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La nave, la selvaggia, il mare e

Costa occidentale dell’Africa, Nigeria, dintorni di Lagos.
Addì 17 Gennaio dell’anno del signore 1830.
Nave negriera “New England”
Questo è il diario di bordo del Comandante Quentin.
Il brigantino ha preso il largo dal porto sul Fiume Elizabeth a Richmond in Virginia, con lo scopo di procurare un po’ di manodopera fresca per le piantagioni di cotone della Virginia.
Dopo alcune settimane di navigazione le coste della Nigeria ci hanno accolto con la solita mescolanza di colori e profumi dell’Africa selvaggia e io e i miei uomini restiamo affascinati da tutto ciò che ci circonda mentre portiamo alla fonda il nostro bastimento.
Il piano strategico per la cattura dei nativi è già stato predisposto con cura nelle settimane di viaggio perciò dopo un breve periodo di riposo ci prepariamo a metterlo in atto.
Le precedenti spedizioni ci hanno lasciato la mappa di un villaggio poco distante dal mare immerso in una rigogliosa pianura, il nostro piano prevede di accerchiarlo e sparare alcuni colpi in aria per intimorire gli indigeni, quindi approfittando del loro momentaneo spavento catturarli incatenandoli l’un l’altro.
Siamo tutti pronti, con un cenno della mia testa tutti si mettono all’opera e sparando e urlando all’impazzata ci lanciamo verso il villaggio.
In un momento tutto il villaggio si anima, e in un fuggi fuggi di uomini donne e bambini cominciamo a colpire con i calci dei fucili tutti quelli che ci capitano a tiro, stando però ben attenti a non rovinare la “merce”. Dietro di noi, i nostri compagni cominciano ad incatenare solo gli uomini e le donne giovani e forti lasciando indietro i vecchi e i bambini.
Nessuno si è ribellato o ha tentato di opporsi per questo dopo poco meno di un’ora abbiamo circa 500 esemplari incatenati che ci guardano con gli occhi sgranati, come la gazzella che guarda il leone prima di essere assalita.
Io capitano Quentin passo in rivista quella plebaglia soffermandomi a guardare quei muscoli perfetti e quei denti candidi che ci frutteranno molti soldi al mercato degli schiavi di Richmond, ma sono colpito molto anche dall’avvenenza di alcune ragazze catturate, mi soffermo a guardare quei loro seni giovani esposti con noncuranza, quei corpi mi fanno ricordare che è più di un mese che non tocco una donna. Allungo la mano verso una di quelle, la più carina a mio giudizio, gli afferro un seno e lo stringo, gli stuzzico il grosso capezzolo scuro e lo sento reagire al mio tocco, lei mi guarda negli occhi e io con sorpresa noto che non è paura quella che vedo nei suoi, bensì sfida, orgoglio.
Al mio ordine tutti si mettono in movimento e in poco tempo giungiamo alla nave.
Le operazioni di imbarco procedono veloci e dopo aver caricato gli indigeni nella stiva e i viveri necessari al viaggio di ritorno, prendiamo il largo alla volta della Virginia.
Il signor Becks, il mio secondo, mi comunica che tutto procede regolarmente e che gli indigeni se ne stanno accucciati in silenzio nella stiva.
Io mi ritiro nella mia cabina per riposarmi, mi corico ma stento a prendere sonno, il mio pensiero torna spesso alla stupenda creatura che abbiamo catturato, le ore passano ed intanto si è fatta notte ed io sono ancora in quello stato.
Ceno in cabina servito dal nostromo e quando mi lascia gli dico di far venire Becks nella mia cabina.
Dopo poco sento bussare alla mia porta e la sagoma inconfondibile del mio secondo entra nella mia cabina. “Buonasera signor Becks, gradite un bicchiere di vino? ” “grazie signore” accetta lui sedendosi di fronte a me. “Dunque non è solo per offrirle da bere che l’ho fatta venire nella mia cabina ma ho bisogno un servigio da voi ” “Dite pure comandante” fa lui.
“Eccomi subito al punto, oggi nel gruppo di negri catturati ho notato una creatura che ritengo degna di scaldare la mia branda stanotte, voi dovreste farmi la cortesia di condurla da me stanotte”
Lui mi guarda e sorride ” Con il vostro permesso Comandante io ho notato tutto e mi sono preso la briga di condurla da voi già ora dopo averla lavata e ripulita naturalmente”
“Siete proprio impareggiabile, signor Becks” Lui si alza apre la porta ed uno dei miei marinai entra con la ragazza sotto braccio.
“Va bene grazie ora scioglila e lasciateci soli” dico guardandoli.
Quando escono riempio un bicchiere di acqua e lo porgo alla ragazza con un pezzo di pane, lei mi guarda, esita ma poi accetta e beve e mangia con avidità, del resto nella stiva non è che ci sia acqua e cibo in abbondanza, ma la cosa che mi colpisce ancora e il suo sguardo. Nei suoi occhi non c’è paura bensì sfida, odio, orgoglio; attendo che finisca poi mi avvicino e gli chiedo “Come ti chiami? “. Lei mi guarda ma non capisce “io Marc e tu? ” dico indicandola, lei mi osserva ci pensa un attimo e poi pronuncia “Kiara”.
Gli sorrido e mi avvicino, allungo una mano e le accarezzo il seno, lei rabbrividisce ma non si sottrae, indugio ancora un attimo sul suo capezzolo poi con l’altra mano cerco di spostare il gonnellino di pelle che le cinge i fianchi. è questione di un attimo, non faccio in tempo a scostarmi che lei mi ha già affondato le lunghe unghie nella carne della guancia, poi si ritrae e assume una posizione di combattimento.
“Brutta puttanella è questo che vuoi allora” esclamo asciugandomi la guancia dal sangue che cola copioso dai graffi. Il mio onore è ferito, domani dovrò affrontare gli sguardi irrispettosi dei miei uomini che penseranno che il loro capitano non è in grado di tenere testa a una puttana indigena. Sento la rabbia montare dentro, mi avvicino al catino e sciacquo la ferita con l’acqua fresca. Lei intanto segue ogni mio movimento in una posizione quasi felina pronta a sferrare un ‘altro attacco; la guardo e tento di avvicinarmi mentre lei balza in avanti con le mani tese verso la mia faccia.
Grave errore attaccare così frontalmente un vecchio lupo di mare come me che ha fatto esperienza nelle taverne di mezzo mondo, con uno scarto la evito e colpisco con un violentissimo pugno il suo stomaco. Cade sul pavimento tenendosi la pancia in una smorfia di dolore, in un attimo gli sono addosso “Ora me la pagherai “sussurro nel suo orecchio, quindi recupero un pezzo di corda gli lego un polso e poi faccio passare un capo attraverso un anello attaccato alla trave nel centro del mio alloggio e di lì all’altro polso.
Ora è appesa come un salame alla trave e riesce a toccare terra solo in punta di piedi.
“E adesso ci divertiamo vero pupa? ” detto questo mi sfilo la cinghia dei pantaloni e mi avvicino a lei . Cerca di divincolarsi e di colpirmi con i piedi ma la sua posizione non glielo consente , gli afferro il gonnellino e lo strappo ed ora il suo delizioso culetto è alla mia mercè. “Prima di tutto ti restituisco il favore che mi hai fatto” dico accarezzandomi la guancia ; detto questo afferro la cinghia dei pantaloni e faccio partire una scudisciata tremenda su quelle belle chiappe d’ebano . Un urlo squarcia la tranquillità della notte sulla nave ed un bel segno violaceo in rilievo compare in breve sul suo culo , altro colpo sulla schiena , un altro sulle tette …un altro sul culo , dopo una decina di colpi si muove più e si lamenta più, mi avvicino e vedo che è svenuta.
Prendo un mestolo d’acqua e glielo verso in testa , riprende conoscenza e mi guarda , ora vedo la paura nei suoi occhi fieri , sono soddisfatto prendo un altro mestolo d’acqua e ci verso un po’ di sale e cospargo le ferite in modo che non si infettino e lei urla per il dolore.
“per stasera può bastare”.
La mattina seguente è ancora appesa al soffitto e deve soffrire terribilmente, mi avvicino e a gesti gli faccio capire che se fa la brava la slego . Lei ha capito e annuisce , la slego gli do da bere e poi prima di uscire dalla cabina gli metto un collare al collo con una catena fissata alla parete .
Passo tutta la giornata in coperta a governare la nave e a impartire ordini, nessuno si è permesso di dire niente dei graffi sulla mia faccia perché tutti hanno capito cosa è successo. Abbiamo perso già una decina di schiavi , li buttiamo in mare così come sono, del resto questi sono i primi , quelli che hanno ricevuto più maltrattamenti perché hanno tentato di ribellarsi, ma altri ne seguiranno uccisi dalla malnutrizione dallo scorbuto dal caldo della stiva. Infatti le navi negriere sono piene all’inverosimile proprio per compensare le perdite durante queste traversate.
La sera mi coglie pensieroso mentre guardo il tramonto, penso al nostro incontro di stanotte, devo rifarmi dalla delusione della sera prima; passo le consegne al signor Becks quindi mi ritiro nella mia cabina.
Appena entrato lei si sveglia dal suo torpore e mi guarda intimorita , mi siedo tolgo gli stivali e ordino la cena.
Intanto che mangio lei mi fissa con ingordigia , la fame le attanagli le viscere, io continuo e solo alla fine mi alzo raccolgo gli avanzi e li metto in una ciotola insieme ad un po’ di acqua e senza scioglierla dalla catena lo appoggio per terra.
Lei come un cane si avventa sul cibo , beve e mangia senza sollevare la testa e io mi godo lo spettacolo del suo corpo nudo.
Quando sento che la tensione giusta si è impadronita del mio membro mi avvicino e appoggio le mani sulle sue tette; sono piene e sode e i capezzoli si induriscono forse per l’eccitazione o forse per la paura . Lei è sdraiata immobile e segue con gli occhi ogni mio movimento , allora decido di infilare la mano nel boschetto di peli neri e ricciuti che spunta dal centro delle sue cosce, lei si agita tenta di sottrarsi ma io sono implacabile , trovo il suo grilletto lo strofino , lo prendo tra le dita e stringo forte. Un gemito di dolore esce dalle sue labbra , il sangue mi monta dentro le vene , non ce la faccio più mi tolgo i pantaloni e il mio cazzone svetta puntando verso l’alto.
Lei intuisce le mie intenzione cerca di scalciarmi via ma un pugno in faccia ben assestato al convincono ad aprire le gambe; impugno il mio scettro , lo scappello e lo punto nel centro del suo piacere. I suoi occhi sono dilatati dalla paura ma io senza ritegno affondo con un sol colpo in quella carne tenera. Lei emette un urlo altissimo poi rimane paralizzata senza fiato . Mi godo il massaggio che quella stupenda fichetta stretta sta facendo al mio cazzo poi comincio a pompare senza ritegno arrivando vicino alle soglie dell’orgasmo tanto a lungo rimandato nel viaggio in mare. Mi accorgo che la sua figa produce del liquido e penso che in fondo sta godendo anche lei e quindi aumento il ritmo e prorompo in una sborrata infinita che le allaga la sorca.
Rimango senza fiato fermo nella sua passera poi mi ritiro mentre lei ha cominciato a piangere sommessamente, mi avvicino al catino e mi accorgo che sul mio cazzo c’è qualche traccia di sangue. “Aha ora capisco , altro che eccitata , bene bene la mia puttanella era vergine allora” rido compiaciuto.
Lei è sempre legata alla catena ed io soddisfatto della scopata mi avvio verso il letto lanciandole una coperta e una ciotola di acqua.
La giornata seguente un forte vento di tramontana mi ha impegnato al comando della mia nave senza avere la possibilità di pensare alla sera prima .
Anche oggi abbiamo avuto parecchi morti , quindi abbiamo deciso di farli salire in coperta per rifocillarli un po’ e fargli prendere un po’ di sole.
Intanto che quei disgraziati escono io non posso fare a meno di pensare ai soldi che incasserò al mercato fra qualche giorno e delle scopate e bevute che mi farò a Richmond.
La sera quando rientro in cabina Kiara è seduta sul pavimento e mi guarda con odio , io sorrido compiaciuto di questo sentimento o almeno credo di esserlo.
Stasera prima di una bella cena mi accorgo di avere voglia di una pompa , però sono frenato perché il pensiero di mettere tra i denti di quella puttana nera il mio adorato fallo mi preoccupa. Mi avvicino a lei , le tolgo la catena e la prendo per mano avviandomi verso il letto , lei capisce e tenta di fermarsi ma uno strattone più forte la convince. La faccio inginocchiare davanti a me abbasso i pantaloni e il mio fratellone salta fuori , gli afferro la nuca e la spingo verso il mio cazzo , lei capisce e si divincola e fa cenno di mordermi proprio li.
“Senti troietta, ora me lo prendi in bocca senza fare scherzi altrimenti…” detto questo estraggo dal mio stivale un stiletto acuminato che tengo come ultima difesa personale e glielo infilo in un orecchio delicatamente. “Ora ingoi il mio cazzo e me lo succhi per bene e bada a non mordere altrimenti te lo infilo su per l’orecchio fino al tuo delicato cervelletto”
è una ragazza intelligente e ha capito , per cui comincia un impacciato saliscendi sul mio uccello, non è molto esperta per cui ogni tanto i suoi denti strofinano la mia pelle delicata ed io per paura che morda spingo un po’ il coltello, però la sua lingua calda mi ha portato ad un passo da un’altra fenomenale sborrata che subito arriva copiosa nella sua bocca.
Lei dopo il primo fiotto cerca di sottrarsi ma il coltello fa sì che ingoi prontamente tutto rischiando di soffocare. Fantastica pompa. Il suo viso imbrattato di sperma mi guarda con occhi cattivi. “Cara la mia Kiara alla fine del viaggio sarai pronta per essere venduta in un bordello ” e rido di gusto.
La cena si svolge con calma , io nudo con il mio cazzo pendulo lei seduta per terra con i residui della mia sborra che le incrostano il viso.
Visto che è stata brava stasera le spetta un bel pezzo di carne, naturalmente lo getto sul pavimento e lei corre subito ad afferrarlo , quindi la lasci mangiare.
Nel frattempo io mi rivolgo alla botticella del rhum riempiendo generosamente la mia tazza.
Nel momento in cui mi giro mi rendo conto di avere commesso un’imprudenza , ho lasciato lo stiletto sul letto ed ora lei lo ha in mano e mi guarda minacciosa.
Si avvicina lentamente, fendendo l’aria con il coltello, però anche stavolta ha dimenticato che non può affrontare un filibustiere come me faccia a faccia.
Nel momento in cui si lancia verso di me le getto il contenuto della tazza in faccia e lei lancia un urlo quando il liquido le penetra negli occhi. Con un balzo le sono addosso la immobilizzo, e impugno il coltello pronto ad aprire la pancia a quella puttana.
Poi il pensiero dei soldi che butterei al vento uccidendo questa baldracca mi ferma la mano , la colpisco con il dorso e la faccio cadere , quindi la afferro la faccio sdraiare a pancia in giù sul barile delle aringhe e gli lego i piedi e le caviglie con una corda che passa sotto il barile stesso.
Ora non può più nemmeno alzarsi ne muoversi e io mi verso un’abbondante razione di rhum.
“Adesso ti faccio pentire di quello che hai fatto” ghigno malignamente.
In quella posizione il suo culo punta verso l’alto e quindi decido immediatamente al punizione da infliggergli. Gli allargo le natiche e cerco con il dito il suo forellino anale, è piccolo e ben chiuso, tento di forzarlo con un dito ma lei irrigidisce i muscoli rendendo più difficile la penetrazione.
Afferro allora un candelotto di cera che serve per illuminare la cabina e allargando le natiche al massimo cerco di infilarglielo . Lei si divincola , urla ma con un colpo ben assestato riesco a farlo penetrare tutto . Il suo urlo è bestiale e cerca con tutte le forze di espellerlo , però io con un pezzo di corda faccio in modo che sia fissato alla sua vita.
La sofferenza è enorme e perciò decido di andarmene a letto lasciandola così ; nel cuore della notte però i suoi lamenti mi svegliano ed io mi alzo per controllare. Il sangue cola dal suo ano offeso per cui decido che è il momento di approfittarne, sciolgo il laccio ed estraggo il grosso candelotto dal suo culo. Mi calo i pantaloni scappello il mio uccello teso all’inverosimile e la penetro nel culo senza alcun ritegno, la candela ha fatto il suo dovere sembra di entrare nel burro però il movimento selvaggio che tengo fa in modo che ogni colpo sia una sofferenza immane . Cerco di resistere il più possibile per prolungare la sua agonia e infine arrivo al culmine lo tiro fuori vado davanti alla sua faccia e gli sbrodolo una quantità enorme di sperma sul viso e nei capelli.
Mi avvio verso il letto lasciandola in quella posizione e durante la notte più volte mi alzo e gli propino una nuova dose di cazzo nel culo.
La mattina seguente chiamo il nostromo gli dico di slegarla e di ributtarla nella stiva con tutti gli altri.
I giorni si susseguono veloci e spinti da venti propizi ci avviciniamo alla costa dell’America
Il 45° giorno di navigazione approdiamo al porto fluviale di Richmond dopo aver risalito il fiume Elizabeth , siamo stanchi ma felici di vendere questi schiavi per ricavare soldi che ci daranno donne e rhum a volontà.
Le manovre di attracco procedono con la dovuta perizia, e appena sbarco dalla mia nave sono avvicinato dagli emissari dei più grossi mercanti di schiavi della Virginia che mi comunicano che i loro padroni mi attendono.
Io però sono già in parola con Majestic un tremendo mercante cui ho promesso tutto il carico di questo viaggio.
L’appuntamento è alla Taverna del Cervo Zoppo per la sera , per cui arrivo qualche ora prima per farmi un bagno e rifocillarmi dopo questi mesi passati in mare.
Majestic nel frattempo è andato con il mio secondo Becks nella stiva ad ispezionare la “merce”.
Sono seduto ad un tavolo, intento a mangiare una generosa porzione di stufato quando Majestic entra in compagnia di Becks e mi raggiunge. è un tipo impressionante : sarà alto 2 metri rosso di capelli che porta annodati da una lunga treccia , e un fisico imponente con un ventre enorme reso tale dalla birra.
“Salute comandante, posso offrirvi da bere? ”
“Grazie Majestic si parla meglio di affari davanti ad un buon bicchiere” dico io.
“Allora arriviamo al punto , ci sono 410 negri nella tua stiva di cui circa 50 moriranno nei prossimi giorni perciò diciamo che sono disposto a pagarti 50 dollari per ogni esemplare”
“Sta bene 50 dollari sono un prezzo giusto, allora brindiamo alla nostra intesa” affermo.
“è bello fare affari con te, salute”.
Il giorno successivo, siamo pronti per fare sbarcare gli indigeni, li incateniamo l’un l’altro e cominciamo a farli uscire dalla stiva. Io sono vicino alla passerella e controllo la lenta discesa. Ad un certo punto la vedo arrivare, Kiara, legata alla sua vicina con addosso ancora i segni del trattamento cui l ‘ho sottoposta. Lei mi guarda con i suoi occhi carichi di odio e quando mi passa vicino inaspettatamente sibila una frase in un inglese stentatissimo ma chiaro ” Tu… bastardo… schifoso… merda…” e detto questo sputa davanti ai miei piedi. Il nostromo alza il suo bastone per colpirla ma io gli fermo la mano.
I negri stanno avviandosi verso i carri quando la fila viene fatta fermare , alcuni negrieri si avvicinano a Kiara e la sciolgono dalle catene.
Lei si guarda in giro stranita e uno di quelli le da una spinta nella mia direzione.
Si avvicina e mi guarda dubbiosa e con rancore, io nel frattempo mi sono procurato un’interprete e sorridendo dico ” Cara la mia puttana d’ebano mi sei costata 70 dollari , perché ti avevo già venduta, però sono soldi che ho speso volentieri e che mi restituirai con i tuoi servigi da puttana fino alla fine”
Attendo che lo schiavo faccia la traduzione delle mie parole e rimango beato dalla vista del terrore che passa in quel momento nei suoi occhi.
Nota dell’Autore:
Il racconto è immaginario e ci tengo a precisare che i termini dispregiativi da me impiegati nei confronti delle persone di colore sono stati utilizzati esclusivamente per dare forza al racconto e chiedo umilmente scusa se qualcuno si potrà sentire offeso dal mio linguaggio o dal testo dell’episodio . Lungi da me qualsiasi idea razzista. FINE

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Luce bassa, notte fonda, qualche rumore in strada, sono davanti al pc pronto a scrivere il mio racconto erotico. L'immaginazione parte e così anche le dita sulla tastiera. Digita, digita e così viene fuori il racconto, erotico, sexy e colorato dalla tua mente.

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