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La notte al dito

Era certamente un maniaco, lo sapeva ma non ci poteva far niente, era più forte di lui, si eccitava in una sola maniera; con una donna e non importava chi, si masturbasse sotto i suoi occhi, a poche decine di centimetri dalla passera.
Poterne sentire l’odore che, a volte, cambiava sottilmente durante gli orgasmi e, alla fine, prossimo alla goduta ottenuta con una sega, immetterlo in fica e sborare dentro con un godimento totalizzante, pieno, breve ma micidiale.
In una notte, se trovava la fica adatta, era capace di venire anche quattro, cinque volte.
Doveva essere una fica che amasse più la masturbazione che la chiavata, più il dito che la lingua, insomma una maniaca come lui.
Era un bell’uomo, libero, educato e signorile, modenese, irreprensibile sul lavoro, con gli amici ma, una volta al mese doveva fare una ‘notte al ditò, come diceva lui a se stesso.
Barbara prometteva bene, era stata una corte discreta ma martellante e, finalmente, chiarite le cose, dopo mesi di e. mail, cene, cinema, telefonate, la sera prima in macchina aveva esaudito il suo desiderio, si era masturbata a lungo ma il buio impediva il godimento estetico e lui ne aveva bisogno.
Ora sarebbe venuta a casa sua, sul bel letto, nuda, aperta e le dita accarezzanti sulla fichetta spalancata.
Che sensazione di onnipotenza guidare quel dito, dopo che aveva capito come si muoveva, con la voce roca, bassa, imperiosa.
Si era lavato, sbarbato e messo una vestaglia giapponese di seta con drago impresso sulla schiena, era nervoso e fumava aspirando ampie e larghe volute di fumo che rigettava come un piccolo drago reale.
Tre minuti di ritardo, le donne.
Il campanello.
Non era neanche una ritardataria, bene.
Barbara entro ‘ in quell’appartamento come se vi fosse sempre entrata, lui scriveva bene e le descrizioni dell’appartamento erano esatte, centimetro per centimetro e particolare su particolare.
La fece sedere sull’ampio divano di pelle nera con un monte di cuscini rossi piccoli e grandi, tondi come bolle di sapone e morbidissimi.
Davanti al divano la bella e morbida stuoia di lana lavabile di una tribù Thai.
Preparò abbondanti Martini non agitati, mescolati con cucchiaino e l’oliva, prima di immetterla nel suo bicchiere, la succhio volutamente in bocca sotto lo sguardo divertito di lei che si tolse le leggere mutandine e null’altro.
Porse il bicchiere e s’accoccolò sulla pedana mentre lei apriva le gambe, lentamente, mostrando il premio finale.
Un malloppo di peli neri grossi, duri, ma morbidissimi al tasto.
Non si erano detti un gran che, solo i saluti, erano persi nel sogno che si sarebbe realizzato tra pochi minuti.
Lei amava masturbarsi, giocare con le dita su di una fica sensibile alla sua carezza ma quasi refrattaria ad un cazzo penetrante troppo a lungo.
Le piaceva il cazzo sborante in fica, in bocca, in culo ma mal sopportava la lunga penetrazione e lui non sapeva da quanto tempo lo stava cercando.
Pensava di sedurla, il fesso, se avesse saputo che lei stava seducendo lui come avrebbe reagito?
No, non doveva far capire nulla di ciò, doveva legarlo a se quel meraviglioso cazzo, dove fare una segna era muovere la mano davvero, in alto e in basso, non fare seghe veloci e poco ampie, no, quelle seghe le vedeva con gli occhi, le sentiva con le mani.
Peccato che permettesse poche volte di farle fare a lei o di terminarle, guardando uscire il premio di un uomo e, aveva desiderato che venisse nella suo bocca, ovunque volesse ma andava bene anche la sua mano che si sporcava tutta, s’impiastricciava oscenamente.
Era stata abile, come una buona mirandolese, niente ditalini sino alla sera prima ma una decina di seghe fatte da lui, da lei, insieme e lei aveva sempre mostrato una certa ritrosia quando, in realtà, stava godendo enormemente.
Lui appoggio il bicchiere sul tavolino dopo averlo bevuto mezzo e allargò di piu le belle ginocchia per vedere quella macchia nera, invitante, offerente.
Risali le cosce nel vellutato incarnato che lo faceva impazzire, dita dopo dita e un’ampia carezza circolare sempre piu vicina al nero che sembrava diventare più nero.
Lei sorbiva a piccoli sorsi il suo Martini, quasi imperturbabile, quando dentro incominciava a sentire la tempesta dei sensi, della spaventosa voglia di toccarsi, farsi toccare, toccare e guidare la sua mano dentro.
Lui era felice, le piacevano le donne composte anche nell’orgasmo, solo al massimo dell’eccitamento le voleva scomposte e che gridassero il loro coinvolgimento, mentre le veniva dentro e, le riempiva tutte.
Il dito accarezzò delicato le grandi labbra ancora chiuse, sigillate da quel sigillo che davano le mutandine e le sentì gia intumescenti, gonfie, anche se non al massimo, sarebbero cresciute durante il tocco sensibilissimo.
Avrebbero cambiato colore e la pigmentazione di sarebbe rivelata in un marroncino bruciato sfumante su rosa.
Le percorse tutte sino al congiungimento sotto la clitoride già tumescente e il cappuccio ingrossato un poco e sapeva che, sui suoi fianchi, stava un’autostrada per il piacere.
Spostando il medio come in una carezza laterale l’aprì finalmente un poco e le sentì umide e incominciava davvero lo scopo delle ghiandole del Bartolini, si stavano umettando velocemente.
Lei sorbiva ancora un poco di Martini ma gli occhi chiusi denotavano in suo coinvolgimento quasi brutale.
L’indice, salendo e scendendo, spandeva quell’umidore scivoloso, omogeneamente su tutta la bella voragine di donna e, ad un tratto, penetrò veloce sino alla radice, lei ebbe un fremito, il bicchiere tremò e l’urletto smorzato sembro un tuono nel silenzio di quella stanza.
Il bicchiere raggiunse l’altro e la mano raggiunse la mano di lui accompagnandola in posti segreti e appetitosi per lei.
Incominciava il vero ditalino destinato a godere e, a godere presto il primo orgasmo propedeutico a mille altri.
Lui ritirò la sua mano, scoperse la fica arrotolando la gonna leggera che, come palcoscenico, dominava immanente lo spettacolo del balletto di mano e fica carnosa.
Il lago dei cigni.
Vide come lei, a quattro dita piatte, stendesse la gradi labbra e liberasse le farfalle interne sulle quali incominciò una carezza rotatoria lenta, poi, piu veloce, sino a diventare spasmodica sulla clitoride, sul cappuccio e sentì arrivare il primo feroce uragano di lei.
Aspettò che godesse fermando la mano, premendola forte su tutta la fica godente.
La solevò e mise una punta di lingua sulla clitoride girandole intorno delicato e accompagnando gli ultimi boati di quella tempesta, discese dentro con un’ampia leccata che la fece tremare.
Si alzarono, lui si tolse la vestaglia inutile, il cazzo era gia fuori da tempo e lei si tolse le poche cose che la coprivano, solo il reggicalze nero spiccava come bandiera su quell’incarnato bianco latte.
Si sdraio sulla schiena ma lui la risollevò a sedere e prese la sua mano ponendola sul cazzo.
Dio, toccava a lei la prima sega.
Lo inumidii bene con la bocca poi, a mano chiusa come si doveva, guardò incantata il suo scendere e salire coprendo e riscoprendo la testa.
Un errore che faceva prima era di non salire tanto e non discendere tanto, ora sapeva e l’ampia salita e discesa copriva e scopriva una cosa da succhiare e, a volte, lo fece rapida non disturbando la sega lenta.
Poi aumentò il ritmo, lo fece diventare un sali e scendi stretto e veloce, lui sbuffava e, alla fine, aspirò voluttuosamente l’aria e l’altra mano di lei scese in tempo a fermare, un poco, il getto lattiginoso e abbondante; calò con la bocca sopra e velocemente inghiottì il rimanente.
Si lasciarono andare a schiena in giù, la notte incominciava ora, altre seghe, altri ditalini e leccate e ciucciate e alcune micidiali penetrazioni in ogni sfintere.
Era bello, in fondo, essere dei maniaci. FINE

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