perle del piacere ben piantate nell’ano.
Vallescura si era data da fare; la stimolazione anale delle perle del piacere, contrariamente a quanto aveva sperato Petroselli, si era rivelata oltremodo eccitante e piacevole.
Quando Petroselli, nella sua opera di introduzione, si era fermato pensando di essere arrivato al massimo diametro delle perle che poteva impunemente introdurre nell’ano della collega, lei stessa aveva cominciato, con il corpo, un movimento tipo pendolo, con il risultato che, avanzando, si ritrovava il randello del capo piantato fino in fondo alla gola, mentre, indietreggiando, accoglieva nel suo ano, con un fremito di piacere misto a dolore, le palline più grandi; quelle stesse che il collega non aveva avuto il coraggio di infilarle dentro.
Questo andirivieni durò a lungo: Vallescura spingeva la sua testa sul cazzo del capo con un gusto quasi masochistico; le piaceva quella sensazione di fastidio nella gola che le impediva di respirare; godeva nel sentire le pulsazioni di quel grosso membro gonfiarle l’esofago provocandole l’istinto, subito represso, di sottrarsi a quella specie di tortura. Resisteva fino al suo limite, finché sentiva i polmoni bruciare, poi, con gli occhi pieni di lacrime, si ritraeva lentamente riprendendo fiato.
A quel punto cominciava l’altro godimento: le perle del piacere, saldamente sorrette da Petroselli, si facevano nuovamente strada nel suo buchetto, dilatandolo sempre di più, facendola fremere nel momento in cui le sfere più grosse la dilatavano fino a farla quasi urlare per il piacevole dolore prima di scomparire nel suo intestino.
Vennero tutti e due, lei ed il capo, quasi contemporaneamente; lui grugnendo ed ansimando come un maiale in calore, mentre lei si dibatteva come una forsennata per riprendere fiato: l’uomo, nel momento del massimo piacere, le aveva bloccato la testa inondandole la gola con lunghi, interminabili fiotti di sperma.
– Oh, finalmente la nostra amica ha deciso di tornare tra noi, – disse l’agente notando Concetta ferma, in attesa di ordini, sulla porta del bagno. – se ogni volta che ti mandiamo a ripulirti, ci impieghi così tanto tempo, passerai la nottata qui. Forse non hai capito bene, ma le tre ore di cui abbiamo parlato prima, non comprendono le pause che ti prendi per andare in giro o al bagno: sono tre ore che devi passare qui, a nostra disposizione. –
– Ho capito. – rispose con un filo di voce Concetta.

Anche quella speranza di ridurre, in qualche modo, i tempi in cui doveva sottostare alle angherie dei suoi aguzzini era svanita. Tre ore piene di sculacciate, bocchini e chissà cos’altro.
– Sai, mentre eri fuori per la lunga pausa che ti sei presa, – intervenne Petroselli prendendo sia la brocca che la grossa sacca per clisteri – ci è venuto in mente un bel giochetto. Vogliamo verificare quanto impiegherai a far venire il capo mentre ti godi un salutare clistere. Prima lo fai godere, prima chiudiamo i rubinetti dell’acqua. Forza, riempi di acqua ben calda sia la brocca che la sacca, fino all’orlo mi raccomando, poi torna qui senza prenderti altre pause. Vai! –
– Non pensavo che avessi una mente tanto perfida – scherzò Vallescura appena Concetta fu uscita dalla stanza – Non so cosa ne pensi lui, ma credo di averlo svuotato per bene pochi minuti fa. –
– E si, mi hai mandato quasi in riserva. – concordò il capo sorridendo al ricordo delle sensazioni fantastiche che la donna gli aveva fatto provare pochi minuti prima- Sei stata fantastica; ma l’idea dell’amico Petroselli non è niente male. Sento già smuoversi qualcosa al pensiero di quanta acqua dovrà sorbirsi prima di riuscire a farmi godere di nuovo. –
Carmela impiegò poco tempo per fare quanto le era stato ordinato. Al suo rientro, trovò i colleghi pronti ed impazienti di prendersi cura di lei.
Con il cuore stretto in una morsa di paura e di vergogna, la donna, che ancora non riusciva ad abituarsi alla sua nudità di fronte ai colleghi, depose sul tavolo la brocca fumante, continuando a tenere in mano la sacca che, riempita, aveva assunto la forma e le dimensioni di un pallone da pallacanestro.
Immediatamente, Petroselli si precipitò a prelevare l’appendiabiti a colonna che giaceva inutilizzato all’angolo della grossa sala. Lo avvicinò alla poltrona del capo e vi appese la sacca ricolma d’acqua.
– Allora, Cettina, visto che ci hai fornito due sistemi per trasformarti in una damigiana più grossa di quanto gia sei, ti lasciamo la scelta: con quale vuoi farti riempire? Con l’imbuto o con la sacca? Per noi fa lo stesso. –

Concetta si guardò intorno smarrita. Il volto le era diventato color porpora. Un conto era fare un paio di bocchini, un altro era farsi violare il corpo nella sua più segreta intimità. Fu tentata di pregarli, di scongiurarli, ma il sorriso soddisfatto che lesse sui loro volti la dissuase: niente li avrebbe convinti a rinunciare alla punizione che lei stessa aveva richiesto.
Lo sguardo della Vallescura era forse il peggiore. Da lei Concetta si era aspettata un minimo di solidarietà femminile, invece, la collega si era rivelata la più accanita, la più determinata nel procurarle umiliazioni e sofferenze. Proprio lei, infatti, la fece decidere sul primo mezzo che avrebbero dovuto usare per farle il temuto clistere: Vallescura, con un perfido ghigno sul volto, giocherellava con il tubo attaccato all’imbuto: sorreggendolo quasi a metà della lunghezza, lo faceva oscillare come un serpente. Quella analogia scatenò in Concetta l’ancestrale repulsione per i rettili. Nel cervello le si formò l’immagine di una donna appisolata, nuda sul letto con una grossa serpe che, strisciandole sulle gambe, le si insinuava tra le cosce fino a scomparire lentamente nelle pieghe della vagina.
Con un brivido di ribrezzo, Concetta indicò la sua scelta: si sarebbe fatta riempire con il metodo classico della sacca con le cannule.
Petroselli manifestò subito le sua soddisfazione per la scelta assumendosi l’incarico di “gran cerimoniere”. Evidentemente molto pratico di quei giochini, suggerì al gran capo di sedersi a terra, sulla folta moquette, con le gambe larghe e la schiena comodamente poggiata ad una poltrona.
A Cettina, invece, fu ordinato di inginocchiarsi tra le gambe del capo e di cominciare a darsi da fare.
Il grosso pancione impediva a Concetta di chinarsi per prendere in bocca il membro che già dava segni di notevole risveglio, fu così costretta, suo malgrado, ad allargare le cosce. Era cosciente che, appena chinata, avrebbe messo oscenamente in mostra le sue parti più intime, ma non poteva fare altrimenti..
Ora il disegno di Petroselli era ben evidente: per imboccare l’asta dell’Agente, la donna si era dovuta prostrare carponi ed a quel punto il suo bel posteriore era in posizione e pronto a ricevere tutto quello che gli altri due avrebbero voluto infilarvi.
Vallescura guardò, con soddisfazione, le natiche allargate della collega pregustando il piacere di dilatare lo scuro buchetto con una cannula talmente grossa che l’avrebbe fatta strillare per il dolore nel momento in cui gliel’avrebbe infilata dentro, fino in fondo. Si precipitò verso la scrivania sulla quale erano rimaste appoggiate le cannule in dotazione alla sacca, ma arrivò con un attimo di ritardo: Petroselli si era già impossessato di quella più grande che ora le mostrava con un ghigno di soddisfazione.
– Complimenti, – gli disse con un sorriso agro dolce – hai scelto proprio quella che avrei voluto usare io. –
– Puoi tranquillamente prenderne un’altra, – rispose serafico l’uomo – magari quella più lunga. –
– No, a ben pensarci, è meglio che scelga un’altra cosa. Visto che un bel clistere non è degno di tale nome se non è trattenuto almeno cinque minuti, io credo che la nostra cara amica meriti di goderselo fino in fondo trattenendolo per almeno dieci minuti dal momento in cui chiuderemo il rubinetto. Non sei d’accordo? –
– Io posso anche essere d’accordo, ma non capisco che minchia c’entra col fatto che tu scelga un’altra cosa. –
– Perché, bello mio, io l’aiuterò a non perdersi nemmeno una goccia di liquido tappandole quel grosso buco con questo splendido vibratore gonfiabile. Tutto chiaro? –

Concetta non dovette girare la testa per vedere quale strumento la collega avesse deciso di usare come tappo per il suo povero culetto; aveva bene impresse nella mente forma e dimensione del vibratore gonfiabile che lei stessa aveva portato.
Con la morte nel cuore, Concetta si chinò sull’inguine del capo e cominciò freneticamente a darsi da fare sperando di riuscire a farlo venire in fretta.
Petroselli, dopo aver abbondantemente lubrificato la cannula prescelta, una specie di tronchetto dai contorni ondulati, lungo buoni trenta centimetri e spesso almeno quattro, avvicinò due dita della mano, cariche di vaselina al buco pulsante cha da tanto tempo sognava di violare. Una spinta e le due dita scomparvero nell’ano della povera donna che, con un grugnito, espresse lo scarso gradimento per l’intrusione.
L’uomo si godette a fondo quella manovra; più volte, con la scusa di lubrificarla per bene, tolse le dita reinserendole cariche di vaselina, poi, constatato che Tina si stava abituando e non grugniva più come le prime volte, decise di dare il via alla punizione. Appoggiò la punta della cannula all’orifizio e lentamente, ma con estrema decisione, la infilò, spingendogliela dentro fino in fondo.
Un urlo, appena soffocato dal grosso randello di carne che le riempiva la bocca, dimostrò a tutti che Concetta, stava perdendo la sua ultima verginità. Tentò in tutti i modi di reagire, di sottrarsi da quella situazione scotendo il corpo, tentando i rialzarsi, ma fu tutto inutile. Qualche sonora sculacciata ed il lavoro preparatorio di Petroselli si rivelarono ottimi dissuasori ad ogni suo tentativo di ribellione. Il capo la teneva per i capelli impedendole di rialzarsi mentre il collega la impalava senza alcuna pietà. La grossa cannula, spinta con ritmo dall’uomo, provocava un avanzamento del corpo di Carmela che la costringeva ad ingoiare sempre più a fondo l’uccello del capo.
A quel punto Concetta capì che se non voleva rischiare di soffocare, doveva sottomettersi, senza troppo reagire, alle violenze cui i colleghi si stavano divertendo a sottoporla. Il tremendo bruciore all’ano che aveva provato durante la brutale introduzione stava scemando, smise quindi di agitarsi rassegnandosi alla sua sorte.
Il capo, capendo che la donna era stata finalmente domata, cominciò a scoparla letteralmente in bocca sollevando il bacino mentre le teneva ferma la testa.
Vallescura ed il Capo si guardarono in faccia soddisfatti alla reazione che ebbe Cettina appena sentì l’acqua cominciare ad inondarle l’intestino: se prima pompava con sufficiente impegno, adesso il bocchino era diventato addirittura frenetico: la testa di Tina saliva e scendeva come il pistone di un motore.
Concetta si sentiva pervadere sempre di più dalla disperazione. Si stava impegnando al massimo per far raggiungere l’orgasmo al capo: ne era perfettamente consapevole.
Sapeva, per quel poco di esperienza fatta con il marito, che stava facendo tutto per bene; succhiava, leccava, ingoiava quel mostro fino a schiacciare il naso nei peli pubici dell’uomo; eppure non c’erano segni di cedimento; non avvertiva le classiche pulsazioni del membro che indicavano l’avvicinarsi del godimento.
Non sapeva più cosa fare.
L’acqua ormai le premeva nell’intestino quasi più dei bambini che portava in grembo. I primi crampi cominciarono ad arrivare: crudeli come stilettate. Ad ogni crampo il suo corpo era percorso da un brivido di dolore.
– Ho, finalmente ha finito di sorbirsi la sacca. – annunciò Vallescura agitando il grosso fallo artificiale che era impaziente di infilare nel culo della donna per impedirle di svuotarsi prima del previsto.
– Bhè, se vogliamo, non ha impiegato neanche tanto. – commentò Petroselli ammiccando furbescamente verso i due complici – questa sacca contiene non più di tre litri: anche considerando che il foro della cannula è parecchio grosso, lei non deve aver opposto molta resistenza, altrimenti avrebbe impiegato più tempo a prenderla tutta. Si vede che ha ancora parecchio budello da riempire. D’altronde, non mi sembra che il Capo se ne sia venuto, quindi, non ci resta che continuare a riempirla: che ne dite? –
– E che aspettiamo? – approvò Vallescura avventandosi sulla brocca che era rimasta poggiata sul tavolo. –
Concetta si sentì svenire nell’ascoltare i piani dei suoi aguzzini. Con uno sforzo sovrumano riuscì a liberare la testa dalla stretta del Capo.
– Oddio, ma non mi fate andare in bagno prima di farmi l’altro? Sto scoppiando! Vi prego. –
– I patti non erano questi; ricordi? : acqua finché non riesci a far venire il Capo; quindi zitta e continua con quella schifezza di bocchino. E se non vuoi che l’acqua ti esca dalle orecchie, cerca di impegnarti di più –
– Però questa volta cambiamo cannula, – annunciò Vallescura mostrando al collega l’altra grossa cannula acquistata da Concetta: quella gonfiabile – tu sfili quella ed io infilo quest’altra. –
L’Agente, intanto, aveva nuovamente afferrato i capelli di Tina e l’aveva costretta a riprendere il suo lavoro: grosse lacrime le rigavano il volto sconvolto dalla fatica e dalla stanchezza.
Vallescura si chinò sul culo di Concetta: non aveva bisogno di allargarle le natiche; la posizione prona le manteneva larghe a sufficienza per mettere bene in mostra l’anello rettale serrato attorno alla cannula del clistere.
– Se non vuoi prenderne tante da farti rompere la racchetta sul culo, ti consiglio di non farti uscire neanche una goccia d’acqua ora che Petroselli ti toglie la cannula – e, dandole un violentissimo sculaccione, aggiunse – ci siamo capiti? –
Concetta aveva capito; altro che se aveva capito. Quell’arpia sarebbe stata capacissima di picchiarla fino a farle sanguinare le natiche.
Grugnendo, con in bocca quell’asta che non dava alcun cenno di cedimento, si preparò a stringere le natiche appena avesse avvertito l’uscita della cannula.
Concetta tentò in tutti i modi di evitare quella nuova, terribile sodomizzazione, ma fu tutto inutile: i suoi colleghi avevano lavorato come una squadra collaudata e ben affiatata.
Vallescura, immaginando che Tina avrebbe sgroppato come una cavalla selvaggia per impedirle di infilarle nel culo la grossa cannula gonfiabile, si era messa a cavalcioni sulla schiena della collega, serrandole i fianchi con le cosce, mentre il capo continuava a tenerla bloccata tirandola per i capelli. L’altro Capo Area le aveva afferrato un seno a piene mani e lo strizzava ferocemente ogni volta che Concetta dava una sgroppata.
Fu una lotta impari che finì come doveva finire. La spuntò Vallescura che, puntata la cannula sul buchetto serrato, la impugnò a due mani e la spinse con tutte le sue forze finché non riuscì ad infilarla fino al rubinetto.
Petroselli non lasciò passare un attimo di tempo: appena vide scomparire l’attrezzo nell’ano della povera Concettina, si affrettò a riempire di nuovo liquido la sacca.
A quel punto, il capo area, non avendo altro da fare, si portò alle spalle della Vallescura che era china sul posteriore di Concetta, intenta giocherellare con la pompetta, gonfiando e sgonfiando la cannula nel culo della donna, provocandole brividi di dolore ad ogni gonfiata.
– Minchia, ragazzi. Si poteva anche immaginare che stavi bene qui dietro, – disse Petroselli dando un’affettuosa pacca sul culo della Vallescura – ma vista così, chinata, devo dire che sei proprio uno schianto. –
– Te ne accorgi solo adesso? –
– No, ma adesso sta proprio nella posizione giusta: te lo consumerei a forza di baci. –
– E che aspetti, allora? Fallo! –
In un attimo, le gonne della Capo Area le furono sollevate sulla schiena e le minuscole mutandine calate a mezza coscia.
– Minchia, sei una vera delizia. – disse Petroselli cominciando a stampare una lunga serie di baci sulla pelle vellutata della collega. – Che favola di culo che ti ritrovi… sapessi quello che ti ci farei. –
– Lo vede Capo – disse Vallescura rivolgendosi ironicamente all’Agente – che il nostro amico è soltanto un quacquaracquà come tanti altri. Parla, straparla e promette, ma dei fatti, neanche l’ombra si vede. –
Petroselli capì l’antifona. Aveva già il cazzo nuovamente in tiro; lo sfilò dalla patta dei pantaloni e senza tanti complimenti lo puntò sullo scuro forellino della collega che, a dirla in tutta onestà, non aspettava altro.
Forse, più che l’impegno di Tina, fu proprio questo giochetto tra i due che eccitò il capo al punto da fargli raggiungere finalmente il secondo orgasmo.
Petroselli, infatti, con una decisa spinta, aveva piantato il cazzo tra le natiche della collega e la pompava in modo selvaggio mentre la Vallescura, per niente infastidita da quella inculata forsennata, aveva impugnato la cannula facendo la stessa cosa nel culo di Cettina..
Fu un attimo veramente bestiale che eccitò oltre misura tutti quanti, compresa Concetta che, pur riuscendo in qualche modo a gridare tutto il suo dolore, sentì montare, dentro di se, una prepotente eccitazione per tutto quanto stava accadendo; a lei e intorno a lei.
Sembrò che si fossero dati appuntamento; nel giro di pochi attimi goderono tutti e quattro: il Capo inondando la gola di Concetta; Vallescura che, eccitata da quello che accadeva al suo posteriore e dall’inculata barbara cui stava sottoponendo Concetta, gridò a tutti il suo orgasmo spingendo la cannula fino a far entrare, nell’anello rettale, anche le dita che la tenevano stretta. Concetta, nell’attimo dell’atroce dolore in cui si ritrovò nel culo, oltre alla grossa cannula anche le dita della collega, si rese conto che aveva chiesto di essere punita proprio sperando di essere sottoposta a quel trattamento: lo accettò e godette come non le era mai capitato ancora nella vita. Buon ultimo arrivò Petroselli, che per fare un vero e proprio clistere di sperma alla collega, dovette sorreggerla per i fianchi, per impedirle di cadere esausta a terra, prima del tempo.
Per qualche minuto sembrò che il tempo si fosse fermato: i quattro corpi erano accasciati a terra, uno sull’altro, senza dare alcun cenno di vita.
La prima a scuotersi fu Concetta che, abbandonata dall’eccitazione e sfiancata dall’orgasmo provato, sentiva dentro di se di nuovo insorgere i crampi.
La cannula gonfia che aveva nel culo le faceva ancora un male cane, ma le risparmiava, anche, l’ultima umiliazione di farsela addosso lì, per terra, davanti a tutti. Con fatica si alzò dirigendosi verso il bagno.
– Ehi, dove vuoi andare? Devi aspettare che ci vada prima io. – la Vallescura si era rialzata quasi insieme a lei stringendosi le natiche con una mano – tu non ti perdi niente: hai il tappo. Io mi perdo il clistere di sborra che mi ha fatto il tuo amico. Mamma mia quanta ne fa. Mi ha riempita; non finiva mai di venire. Si vede che il mio culetto proprio gli piace. – concluse ridendo mentre si chiudeva la porta del bagno alle spalle.

Concetta, con le lacrime agli occhi, aspettando che la collega uscisse dal bagno, ripensò a quello che le era accaduto: mai e poi mai avrebbe immaginato di godere per quello che le avevano fatto.
Per distrarsi dal dolore al ventre e nel culo, cercò di analizzare le sensazioni provate nell’arco della serata e, con sgomento, si rese conto che tutto aveva contribuito a farla eccitare. Non aveva saputo o voluto riconoscerne i segnali ma lei era stata eccitata durante tutto il giorno. Fin dal mattino, quando il Capo l’aveva posta davanti alla scelta: prigione o punizione corporale, lei aveva sperato e non temuto che le accadesse proprio quel che era poi successo. Dovette riconoscere con se stessa che all’uscita dal Sexi shop, aveva le mutandine bagnate per l’eccitazione e non, come si era detta, per una delle tante piccole perdite d’urina che la gravidanza le provocava. Aveva sognato di essere lei al posto della Vallescura, quando, guardando di nascosto da dietro la porta del bagno socchiusa, aveva visto Petroselli infilarle nel culo le palline del piacere e anche quando, qualche minuto prima, l’aveva impalata con quel randello che lei aveva avuto soltanto in bocca.
Adesso, era tutto finito. I due uomini avevano goduto due volte in un paio d’ore; di certo per il suo culo o la sua fica non c’era più speranza. Non avrebbe mai più potuto sperimentare il piacere che aveva provato la Vallescura mentre Petroselli la inculava.
Con sgomento si accorse che questi pensieri la stavano eccitando di nuovo: ma cosa stava diventando? Una ninfomane? Cosa l’avevano fatta diventare? Una puttana da strada?
La porta del bagno si aprì, lasciando uscire una Vallescura rinfrescata e di nuovo in forma.
– Vai; il cesso è tutto tuo. Adesso puoi anche trasformarti in fontana. –
– Se mi levi questo coso, forse faccio prima, altrimenti poi dite che perdo tempo. –
– Ma sei matta? Così mi fai una doccia di cacca. Levatelo da sola. E sbrigati. Ci devi ancora qualche minuto di divertimento, prima di meritarti l’assoluzione. –
Stranamente Petroselli si mosse a compassione.
– Lasciala stare. Per me, l’assoluzione se l’è ampiamente meritata – le disse con una certa aria di rimprovero – Aspetta; ti aiuto io. – concluse alzandosi ed entrando nel bagno assieme alla collega.
– Stai attento agli schizzi: è piena come un uovo. – Vallescura voleva per forza avere l’ultima parola.

Appena chiusa la porta del bagno, Concetta ringraziò il collega per aver preso le sue difese.
– Lascia stare; non è niente. Quella è una viziosa sadica. Su, inchinati in avanti; fammi sgonfiare quel pallone che tieni dentro. –
Concetta si avvicinò al bordo della vasca, ormai priva di ogni inutile pudore, e si chinò appoggiandosi con le braccia flesse: era chinata in avanti offrendo il sontuoso culo alle cure del collega.
– Certo che anche tu hai un culo da sogno, lasciatelo dire – commentò mentre sgonfiava la grossa cannula. – mi stai facendo eccitare di nuovo. –
– Davvero ti piace? –
– Minchia se mi piace. Se fossimo in un altro momento non ci penserei due volte ad infilartelo dentro. –
– E allora fallo, dai, prima che ci ripensi e mi venga la paura. –
– Ma … adesso? Prima che … – Petroselli non riusciva a credere alle sue orecchie: era sempre stato il suo sogno inculare una donna ridotta ad otre da un lungo clistere.
– Si, dai, preferisco il tuo tappo a quello che mi ha infilato quella stronza. –
Concetta tremava per lo sforzo di trattenere l’acqua mentre il collega si preparava a penetrarla. Petroselli era talmente eccitato che il cazzo gli era cresciuto ancora di più di quanto già non lo fosse normalmente. Puntò l’enorme cappella sul buchetto tremante e, con un colpo di reni, vinse la resistenza dei muscoli serrati di Concetta entrandole dentro per oltre la metà della lunghezza.
Sicuramente il grido che lanciò la donna fu udito nell’altra stanza, ma nessuno dei due se ne curò.
L’acqua si muoveva come il mare in burrasca nell’intestino di Concetta, rendendo sempre più impellente il suo bisogno di svuotarsi, eppure, con sgomento, avvertì montare, di nuovo dentro di se, una fortissima eccitazione. Petroselli, letteralmente infoiato da quel buco stretto, che si serrava ritmicamente sul suo membro, cominciò a pompare come un ossesso.
Fu una corsa contro il tempo: Concetta godette per prima, ma dovette attendere un bel po’ prima di ricevere, anche lei, il clistere di sperma mentre gridava che non avrebbe potuto trattenersi un attimo di più.
Con il cazzo ancora piantato nel culo della donna, Petroselli si accostò alla tazza del cesso e ce la vece accucciare sopra alla rovescia: faccia al muro; poi si sfilò dando finalmente la stura alle Cascate delle Marmore.
Quando tornarono nell’altra stanza, anche se gli altri si erano accorti di qualcosa non lo dettero a vedere, anche perché, la Vallescura, completamente nuda tra le braccia del Capo, si stava facendo bellamente masturbare.
– Allora, Concetta, ti è servita la punizione? – chiese il capo continuando a manipolare la fica della Capo Area.
– Si, ragazzi; mi è servita. Ho capito tante cose e ho fatto una solenne promessa a me stessa. –
– Ah, si? E quale? – Chiese languidamente Vallescura mentre si carezzava le tette.
– Che appena rimessa dal parto, combinerò tanti di quei casini, in ufficio, che mi dovrete perdonare così almeno una volta al mese: parola di Cettina.

FINE

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