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L’anziano e la matricola – anni settanta (I parte)

Io ero arrivato all’università di Padova, facoltà di lingue straniere, sostanzialmente il secondo anno, perché il primo l’avevo per così dire frequentato da militare.
Beh, ero riuscito comunque a fare metà degli esami del primo anno anche durante il servizio.
Il primo giorno arrivo nel cortile dell’università ed incontro la mia amica di infanzia. Mietta Raselli.
E’ cambiata completamente.
Mi abbraccia.
Da piccola era timida ed evitava gli amici, ma ora fa la padrona di casa.
Mi presenta l’università come se fosse sua e mi spiega che se sono iscritto davvero al secondo anno ce la possiamo spassare.
Le dico di sì, secondo anno.
Mi spiega eccitata che possiamo disporre delle matricole come vogliamo.
E’ l’ultimo problema che mi passa per la testa,
ma lei riesce a convincermi benissimo subito.
Ferma una giovane studentessa che passa di lì per caso, le chiede se è al primo anno e questa, arrossendo, dice di sì.
Mietta allora le ordina di farci vedere se porta le calze o i collant. In quel tempo i collant erano una cosa per poche.
La giovane fermata si gira verso di noi rossa in faccia, tiene strette le gambe e solleva un po’ le gonne.
“Forza, stronza, su!” Insiste decisa la mia amica, e quella tira su completamente le gonne mostrando le mutandine.
Porta calze e reggicalze.
“Bene.” dice secca la mia amica.
La fa girare per consentirmi di vederla da dietro.
Lei abbassa la
gonna davanti e si gira tirando su la gonna dal culo.
Aveva le mutandine di una volta che coprivano abbastanza, ma il contrasto con le calze era davvero eccitante.
Ma ancora più eccitante era il fatto che fosse così semplice poter vedere le intimità di una ragazza!
“Forza, vattene!” Le dice Mietta e questa non perde tempo fuggendo via.
“Com’è possibile?” Le chiedo, ancora con il cuore in gola.
“C’è in corso un’impari lotta contro i collant, simbolo della fine virtuale dell’erotismo femminile e chiunque, dal secondo anno in su, può chiedere e verificare di persona lo stato delle cose sotto le gonne delle ragazze del primo anno. C’è scritto in bacheca nella sezione riservata agli studenti.”
“Cristo che idea! Ma,” dico io,
“e se ne troviamo una che ha i collant?”
“Beh, non devo dirti io che intanto è già bello poter fare questi controlli, no? Pensa che puoi costringere tutte le matricole a mostrarti le mutandine. Quando eri in quinta, quelle di terza e di quarta non ti cagavano neanche e ora possono essere costrette a fare qualsiasi cosa che ti passi per la testa. Approfittane no?”
Parlava come un maschio, ma avrei imparato velocemente che le situazioni che piacciono ad un uomo piacciono anche ad una donna.
Fa parte della natura delle cose, ma allora non lo avevo ancora capito.
“D’accordo,” dico io arrapato.
“Ma a te, cosa ne viene?”
“Bimbo,” mi risponde.
“Mi eccita come può eccitare te. Mi piace il poter disporre di una donna sessualmente, mi piace far eccitare un uomo comandando un’altra donna, mi piace seviziare una donna esattamente quanto piace a voi uomini. Mettiamoci insieme e godiamocela con più che possiamo. OK?”
“Io non ci penso neanche un attimo a dire di sì; ma tu, sei diventata lesbica?”
“Ma neanche per idea, stronzo! La triangolazione è esattamente quella di sempre. Senti, lo scorso anno la matricola ero io e me ne hanno fatte passare di tutti i colori. Ho sofferto come un cane per le umiliazioni e le oscenità che mi hanno fatto fare per godere sadicamente su di me. E più me ne facevano, più li eccitavo. Maschi o femmine che fossero.”
“Allora è una questione di vendetta?”
“Nooo, ti dico, ascolta. Quando mi hanno passato di grado dandomi il papiro e da matricola sono passata a fagiolo, l’anticamera dell’anziano, mi sono accorta quanto mi mancassero le situazioni invereconde che mi avevano fatto passare.”
“Forse sei masochista…”
“Sono sadomasochista in maniera equilibrata come tutti. Il problema sta nel fatto che la parte più difficile da provare bene è quella del masochista, perché… perché non è così semplice come si pensa. So anch’io che se chiedo a dei ragazzi di espormi nuda in pubblica piazza e di frustarmi, lo fanno subito e ben volentieri, cazzo! Ma non è questo il modo di godersela da masochisti, questa è solo una sceneggiata, sarebbe come per un uomo pagarsi una puttana…”
“A qualcuno piace anche questo.”
“Non c’entra.”
“Hai ragione, scusa.”
“No. Riesci a godere davvero dalle umiliazioni più sconce e più forti solo se sei costretto davvero a subirle. Non devi poter essere in grado di impedirle né tantomeno sceglierle… Questa sì, quella no… Non davanti a quella stronza là… Dio, non fatemi sbocchinare quel grassone… Vorrei essere frustata da quello là, inculata da quella… Non esiste. Mi spiego?”
“Sì, credo di sì…”
“Bene. E’ che te ne accorgi solo quando ti mancano. Quando non te le fanno più. E allora ti rendi conto quanto quello che ti hanno fatto sia stato naturale, cioè nell’ordine delle cose, e insomma a questo punto non puoi che giocare il nuovo ruolo che ti spetta.”
“Cioè quello che stai facendo adesso.”
“Esatto.” Sorrise, convinta.
Mi aveva proprio affascinato.
Mi mancava una donna perché io e la mia ragazza ci eravamo lasciati poco prima della fine del servizio militare e Mietta mi aveva proprio eccitato.
Quella sera abbiamo fatto l’amore.
Eravamo a letto quando le chiesi di nuovo cosa succede a quelle che vengono beccate con i collant.
“Ci si diverte ancora di più, vedrai!”
Rispose mettendosi a sedere sul letto.
“Mi spiace che tu non abbia potuto essere una matricola come tutti.”
“Se mi vuoi…”
“Ormai è tardi, la finzione non offre nulla. Non si sa mai, nella vita, ma intanto godiamocela con quello che abbiamo in mano. Vedrai cosa possiamo fare in due.”
E così passiamo alcuni giorni studiando e fermando ogni tanto qualche sprovveduta per godendocela da complici assatanati.
Un giorno incontriamo una con i pantaloni.
Non l’avesse mai fatto!
Glie li facciamo togliere subito completamente e ce li facciamo consegnare dicendole che glieli avremmo restituiti solo al processo.
Sotto i pantaloni portava ben il reggicalze, ma i pantaloni in quel periodo erano una vera e propria provocazione.
“Fammi un favore.”
Mi dice indicandole la parte bassa delle mutandine.
“Controlla se è una donna o un uomo.”
Avvicino la mano all’interno delle cosce e lei, terrorizzata, le allarga per non contrastarmi.
Le passo prima un dito tra le gambe, poi tocco il bordo delle mutandine.
La mia amica le fa allargare le gambe di più, eccitata, e io sposto le mutandine con un dito.
“Sembra tutto regolare” dico.
“Pare che abbia una fica.”
“Pare? Devi essere sicuro, perché se al processo risultasse che è una checca, subiremmo una reprimenda anche noi.”
“Girati.” – Dissi alla poverina. –
“Secondo me lo è; vedi com’è femminile il culo?”
“Ci sono checche che ce l’hanno ancora più bello.”
“OK.” – Dissi. –
“Vieni qui e rigirati che controllo di nuovo.”
Si dispose in modo che potessi fare quello che volevo.
Allentai un po’ l’elastico delle mutandine e introdussi la mano scendendo sul
basso ventre verso l’inguine.
Sentii prima il pelo e poi la vulva.
“Credo proprio che abbia la fica.”
“Credi?”
“Scusa.” Dissi.
E la ragazza allargò le gambe ansimando e tirando in dentro un po’ il ventre per lasciarmi scendere più facilmente.
Sentii prima il clitoride e poi la fessura.
Con il dito medio cercai la strada e lo introdussi piano strisciando sul clitoride.
Era bagnata.
Mietta aveva ragione.
La ragazza non lo sapeva, terrorizzata com’era, ma più avanti avrebbe rimpianto quei momenti.
“Il dito ora alloggia proprio in una fica.”
“Bene.” Disse la mia compagna.
“Vattene. Ci vediamo al processo di sabato.”
Prese l’agenda e controllò prima di scrivere.
“Dovrai presentarti alle 9. Quando avrai scontato la pena che ti verrà inflitta, ti restituiremo i pantaloni.”
E quella scappò in mutandine, calze e reggicalze per le vie di Padova.”
In quel periodo ho visto il più alto numero di mutandine della mia vita.
Anche perché, un po’ alla volta, con passare degli anni il collant avrebbe scalzato comunque di brutto le calze.
Il progresso non lo si può rallentare.
Una comodità insostituibile per le donne, ma una grossa perdita per l’intera l’umanità.
A Padova non eravamo certo gli unici ad occuparci di ragazze da controllare e rinviare a giudizio.
Ogni tanto vedevi una poverina messa nuda nella vetrina di un negozio, un ragazzo che correva dietro ai propri pantaloni appesi al retro del filobus, un gruppo di studenti che aveva incantonato qualcuno in un angolo facendogli chissà cosa, una ragazza a portare un tappo di champagne infilato per tutta una giornata nel culo, con obbligo di controllo da parte dei fagioli.
Un giorno incontrai due care amiche della mia città, Marika che si era iscritta al primo anno di legge e Antonella che si era iscritta al primo di scienze politiche.
Marika era la più bella ed era terrorizzata dalle chiacchiere che circolavano su quel che si faceva alle matricole.
Antonella, bella anche se non stupenda come l’amica, aveva curve indubbiamente più provocanti ed era più rassegnata proprio perché capiva che con il corpo che si ritrovava non avrebbe avuto scampo.
Non appena presentati, chiesero subito aiuto a me e alla mia ragazza.
“Scusateci un attimo.” Disse Mietta.
“Lasciateci parlare un momento da soli. State qua.”
Mi allontanò di alcuni passi.
“Fa’ come ti dico io.” Mi disse Mietta a bassa voce.
“Se lasci fare a me, queste due possiamo farcele.”
“Ma Mietta, sono amiche…”
“Tanto meglio, perché allora non te la darebbero mai.”
“Sì, ma non posso… Non ho mai fatto neanche un pensierino.”
“Ma hai visto che belle che sono? Un’occasione così non ci capiterà più. Lascia fare a me.” Le chiamò.
“Venite a cena da noi stasera. Vediamo cosa possiamo fare. Nel frattempo, rintanatevi in casa. OK?”
Le due accettarono di buon cuore e fuggirono via.
Noi avevamo tutto il pomeriggio per pensare a come fare.
Giunsero in anticipo, alle sette, ma eravamo già pronti.
“Ci sono due strade percorribili” disse Mietta alla fine del pranzetto.
“Una è quella di esporsi spontaneamente, e l’altra è quella di… fare un pompino al mio ragazzo.”
“Che cosa? Ma sei impazzita?” Chiese Marika, la più bella.
“Per cosa?”
“Fare un pompino al tuo ragazzo!”
E si alzò in piedi.
Era evidente che il loro stupore riguardava il sesso orale da praticare al suo moroso.
“Calma.” Le disse Antonella facendola tornare a sedere.
Poi si rivolse a noi.
“Cosa vuol dire esporsi spontaneamente?”
“Uno di noi parla con i più anziani e dice che tu o lei, o entrambe, siete disposte a offrirvi nude al consiglio degli anziani. Se accettano…”
“Ma che cazzo di offerta è? Non c’è bisogno del vostro aiuto per spogliarci davanti a tutti!”
“Provaci, stronza. Sta’ seduta e ascolta. Quello che ti propongo consiste nel fare uno spogliarello davanti a 5 o 6 persone, più il mio ragazzo che, diciamo, fa la parte di colui che ti offre. Tu ti muovi un po’, balli, fai quello che ti chiedono; nota che in questo caso nessuno ti può mettere le mani addosso, poi ti rivesti e te ne torni a casa con il papiro.”
“E cos’è il papiro?”
“Il documento che ti consente di non essere più matricola.”
Rimasero un po’ a pensare, poi la più formosa disse:
“Ma scusa, se non ci offriamo spontaneamente possono anche non beccarci mai e comunque al massimo ci fanno appunto spogliare, no?”
“Eh, col cazzo, amica mia. Più avanti ti beccano e più te ne fanno. Hai mai provato, che ne so, a spegnere la fiamma di una candela col buco del culo? Ad essere giudicata da una marmaglia di ragazze che hanno già subito di tutto? Ad essere condannata a pene che i più creativi inventeranno su misura per te?”
Le indicò le parti più interessanti del corpo.
Rimasero zitte.
La cena sarebbe andata loro di traverso.
Poi Marika prese la parola.
“E perché hai parlato di pompino?”
“E’ un’alternativa comunemente accettata.”
“Ma perché, scusa, un pompino proprio al tuo ragazzo?”
“Diciamo che mi sto sacrificando io.” Disse umilmente la mia ragazza.
“Ma se preferisci farlo ad un altro, è ovvio che lo preferisco. E’ che in questo caso non puoi sceglierlo; ti dicono loro a chi, come e quando farlo. Probabilmente verresti estratta a sorte in una riffa o venduta all’asta. Fanno così.”
“Anch’io non lo vorrei mai.”
Dissi col tono del ragazzo per bene, ed entrambe si girarono dalla mia.
“Ma è permessa l’alternativa del pompino mirato, solo quando è la morosa dello sbocchinando a proporlo.” E indicai Mietta.
“Cristo!” Urlò la più bella a Mietta.
“Ma è un nostro carissimo amico, come potremmo farglielo?”
“Preferiresti un laido sconosciuto, magari grasso e poco pulito?”
Non rispose, ma io sapevo che avrebbe preferito il laido sconosciuto.
La psiche umana funziona così.
“Scusa,” mi disse l’altra.
“Ma non potresti dire che te l’abbiamo fatto anche se non fosse vero?”
“Eh no, amiche mie.” Disse la morosa.
“Sono io che non voglio. E’ l’unico modo che ho per essere sicura che lui poi non scopi con voi. Io so che dopo un pompino non vi fareste vedere da lui per un pezzo.”
“Ti possiamo assicurare…”
“Sì, come dicono tutte. Sentite, potevamo umiliarvi chiedendo a te di mostrarci in pubblico se hai le calze o il collant, e facendo togliere i pantaloni a lei per strada…”
“Cos’è ‘sta storia?” – Chiese la prima.
E Mietta spiegò loro tutto sui collant con calma.
“Ma… E se non avessimo le calze?”
“Verreste rinviate a processo automaticamente. Per te che porti i pantaloni, dovremmo chiedere quantomeno una punizione di carattere anale. Ma voi, non porterete mica i collant, vero?” –
Chiese candidamente guardando in faccia prima loro e poi me.
No risposero.
“Ragazze…” – Disse piano Mietta. –
“State scherzando, vero?”
Si guardarono in faccia, arrossirono e tacquero ancora.
“Dio mio…” Fece Mietta scrollando la testa.
“Guido, per favore, controlla tu…”
“Ho già visto le cosce di Marika.” – Risposi seriamente. –
“Perdonami, sai,” – dissi poi a questa, –
“ma non mi riesce di impedirmi di guardare le gambe alle donne. No.” – Affermai mostrandomi dalla parte delle due amiche. –
“Non le hanno, ma non le denuncerò mai.”
“Ci hanno visti insieme…”
“Correrò il rischio. Non voglio che vengano esposte al pubblico lubidrio.”
“Vorrei avere anch’io un amico come te.” Mi rispose.
“Ce l’hai.”
“Vero. E allora cosa suggerisci loro per ciò che non dipende da noi?”
“Mi pare che ci sia poco da fare. Le possibilità sono quelle che hai detto tu. Dovranno scegliere tra la spontanea esposizione e il pompino.”
“A te?”
“Cosa?”
“Il pompino. Intendi dire a te, no?”
“Io glie lo suggerisco, ma dipende da loro. E’ una cosa imbarazzante per tutti.”
“Quindi sei disposto ad offrire loro anche il tuo corpo.”
“Già.” – Risposi dopo una breve esitrazione.
Parlammo un po’ sulla vergogna di queste usanze, sulle maialate più sconce che venivano commesse ogni giorno, ai processi del sabato, alle responsabilità dei fagioli, ed alla fine si giunse alla soluzione accettata da tutti che Antonella, la più bona, grazie al suo corpo si sarebbe spogliata davanti al consiglio degli anziani e che Marika, la più bella, mi avrebbe fatto un pompino.
Grazie alla complice Mietta.
Il mercoledì successivo Antonella entrava in una saletta dove 8 fuoricorso, tra i quali una donna, l’attendevano, seduti, per vederla spogliare.
L’accompagnai io e chiesi formalmente se si sarebbero degnati di guardarla ignuda. Il più anziano, dopo una serie di frasi in latino, con riluttanza, accettò a nome di tutti.
Qualcuno accese della musica e la giovane imbarazzatissima iniziò a spogliarsi con una certa goffaggine.
Sembrava che lo stesse facendo come lo si fa di solito per andare a letto la sera.
Ma quando si trovò in mutandine e reggiseno, calze e reggicalze con la riga dietro, scarpe con i tacchi alti, vide come la osservavano ed iniziò ad entrare in palla.
Si era scaldata ed iniziava ad eccitarsi anche lei.
Con una mossa studiata tolse il reggiseno in modo che le tette vibrassero esaltando la loro elasticità naturale, con i capezzoli rivolti al cielo.
Si sfilò le calze come l’Angelo Azzurro, e si accorse che tutti erano arrapati in silenzio.
Mi guardò per avere una tacita approvazione ed io annuii strizzandole l’occhiolino, con un’erezione piuttosto vistosa sotto i pantaloni.
Girò il culo verso di me ed iniziò a sfilarsi le mutandine flettendo un po’ le ginocchia a tempo di musica.
Quando scoprì il culo si avvertì l’adrenalina che stava scatenando.
Si girò e fece vedere il pelo puberale guardandomi di nuovo in faccia.
Quando rimasi anch’io a guardarle solo la passera, alzò le braccia al cielo e fece un inchino.
Tutti batterono le mani.
Spensero la musica ed accesero tutte le luci.
Lei spontaneamente si coprì le tette con una mano ed io le feci cenno di no. Si scoprì di nuovo e chiese ai presenti cosa volevano che facesse.
Uno chiese di raccogliere 100 Lire che aveva buttato a terra.
Lei le raccolse, ma poiché aveva flesso le ginocchia, le chiesero di rifarlo mostrandosi a tutti.
Lo fece, e devo dire che fu una gran bella vista.
Mi augurai di poterla scopare.
La sola donna presente, infine, chiese se fosse disposta a toccarsi.
Lei mi guardò ed io non sapevo cosa suggerirle, ma alla fine annuii.
Allora allargò un po’ le gambe davanti a quella che l’aveva chiesto, mise una mano all’interno della coscia salendo sul davanti fino a giungere all’inguine.
Portò la mano con eleganza alla fessura, in modo che fosse palese che strofinava le labbra.
Passò con l’indice tre o quattro volte sul clitoride con delicatezza, poi allargò le braccia e si chinò.
Batterono di nuovo le mani e la congedarono tra mille complimenti, assicurandola che tutti si sarebbero masturbati in suo onore, donna compresa.
L’aiutai a riversirsi ed alla fine, emozionata, mi abbracciò e mi baciò con la lingua.
“E’ stato fantastico!” Disse.
“Non dirlo alla mia amica, fammi una carità”
“Della tua amica non mi può fregare di meno.” – E mi ribaciò con la lingua. –
“Penso che semmai sarà la tua amica ad accorgersi di me. Sento che Padova mi piacerà.”
Il venerdì dopo venne il momento del pompino.
La bella amica aveva chiesto due giorni per prepararsi psicologicamente.
Come d’accordo, giunse a casa mia la sera alle 9 con la sua amica (che
aveva già in tasca tanto di papiro).
C’era anche la mia morosa.
“Noi resteremo qua.” – Disse questa.
Poi si rivolse a noi due. –
“La camera è tutta per voi. Mi raccomando, se solo una goccia finisce sul letto, ve lo faccio fare e rifare finché non imparate.”
L’amica che avevo visto spogliarsi due giorni prima, mi strizzò l’occhiolino. Presi la bella Marika per un braccio e la portai con me.
Ci sedemmo ai bordi del letto. –
“Cosa devo fare?” – Chiese poi con molto imbarazzo.
“Inizia con lo spogliarti.” – Dissi provando a sbottonarle la camicetta.
“Ehi, questo non era nei patti. Io non devo scopare con te, primo perché non lo voglio, secondo perché se la tua morosa lo viene a sapere, mi mette sulla strada.”
“Calmati. Io preferisco molto di più un pompino di una scopata.” – Mi guardò poco convinta. –
“Ma se non ti spogli, come faccio ad eccitarmi?”
Proseguii con i bottoncini.
“Piano.” – Disse. –
“Faccio da sola.”
Non fu neanche uno spogliarello, il suo.
La sua amica in confronto era stata una bomba.
Mi ero spogliato anch’io velocemente, ma non avevo ancora l’erezione. La avvicinai a me e lei provò sottrarsi al contatto fisico.
“Senti.” – Mi disse. –
“Siamo amici da anni. Perché non dici alla tua morosa che te l’ho fatto davvero? Ti prego.”
“No.” – Dissi dopo un po’.
“E perché?” – Chiese delusa.
“Perché voglio che tu mi faccia un pompino davvero, mi piace troppo. Non avrò altre occasioni.” –
La logica era ineccepibile e lei chiese allora, tristemente, di spegnere la luce.
“L’abbasso solo un po’.” – Precisai. –
“Voglio almeno intravvederti il viso.
Sei troppo bella.
Mi prese con una mano il pene e provò a muoverlo come probabilmente pensava che un uomo si facesse una sega.
Era un po’ maldestra, ma quando lo prese in bocca, il membro iniziò a rizzarsi.
Quando lo fu del tutto, parve gustarselo.
Lo sfilò piano e lo guardò da vicino.
Scoprì il glande e me lo baciò, poi me lo riprese in bocca. Iniziò a farselo scorrere dentro e fuori come se stesse chiavando, poi cercò qualche variazione.
Usò la lingua e cercò di spingerselo sempre più in gola.
Ogni tanto prendeva il fiato, senza mai mollare il pene.
Io mi lasciai andare indietro accarezzandole la testa che si alzava ed abbassava ritmicamente.
Poi le chiesi di portarsi più vicina a me per consentirmi di palparle il culo, e lei lo fece mettendosi pancia in giù al mio fianco in direzione opposta alla mia.
Poggiai il braccio sulla fessura del culo facendomi strada tra le natiche e la lasciai lavorare un po’ tranquillamente.
Ad un certo punto mi prese con una mano le palle e con l’altra
cercò di abbassare con forza il prepuzio in modo contrario ai movimenti della bocca.
Le feci allargare le gambe e le presi in mano la passera.
Poggiai il pollice prima sul buco del culo (lei non reagì), poi lo abbassai fino a sentire l’accesso inferiore e lo introdussi con delicatezza.
Lei si schiuse di più e la massaggiai col pollice dentro e le dita fuori.
Così si impegnò di più anche con la lingua.
Alla fine la presi per la nuca e iniziai a sbatterle la testa su e giù come per farmi una sega con la sua gola, finché non sentii che stavo per venire.
“Vengo.” –
Le dissi per consentirle di togliersi e di farmi venire nella sua mano, peraltro contrariamente alla volontà della mia morosa.
Sembrava ancora una ragazzina e ne ero intenerito.
Ma lei continuò ancora e ancora, e quando sentì che venivo per davvero cercò di inghiottire il glande, come le aveva suggerito Antonella.
Io non riuscii ad impedirmi di urlare dal piacere per tutta la durata della eiaculazione, e lei continuò finché l’uccello non ritornò di piccole dimensioni.
Ma anche allora, mi scoprì il glande e leccò quello che rimaneva del mio sperma.
Poi depose, esausta, la guancia sul mio ventre mantenendo il contatto del naso con il pene.
“E’ stato bellissimo.” – Disse. –
“Non l’avevo mai fatto.”
“Cosa ti è piaciuto di più?”
Ci ragionò un po’, poi rispose convinta.
“Sentire che si ingrossava mentre lo avevo in bocca, vedere com’eri vulnerabile quando me lo facevo scorrere, sapere di avere un cazzo in bocca, essere sbattuta dalla tua mano, ma soprattutto sentirlo pulsare quando venivi.”
“Ti è piaciuto lo sperma?”
“Ricorda il solfato di bario, sai quello che ti fanno bere prima di farti i raggi. Caldo.”
“Uno schifo allora?”
“Al contrario. Fa schifo il solfato di bario.”
“E lo rifaresti?”
“Lo rifarò di sicuro.”
“Anche con me, di nuovo?”
Ci pensò.
Girò la faccia per guardarmi bene.
Era bellissima con gli occhietti socchiusi.
“Puoi starne certo. Basta che non ci sia di mezzo la tua ragazza. Io e la mia amica dormiamo nella stessa camera. Mi ha detto che vorrebbe scoparti e mi ha detto che stasera mi avrebbe invidiato. Prima mi sarei fatta sostituire da lei volentieri. Ora ti dico che lo faremo tutte e due. Mi sa che lo faremmo volentieri anche insieme. Vieni a trovarci quando vuoi.” –
Me lo baciò di nuovo.
“Ho anch’io un’idea.” – Dissi. –
“Riguarda la mia ragazza.”
“No, o la lasci fuori, o non se ne fa niente.”
“Aspetta dirlo.” – Sussurrai col tono del complice. –
“E stammi a sentire.”
Dopo un quarto d’ora uscivamo affrontando con orgoglio la mia ragazza.

Mietta possedeva un altro pregio per l’epoca in cui frequentavamo l’università.
Dopo aver dimostrato con le mie amiche Marika e Antonella che non era poi così difficile riuscire a mettermele nel letto, prima di rinviare a giudizio nuove matricole, chiedeva sempre se volessero evitare il processo venendo a letto con me.
Anzi, con noi.
A Mietta piaceva vedermi scopare un’altra donna.
Le piaceva ordinare ad una ragazza di leccarmi le palle mentre un’altra mi faceva un pompino.
Gradiva anche che io le visitassi prima di dichiararle idonee a questa o a quella punizione.
Lei le comandava a bacchetta, e se queste impiegavano troppo o non mi facevano eccitare per niente, le frustava di sua mano e le mandava sotto processo.
Ogni tanto io ordinavo a qualcuna di mangiargliela e lei lasciava fare. In questi casi veniva sempre ululando.
Eravamo giovani e le ragazze ci stavano.
Roba di 20 anni prima.
Ma proprio con le mie due amiche, Marika e Antonella, una volta le cose andarono diversamente.
Come volevo io.
Non era stato male il rapporto che si era intessuto tra me, Mietta, Marika e Antonella.
La prima era castana, bella e ben fatta, la seconda era bionda e proprio bella e la terza era mora e proprio bona.
Tutte e tre intelligenti.
Erano riuscite a trovare con me un’intesa particolare e duratura grazie ad un progetto di Mietta, modificato ad arte da me e portato a termine dalle altre due.
Mietta mi aveva spiegato il piano col quale saremmo riusciti a farci entrambe le ragazze, e la prima parte andò perfettamente perché io riuscii a scoparmele entrambe in breve tempo.
Prima avevo assistito allo spogliarello di Antonella, cogliendo la sua disponibilità.
Quando poi Marika mi confidò che entrambe volevano scoparmi, alla barba di Mietta, avevo velocemente modificato il piano per fare qualcosa di superbo sfruttando il momento più favorevole.
La sera stessa del pompino di Marika, Mietta mi suggerì di accompagnarle a casa, data la tarda ora.
Già per strada parlammo degli incredibili avvenimenti della settimana che ci avevano particolarmente ravvicinato.
Avvertii che si stavano eccitando leggendo tra le righe delle frasi che si scambiavano tra di loro.
Anche questo era stato previsto da Mietta e, come aveva suggerito, quando arrivammo salii a casa senza farmi pregare.
Mentre una entrò in bagno, Antonella si andò a mettere comoda togliendosi i vestiti e indossando un accappatoio bianco.
Accavallò e riaccavallò le gambe per sfruttare la sua arma migliore, e io non cercavo certamente di nascondere il mio interesse per le sue cosce, ora anche arricchite dalle calze.
“Beh, com’è stato il pompino di Marika?”
Dopo un istintivo imbarazzo, le guardai per l’ennesima volta le cosce e risposi sorridendo:
“Ottimo e abbondante.”
Linguaggio generalmente riservato per il rancio della naja.
“Niente di più? Non l’hai scopata?”
“Magari.” – Risposi. –
“Ma non era nei patti.”
“Neanche nei miei, se è per questo, ma mi pare che faresti volentieri uno strappo. O mi sbaglio?”
Uscì dal bagno Marika che mi impedì di rispondere.
Si era messa una camicia da notte piuttosto corta e trasparente che, unita ai suoi incredibili occhi, mi fecero rimanere senza parole.
“Guardalo qua.” – Disse Antonella ridendo. –
“Mi ha visto fare uno spogliarello e non riesce a staccare gli occhi dalle mie cosce. Gli hai fatto un pompino e sembra che non ti abbia mai vista in faccia.”
Non sapevo cosa fare né cosa guardare.
Allora insistettero nelle provocazioni.
Si misero vicine.
“Allora?” – Chiese Antonella, più padrona di sè quando si trattava di mostrare il corpo.
“Chi ti faresti per prima di noi due?” –
Lasciò cadere l’accappatoio mostrandosi in calze mutandine e reggiseno, poi tolse la camicia da notte a Marika che invece portava solo gli slippini.
E poiché quest’ultima si dimostrò piuttosto timida, la strinse a sè fino a corprirle le tettine.
Mi avvicinai ed accarezzai la parte più alta della coscia di Antonella.
“Con questo intendi dire che vuoi me?” – Ma non risposi ancora. –
“Mi spiace.” – Continuò Antonella. –
“Ma io mi farò Marika.”
Dunque volevano farsi tra loro, davanti a me.
Eppure, avevo concordato qualcosa di meglio con Marika.
Quindi provai a provocare Antonella.
“Senti, possiamo farcela entrambi. Me la terresti per il collo mentre te la inculo?” –
Lei la prese per il collo per metterla in posizione.
Ma arrivai solo ad estrarre l’uccello, perché poi mi fermarono e si misero davanti a me.
“Vogliamo Mietta.” – Era stata Marika a parlare. –
“Spiegale quello che mi hai proposto a letto.” – E si sedettero insieme sul divano, vicine vicine.
Cercai di raffreddarmi e di esporre la proposta di prima. –
“Ho capito che la volete.”
“Vogliamo qualcosa di più.”
“L’ho capito.” – Ripetei. –
“L’idea è di incastrarla e obbligarla a subire un processo.”
“E come?” – Chiese Antonella lasciando l’amica, che invece sapeva quello che avevo per la testa.
“Dovete sapere che Mietta da qualche tempo porta i collant…” –
Rimasero ad ascoltare il progetto ed alla fine mi abbracciarono.
“Affare fatto.” – Disse alla fine Antonella. –
“Se ci riesci, ti autorizziamo a mettercelo dove vuoi.”
“No. Non hai capito. In cambio voglio passare una notte con te, una notte con lei, una notte con tutte due ed infine una notte con tutte e tre.”
“Cosa sarebbe questa novità di farlo a quattro?” – Dissero insieme.
“E c’è un’altra condizione.” – Precisai. –
“Accetto se vi posso prendere entrambe, qui, ora. Prendere o lasciare.” FINE

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