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La nera signora

Era un inverno freddo, molto freddo. Le persone restavano in casa per non congelare. Soprattutto di sera le città sembravano deserte, nessuno per le strade, nessuno nei locali, sembrava un paesaggio apocalittico. La stazione rispettava questo stato, ed anche il capostazione faticava ad uscire dal suo ufficio per svolgere le normali pratiche di arrivo e partenza dei treni. Solamente un barbone resisteva al ghiaccio che gli bruciava la pelle, erano ormai dieci anni che viveva nel sottopassaggio di quella piccola stazione, ed intendeva morirci. Non aveva altro posto dove andare, non aveva nessuno da cui farsi ospitare, era solo, e solo si trovava nel corridoio sotterraneo. Aveva appena chiesto una sigaretta ad un signore sceso dall’ultimo treno della serata, e se la stava fumando con gusto seduto su di un gradino delle grandi scale, prima di mettersi sotto ai cartoni per dormire e sperare di svegliarsi all’indomani.
Fumò anche il filtro, era abituato a non buttare via niente, anche gli scarti delle persone normali erano per lui sostanze che a volte l’avevano aiutato a sopravvivere. La sera era meno fredda del solito e forse sarebbe resistito anche a quella nottata, bevve un sorso del poco vino rimastogli e si infilò nel suo letto di cartone, coprendosi la testa con un berretto di lana consumato e pieno di buchi.
Intanto fuori a qualche chilometro dalla stazione, una vettura nera e molto elegante sfilava per le strade deserte, al posto di guida c’era un uomo sulla quarantina con una divisa da autista, nessuno al suo fianco e una figura occupava il sedile posteriore.
– Guida con calma, Adelmo. Voglio godermi questo paesaggio desertico ancora un po’, intanto dirigiti alla stazione.
– Certo, Signora.
La donna stava fumando una lunga sigaretta, guardando attraverso il finestrino la piccola città che le scorreva davanti agli occhi, il suo sguardo era affascinato, si sentiva padrona di tutte quelle case, di tutta la gente che vi abitava, e di tutte le loro cose. In un certo senso era così, era la moglie dell’uomo più ricco della città e siccome lui aveva altri interessi in altri luoghi, lei rimaneva spesso da sola coi suoi vizi nel mezzo dei possedimenti di suo marito. La gente la guardava con profondo rispetto ed ammirazione, oltre ad essere la donna più potente era anche la donna più desiderabile della loro piccola comunità; quarant’anni portati stupendamente e con molto fascino, una cura nella persona che rasentava la mania, molti vizi con a capo la lussuria, non erano pochi i ragazzi che erano finiti a letto con lei, ma erano molti quelli che se ne erano pentiti. Aveva una strana attitudine a dominare gli uomini e le donne, riusciva sempre a farli sentire inferiori e a lei la cosa piaceva moltissimo ed il piacere sessuale era profondamente legato a questa abitudine. Praticava ogni forma di sadismo nei suoi rapporti occasionali, infatti, quando il marito partiva per i suoi soliti viaggi, lei organizzava serate in cui si prodigava per portarsi a letto un nuovo amante e fargli assaggiare il suo frustino oppure il gusto dei suoi stivali. Ora anche queste serate la stavano stancando, era annoiata da quei ragazzini che prima sbavavano per le sue gambe quando lei li adescava, e poi si lamentavano per il dolore che erano costretti a subire per far godere la loro padrona. Aveva provato anche a seviziarne due o tre alla volta, ma si rese subito conto che tenere a bada più di un ragazzotto ben fornito di muscoli e pene ed assoggettarlo ai suoi voleri poteva essere estremamente difficile.
Così le balenò in testa l’idea di infierire su una persona che viveva abitualmente nel lerciume e nella sottomissione al prossimo, sarebbe stato più facile schiavizzarlo ed abbandonarlo appena avesse finito i suoi dolorosi giochi. Sentendo i discorsi di paese, seppe che nei sotterranei della stazione viveva e dormiva un barbone, un uomo caduto in disgrazia circa dieci anni prima, senza parenti e senza soldi, pensò subito che quell’uomo faceva la caso suo. Si decise e appena l’ignaro marito la lasciò libera organizzò quella serata.
Avvertì il suo maggiordomo nonché autista, che molte altre volte si era prestato ai suoi giochi, e si preparò accuratamente per la sua avventura.
L’abbigliamento era consono ai suoi progetti, minigonna nera, collant bianchi, scarpe col tacco molto sexy ma con un aspetto molto severo, maglione nero aderente che lasciava le sue forme intatte con un’abbondante quarta, misura notevole visto che la Signora era alta solamente un metro e sessanta per cinquantacinque chili. Vestiario che risaltava il suo viso duro da padrona truccato con decisione e aggressività, facendola apparire molto più volgare di quello che in realtà era.
Il suo sguardo si staccò dal finestrino nel momento in cui l’automobile si fermò nel parcheggio della stazione. L’autista scelse un posto appartato su consiglio della sua Signora e spense il motore rimanendo in attesa di ordini.
– Dimmi, Adelmo, cosa faresti per scoparti una come me?
– Tutto quello che chiede, Padrona.
– Non mi basta, povero pezzente. Ti potrei picchiare se avessi voglia, lo sai lurido porco?
– Certo, Padrona. – rispose l’uomo con voce tremante.
Allora la donna diede un pugno sulla nuca del suo servitore che la guardava negli occhi attraverso lo specchietto retrovisore.
– Ti ho già detto di non guardarmi negli occhi, non sei degno. – e si scagliò con un altro pugno.
Il pover’uomo tastandosi la nuca rispose:
– Mi scusi, Padrona. Non volevo, è che stasera Lei è così bella.
– Io non sono bella, io sono stupenda, sono la donna più bella che un uomo potrebbe immaginare, non è vero?
– Certo Padrona. Non ho mai visto un essere umano più affascinante di Lei.
– Così va meglio. Ti permetto di baciarmi i piedi ma fai piano, sono già eccitata e non voglio sprecare energie con te.
Così dicendo alzò la gamba destra e la fece passare tra i due sedili anteriori, appoggiando il suo piede sul vano del cambio.
Il servitore prese con una estrema delicatezza il piede della sua Signora tra le mani e lo sollevò leggermente per poterlo baciare. Prima di appoggiarci le labbra assaporò l’odore acre che emanava il piede della donna, evidentemente aveva rispettato un’altra sua regola, quella di non lavarsi per qualche giorno prima di avere un’avventura del genere, durante quel periodo usava solamente profumi e deodoranti per coprire l’odore di sudore nei suoi normali incontri diurni con amiche e parenti, ma evitava di deodorarsi prima di sottomettere un uomo, strano comportamento, considerando la sua maniacale cura per la persona e per la pulizia di casa.
L’uomo stava ancora annusando il piede, quando questo si mosse deciso verso il suo naso producendogli un atroce dolore, la voce della sua Padrona si fece sentire:
– Cosa fai porco, ti ho detto di baciarmi il piede, non di annusarlo. Lo so che l’odore dei miei piedi ti eccita più di qualsiasi cosa, tu come gli altri, siete tutti uguali. Ora dai un bacio al mio piede e poi scendiamo da questa macchina, ho voglia di iniziare con quel pezzente.
L’autista baciò l’estremità della sua Signora come se stesse baciandole le labbra, fu un bacio appassionato ma veloce, dopo il quale appoggiò il piede sul sedile e la sua Padrona lo ritrasse subito infilandosi la scarpa.
L’uomo si sistemò la cravatta ed il berretto della divisa, scese dall’auto ed andò ad aprire la portiera alla donna che si dimostrava sempre più impaziente di iniziare il suo nuovo gioco.
Appena la portiera si spalancò, le gambe della donna fecero mostra di loro mentre elegantemente usciva dalla vettura e si sistemava la gonna che si era alzata; era pronta, si sentiva la padrona di tutto il mondo e di tutti gli uomini, avrebbe goduto con un reietto, anche perché tutti gli uomini in fondo sono reietti e straccioni.
La Signora vestita di nero sembrava un’ombra della notte e con il suono dei suoi tacchi entrò nella stazione seguita dall’autista a pochi metri. L’ambiente era deserto, nessuno nella piccola sala d’aspetto, nessuno sui marciapiedi, sembrava una scena da film horror. Divenne nervosa cercando l’uomo di cui le avevano parlato, passeggiava concitatamente scrutando in ogni angolo sperando di trovare un ammasso di stracci o di cartone che avrebbero segnalato il barbone e la sua dimora.
Non trovando niente, dopo cinque minuti decise di far scendere nei sotterranei il suo schiavo.
– Adelmo, scendi le scale e dimmi se quel barbone è lì sotto.
– Subito Signora. – rispose pronto il servitore.
L’uomo discese nel sottopassaggio e la donna ne aspettò impazientemente un resoconto.
Subito sentì la sua voce che la chiamava:
– Venga Signora, è qui.
Anche se presa da una voglia irrefrenabile, scese le scale con molta calma e affettazione.
Arrivò nel corridoio sotterraneo e vide una figura umana avvolta nel cartone, immediatamente sferrò un calcio all’altezza della testa.
– Svegliati porco!
I cartoni si mossero di scatto, l’uomo era stato svegliato da quel potente calcio che lo aveva colpito all’orecchio destro.
– Ma chi è? – domandò stupito.
Sulla bocca della donna si stampò un ghigno diabolico.
– Sono la tua padrona. Mettiti subito in ginocchio.
Il barbone non si rendeva ancora conto di quello che stava accadendo e rimase fermo; ma subito un altro calcio lo fece svegliare del tutto. Questa volta la donna lo colpì vicino ai genitali.
– Ti ho detto di metterti in ginocchio. Subito!
Allora l’uomo, con la paura di trovarsi di fronte la polizia, si alzò e si mise in ginocchio, la luce al neon però gli fece capire subito che non si trovava di fronte alla polizia ma ad una splendida donna che aveva una strana espressione nel volto, un misto di godimento ed ira, continuava a non capire.
Un altro calcio, questa volta in pieno volto lo fece barcollare, dal labbro iniziò a sgorgare un sottile rivolo di sangue, cercò di difendersi alzandosi e quando fu per scagliarsi contro la donna, l’autista lo prese per un braccio e lo fece accasciare nuovamente con un pugno dello stomaco.
Il povero barbone si trovava dolorante in una situazione che assomigliava più ad un incubo che alla realtà, capì che forse si trattava di una coppia di maniaci e decise che era meglio accontentarli.
La Signora divertita dalla scena e già visibilmente eccitata dalla sottomissione del nuovo uomo si guardò le scarpe e si rivolse al barbone con un tono di voce fermo e severo:
– Per svegliarti ho sporcato le mie scarpe. Porco ora tu me le dovrai pulire! Striscia ai miei piedi e leccale!
Il povero barbone si trovava di fronte ad una coppia di pazzi, pensava, intanto l’autista si stava avvicinando per meglio convincerlo a fare come la donna diceva. Per non ricevere un altro pugno, decise di accontentare la donna. Si mise carponi e si avvicinò ai piedi della donna che gli tese il piede destro fino a sotto al naso, così egli cominciò a leccare la scarpa.
– Mi raccomando straccione, solo la scarpa. Non sei ancora degno di leccarmi i piedi.
Adelmo intanto si avvicinò alla sua Padrona per meglio godersi la scena; anche a lui piacevano i giochetti della Signora e quando non poteva partecipare attivamente, si accontentava di spiarla.
Il barbone continuava a leccare la punta della scarpa, chiedendosi cosa sarebbe venuto dopo, intanto la signora sorridendo al suo autista iniziò a tastargli i pantaloni per controllare se l’eccitazione era comune anche all’uomo. E lo era, eccome. Il bozzo si vedeva molto bene e la signora ne fu molto contenta, tanto che iniziò a masturbarlo lentamente sopra i pantaloni guardando alternativamente il suo nuovo schiavo che gli leccava le scarpe e il suo servitore che si eccitava e sospirava al movimento della sua mano.
Stanca di sentirsi leccare la scarpa, diede un piccolo calcio al barbone per allontanarlo, si concentrò sul suo maggiordomo-autista, slacciandogli i pantaloni e mettendo all’aria il suo pene. Lo guardò a lungo, era molto duro, segno che la sua Signora lo aveva eccitato parecchio, ora sentiva il bisogno di averlo in bocca. Si piegò e prese a leccare il pene dando la vista del suo splendido sedere al barbone che li fissava come ipnotizzato. Dopo pochi secondi la signora staccò la presa, si girò verso il reietto e gli apostrofò
– Cosa fai, coglione. Ti godi lo spettacolo? Credi di esserne degno? Cerca di occuparti della tua Padrona. Leccami il buco del culo mentre io continuo a pompare. Muoviti!
Il barbone ormai convinto di non avere via di scampo, si rimise a quattro zampe e si diresse verso quel bellissimo culo che gli si presentava davanti. Intanto la Signora con una mano momentaneamente non impegnata nel pompino si sollevò la minigonna mostrando il perizoma, ovviamente nero anch’esso, e lisciandosi la pelle all’interno dei glutei. Nella mente del barbone il dolore e lo stupore stavano lasciando il posto all’eccitazione prodotta dallo spettacolo a cui stava assistendo. Si tuffò verso l’orifizio anale che aveva davanti ed iniziò a leccare ed inspirare l’odore di sudore ed altro che emanava quel piccolo foro.
La Signora, intanto, era impegnata nel pompino ma godeva a sentirsi leccare il culo da quell’essere spregevole di cui sentiva la lingua insinuarsi quasi fino dentro l’intestino; godeva anche del fatto che sapeva di emanare un forte odore e questo la eccitava molto, pensava che un uomo era pronto anche a sopportare quell’odore per poterla leccare.
Si staccò dal pene del suo dipendente per non farlo venire, non sarebbe stata certo lì a farsi sporcare il viso dal liquido di un uomo. Si rialzò e diede uno schiaffo al barbone che cercava di continuare a leccarle il sedere anche quando lei fu dritta in piedi.
Lo schiaffo riportò l’uomo alla realtà, stralunò gli occhi e si chiese cosa volesse da lui ancora quella maniaca.
Ma la Signora gli rivolse la parola, anzi, si girò verso il suo autista che si trovava in uno stato di eccitazione al limite del sopportabile e fece un cenno con un dito verso il pavimento.
– Non penserai di cavartela così, tu. Ora mettiti a quattro zampe e fammi da sedia mentre questo schifoso mi lecca i piedi.
L’autista che in quelle condizione avrebbe fatto qualsiasi cosa per la sua Padrona, la accontentò sperando poi che Lei lo avrebbe fatto venire in un modo o nell’altro.
Si mise a quattro zampe e si avvicinò alla sua Padrona. Lei, molto eccitata di vedere due uomini che strisciano per terra sotto i suoi ordini, si mise comoda sedendosi sulla schiena e rivolgendosi al barbone gli intimò di avvicinarsi.
Appena il disadattato le fu vicino, gli prese i capelli sulla nuca con una mano e li tirò più forte che poteva, si portò il viso sporco del suo nuovo schiavo a venti centimetri dal suo e sputò una grossa quantità di saliva in bocca al malcapitato.
Il suo volto ormai era sporco di terra, polvere e saliva della sua padrona. Lei allora lo guardò fisso negli occhi, e sputò nuovamente la sua saliva sul volto dell’uomo.
– Lavati la faccia con la mia saliva. – dicendo questo con la mano sinistra gli spalmò il suo liquido su tutta la faccia.
Il barbone deglutì dallo stupore, ingerendo la saliva della Signora insieme alla sua.
A quel punto, lei mollò la presa dai capelli sporchi e gli spinse la testa quasi all’altezza del pavimento.
– Ora sei degno di leccarmi i piedi. Inizia!
Il povero uomo iniziò così a passarsi vicino alle labbra prima un piede calzato e poi l’altro, dopo circa cinque minuti di quei baci feticisti, tolse una scarpa ed il piede della sua Padrona gli si presentò innanzi in tutto il suo splendore e soprattutto in tutto il suo odore.
Rimase nuovamente stupito della puzza che quei piedi emanavano, ma stranamente questo particolare non faceva altro che renderli più desiderabili. Ora con la bocca inghiottiva l’alluce del piede avvolto splendidamente dalle calze autoreggenti bianche, si rendeva conto che una forte eccitazione stava prendendo tutti e tre. Lui continuava a leccare il piede odoroso della sua padrona godendone paurosamente, la sua Padrone emetteva dei gemiti di piacere inconfondibili mentre con una mano si teneva alla sua poltrona umana e con l’altra si masturbava ed infine l’altro uomo si godeva lo spettacolo con la testa girata verso di lui e con negli occhi un’espressione che si poteva tradurre inequivocabilmente in invidia.
Vennero tutti quasi contemporaneamente, la Signora masturbandosi al pensiero di onnipotenza e guardando due uomini strisciare per lei, il barbone mentre leccava i piedi della donna con una mano si toccava senza neanche slacciarsi i pantaloni consumati, ed infine l’autista non resse lo spettacolo al quale lui non voleva essere solo uno spettatore, si slacciò i calzoni e, mentre con una mano si manteneva in equilibrio, con l’altra si masturbò fino a eiaculare sul pavimento.
Quando i tre ebbero finito di soddisfare le voglie della loro padrona, si ricomposero, l’autista aiutò la sua Signora a sistemarsi gli abiti e anch’esso si ricompose la divisa, il barbone strisciò verso i suoi cartoni sperando che i giochetti fossero finiti. Prima di andarsene la Signora fece lasciare una banconota da centomila lire di mancia al povero e si diresse, seguita dal suo autista, verso l’auto.
Il barbone guardò controluce la banconota cercando di capire se fosse falsa o meno, avrebbe avuto cibo ed alcool pagati per almeno una settimana. L’avventura a cui aveva partecipato non gli era ancora chiara nella mente, ma sicuramente l’avrebbe ricordata per molto tempo.
La donna ed il suo servitore salirono in macchina e si diressero verso casa, dopo però aver fatto un giro per le strade buie della città a guardare le prostitute vendere i loro corpi, la Signora volle toccare il seno ad alcune di quelle mercenarie. Arrivarono a casa a notte fonda, dopo essersi lavata e profumata la donna si mise a dormire, l’indomani mattina avrebbe dovuto incontrare l’associazione per la difesa dei poveri della città.

La donna continuò i suoi giochi erotici fino a che il marito una sera, tornando a casa senza preavviso, la sorprese una sera mentre stava frustando due ragazzi mentre un terzo le stava leccando lo sfintere. Divorziarono e la donna si risposò con un altro ricco uomo adescato in un bar equivoco di una città del sud.
L’autista fu licenziato dopo circa un mese, non resse la cosa e lo trovarono impiccato in una stanza di un motel, dopo aver passato la notte con una prostituta.
Il barbone sopravvisse a quell’inverno ma il successivo gli fu fatale, lo trovarono morto assiderato nei suoi cartoni una mattina a cinque giorni da natale.
Il male non muore mai, il bene mille volte. FINE

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