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La separazione

La prima telefonata era una come tante; la solita ragazza appena sposata che non andava d’accordo con il marito, che “non lo riconosceva più”, che “la vita con lui è ormai impossibile”. Una delle tante che si erano rivolte al mio studio legale per separarsi. Una delle tante, dicevamo, anche se forse più fastidiosa delle altre.
“è tutta colpa sua! è lui che è cambiato, io ha fatto di tutto per salvare la nostra storia ora lo voglio subito fuori di casa e che mi paghi il mantenimento”
Io paziente a spiegarle che con dieci mesi scarsi di matrimonio, senza figli, entrambi impiegati con un buon stipendio e di giovane età era ben difficile ottenere l’assegnazione della casa (tra l’altro di proprietà del marito) e un assegno di mantenimento; ma lei niente.
“Non capisco, la colpa è sua, io ci avevo investito tanto in questo matrimonio, ho sofferto troppo, merito un risarcimento”
Questo è quello che odio delle separazioni: la gente non è in grado di ragionare serenamente e si rifiuta di accettare lo stato dei fatti. Mi viene voglia di mandarla a quel paese ma sto al gioco.
“Per ottenere la casa e un assegno di mantenimento si dovrebbe addossare a lui la colpa della separazione: ha avuto una relazione extraconiugale? ”
No, fa l’ingegnere edile e quando non è in cantiere, dove non c’è neppure una donna, è a casa.
“Butta via i soldi, magari giocando d’azzardo? ”
No, anzi, è molto attento.
“Allora è patologicamente tirchio? ”
No, non ha fatto mai mancare nulla in casa.
“Beve? ”
No, è astemio. Caspita, è praticamente un santo, allora comincio a scivolare lentamente nel surreale, forse così capirà.
“Fa uso di droghe? ”
Per carità, no, è contrarissimo.
“Passa la serata davanti alla televisione con una birra in mano? ”
No.
“Si lava poco, emana cattivi odori? ”
No.
“Le chiede di fare cose strane a letto? ”
No.
“La maltratta? ”
Ah, questo si!
“E come? ”
Uno schiaffo, sei mesi fa… La mia pazienza è al limite ma continuo ad assecondarla. Le spiego che uno schiaffo isolato sei mesi fa non significa nulla e che si potrebbe parlare di maltrattamento solo se la schiaffeggiasse almeno una volta alla settimana (ho già perso mezz’ora con questa, la schiaffeggerei io volentieri) e poi ci sarebbe il problema della prova: vivono soli, uno schiaffo non lascia segni; se le avesse fatto un occhio nero avrebbe potuto farsi medicare al pronto soccorso e si sarebbe procurata al tempo stesso la prova della violenza del marito. Sembra convinta. Le spiego i documenti che deve procurarsi e fisso un appuntamento presso il mio studio dopo 15 giorni. Dimentico la questione ma dopo alcuni giorni mi piove in studio.
“è la Sig. ra Michela ***. Sembra agitata” dice la mia segretaria. Finisco il mio lavoro e dopo una buona mezzora vado a riceverla in sala d’attesa.
Mi aspetta in piedi accanto alla porta. Sulle prime non mi fa alcuna impressione: non particolarmente alta, capelli neri alle spalle si mangiucchia le unghie della mano destra. Avvicinandomi, però, noto alcuni particolari interessanti: veste una camicetta bianca dalla scollatura generosa che mostra due seni abbondanti quasi sorretti dal braccio sinistro che tiene conserto sul petto. Veste poi una gonnellina di seta leggera poco sopra il ginocchio che scopre un bel paio di gambe nude (al diavolo reggicalze e autoreggenti, io vado pazzo per le gambe nude) abbastanza inusuali vista la stagione (siamo a fine settembre). Scambio di presentazioni e la faccio accomodare nella mia stanza. La invito a sedersi ma preferisce rimanere in piedi.
“non è come al bar” dico “si paga lo stesso anche se si sta seduti”.
Abbozza un sorriso imbarazzato e si siede sulla punta della sedia protendendosi in avanti ed offrendo così un bel panorama della scollatura. Si scusa per essere arrivata così inaspettatamente ma era successa una cosa straordinaria. Dopo la nostra telefonata si era messa in testa di incastrare il marito, voleva arrivare allo scontro fisico per poi chiamare la polizia e denunciarlo. Aveva cominciato a prenderlo a male parole per ogni cosa, usciva la sera senza dire dove andava (peraltro, si recava a casa dei suoi genitori) e tornava nel cuore della notte. All’inizio il marito era rimasto stupito di questo nuovo atteggiamento, poi aveva cominciato a rispondere alle sue offese fino alla sera precedente. Lui l’aveva aspettata sveglio e quando era tornata alle 4 del mattino era scattata una lite furibonda al culmine della quale l’aveva picchiata e poi buttata fuori di casa. Era tornata a casa dei suoi e ci era dovuta andare a piedi dato che portafoglio e telefonino erano rimasti a casa. Non era andata al pronto soccorso ma appena alzatasi era venuta da me.
Ma tu guarda che stronza – ho pensato – l’avrei menata anch’io… Ma andiamo avanti ad approfondire l’argomento. Visto che non era andata al pronto soccorso, le chiedo di raccontarmi in dettaglio i fatti della sera prima.
Appena tornata a casa, suo marito le aveva chiesto dove era stata. Lei, come al solito, si era rifiutata di rispondergli; lui allora l’aveva insultata. Alt, dico io, cosa ha detto di preciso? Può essere importante anche per presentare una querela. Si ritrae un attimo e arrossisce violentemente poi, con lo sguardo basso e con un fil di voce,
“Mi ha detto che non dovevo permettermi di andare in giro la notte vestita da troia e che, se lo facevo, mi avrebbe trattata come tale”
“Ma lei come era vestita? ”
(che domande sto facendo? Ormai ho perso completamente il controllo… ). Non sembra essersi accorta dell’assoluta inutilità della domanda e mi risponde con naturalezza (sembra aver ripreso un po’ di coraggio.. ) che si era vestita in modo provocante per farlo arrabbiare e che indossava quella stessa maglietta scollata che indossava al momento, una minigonna in pelle, calze a rete e scarpe con i tacchi alti. Va bene, andiamo avanti. Dopo aver detto quella frase l’aveva afferrata per un braccio e le aveva tirato un ceffone. Allungo la mano come per alzarle il viso dicendo:
“Mi faccia vedere se ci sono ancora segni”
Lei anticipa il movimento alzando il mento ma non evita il contatto con la mano che, sfiorandolo appena con due dita, le sposta il viso da destra a sinistra. Non sembra stupita dell’iniziativa e si lascia osservare docilmente senza però alzare lo sguardo.
“No, – mi dice – sul viso non sono rimasti segni”
“E dove sarebbero rimasti? ”
“Sulla schiena e sulle gambe”
“L’ha picchiata sulla schiena e sulle gambe? ”
“Beh, sì. Dopo aver preso quello schiaffo sono caduta o meglio mi sono seduta sul divano ma lui, come preso da un raptus, mi ha presa per i capelli e mi ha buttata sullo schienale della poltrona. Poi ha preso a picchiarmi furiosamente con la mano. Mi ha picchiata prevalentemente sulla schiena ma, mentre la “schiena” era protetta dalla minigonna in pelle, le calze hanno attutito ben poco. è per questo che i segni più evidenti sono sulle gambe. ”
Non sapeva quanto era durato il tutto, si ricordava solo che, dopo un po’, suo marito l’aveva ripresa per i capelli e l’aveva letteralmente trascinata fuori di casa sul pianerottolo chiudendosi la porta alle spalle. Si era quindi ritrovata improvvisamente a terra e sola. Aveva provato a farsi aprire la porta ma non c’era stato verso.
C’era qualcosa che non quadrava in questa storia: lui così tranquillo, così corretto (fedele, educato, persino astemio.. ); lei così insoddisfatta del rapporto. Lui è scoppiato di fronte alle sue provocazioni? Forse… Ma è meglio approfondire la cosa. Chiedo se ricorda altri particolari, se lui le ha detto altre cose; no, nient’altro.
“Anche quando la picchiava non diceva nulla? ”
“Beh, sì, mi insultava.. ”
“E cosa le diceva di preciso? “.
Abbassa ancora lo sguardo e si strige nelle spalle, fa per ritrarsi scivolando lungo il sedile della poltrona ma di nuovo scivola verso la punta. Sussurra:
“Mi diceva quello di prima… ”
“Le diceva di non vestirsi come una troia? ”
“Beh, più o meno.. ”
“Mi scusi – la incalzo – ma deve essere più precisa altrimenti non andiamo da nessuna parte”
“Mi diceva puttana, troia ne hai avute abbastanza? ne vuoi ancora? ”
“Bene, e lei cosa faceva? ”
“Io? Nulla… “.
“Come nulla? Suo marito la stava picchiando e lei non faceva nulla? ”
“Nno… ”
“Mi faccia capire; suo marito la teneva ferma in qualche modo? ”
“No”
“Avrebbe potuto andarsene? ”
“Beh, sì… ma ero stupita e terrorizzata dalla reazione”
“Già, certo, allora avrà urlato, gli avrà detto di smetterla? ”
“No, direi di no”
“è rimasta zitta mentre suo marito la picchiava? ”
“No”
“E allora cosa ha detto? ”
“Sì”
“Sì cosa? ”
Abbassa ancora lo sguardo e, con un fil di voce:
“Sì ancora, gli dicevo che ne volevo ancora”.
Dopo quella frase è caduto un silenzio pesante. Mentre la osservo nascondere il viso nelle mani, posso sentire i rumori della strada e il calpestio dei passanti ignari di quanto sta accadendo in questa stanza. Ho di fronte una donna che ha provato emozioni forti che mai prima in vita sua aveva immaginato di provare (o forse le aveva sognate, ma le aveva rinchiuse dietro ad una porta che si era appena aperta di schianto).
“Sì ancora” solo due parole che, se ieri sera potevano essere ancora negate (era “stupita e terrorizzata”), oggi erano state appena scientemente confessate. Era il primo passo su una via sconosciuta che andava incoraggiato.
Decido di rompere il ghiaccio:
“E perché ne voleva ancora? ”
Silenzio, solo pochi sospiri… è il momento di scuoterla:
“Quando faccio delle domande esigo delle risposte! E mi guardi in faccia quando parlo con lei! ”
Abbassa le mani e solleva lentamente lo sguardo:
“Sì, mi scusi.. ”
“Ebbene, perché ne voleva ancora? ”
“Non lo so… ”
“Non ci credo. Lei si veste da puttana, si comporta da puttana, insolentisce suo marito, lo provoca e non sa perché? In questi giorni ha cercato spasmodicamente di farsi picchiare da suo marito con la scusa del divorzio e non sa perché? ”
“Sì, è vero, all’inizio volevo farlo per il divorzio ma poi ho scoperto che mi piaceva provocare mio marito e poi da quando mi ha fatto ricordare di quello schiaffo di sei mesi fa, ho capito che mio marito poteva essere diverso: più autoritario, più volitivo, più uomo. Speravo che cambiasse… ”
“Beh mi sembra che sia cambiato… E anche lei è cambiata: le è piaciuto essere presa per i capelli e le sono piaciute le sculacciate ricevute; tanto da chiederne ancora, non è vero? ”
Arrossisce e abbassa lo sguardo. Non dice nulla; la incalzo:
“E non è finita. Ora le piace “provocare” vestendosi da puttana e non si limita a suo marito; da quando è qui non ha cessato un attimo di mostrarmi la sua scollatura e quando le ho solo toccato il viso si è subito eccitata”
“Ma avvocato… ” dice portandosi istintivamente le braccia al petto.
“Basta con la commedia! Le dico io cosa farà adesso: ora tornerà a casa sua e pregherà suo marito di perdonarla e di riprenderla con sé. Sembra un brav’uomo e credo quindi che per lei non sarà difficile convincerlo. Quanto al suo inqualificabile comportamento, ci penserò io a castigarla a dovere”.
Sembra definitivamente domata, attende ad occhi bassi gli eventi tenendo le braccia tese ai fianchi con le mani appoggiate sul sedile della poltrona. Prendo il telefono e chiamo la segretaria:
“Claudia, vieni qui! ”
Dopo pochi secondi Claudia si presenta nella mia stanza. è una bella ragazza ma un po’ volgare (l’ho scelta apposta così, fa colpo sui clienti). Oggi porta una minigonna attillata e una maglietta che mette in risalto un bel paio di seni, ai piedi un paio di sandali aperti con il tacco alto.
“Dica, avvocato” mi fa con quel suo fare perennemente provocante.
“Portami subito la bacchetta per le punizioni”
La ragazza impallidisce, cambia subito atteggiamento, balbetta:
“Avvocato, no… La prego… settimana scorsa mi ha già… Non ho fatto nulla… ”
Interessante qui pro quo:
“Questo lo vedremo. Adesso fila a prenderla o è peggio per te”
La Sig. ra Michela *** non sembra aver prestato attenzione alla conversazione; lo sguardo è perso nel vuoto e la respirazione si è fatta pesante.
Dopo pochi secondi Claudia è tornata ad occhi bassi e tremante con la bacchetta in mano.
“Eccola avvocato… ”
“Lasciala qui e vai ad aspettarmi accanto alla tua scrivania”
Per nulla sollevata, Claudia lascia la stanza.
Mi alzo impugnando la bacchetta per le due estremità e mi porto dietro alla Sig. ra *** che seguita a guardare ostinatamente in basso. Prendo una sedia e la colloco accanto alla sua di traverso rispetto al piano della scrivania. Le metto una mano sulla spalla e dico:
“Ed ora a noi. Si inginocchi sulla sedia”
Si alza con un sospiro più profondo e lentamente appoggia prima un ginocchio poi l’altro sulla sedia lasciando scivolare a terra i sabot.
Faccio scivolare la punta della bacchetta sotto l’orlo della gonna e inizio a sollevarla.
“Avanti. Si sollevi la gonna”
Esita, fa per scendere dalla sedia. Scatta rapida una frustata sulla pianta dei piedi. Urla. Il colpo non era forte ma si deve essere sentito.
“Non si azzardi più a spostarsi da quella sedia senza il mio permesso o il prossimo colpo sarà sui polpacci e le garantisco che rimarrà il segno”
Non accenna più a muoversi. Solo i piedi continuano a sfregarsi tra di loro.
“Allora vuole sollevare questa gonna? Non glielo ripeterò un’altra vola”
Porta immediatamente le mani ai fianchi e fa scivolare lentamente la gonna all’insù scoprendo man mano le cosce e il culo.
Un tanga nero minimo lascia completamente scoperto il culo che non porta alcuna traccia delle sculacciate della sera prima mentre la parte superiore delle cosce è appena arrossata (il maritino non ha la mano pesante… ).
Senza neppure che glielo avessi chiesto, infila i pollici sotto i bordi del tanga e lo abbassa sino alle ginocchia. Si piega poi in avanti appoggiando le mani sulla scrivania, presentando così il culo in tutto il suo splendore pronto per essere sottoposto al morso della bacchetta.
Rimango alcuni secondi ad osservare la scena, unico rumore il respiro affannoso di Michela, poi allungo la mano fino a toccare il suo sesso già completamente aperto come un fiore impudico e comincio ad accarezzarla sempre più profondamente. Comincia ansimare e a muovere il bacino. Con il pollice comincio a massaggiarle l’ano che dopo pochi secondi si apre inghiottendolo avidamente. Continuo ancora per un po’ a massaggiarla e a spingerle il pollice nel culo. Sento il suo piacere crescere pian piano fino quasi all’orgasmo ma, pochi secondi prima del momento di non ritorno, tolgo la mano e le infliggo una secca bacchettata in mezzo al culo. Emette un gridolino roco, più di delusione per il mancato orgasmo che per la sensazione di dolore provata che anzi, da come protende il culo verso di me, sembra aver ulteriormente aumentato la sua eccitazione.
Riprendo ad accarezzarle le natiche dove comincia ad affiorare una sottile linea rossa poi passo di nuovo a tormentarle il sesso. Di nuovo riprende ad ansimare e a muovere i fianchi ma ora mi sono spostato al suo fianco e posso colpirla ogni volta che si avvicina all’acme del piacere, sospendendo la stimolazione manuale. Di lì a pochi minuti il culo di Michela è intessuto di una lieve trama di segni rossi ed emana una piacevole calore. La sua respirazione è ridotta ad un rantolo soffocato, il sesso è completamente aperto e inondato dei suoi umori. Mi preparo per il gran finale: mentre la penetro analmente con due dita, faccio piovere una cascata di leggere e veloci bacchettate sul culo. Michela non resiste e prende a masturbarsi furiosamente fino a che le forti contrazioni dello sfintere non denunziano un orgasmo intenso e profondo.
Michela si è accasciata sulla scrivania, il suo respiro è ancora ansimante ma più lento e regolare.
“Si alzi e si ricomponga”, le intimo.
La ragazza si rialza stancamente, scende dalla sedia e resta in piedi di fronte a me col viso basso e le mani sulle natiche nude (ora sì) doloranti.
Senza profferir parola con la punta della bacchetta facilito la caduta a terra degli slip; poi le allontano le mani dal culo lasciando così cadere la gonna a coprirle il sedere martoriato.
Resto alcuni istanti ad ammirare questa ragazza scalza appoggiata al bordo della scrivania, i suoi capezzoli eretti visibili attraverso la camicetta, il suo dolore palpitante che prende lentamente il sopravvento sul piacere ma che in qualche modo ne perpetua il ricordo.
Si china per raccogliere il tanga ma la fermo e, puntandole la bacchetta sotto il mento, la faccio rialzare.
“Queste le lascia qui. Oggi abbiamo scherzato ma da domani incomincerò ad insegnarle che cos’è la vera autorità. L’aspetto domani sera alle 19 in punto. Ora torni a casa, si scusi con suo marito per il comportamento che ha tenuto in questi giorni, lo ringrazi per la punizione ricevuta e gli prometta che non si ripeterà più.
Può andare”
Resta un attimo immobile, solleva lo sguardo come per dire qualcosa ma poi lo riabbassa per cercare i sabot che prontamente infila prima di imboccare la porta della stanza. Poco prima di uscire, si ferma e si gira:
“Mi scusi avvocato e… grazie di tutto. A domani sera”.
La osservo allontanarsi lungo il corridoio massaggiandosi una natica e non posso fare a meno di pensare che diventerà un’ottima schiava, ribelle al punto giusto.
Ma abbiamo perso fin troppo tempo, ora è bene tornare al lavoro: ho una segretaria che attende in ginocchio accanto alla sua scrivania la giusta ricompensa per la sua goffaggine… FINE

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Scrivo racconti erotici per hobby, perché mi piace. Perché quando scrivo mi sento in un'altra domensione. Arriva all'improvviso una carica incredibile da scaricare sulla tastiera. E' così che nasce un racconto erotico.

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