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La metropolitana

Elisabetta era la vittima alternativa a mia moglie Dora. Anzi, nel poco tempo trascorso insieme, mi aveva già dimostrato di avere tutte le caratteristiche della inesperta ventenne, vittima predestinata e desiderosa di essere guidata verso nuove esperienze sessuali. In occasione del nostro primo incontro, ma soprattutto al grande magazzino, mi aveva dimostrato una sottomissione totale, manifestando apertamente il desiderio di soddisfare qualunque mia richiesta. Nel pomeriggio avevamo acquistato, insieme, l’abbigliamento sportivo richiesto da Sergio e Roberto, che la faceva sembrare ancora più giovane. Una polo bianca senza maniche che, essendo elasticizzata, aderiva perfettamente al suo corpo, e una gonnellina a pieghe che le copriva appena il culo sodo e alto. Calzettoni sportivi corti e bianchi e scarpe da tennis bianche completavano il suo look. Come d’accordo con i due maniaci, non che io fossi da meno, non le avevo fatto indossare biancheria intima. Per cui l’abbondante seno e i capezzoli erano estremamente evidenti. E bastava un movimento rapido o una posizione non perfettamente eretta, perché la corta gonna scoprisse le parti intime. La portai a cena in un piccolo locale fuori città. Naturalmente sembravamo padre e figlia, più che due amanti. Scelsi un tavolo appartato, ma gli occhi di molti uomini presenti continuavano a scivolare sul suo corpo. Quando il cameriere si avvicinò per prendere l’ordinazione restò ipnotizzato dalle grosse tette di Elisabetta. Mentre prendeva nota sul taccuino, muoveva in modo inconsapevole la bocca e la lingua. Probabilmente immaginò di succhiarle i capezzoli. Ordinammo due pizze e due bibite. Mentre aspettavamo le chiesi.
– Come ti senti? – Era capace di entusiasmarsi anche per le piccole cose. Ed era sempre istintiva e spontanea. Mi prese la mano più vicina a lei e se la portò tra le gambe. Mi rispose.
– Giudica tu. Mi basta sentire il tuo odore per sentirmi in uno stato di perenne eccitazione. – Era bagnata. Le infilai l’indice nella figa e, poi, glielo diedi da succhiare. Docile e obbediente, strinse le labbra attorno alla prima falange e le fece scivolare fino alla base del dito. Mi guardò riconoscente. Viveva ogni mio gesto di attenzione come se fosse un regalo. Cominciai a prepararla all’avventura che l’attendeva dopo cena. Le domandai.
– Ti piacerebbe farmi felice? – Mi sussurrò.
– Si, mio signore. – Non mi bastò. La provocai
– E sei disposta a tutto, pur di rendermi felice? – Rispose.
– Certo. Puoi chiedermi di fare qualunque cosa. Se è un tuo desiderio io non esiterò a soddisfarlo. D’altronde sono la tua ragazza, no? – Le piaceva quando la chiamavo così. Le diedi conferma. Mi baciò con entusiasmo e passione. Aveva un sapore buono, fresco. Muoveva la lingua in modo morbido, sensuale. Mi piaceva il suo modo di baciarmi.
– Mettimi alla prova. – Mi propose. Vidi il cameriere che ci portava le pizze. Glielo indicai, ordinandole.
– Alzati la gonna e fagli vedere la figa. – Sorrise. E con un rapido movimento eseguì l’ordine. Era nascosta alla vista degli altri clienti. Per cui fu solo il ragazzo, mentre appoggiava la pizza sul tavolo davanti a lei, che ebbe la fortuna di godere di quella vista. Questa volta il tipo, che evidentemente si sentì provocato in modo diretto, non restò inibito e inerte. Mi guardò e mi chiese.
– Posso? – Confermai con un semplice movimento del capo. Gli bastò. Elisabetta, per rendere più esplicito l’invito, allargò leggermente le gambe. Lui si posizionò sull’angolo del tavolo, tra di noi, che eravamo seduti a due lati vicini. Dando le spalle al resto della sala e appoggiandosi con una mano allo schienale della sedia di lei, le mise l’altra mano tra le cosce e le infilò un dito nella figa iniziando a muoverlo lentamente. Dalla visuale degli altri clienti sembrava che si fosse piegato per parlare in modo confidenziale con noi. La mia visione, invece, era perfetta. La masturbava muovendo il dito dentro di lei e accarezzandola con il palmo della mano. Gli domandai.
– Non c’è un posto dove tu possa scopartela liberamente? – Il ragazzo, incredulo, mi disse.
– Beh, c’è il bagno del personale, di fianco alla toilette per i clienti. – Gli dissi.
– Vai là e aspettala. Poi goditela e rimandamela qui. Ma devi solo scoparla, hai capito? – Annuì, poi corse via, in direzione dei bagni. Ordinai ad Elisabetta.
– Va da lui. – Lei mi accarezzò il viso, si alzò e si mosse nella stessa direzione del ragazzo. Iniziai a mangiare la pizza. L’avevo quasi finita quando Elisabetta ritornò. Era perfettamente in ordine. Anche il trucco e i capelli erano a posto. Le chiesi.
– Ordiniamo un’altra pizza per te? Sarà fredda. – Mi guardò dolcemente e disse.
– No, grazie. Mi piace anche così. – Il ragazzo non tornò più al nostro tavolo. Probabilmente era imbarazzato da quanto accaduto. Senza che le chiedessi nulla, cominciò a raccontarmi, mentre mangiava la pizza.
– Sono entrata nel bagno del personale. Lui, che era dietro la porta, l’ha chiusa a chiave subito. Si era già calato i pantaloni e le mutande. Aveva un cazzo notevole ed era completamente duro. Ma non si decideva. Nessuno dei due ha detto una parola. Ho arrotolato la maglietta sopra le tette, mi sono girata dandogli le spalle e mi sono piegata appoggiandomi al lavandino. La gonna si è alzata mostrando completamente il mio culo nudo. Lui si è avvicinato e mi ha penetrato di colpo. Ero molto bagnata e eccitata e non ha trovato alcuna resistenza. Mi ha pompato palpandomi le tette con forza. Come piace a me. Quando l’ho sentito venire dentro di me, ho goduto anch’io. è scappato via subito, lasciandomi sola. Mi sono lavata, risistemata e tornata da te. Mi è piaciuto molto, sai. Questo modo di fare sesso mi fa impazzire. Senza freni, senza inibizioni, senza problemi. Grazie a te, mio signore, perché me lo permetti.
– Avevo l’uccello duro come un sasso. Elisabetta lo impugnò attraverso il tessuto dei pantaloni e mi domandò.
– Sei felice, ora? Non vuoi avere anche tu la tua parte? Non vuoi che te lo succhi? Se vuoi lo faccio qui, davanti a tutti.
– Mancava un quarto d’ora alle undici. Giusto il tempo per arrivare puntuali all’appuntamento.
– Se vuoi che io sia completamente felice, devi fare un’altra cosa per me. Ma molto più difficile e impegnativa di quella con il cameriere. Te la senti? – Docile, sottomessa e molto puttana. In una parola: Elisabetta. Annuì. Misi una banconota sul tavolo, ampiamente sufficiente per pagare la cena, e le dissi.
– Allora andiamo. – Uscimmo dal locale sotto lo sguardo dei clienti che erano affascinati dalla mia accompagnatrice. Sia per come era vestita, che per come si muoveva. Il cameriere che se l’era scopata, ci aprì la porta e volle stringere la mia mano e baciare la sua. Si era ripreso. Con l’auto ci recammo alla fermata della metropolitana, vicino a casa mia. Era il capolinea di una delle linee cittadine. Parcheggiai. Erano quasi le undici, l’ora dell’appuntamento. Di sera tardi, in settimana, pochi utilizzano il metrò come mezzo di trasporto. Si sa che, dopo una certa ora, nonostante i periodici controlli delle forze dell’ordine, quel territorio sotterraneo diventa di proprietà della piccola delinquenza. Per cui la “gente per bene” evita le stazioni della sotterranea da una certa ora in poi. E i dipendenti, deputati al controllo dei biglietti e delle pensiline, smettono di verificare ingressi e uscite e si rintanano nei loro uffici. Prima di scendere le scale del metrò le chiesi, con un ultimo barlume di considerazione per lei.
– Sei sicura? Non so cosa potrà accadere là sotto. Ma potrebbe essere molto duro da sopportare, per te. – Si sentiva felice di poter fare qualcosa che mi avrebbe fatto piacere.
– Sono in grado di affrontare tutto, se so che è questo che vuoi, mio signore. E se diventerà troppo difficile da sopportare, chiuderò gli occhi e penserò solo a te. Senti. – Si fermò e mi guidò la mano affinché potessi toccarle la figa, passando da dietro, tra le gambe. Era bagnata. Continuò.
– E come vedi sono già eccitata dalla curiosità di ciò che potrò sperimentare tra poco. Ormai lo sai che sono una maialina. La tua ragazza, puttana come piace a te. – E calcò particolarmente sul termine “tua”.
Terminammo la discesa delle scale. Il paesaggio era particolare. Non avevo mai visto i locali della sotterranea così vuoti. Nemmeno i barboni che sembravano alloggiare perennemente lì per chiedere la carità ai passeggeri, rischiavano di trascorrere in quei luoghi le ore della sera e della notte. Senza aver bisogno di timbrare il biglietto, arrivammo alla pensilina del treno. Seduti su una panchina, come due passeggeri qualsiasi, c’erano Sergio e Roberto, i ricattatori di mia moglie. Gli stavo consegnando la giovane vittima, nel tentativo di allontanare la loro attenzione da Dora. Spiegai a Elisabetta che, una volta saliti, lei sarebbe andata ad occupare un posto in coda ed io mi sarei seduto all’altra estremità del vagone. Un forte vento accompagnato da un sibilo annunciò l’arrivo del treno. Mi girai verso i due, che si erano alzati e stavano venendo verso di noi. Quando il treno apparve dalla galleria di sinistra, erano molto vicini. Si posizionarono uno di fianco, l’altro dietro a Elisabetta. Roberto, che era al suo fianco, le accarezzò con il dorso della mano una guancia, per poi spostarla scendendo a pizzicarle con forza un capezzolo. Sergio infilò la mano sotto alla gonna per toccarle le parti intime. La ragazza si irrigidì, un po’ sorpresa. Poi, dopo avermi cercato con lo sguardo, si morse il labbro e socchiuse gli occhi. Evidentemente il trattamento subito non era così sgradevole. Fu Sergio a parlare per primo.
– E bravo il nostro amico. Guarda un po’ che bocconcino ci hai portato. Ed è anche una gran troia. è bastato qualche pizzicotto perché cominciasse a bagnarsi. Dai saliamo. – Il treno si era fermato e una delle porte scorrevoli dell’ultimo vagone di coda si era aperta vicino a noi. Roberto si staccò dalla ragazza e prendendomi per un braccio mi guidò verso destra. Ci sedemmo vicini, dando le spalle verso il lato del vagone. Sergio, intanto, aveva fatto sedere Elisabetta in uno dei posti d’angolo in fondo al vagone, con le spalle verso la coda. Poi venne a sedersi vicino a noi. Mentre il treno ripartiva, Roberto mi spiegò.
– Sarà come un film. Ad una delle prossime fermate salirà una banda di ragazzini appena maggiorenni di nostra conoscenza. Diciottenni di buona famiglia accompagnati da bulletti di un quartiere di periferia. I giovanotti benestanti pagano per potersi divertire con donne e ragazze che noi gli procuriamo. L’accordo è che tutto è permesso, tranne violenza gratuita e pericolosa per le vittime. In sostanza non devono lasciargli segni evidenti. Possono violentarle, godersele in gruppo, trattarle come preferiscono, ma rispettare le regole. Il prezzo di una corsa da capolinea a capolinea è onesto. Ma di solito i clienti sono due o tre, per cui il nostro guadagno si fa interessante. I ragazzi della periferia fanno da tramite tra noi e i clienti e, in cambio di una percentuale in denaro e in natura, ci garantiscono la protezione per tutto il viaggio in caso di sorprese. Noi guadagniamo, ci vediamo lo spettacolo e, se ne abbiamo voglia, ci godiamo anche noi le vittime. Che ne pensi? – Ero impressionato dalla capacità di quei due di integrarsi nel tessuto maligno della città. Con le loro iniziative, permettevano a maschi maniaci e deviati di usare le donne a loro piacimento, traendone guadagno economico, piacere sessuale e, soprattutto, riuscendo a realizzare le loro fantasie più perverse. Il mio lato oscuro, che aveva pienamente preso il sopravvento, mi provocò un’erezione immediata. Il mio sesso cominciò a pulsare e il desiderio di masturbarmi divenne violento. Il tono di Sergio non fu affatto duro, anzi.
– Il tuo silenzio è già un segno di apprezzamento. Bene. Stasera ti sei guadagnato la nostra ammirazione portandoci questa stupenda troietta. Non ti chiedo come l’hai trovata. Ognuno di noi ha i suoi metodi per procurarsi le vittime. I nostri, in gran parte, li conosci già. Se e quando vorrai, ci spiegherai i tuoi. Nel frattempo voglio dirti che ci hai stupito. Credevamo che fossi il solito cornutazzo che, dopo aver desiderato vedere la propria mogliettina trattata nella giusta maniera, si pente e cerca di salvarla. Ma, se mai ti sfiorerà il pensiero, sappi che noi non abbiamo alcuna intenzione di lasciarla in pace. Ce la godremo ancora a lungo. Fino a che saremo stanchi di lei. Aspetteremo il suo ritorno e le organizzeremo una festa in grande stile. – Lasciai cadere l’argomento. Ero ormai concentrato e in attesa dello spettacolo. Guardai Elisabetta seduta in fondo al vagone, alla mia sinistra. Era immobile, in attesa degli eventi. Docile e tenera come un agnellino, aspettava il momento del sacrificio. Il suo sguardo incrociò il mio. Mi sorrise, passandosi la lingua lascivamente sulle labbra. Ma era davvero un sacrificio per lei? Sembrava proprio una femmina desiderosa di essere usata. E nient’altro. Le sorrisi, pregustando l’evoluzione della cosa. Nel frattempo avevamo effettuato un paio di fermate, senza che salisse alcun passeggero. Quando, però, il treno si fermò nuovamente, lo spettacolo ebbe inizio. Salirono a bordo sette ragazzi. Quattro di loro, con i capelli scolpiti dal gel, indossavano delle giacche nere di pelle con un’icona rosso sangue sulla schiena. Era, evidentemente, il simbolo della loro banda. Gli altri tre erano vestiti casual, ed erano dei cosiddetti “ragazzi per bene”. Uno di quelli in giacca nera fece un cenno nella nostra direzione. Poi si staccò dal gruppo e si avvicinò a Elisabetta. Le parlò.
– Ciao, cappuccetto rosso. Cosa fai in giro tutta sola? Hai bisogno di compagnia? – I suoi compagni di banda e i tre ragazzetti per bene risero sguaiatamente. Elisabetta manteneva lo sguardo fiero e dritto davanti a sé. Non sembrava impaurita. Forse, era entrata nella parte. Il bullo, che era probabilmente il capo banda, continuò.
– Questi miei amici vorrebbero conoscerti meglio. Perché non vieni qui vicino e ti mostri per bene? O devo venirti a prendere e portarti qui a suon di sberle? Lei lo guardò. Poi senza staccare gli occhi da lui, si alzò e uscì dalla fila di posti a sedere. Si portò al centro, nella zona libera, aggrappandosi con entrambe le mani a due maniglie agganciate al soffitto. Sembrava appesa. Come se fosse legata. Con le braccia in quella posizione i seni erano spinti in avanti e sembravano ancora più grossi. Notai che i suoi capezzoli erano particolarmente evidenti. Forse la situazione cominciava ad eccitarla. Restava in punta di piedi per potersi attaccare meglio alle due maniglie, così che la mini si era alzata leggermente e, con i movimenti del treno, ondeggiava scoprendo a tratti la sua figa. Il ragazzo si avvicinò e si mise a lato di lei.
– Da quello che vedo non sei proprio una santarellina. Sembri piuttosto una bella puttana in cerca di cazzi per soddisfare le sue voglie. – Elisabetta parlò.
– Può darsi. Ma fammi vedere la merce, perché possa valutarla. – Il primo schiaffo arrivò improvviso sul viso di lei. Il tono di voce del capo banda si fece duro. Sembrava pericoloso.
– Siamo noi che decidiamo cosa fare e cosa farti. Non tu. Tu devi solo obbedire e fare quello che vogliamo. Non sei altro che una vacca vogliosa. Ti daremo quello che cerchi. Ma, come e quando vogliamo noi. E adesso resta con le mani ben attaccate alle maniglie. – E le arrotolò fin sotto il collo la maglietta aderente facendo saltare fuori le grosse tette. Intanto Sergio e Roberto avevano iniziato a masturbarsi. Li imitai subito. Vidi che i tre bravi ragazzi facevano lo stesso. Solo quelli della banda rimanevano apparentemente distaccati. Il ragazzo riprese a parlare.
– Guarda che grosso paio di tette che hai. Sei proprio una vera vacca da latte. – E mentre lo diceva iniziò a torcerle i capezzoli. Elisabetta iniziò ad emettere un piccolo suono, un mugolio. Lui continuò.
– E ti piace, anche, essere trattata duramente. Bene, bene. Ci divertiremo. – Si rivolse ai tre che si stavano masturbando dietro di lui. E ordinò. Avanti, venite qui. – Disse ad uno di loro di sdraiarsi a terra. Poi ordinò alla ragazza.
– Avanti, scopalo. – Elisabetta non esitò. Si staccò dalle maniglie e, spostando leggermente la gonna si impalò sul cazzo del ragazzo a terra. Il capo banda chiese.
– Chi di voi due vuole incularsela? – Il più deciso dei due rimasti a guardare si spostò dietro alla coppia che scopava a terra e cominciò a spingere tra le chiappe di lei. Fu Elisabetta ad allargarsi con le sue mani il culo per facilitare la penetrazione. Poi disse
– Dateci dentro. Voglio sentirvi godere. Voglio che mi riempiate per bene, avanti! – I due diciottenni inesperti vennero subito, sentendola parlare così. Il terzo addirittura le sborrò addosso senza neanche toccarla. Nel frattempo avevamo superato qualche altra fermata, non so quante. Il capo banda disse.
– E adesso levatevi dai coglioni, tre mammolette che non siete altro. La signorina ha bisogno di ben altro trattamento e voi non siete in grado di soddisfarla. – Il treno si stava fermando ad una stazione. Lessi il nome. Eravamo più o meno a metà tragitto. I tre ragazzi benestanti vennero sbattuti fuori e il treno ripartì. A questo punto si spogliarono i quattro della banda. Il capo disse.
– Adesso ci divertiremo sul serio. Ti daremo una razione di cazzo che non dimenticherai facilmente. – E iniziarono un’orgia incredibile. Due di loro scopavano e inculavano Elisabetta a turno, mentre gli altri due si facevano succhiare, si masturbavano e si divertivano a torturarle le tette e i capezzoli. Poi si davano il cambio. Le dicevano frasi di ogni tipo, chiamandola vacca, puttana, troia e altro ancora. La trattavano come un oggetto, girandola e posizionandola a loro piacimento. Ma lei non subiva soltanto. Spesso li guidava dentro di sé, incitandoli, e, quando li succhiava o li masturbava ci metteva tutto l’impegno. Anche nei movimenti, mentre i due di turno la possedevano, si vedeva che partecipava e gradiva il trattamento. Mi sembrava di vedere Dora nelle nostre avventure più belle. Quando partecipava godendo e dominando la scena. Questo pensiero mi portò ad un orgasmo liberatorio, intenso. Vidi il liquido bianco cadere davanti a me, mentre la mente ritornava ad una condizione di realtà. Ora seguivo tutta la scena in modo più distaccato e cominciai a preoccuparmi per Elisabetta. Non provavo un senso di colpa. Ma pensavo che quei quattro animali non potevano apprezzare la creatura sensuale e vivace che avevano di fronte. Per loro era una specie di esercizio di pura brutalità. O addirittura un lavoro, visto che venivano anche pagati. Mi girai a guardare le due bestie che avevo al mio fianco. Roberto si faceva una sega con movimenti lenti, quasi svogliati. Si appassionava solo alle situazioni veramente violente, dove poteva esercitare un assoluto e personale potere sulle vittime. Era ad uno stadio pietoso. Non lo invidiavo. Sergio aveva, invece, smesso di masturbarsi e stava seguendo con particolare attenzione la scena davanti a sé. Ad un tratto preso da un bisogno improvviso e improrogabile, riprese a menarselo rabbiosamente, finchè venne anche lui sul pavimento. Poi si sistemò. Come se aspettasse questo momento, Roberto smise di darci dentro e, senza arrivare alla fine, rimise il cazzo nei pantaloni. Era proprio uno stronzo.
Eravamo quasi arrivati, quando la fecero stendere a terra e, masturbandosi, le sborrarono addosso tutti e quattro. Sembrava un rito. Probabilmente una consuetudine della banda. I ragazzi si rivestirono e, dopo averci salutato con un cenno, scesero, sghignazzando, alla penultima fermata. Il capo banda, prima di scendere, disse a Elisabetta.
– Complimenti. Sei una troia di prima categoria. A presto. – Mi accorsi che lei, che era rimasta sdraiata a terra fino a quel momento, aveva gli occhi chiusi. La chiamai per nome. Li riaprì e alzandosi mi guardò. Il suo sorriso mi tranquillizzò. Arrivati al capolinea Sergio e a Roberto ci offrirono un passaggio, ma gli dissi che avrei accompagnato Elisabetta con un taxi. Alzarono le spalle. Roberto si limitò ad un rapido saluto mentre Sergio mi si avvicinò e mi disse.
– Ti telefono uno di questi giorni. Voglio godermi la troietta per bene e in privato. Ciao. – Se ne andarono. Chiamai il numero di un radiotaxi con il cellulare. Una decina di minuti dopo eravamo davanti alla casa di Elisabetta. Mi chiese di accompagnarla aldilà del cancello. Pagai il taxi e la seguii. Mi guidò, all’interno del giardino della piccola villetta, verso un angolo buio, riparato da alcune piante. Senza dire una parola, mi tirò fuori il cazzo, lo prese dolcemente in bocca e mi fece un meraviglioso pompino. Si gustò fino all’ultima goccia la mia sborra e, mentre, mi sistemavo mi disse.
– Grazie, mio signore. Di tutto. Spero di essere stata all’altezza. – E, dopo avermi baciato sulla guancia, se ne andò scomparendo alla mia vista. Tornai sulla strada. La notte era fresca e piacevole e avevo voglia di camminare. Mi sentivo un re. Avevo vissuto una giornata indimenticabile. FINE

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